Cinema iraniano

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Con cinema iraniano (o cinema persiano) si intende l’insieme di tutti i video, film e documentari, girati in Iran o all’estero, da registi iraniani, con soggetti inerenti alla cultura e alle tradizioni iraniane.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Sedigheh Saminejad e Abdolhossein Sepanta in Dokhtar Lor, primo film parlato in farsi diretto da Ardeshir Irani, 1933

Il cinema iraniano nasce nell’anno 1900, dopo cinque anni dalla prima proiezione pubblica dei fratelli Lumière (28 dicembre 1895, Parigi), grazie all’iniziativa del quinto Shah della dinastia Qajar che comprò una cinepresa al suo ritrattista ufficiale Mirza Ibrhim Khan Akkas-Bashi, affinché documentasse le attività della famiglia reale.

Tra i pionieri del cinema iraniano vanno elencati il fotografo-ritrattista Mirza Ibrhim Khan Akkas-Bashi, che nell’anno 1900 fu il primo ad usare la cinepresa per documentare una visita ufficiale della famiglia reale in Belgio; il mercante Ibrahim Khan Khalif Bashi cominciò per primo a proiettare film stranieri nel suo retrobottega, che fu anche il primo cinema privato; Phalavihhaf Bashi, il quale presentò nel suo cinema film acquistati in occidente e Mehdi Russi Khan, fotografo di origine russa che importò in Iran opere russe e francesi.

Il primo cinematografo pubblico in Iran fu inaugurato nel 1900 nella città di Tabriz, e nel 1904 fu inaugurato un secondo cinematografo a Teheran.

I primi filmati pioneristici sono documentari sulle attività dei reali ad opera di Akkas-Bashi. Dopo il colpo di stato (febbraio 1921) di Reza Khan (definito postumo Reza Pahlavi, ovvero Reza Shah il Grande) il fotografo ufficiale Mo’Tazedi, gira una serie di documentari tra cui l’incoronazione dello shah Reza Pahlavi, la costruzione della ferrovia trans-iraniana.

Il primo film iraniano viene realizzato nel 1930, Abi e Rabi, muto e in bianco e nero (da Avanes Oganian fondatore della prima scuola iraniana di cinema). Nel 1933 Ebrahim Moradi realizza Capriccio, rivelatosi un insuccesso. Dopo alcuni mesi il poeta e scrittore Abdolhossein Sepanta scrive e produce il primo film sonoro, parlato in Farsi, La ragazza Lor (1933), diretto da Ardeshir Irani in India. La ragazza Lor fu proiettato in due cinema diversi contemporaneamente per sette mesi, anche i successivi film di Sepanta conseguirono un notevole successo, grazie all’attenzione del produttore alla storia e alla letteratura nazionale le sue pellicole risultarono adatte al gusto del pubblico locale.

I film prodotti dal 1930 al 1947 erano realizzati in India perché in Iran vi erano enormi difficoltà di produzione. Le sale in quest’arco di tempo continuarono a proiettare pellicole straniere tra le quali nel 1943 i film anglofoni toccarono la percentuale del 70/80 %.

Nel 1948 fu girato in Iran il primo film La tempesta della vita prodotto da Esmail Kushan, creatore della Mitra Film Company e diretto dall’attore teatrale Ali Dary Abeg; questo film non ebbe successo e seguito da altri insuccessi portò la Mitra film Company al fallimento. Nel 1950 viene fondata la Iran Film Studio, da Ghadiri e Manouchehri, socièta che produce i primi girati in Iran che conquistano i favori del pubblico, Vergogna (1950) e Vagabondo (1952). Inizia così un'epoca prosperosa per l’industria del cinema iraniano che nel 1965 raggiunge la produzione di 43 film e in seguito è andata costantemente sviluppandosi.

Prima "nouvelle vague" (cinema pre-rivoluzionario)[modifica | modifica sorgente]

Khāneh siyāh ast («La casa è nera») di Forough Farrokhzad, 1962

Negli anni ’60 iniziano ad emergere i primi tratti distintivi del linguaggio cinematografico iraniano. Comincia la prima nouvelle vague, ovvero la prima generazione di cineasti (cineasti nel vero senso della parola).

