Mulino natante

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Mulino fluviale presso Minden, Germania

Il mulino natante (anche denominato mulino fluviale) è un impianto di macinazione che, a differenza del mulino tradizionale ad acqua, è galleggiante. Nasce in stretta relazione con la figura del mugnaio, professore dell'arte della macina dei cereali. I mulini natanti erano presenti sui corsi d’acqua di pianura italiani come il Po, l'Adige, il Tevere, il Ticino, l'Oglio, il Mincio, il Brenta e sui maggiori fiumi europei (Reno, Danubio, Garonna).

Cenni storici[modifica | modifica sorgente]

Mulini natanti sul Reno, (part. dal Martirio di Santa Ursula a Colonia), 1411

Situati lungo i grandi fiumi, i mulini natanti sono caratteristici soprattutto della Pianura Padana. Fin dal Medioevo le testimonianze storiche attestano la loro dislocazione lungo il corso del fiume Po e del fiume Adige, ma anche lungo i grandi fiumi europei.

Nel 508 d.C., in Francia, si ha la testimonianza più antica della presenza di un mulino natante. In Italia, la prima descrizione di un mulino natante ci viene lasciata nelle pagine di Storia della Guerra Gotica dello storico Procopio di Cesarea, il quale narra lo stratagemma adottato dal generale Belisario per sfuggire alla fame durante l'assedio di Roma del 537d.C, da parte dei Goti. Il re degli Ostrogoti aveva bloccato gli acquedotti di Roma, togliendo così l’acqua motrice ai mulini all’interno delle mura; così Belisario costruì su alcuni galleggianti il primo mulino natante, ancorandolo ai ponti del Tevere. I documenti che riportano la presenza dei mulini natanti nell'Italia settentrionale si moltiplicano verso metà del VII secolo. I mulini natanti fecero parte del patrimonio paesaggistico dei grandi fiumi fino agli inizi del '900 quando, a causa della comparsa sui fiumi della navigazione a vapore, dei battelli e dei rimorchiatori che necessitavano di grandi spazi, i mulini scomparvero. L'eliminazione dei mulini natanti avvenne tramite la non riconferma dell'utenza e della concessione delle acque, seguito dall'assoluto divieto di installazione di nuovi mulini. Questi provvedimenti portarono in breve tempo al completo smantellamento di tutti gli opifici in attività, con una conseguente crisi economica per i mugnai e le loro famiglie.

Attualmente, dunque, i mulini natanti sono scomparsi da tutti i maggiori fiumi italiani ed europei, ad eccezione del mulino natante di Verzej, sul fiume Mura in Slovenia, ancora attivo.

Struttura[modifica | modifica sorgente]

Pianta di un mulino fluviale (da un disegno di H.Ernst, 1805).

Il mulino natante nasce da un riadattamento della struttura dei mulini tradizionali: le ruote furono rese più ampie, per meglio captare la forza delle correnti fluviali e vennero introdotti, inoltre, diversi meccanismi moltiplicatori dei giri dell'albero motore.

La scelta della localizzazione di un mulino natante deriva dalla necessità di trovare il sito perfetto, dove la corrente del fiume abbia la giusta forza per alimentare le pale, dove sia possibile ancorare il mulino alla riva, dove la morfologia delle rive permetta l'abbassamento e l'innalzamento delle strutture di ancoraggio del mulino in base alle fluttuazioni del fiume, un luogo comodo non solo per i fornitori di materia prima, ma anche per i consumatori.

Sezione di un mulino fluviale (da H.Ernst, 1805).

I mulini natanti possono essere classificati in due tipologie: il mulino a doppio ingranaggio, formato da un battello nel quale si trovava la cabina di lavorazione, fiancheggiato da due ruote idrauliche simmetriche, ed il mulino ad ingranaggio semplice, formato da due battelli e da una ruota interposta.

Il mulino natante si contraddistingue per una struttura di legno, posizionata su due o tre scafi galleggianti, con un numero variabile sia di ruote che di macine e, infine, con la presenza o meno degli alloggi del mugnaio. La struttura in legno sorregge la ruota a pale e la capanna di legno, ove sono situate le mole per la macinazione delle materie prime e gli utensili necessari alla loro manutenzione. Le attrezzature per la macinazione erano realizzate completamente in legno, come la struttura del mulino stesso.

