Luigi Lucheni

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Luigi Lucheni, foto segnaletica, 1898.

Luigi Lucheni o Luccheni (Parigi, 22 aprile 1873Ginevra, 19 ottobre 1910) è stato un anarchico italiano che il 10 settembre 1898 uccise, a Ginevra, l'imperatrice Elisabetta d'Austria.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

L'infanzia[modifica | modifica sorgente]

La madre, Luigia Lacchini (o Lucchini), era una bracciante alle dipendenze di un'agiata famiglia parmense, presso l'odierna Albareto; rimasta incinta dopo una relazione con il figlio di un grosso proprietario del luogo, andò a nascondere il parto a Parigi, dove nacque Luigi, che abbandonò all'Hospice des enfants assistés. Per un errore di trascrizione all'anagrafe il cognome fu francesizzato in Lucchéni. Luigia Lucchini emigrò in America e non rivide mai più né ebbe più nessun contatto con suo figlio.

Lucheni passò la sua infanzia prima all'orfanotrofio Enfants Trouvés di Parigi, in seguito in Italia crebbe tra un altro orfanotrofio e famiglie povere della zona, che sfruttavano la sua attitudine al lavoro, lo nutrivano male e lo maltrattavano, obbligandolo persino ad assecondare un mendicante. Per sfuggire alla sua amara sorte, a quattordici anni fuggì da Albareto e iniziò a vagare per l'Europa.

La formazione[modifica | modifica sorgente]

Fece il servizio militare nel Reggimento cavalleggeri di "Monferrato", a Napoli. Partecipò in qualità di soldato a cavallo alla guerra in Africa orientale dove prestò servizio agli ordini del principe Raniero de Vera d'Aragona con cui rimase a lavorare finita la guerra come attendente per un periodo di tempo, frequentando indirettamente i cerchi dell'alta società borbonica. Fu insignito della Medaglia a ricordo delle Campagne d'Africa con la fascetta Campagna 1895-96. Ambiva il posto di direttore di carcere, che non gli fu concesso, per cui amareggiato lasciò Napoli riprendendo la sua erranza in cerca di lavoretti per sopravvivere.

Dopo aver errato per tutta l'Europa e aver pensato di emigrare in America, si trasferì a Losanna quale manovale nella costruzione della Posta nuova dove si avvicinò ad alcuni gruppi di anarchici, allora impegnati nel dibattito sull'opportunità del regicidio. In tale ambito Luccheni maturò il vago progetto di rendere imperituro il suo nome compiendo un atto irreparabile.

Il regicidio[modifica | modifica sorgente]

Il 10 settembre 1898 si decise a mettere in atto i suoi propositi di regicida. Non avendo abbastanza soldi per comperare un'arma da fuoco o un semplice pugnale, acquistò una lima triangolare che fece affilare da un arrotino di Losanna. Si recò in battello a Evian dove soggiornava l'alta aristocrazia europea e comperò un catalogo degli ospiti illustri (l'Evian Programme, ritrovato nelle sue tasche al momento dell'arresto e conservato agli archivi di Stato di Ginevra). Non trovando nessuno da poter assassinare, decise di approfittare del passaggio a Ginevra del pretendente al trono di Francia principe d'Orléans, ma questi era già ripartito per Parigi.

Abis della Clara e l'idea del regicidio[modifica | modifica sorgente]

Errò così per le strade di Ginevra, fin quando non si imbatté in un commilitone che aveva svolto con lui il servizio militare nella cavalleria a Napoli, il chiavennasco Giuseppe Abis della Clara (1869-1956) il quale curava i cavalli di un'impresa di trasporti e conosceva molti cocchieri. Fu Giuseppe Abis della Clara (di una famiglia che aveva servito fedelmente l'Impero Austro-Ungarico da generazioni) a rivelare a Luccheni l'arrivo a Ginevra, quel pomeriggio stesso, dell'Imperatrice Elisabetta d'Austria - probabilmente riconosciuta da un cocchiere nei pressi dell'Hôtel Beau Rivage dove era scesa con un'unica accompagnatrice, la contessa Irma Sztáray, e a suggerirgli "ecco chi puoi assassinare!"[1].

La notizia della presenza dell'Imperatrice a Ginevra fu pubblicata dalla Tribune de Genève solo il giorno successivo, poiché quella viaggiava in incognito e aveva rifiutato la protezione della polizia ginevrina. Sbarcata dal battello alle 13 del 9 settembre 1898 si recò in carozza privata direttamente al castello di Pregny dove l'attendeva una sua amica, la baronessa Rothschild, e tornò all'albergo Beau Rivage solo alle 18 di sera. Dopo cena fece una passeggiata a piedi per le vie della città accompagnata dalla sola contessa Stárai, sino alla pasticceria Désarnod, sita vicino al Grand Théâtre. L'indomani mattina andò di nuovo in città a fare delle compere.

L'omicidio[modifica | modifica sorgente]

L'omicidio

Per nascondere l'inesorabile declino della sua bellezza, l'Imperatrice, sempre vestita di nero dopo il suicidio del figlio Rodolfo, celava il viso dietro una veletta - o un ombrellino - ed era difficile da riconoscere. Doveva imbarcarsi per la frazione di Montreux Territet alle ore 13 di quel giorno 10 settembre quando Luigi Lucheni, informato sull'indirizzo dell'Imperatrice e sulle sue sembianze da Giuseppe della Clara, si appostò sul quai du Mont-Blanc, dietro un ippocastano, armato della sua lima nascosta in un mazzo di fiori; al passaggio dell'imperatrice la pugnalò al petto, con un unico colpo preciso, tentando poi di fuggire. Fu arrestato da quattro passanti, non lontano dal luogo dell'attentato. Al commissario che lo interrogava chiedendogli il motivo del suo gesto, pare abbia risposto: «Perché sono anarchico. Perché sono povero. Perché amo gli operai e voglio la morte dei ricchi».