Tra i precursori della nouvelle vague ci sono: la poetessa Forough Farrokhzad, che con La casa è nera (1962), anticipa molte tendenze successive; Dariyush Mehrjui con Gav (La Vacca, 1969), tratto dal racconto del moderno drammaturgo Ghalamhossien Saedi, ottiene un riconoscimento internazionale per la nouvelle vague iraniana; Sohrab Shahid-Sales con Natura morta inaugura una nuova visione della realtà, attraverso l’uso della camera fissa e la linearità della storia trattata, che influenzerà in seguito le opere di Abbas Kiarostami e Mohsen Makhmalbaf; Naser Taqva con Tranquillità in presenza d’altri (1972); Amir Naderi con Addio amico (1972) e Vicolo cieco (1973); Bahram Beyzai con Il viaggio (1972) e Acquazzone (1973); Abbas Kiarostami con L’esperienza (1974).

La prima fase della nouvelle vague iraniana vede registi che subito destano l’attenzione dei critici d’essai internazionali, tuttavia i film realizzati in Iran in questo periodo rappresentano una minima parte rispetto alla produzione complessiva. A dominare il mercato sono ancora film commerciali e stranieri. Nel 1976 la produzione comincia a ridursi e arriva a 39 film, scendendo poi a 18 nel 1978. In seguito ai disordini politici, dovuti alla rivoluzione islamica (1979), molti esponenti della nouvelle vague decidono di trasferirsi all’estero.


Seconda "nouvelle vague" (cinema post-rivoluzionario)[modifica | modifica sorgente]

La situazione politica comincia a stabilizzarsi nel decennio successivo alla rivoluzione iraniana, mentre l’industria cinematografica non riesce a risollevarsi. Nel 1983 il governo prende alcuni provvedimenti per risollevare l’industria; in particolare i provvedimenti mirano ad incrementare la produzione nazionale e a frenare l’importazione di pellicole straniere. A tale scopo crea la Fondazione Farabi (gestita dal Delegato agli affari cinematografici), che fornisce sussidi per le produzioni cinematografiche iraniane. Negli anni successivi la produzione aumenta e contemporaneamente i sussidi Farabi diminuiscono.

Nel periodo post-rivoluzionario si assiste nel cinema iraniano ad una seconda nouvelle vague: i registi cominciano a creare opere in chiave sperimentale, neorealista e poetica. Questa trasformazione è dovuta anche alla forte censura, esercitata sia dal governo sia dalle autorità religiose, che spinge i registi a trasformare le proprie pellicole in poesie, ricche di simbolismi, incentrate sui profondi temi sociali del paese (producendo soprattutto film d'essai destinati ad un pubblico straniero).

Fanno parte della seconda nouvelle vague:

Abbas Kiarostami con Dov'è la casa del mio amico? (1987)[1], che racconta le vicende di un bambino che vuole riportare il quaderno, preso per sbaglio in classe, all’amico, ma non sa dove esso abiti e riesce a consegnarlo solo il mattino dopo, in aula, dopo aver svolto per conto dell’amico il compito e ancora Kiarostami con Primo piano (1999), Dieci (2002) e Il palloncino bianco (1995), con Abbas Kiarostami (sceneggiatura) e Jafar Panahi (regia) che racconta la giornata di una bambina che perde i soldi mentre sta andando a comprare un pesciolino rosso.

Majidi Majidi con i film I ragazzi del paradiso (1998), racconta le vicende di due bambini poveri che perdono un paio di scarpe, questo film ha ottenuto anche la nomination all’Oscar come miglior film straniero e Baran (2001), racconta la storia di una donna che si finge uomo per guadagnarsi da vivere.

Tahmineh Milani con Cessate il fuoco (2006), una commedia sui problemi di una coppia di neosposi, ha battuto tutti i record d’incasso.

Fanno parte della seconda generazione di cineasti anche: Mohsen Makhmalbaf; Darius Mehrjui; Amir Naderi; Kianoush Ayyari e Rakhshan Bani-Etemad.

