Tempio di Ercole Vincitore

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Coordinate: 41°53′19.55″N 12°28′50.69″E / 41.8887639, 12.4807472

Il tempio di Ercole
Il tempio di Ercole
La colonna mancante; da notare anche alcuni capitelli incompleti.
La colonna mancante; da notare anche alcuni capitelli incompleti.

Il Tempio di Ercole Vincitore o Ercole Oleario sorge in Piazza Bocca della Verità a Roma, poco distante dal Tempio di Portuno all'interno del foro Boario. A causa di un'attribuzione errata, il tempio è talvolta ancora indicato popolarmente come Tempio di Vesta; l'errore è dovuto alla sua forma circolare che lo rende simile al vero tempio di Vesta situato nel Foro romano.

Si tratta del più antico edificio di Roma di marmo pervenutoci (il più antico in assoluto era il tempio di Giove Statore nel portico di Metello, andato perduto).

Indice

[modifica] Storia

Della copertura originaria (l'attuale copertura è di epoca moderna) rimangono unicamente alcune lastre di marmo. Un blocco che probabilmente era la base della statua venerata riporta l'iscrizione in base alla quale si è riusciti a determinare a chi fosse dedicato il tempio (Hercules Olivarius), oltre che il nome dello scultore della statua, il greco Skopas minore, vissuto nel II secolo a.C e autore di altre opere nella zona del Circo Flaminio. L'architetto potrebbe essere stato quell'Ermodoro di Salamina, autore anche del tempio di Giove Statore e di altre opere a Roma. Le fonti antiche parlano di un tempio di Hercules Victor fuori dalla Porta Trigemina e parlano della sua costruzione, risalente al 120 a.C. circa[1]. Fu commissionata da un ricco mercante romano, Marco Ottavio Erennio (Caio Marcus Octavius Hersennus), che la dedicò ad Ercole protettore degli oleari, corporazione a cui il mercante apparteneva. Ercole era inoltre il protettore dei commerci e della transumanza delle greggi: la sua locazione nel Foro Boario non è, di conseguenza, per nulla casuale.

Il tempio conferma il potere economico dei mercanti romani nel II secolo a.C., capaci ormai di erigere opere progettate da artisti greci con il prezioso marmo ellenico. Esso va messo in relazione con la coeva "Agorà degli Italiani" di Delos, dove aveva luogo il redditizio mercato degli schiavi[2], fatta costruire a spese dei Romani e degli Italici che commerciavano nell'Egeo. L'edificio quindi rappresentava la potenza del ceto equestre e si trovava vicino al Tempio di Ercole Invitto, del quale riprendeva le forme e la divinità, eretto invece dalla nobilitas romana.

Il tempio di Ercole Vittore fu successivamente restaurato sotto l'imperatore Tiberio (verosimilmente dopo l'inondazione del 15 d.C.) e deve la sua conservazione, come molti altri monumenti romani, al fatto di essere stato trasformato in chiesa nel medioevo: venne infatti consacrato nel 1132 e dedicato a Santo Stefano delle Carrozze o, secondo altre fonti, a Santa Maria Egiziaca, per poi essere trasformato nel XVII secolo nella chiesa di Santa Maria del Sole, perché poco distante dalla chiesa, sui margini del Tevere, fu ritrovata un'immagine della Madonna da cui partiva un raggio di sole.

Questo tempio e il tempio di Vesta di Tivoli ispirarono inoltre le chiese a pianta circolare del Rinascimento.

L'edificio venne ufficialmente riconosciuto come monumento antico nel 1935.

[modifica] Architettura

Dettaglio
Dettaglio

La struttura del tempio imitava quella del perduto Tempio di Ercole Invitto, eretto da Scipione Emiliano nel 142 a.C. presso l'ara Massima e distrutto nel XV secolo (ne restano alcuni disegni e piante di Baldassarre Peruzzi e altri). Tutta la struttura tradisce una chiara derivazione da modelli greci, sia nell'architettura che nelle decorazioni, ispirati a modelli del IV secolo a.C., come le tholi dei grandi santuari greci, con il filtro però del tardo ellenismo. È una tipica opera di artisti neoattici che nel II secolo a.C. operavano a Roma (in opere come l'Ara di Domizio Enobarbo o l'acrolito capitolino di Giunone Regina).

Il tempio è monoptero, di forma circolare, ed è costruito in marmo: fu il secondo edificio ad essere costruito con questo materiale nella Roma antica ed è il più antico giunto fino a noi. La sua pianta ha un diametro di 14.8 metri. Il marmo originario usato per l'opera è greco, pentelico.

Si erge su una fondazione ad anelli di blocchi di cappellaccio a loro volta su una piattaforma in blocchi di tufo di Grotta Oscura, che inglobano lo sbocco della Cloaca Maxima. La base presenta un crepidoma (base a gradini), priva quindi del podio di matrice italica.

La cella cilindrica, aperta verso est, è decorata con un alto zoccolo, fini ortostrati e la parte superiore a imitazione della muratura isodoma. Nel pavimento della cella si apre una favissa, un pozzo profondo a forma di tholos. La parte centrale è circondata da venti colonne scanalate alte 10.6 metri con basi attiche e capitelli corinzi; nove colonne e undici capitelli risalgono al restauro di epoca tiberiana e sono riconoscibili perché in marmo apuano di Luni. Alcuni capitelli hanno perso la parte superiore.

La trabeazione ora non è più esistente (tranne qualche resto della cornice), nè rimane il soffitto della peristasi, che presentava i cassettoni. La cella era coperta da cupola, che corllò nel medioevo quando l'edificio venne convertito in chiesa. Il tetto presente oggi sull'edificio è un rifacimento di epoca moderna.

In pianta l'edificio rispetta il canone di Vitruvio, mentre in alzato sono state prese alcune licenze non canoniche, riscontrabili anche nei particolari architettonici e che rivelano l'impiego di maestranze locali.

Al suo interno presenta degli affreschi risalenti al 1475 con scene della Madonna ed i Santi. Nello stesso anno vennero eseguite delle riparazioni all'edificio e venne installata, sul pavimento, una targa commemorativa per volere di Sisto IV.

[modifica] Bibliografia

  • Filippo Coarelli, Guida archeologica di Roma, Arnoldo Mondadori Editore, Verona 1984.
  • Ranuccio Bianchi Bandinelli e Mario Torelli, L'arte dell'antichità classica, Etruria-Roma, Utet, Torino 1976.

[modifica] Note

  1. ^ Serv. Aen. III, 363, Macrobio III 6, 10; Fest. 242L e Macrobio III, 12,7.
  2. ^ Strabone parla di fino a diecimila schiavi venduti al giorno a Delos.

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