L'imperatrice che correva verso il battello (la sirena della partenza aveva già suonato) si accasciò per effetto dell'urto, ma si rialzò e riprese la corsa, non sentendo apparentemente nessun dolore. Fu solo arrivata sul battello che impallidì e svenne nelle braccia della contessa Stáray. Il battello fece retromarcia e l'Imperatrice fu riportata nella sua camera d'albergo; spirò un'ora dopo, senza aver ripreso conoscenza. L'autopsia effettuata dal dottor Mégevand, mostrò che la lima aveva trafitto il ventricolo sinistro, e che Elisabetta era morta d'emorragia interna[2].

La carcerazione e la morte[modifica | modifica sorgente]

L'arresto di Lucheni

Dopo l'arresto, Luccheni venne condannato all'ergastolo. In cella imparò il francese al punto da scrivere in quella lingua le sue memorie intitolate Histoire d'un enfant abandonné, à la fin du XIXe siècle, racontée par lui-même. Morì in prigione nel 1910, molto probabilmente suicida, anche se vi è il sospetto che possa essere stato strangolato con la cintura alla quale fu trovato appeso nella sua cella (le prime cose che vengono tolte ad un prigioniero sono la cintura dei pantaloni e le stringhe delle scarpe).

La sua testa recisa fu conservata in un contenitore di formalina, e mostrata agli ospiti illustri dell'Hôtel Métropole (Molotov, Lenin, Malienkov, Briegniev). Fu regalata, nel 1998, nel centenario dell'assassinio, dal Governo svizzero all'Istituto di patologia di Vienna.

Le possibili ragioni del regicidio[modifica | modifica sorgente]

Le memorie di Lucheni, che si interrompono proprio quando sta per lasciare per sempre Albareto, furono ritrovate nel 1938 e pubblicate da Santo Cappon[3]. Racconta quanto ha sofferto dell'abbandono da parte della madre per la quale nutriva amore e odio, e quanto lo facevano soffrire le ingiustizie di una società che non rispettava i diritti di ogni bambino ad avere almeno un po' di amore e di felicità[3]. Dalle sue memorie e dai dati del suo processo risulta che non era anarchico, ma che col suo gesto voleva al contempo dare lustro al suo nome e vendicare le ingiustizie subite. Santo Cappon, nella sua biografia di Lucheni, sostiene che forando il cuore di Elisabetta, Lucheni abbia punito la madre che lo aveva abbandonato.

In riferimento all'imperatrice Elisabetta che - come sappiamo dal suo diario poetico pubblicato solo nel 1998 - si era augurata di morire "improvvisamente, rapidamente e se possibile all'estero"[4] ha visto questo suo desiderio esaudito proprio da uno di quei fanciulli infelici "oppressi dall'Ordine stabilito"[4] ai quali dedicava le sue lacrime, a difetto dei suoi diamanti o del suo tempo che occupava a girovagare per tutta Europa e a maledire, nelle sue poesie, la dinastia asburgica[4] La biografia di B. Hamann ha rivelato che Elisabetta era una libertaria, anti-clericale, pre-comunista, - ed era ben più a sinistra di Lucheni - e che il suo sogno era di indurre Francesco Giuseppe all'abdicazione e a andare a vivere con lei sulle rive del Lemano. Emma Goldman, che pure aveva apprezzato le azioni di Sante Caserio e Gaetano Bresci, condannò il gesto di Lucheni perché la vittima era una donna.[2]

Al giudice, il quale gli rinfacciava di avere ucciso una donna sola e disperata, Lucheni rispose di non averlo saputo, di avere invece creduto che Elisabetta fosse una donna realizzata e felice.[5]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Lanfranco De' Clari Il mandante dell'assassino di Sissi in «Cenobio - Rivista culturale della Svizzera italiana». 2003, 3, pp. 245-49
  2. ^ a b Brigitte Hamann. Elisabeth, Kaiserin wider Willen. Wien - München, Amalthea, 1997
  3. ^ a b Santo Cappon. Mémoires de l'assassin de Sissi. Paris, Le Cherche midi, 1998
  4. ^ a b c Elisabetta d'Austria. Diario poetico (edizione italiana a cura di Brigitte Hammann), Trieste, Edizioni Mgs Press, 1984
  5. ^ Tag des Herrn

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  1. Santo Cappon. Mémoires de l'assassin de Sissi. Paris, Le Cherche midi, 1998
  2. Lanfranco De' Clari Il mandante dell'assassino di Sissi in «Cenobio - Rivista culturale della Svizzera italiana». 2003, 3, pp. 245–49
  3. Elisabetta d'Austria. Diario poetico (edizione italiana a cura di Brigitte Hammann), Trieste, Edizioni Mgs Press, 1984
  4. Brigitte Hamann. Elisabeth, Kaiserin wider Willen. Wien - München, Amalthea, 1997 

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Controllo di autorità VIAF: 95151084 LCCN: n85284483