Pellicole prodotte dopo la Rivoluzione iraniana[modifica | modifica sorgente]

Dati ufficiali forniti dalla Fondazione Farabi.

Anno Numero di film prodotti
1980
28
1981
31
1982
15
1983
24
1984
30
1985
41
1986
43
1987
52
1988
42
1989
48
1990
56
1991
45
1992
52
1993
56
1994
45
1995
62
1996
63
1997
54
1998
54
1999
54
2000
60

Animazione[modifica | modifica sorgente]

[2] Nel 1965 in Iran nasce Kanoon, l’istituto governativo per lo sviluppo dei bambini e dei ragazzi che conta nel territorio iraniano più di 600 biblioteche attive. Una delle sezioni più sviluppate all’interno dell’organizzazione è quella cinematografica.

Le prime animazioni risalgono al 1970 e da allora sono stati realizzati più di 180 film, quasi tutti hanno ottenuto riconoscimenti a livello internazionale.

I film d’animazione iraniani presentano varietà nella produzione, dai cortometraggi a pupazzi con la tecnica dello stop-motion (la più utilizzata), alla computer grafica fino alla tecnica del disegno tradizionale, rappresentando i personaggi e le scenografie con estrema cura sia per raccontare le storie della tradizione iraniana sia per rappresentare le fiabe sia per raccontare le avventure epiche.

All’interno di Kanoon hanno studiato e lavorato registi come Abbas Kiarostami, Amir Naderi e autori d’animazione come Abdollah Alimorad (Racconti del Bazaar, La montagna del gioiello, Bahador) e Farkhondeh Torabi (Pesce arcobaleno, Shangoul e Mangoul).

Kanoon è anche organizzatore del Festival Internazionale del Cinema di Teheran.

Censura[modifica | modifica sorgente]

In Iran la censura è presente fin dalle prime proiezioni pubbliche; già negli anni ’20 i proprietari delle sale cinematografiche subiscono controlli da parte dei gruppi religiosi, contrari alla morale occidentale e all’aperta esibizione della sessualità.

Censura nel cinema pahlavi (cinema pre-rivoluzionario)[modifica | modifica sorgente]

Nel 1950 il controllo e la censura dei film viene assegnato alla Komisiyum-e nemayesh (Commissione dello Spettacolo), costituita dal capo della polizia e da rappresentanti del Ministero degli affari Interni e del Dipartimento delle Pubblicazioni e delle Radiodiffusioni. La commissione redige un regolamento[3], in 15 punti, attraverso i quali stabilisce che i film non devono:

  1. Contraddire i fondamenti della religione e diffondere idee sovversive contro l’Islam e la religione sciita;
  2. Opporsi alla monarchia o mancare di rispetto ai componenti della famiglia reale;
  3. Rappresentare rivoluzioni politiche, di qualunque paese, che hanno portato al crollo della monarchia;
  4. Istigare l’opposizione al governo e alla monarchia;
  5. Diffondere idee e principi illegali;
  6. Rappresentare crimini e criminali rimasti impuniti;
  7. Rappresentare sommosse e rivolte carcerarie vittoriose;
  8. Incitare gruppi sociali ad opporsi all’autorità governativa;
  9. Opporsi a riti, usi e costumi tradizionali del paese;
  10. Rappresentare scene sgradevoli e raccapriccianti;
  11. Rappresentare relazioni illecite, seduzioni di giovani e nudi femminili;
  12. Utilizzare turpiloqui o deridere cadenze regionali;
  13. Mostrare scene di sesso;
  14. Essere contrari alla morale pubblica, offendere il pudore e mettere in risalto atti di criminalità;
  15. Accentuare le differenze di razza e religione.

A metà degli anni ’50 viene creata la Savak (la polizia segreta dello Shah); alcuni suoi membri entrano nella Commissione dello Spettacolo, che nel 1968 passa sotto il controllo del Ministero della Cultura e dell’Arte, cambiando nome in Honarha-ye nemyeshi (Commissione delle Arti dello Spettacolo). Vengono elaborate nuove regole che si aggiungono alle 15 già esistenti, impedendo la proiezione di pellicole straniere ritenute rivoluzionarie. Nel cinema iraniano durante gli anni ’50-’60 la censura interessa i film che criticano le condizioni sociali e politiche del paese.