Nel Medioevo il mulino natante era ancorato alla riva tramite ceste di pietre che vennero sostituite negli anni da resistenti funi o catene.

I mulini natanti di Padova[modifica | modifica sorgente]

I trentatré mulini a Ponte Molino a Padova, prima della demolizione

A Padova e nel territorio intorno si verificò un fiorire di strutture molitorie di tipo natante sul fiume Brenta e Bacchiglione. Le testimonianze documentarie confermano la gran diffusione di questi mulini tra il X e XI secolo. Nei pressi di Ponte Molino, nella città, si verificò uno straordinario fenomeno, ovvero l'assieparsi sotto le arcate del ponte romano di ben trentatré ruote natanti, numero confermato già nella Visio Egidii di Giovanni da Nono nel XIV secolo. Altri molini natanti si installarono sul Canale Alicorno, a Ponte San Nicolò e a Selvazzano. Questi mulini galleggianti sopravvissero per tutto il XIX. Gli storici edifici di Ponte Molino furono abbattuti nel 1884, dopo una piena del fiume.

I mulini natanti dell'Adige[modifica | modifica sorgente]

La più antica testimonianza dell'esistenza di mulini natanti sull'Adige, presso la città di Verona, risale al Medioevo: nel 905 Berengario I di Tolosa concesse al diacono Giovanni, futuro vescovo di Pavia, tres ariales sitos in fluvio Athesis, ossia tre poste da mulino.

Nel 1480 i documenti storici attestano la presenza di 7 mulini natanti fra Boara Polesine, Lusia e Concadirame, mulini che si moltiplicarono negli anni fino a raggiungere i 42 esemplari nel 1575 e i 52 nel 1584. Nel 1590, nella parte padovana dell'Adige, se ne enumeravano 40 mentre gli esemplari nel Polesine erano 25.

I mulini natanti del Regno Lombardo-Veneto dovevano sottostare a una legislazione apposita che prevedeva di non stare ad una distanza inferiore di 12 m dalla riva per non danneggiare la sponda, di mantenere una distanza di 12 m tra opificio ed opificio, di posizionare le ruote esclusivamente dalla parte del fiume, di essere fissati mediante un palo conficcato nell'acqua o con una corda o catena all'argine, di posizionare i mulini natanti in modo da lasciare intravedere il fiume 500 m a valle e 500 m a monte, di lasciare al canale o al fiume nel quale era posizionato una larghezza non inferiore agli 80 m per non intralciare la navigazione, di fornire il mulino di un battello con due remi e di non lasciarlo mai incustodito.

Interessante testimonianza vissuta con gli occhi di un bambino è quella descritta da Bruno Munari in “Arte come mestiere” nel brano “Le macchine della mia infanzia”.

I mulini natanti del Po[modifica | modifica sorgente]

I mulini del Po, resi famosi dal romanzo storico di Riccardo Bacchelli "Il mulino del Po" e dai film e sceneggiati omonimi di Alberto Lattuada del 1949 e di Sandro Bolchi nel 1963, non erano stanziali come quelli dei piccoli fiumi vincolati alle chiuse perché, pur essendo ancorati alla riva, potevano spostarsi, specialmente quando dovevano riposizionarsi dove la corrente era migliore.

Data la diversità delle correnti, i mulini natanti del Po presentavano diverse tipologie, potendo essere appaiati o raggruppati in batterie.

Il primo accenno ad un mulino natante sul Po risale all'851 quando l'imperatore Lodovico investiva la “molitura dei molendinis”, la definizione tecnico – giuridica del mulino natante all’epoca.

Nel 1902 la Commissione della Navigazione Interna nella Valle del Po registrò nei suoi atti 266 mulini (25 nel pavese, 1 nel piacentino, 13 nel cremonese, 10 nel parmense, 4 nel reggiano, 92 nel mantovano, 30 nel ferrarese, 91 nel rodigino), che funzionarono fino agli anni ’40 del ‘900. Questo stesso documento, unica statistica ufficiale e completa, ci permette di conoscere anche le loro varie disposizioni, a corrente, a pettine, a schiera, a scalare e a sfalso. L’ultimo mulino del Po, localizzato sulle sponde di Bergantino, fu distrutto da un bombardamento aereo il 2 gennaio 1945. Attualmente nell'alveo del fiume Po sono presenti due molini uno nel comune di RO ed uno a nel comune di REVERE, questi molini non sono altro che ricostruzioni in scala reale dei molini originali per un fine turistico/didattico, comunque sono funzionanti.