Negli anni ’70 il cinema progressista tende all’astrazione formale: per eludere la censura e trattare temi sociali, i registi sperimentano un linguaggio cinematografico ricco di simbolismi. Con questo nuovo linguaggio i film si allontanano dal vasto pubblico locale cui intendevano rivolgersi, con le proprie denunce, e diventano film d’essai, per gli intellettuali locali e i critici internazionali.

Censura nel cinema della Repubblica Islamica (cinema post-rivoluzionario)[modifica | modifica sorgente]

Dopo la Rivoluzione vengono recuperati molti film stranieri prima proibiti, a causa delle tematiche politiche trattate, adattandoli ai principi islamici attraverso sostituzione dei dialoghi nella fase del doppiaggio (per rendere il film più rivoluzionario o religioso), tagli e, laddove sia impossibile tagliare, attraverso la tecnica del magic marker (annerendo con un pennarello la pellicola). Una speciale commissione governativa sequestra tutte le pellicole presenti nei magazzini dei produttori e dei distributori cinematografici: 897 straniere e 2208 iraniane. Tra queste 512 pellicole straniere e 1956 pellicole iraniane non ottengono il visto della censura, e vengono nascoste o bruciate.

Nel 1979 l’ayatollah Khomeini, impone il divieto di tenere Festival del cinema e impone una censura molto severa. I registi, della prima nouvelle vague, vengono chiamati a comparire di fronte alla Corte Islamica, accusati di corruzione morale e legami con il precedente regime, alcuni vengono arrestati; agli attori e ai registi attivi nell’epoca dello Shah, in molti casi viene proibito di lavorare. A questo proposito Khomeini afferma in un discorso pubblico del 1980: Noi non ci opponiamo al cinema, alla radio o alla televisione […] il cinema è un'invenzione moderna che bisognerebbe usare per educare il popolo ma, come ben sapete, esso è stato utilizzato invece per corrompere i nostri giovani. È il cattivo uso del cinema che noi condanniamo, un uso scorretto causato dalla politica sleale dei nostri governanti.[4]

Tra il 1979 e il 1981, le 256 sale cinematografiche iraniane cambiano nome, assumendo nomi patriottici o islamici. Il cinema Impero di Teheran diventa Esteqlal (Indipendenza), La città d’oro diventa Felestin (Palestina), Panorama diventa Azadi (Libertà) e Atlantic diventa Efriqa (Africa).

Nel 1982 avviene il passaggio definitivo dal cinema Pahlavi al cinema della Repubblica Islamica. Nello stesso anno il governo stabilisce di favorire un’industria cinematografica nazionale e ne affida il controllo al Ministero della Cultura e della Guida Islamica, e nel 1983 avvia un programma di finanziamento diretto dei film attraverso istituzioni ed agenzie semi-governative: il Ministero della Cultura e della Guida Islamica, il Kanoon (l’istituto per lo sviluppo intellettuale dei bambini e degli adolescenti), la Fondazione per i Diseredati, il Ministero per la Crociata di Ricostruzione e la Fondazione Farabi (che svolge un ruolo di consulenza per i registi, con i quali discute eventuali problematiche legate alla sceneggiatura e ne studia le possibili soluzioni), con a capo Mohammad Khatami.

Nel 1984 il Ministero della Cultura e della Guida Islamica redige un documento[5] con le nuove regole della censura. Sono vietate le pellicole che:

  1. Indeboliscono, contrastano e offendono il principio del monoteismo e le altre norme islamiche;
  2. Offendono, direttamente o indirettamente, i profeti, gli imam, l’autorità suprema religiosa e il governo;
  3. Offendono i valori dell’islam e delle altre religioni menzionate nella costituzione;
  4. Incoraggiano l’immoralità, la corruzione e la prostituzione;
  5. Incoraggiano o illustrano attività pericolose e criminose;
  6. Negano l’uguaglianza dei popoli a prescindere dalla lingua, dall’etnia e dal credo;
  7. Incoraggiano influenze culturali contrarie alla politica del governo;
  8. Lasciano intendere qualunque cosa contraria agli interessi e alla politica del paese che possa essere utilizzata dagli stranieri;
  9. Mostrano scene di violenza e tortura;
  10. Danno una visione erronea e distorta dei fatti storici e geografici;
  11. Diseducano gli spettatori con scadenti valori artistici;
  12. Negano valori dell’autonomia e dell’indipendenza sociale ed economica.

Dal 1984 al 1997 viene pubblicato quasi ogni anno un manuale di regole sulla produzione, distribuzione e proiezione dei film.

Dal 1984 i registi che intendono realizzare un’opera cinematografica devono affrontare una lunga trafila burocratica che consiste nel sottoporre un soggetto al Comitato di Controllo della Sceneggiatura. Se il soggetto viene approvato, la sceneggiatura può essere scritta e sottoposta all’ispezione del Comitato; se anche la sceneggiatura viene approvata, il regista può chiedere i permessi di produzione, l’approvazione del lavoro finito e i permessi di proiezione, in cui sono specificate le sale in cui sarà programmata la pellicola. Se il film viene bloccato durante tale trafila, il regista può rivolgersi alla Fondazione Farabi per modificare la sceneggiatura e sottoporla nuovamente al giudizio del Comitato.

Nel 1989 la Fondazione Farabi stabilisce nuovi criteri per l’approvazione delle produzioni cinematografiche. I film finiti sono classificati in base a categorie che ne valutano il contenuto, l’estetica e gli aspetti tecnici; questa classificazione stabilisce se il regista deve o non deve sottoporre il suo film al Comitato di Controllo della Sceneggiatura. Secondo questa valutazione se un regista ottiene una “C” per il suo precedente film deve avere dal Comitato sia l’approvazione del soggetto che della sceneggiatura, se ottiene una “B” gli viene richiesta solo l’approvazione del soggetto e se ottiene una “A” non deve ottenere nessuna approvazione. Questo sistema rimane in uso fino al 1993, quando l’approvazione della sceneggiatura ritorna ad essere obbligatoria per tutti i progetti cinematografici.

A metà del 1995 un gruppo di 214 cineasti scrive una lettera aperta al Ministero della Cultura e della Guida Islamica, chiedendo una rivalutazione delle procedure che regolano la produzione nell’industria cinematografica.

Nel 1997, con l’elezione di Khatami a presidente della Repubblica Islamica, la censura viene alleggerita e comincia una tendenza dei registi all’autocensura, per evitare rigorosi controlli sul proprio lavoro sia durante la produzione sia durante la programmazione. I registi evitano temi sociali e limitano la presenza femminile all’interno delle pellicole preferendo l’impiego di attori bambini.

L'uso dei bambini e del linguaggio dell'infanzia nel cinema iraniano[modifica | modifica sorgente]

Nel cinema iraniano i registi, a causa della severa censura, preferiscono utilizzare nelle proprie produzioni attori bambini. Trovano nello strumento “bambini” un nuovo modo di esprimersi e di affrontare temi sociali, utilizzando le proprietà del linguaggio infantile e sfuggendo alla censura.

Molte delle figure chiave del cinema iraniano nascono dal linguaggio dell’infanzia, dalla delicatezza, dal valore etico dell’immagine, dall’immediatezza, dall’universalità e dalla grande forza simbolica.

Uno dei registi che utilizza il linguaggio dell’infanzia è Abbas Kiarostami, che lavora all’interno del Kanoon (l’istituto governativo per lo sviluppo dei bambini e dei ragazzi), dal quale trae i fondamenti per la creazione del suo stile personale.

A partire dai primi cortometraggi, Kiarostami utilizza i codici del linguaggio didattico (in Primo caso, Secondo caso e Due soluzioni per un problema), per illustrare le conseguenze di un’azione, il regista riprende più possibili cause, in modo da raddoppiare la realtà e mostrare le diverse situazioni prodotte dai diversi comportamenti umani. In Compiti a casa, Kiarostami rappresenta le oppressive regole che vivono i ragazzi all’interno delle famiglie iraniane.