Mulini natanti della Bassa bolognese[modifica | modifica sorgente]

Mentre nell'alta pianura bolognese ebbe larga diffusione il tradizionale mulino ad acqua, nella bassa bolognese si sviluppò, a partire dal medioevo, un particolare tipo di mulino natante che doveva adattarsi alle caratteristiche peculiari dei piccoli fiumi e torrenti locali (Idice, Quaderna, Savena...) che scorrevano tutti per spagliare nelle paludi della zona e nel ferrarese.

Questi mulini chiamati mulinèle (da cui deriva con molta probabilità il nome di Molinella) erano di piccole dimensioni ed erano spostabili nelle posizioni dove i fiumi assumevano maggiore corrente a seconda della stagione. Erano costituiti da due barche appaiate (sàndoli) unite da un piano ligneo (andiale) e sovrastate da una o due casette con struttura di rovere ma coperte con canne, rami di acacia, giunchi. I due scafi reggevano la ruota a pale, le mole e la tramoggia. Già alla fine del XVIII secolo i mulini natanti erano praticamente scomparsi nella zona, a causa degli interrimenti dei fiumi e canali e quindi del conseguente rallentamento dei flussi d'acqua e delle correnti.[1]

Recupero dei mulini natanti[modifica | modifica sorgente]

Mulino natante Revere

In Italia si possono trovare vari progetti di recupero dei mulini natanti, importante testimonianza storica dell'economia italiana del passato. Il comune di Revere ha da tempo intrapreso un percorso culturale per il recupero della civiltà molitoria, istituendo una mostra permanente sugli aspetti storico – antropologico – tecnici di queste macchine e la ricostruzione di un mulino sul Po, l'unico nel Paese in grado di produrre farina da una filiera biologica. Il mulino galleggiante di Revere, posizionato sulla riva destra del Po, è una ricostruzione in scala reale di un mulino natante perfettamente funzionante sino ai primi decenni del ‘900.

La struttura portante del mulino, in parte ricoperta da fasciame di legno di larice, è costituita da due scafi, chiamati anche sandon, collegati tra di loro. È presente una singola ruota idraulica realizzata con asse ottagonale in rovere e con pale in larice e due ruote a denti calettate sullo stesso asse che fanno ruotare due macine in pietra.

Le dimensioni del mulino rispettano quelle effettive dei mulini presenti sulla sponda del Po tra la fine dell'800 e gli inizi del '900: lunghezza 13,60 m, larghezza 10,15 m, immersione media 0,80 m, bordo libero medio 1,45 m

Il mulino natante di Revere è un'opera effettivamente funzionante grazie alla potenza idraulica impressa dalla corrente del fiume Po, in grado di produrre piccole quantità di farina che vengono destinate ai turisti e alle scolaresche in visita.

Nel novembre 2010 a Revere è stata formalmente istituita l'Associazione nazionale dei mulini natanti.

Turismo[modifica | modifica sorgente]

In Europa è possibile visitare alcuni mulini fluviali:

Alcuni mulini sono stati tirati a secco e sono visibili solo come monumenti:

Galleria fotografica[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Tullio Calori, Canali e Mulini nel territorio di Molinella in "Mulini,Canali e comunità della pianura bolognese tra Medioevo e Ottocento" a cura di Galletti e Andreolli, CLUEB EDITORE 2009.
  2. ^ Sito del museo del mulino (in tedesco)
  3. ^ Vodný mlyn Kolárovo consultato il 26 giugno 2011 (engl.)

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Roda Roberto Setti Gabriele, Le ruote del Pane, Mulini natanti e cultura molitoria della pianura padana, Leiden, Editoriale Sometti, 2004, ISBN 88-7495-109-4.
  • Novelli Federico Trevisan Debora, I mulini natanti del Po mantovano, Editoriale Sometti, 2005, ISBN 88-7495-166-3.
  • Luigi Lugaresi, I mulini natanti del Po: archetipo, memoria, mito, 2000.
  • Wikander, Örjan (2000), "The Water-Mill", in Wikander, Örjan, Handbook of Ancient Water Technology, Technology and Change in History, 2, Leiden: Brill, pp. 371–400, ISBN 90-04-11123-9

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