Il regista utilizza visioni simboliche come il sentiero a zig-zag, il fiore nel quaderno, l’albero solitario e i campi di grano per insistere su problematiche sociali con la leggerezza e l’immediatezza tipiche dell’infanzia.

Donne nel cinema iraniano[modifica | modifica sorgente]

La prima donna iraniana a produrre una pellicola è la poetessa Forough Farrokhzad, che nel 1962 realizza il documentario La casa è nera, nel quale mostra la vita e la sofferenza all’interno di un lebbrosario.

Con l’avvento della seconda nouvelle vague molte altre donne iraniane hanno preso parte alla realizzazione di nuove pellicole, nei panni di attrici ma anche di registe e sceneggiatrici.

Registe e sceneggiatrici dopo la Rivoluzione[modifica | modifica sorgente]

La prima donna iraniana a realizzare un film, dopo la Rivoluzione, è Rakhshan Bani-Etemad.

La regista preferisce utilizzare le donne nel ruolo di protagonista e, nei suoi film, dà voce alla classe operaia femminile; in Noi siamo la metà della popolazione iraniana (2009), affronta il tema del movimento femminista prima delle elezioni presidenziali (questo film è ormai - a causa della censura - una lista di persone arrestate o perseguitate dal regime).

Altri film di Bani-Etemad sono: Fuori limiti (1986); Canarino giallo (1988); Valuta estera (1989); La ragazza di maggio (1998); Baran e il breve Native (1999); Nargess (1992), storia di un triangolo amoroso; Sotto la pelle della città (2001); La valle blu (1995); il documentario Il nostro tempo (2002), con protagonisti giovani attivisti nella campagna presidenziale del 2001; Linea principale (2006).

Tahmineh Milani è tra le prime donne ad affermarsi nel cinema iraniano; è una regista-sceneggiatrice che spazia dalle commedie come Atash Bas (Cessate il fuoco, 2006), una commedia sui problemi di una coppia di neosposi, a film drammatici come la sua ultima regia-sceneggiatura, per la produzione di Mohammad Nikbin, Vendetta (2009), presentato al XXVIII Fajr International Film. Il film è basato su una storia vera, racconta le vicende di quattro donne che hanno subìto abusi sessuali e decidono di vendicarsi contro gli uomini. Vendetta ha ottenuto l’approvazione del Ministero dopo che la regista e il produttore hanno acconsentito all’eliminazione di alcune scene.

Samira Makhmalbaf, figlia di Mohsen Makhmalbaf, è la regista più giovane che si sia affacciata alla produzione cinematografica. A soli 17 anni Samira gira, con l’aiuto del padre, il film La mela (1998), basato su una storia vera, che tocca il tema dell’infanzia attraverso un'ottica femminilizzata. Le protagoniste sono due bambine gemelle, segregate in casa dal vecchio padre, che interpreta alla lettera il corano (le mie figlie sono come dei fiori, non dovrebbero essere esposte al sole, altrimenti morirebbero). La Makhmalbaf racconta la storia con la partecipazione dei veri protagonisti.

[6]La giornalista Irene Bignardi scrive riguardo al film: La mela ha il rigore di un docudramma, è una metafora della condizione della donna in Iran […] Il tocco autoriale della giovane regista risalta in alcune immagini toccanti: la mano infantile di una delle due sorelline che si sporge fuori dalla grata, dietro cui sono rinchiuse per dare un po’ d’acqua a un fiore che cresce solitario in un vaso, o la mela, simbolo quasi biblico della ritrovata conoscenza, che pende di fronte al volto velato della madre cieca, complice e collaborazionista, senza che lei riesca a prenderla.

Altri film della Makhmalbaf sono: Lavagne (1999); Dio, costruzione e distruzione (2002, episodio del film: 11 settembre 2001); Alle cinque della sera (2003) e Due cavalli leggendari.

Shirin Neshat è l’ultima regista, in ordine temporale, ad esordire nel mondo del cinema iraniano, con un film che ha come protagoniste le donne.

Donne senza uomini (2009) denuncia la situazione femminile in Iran nel 1953. Racconta le storie di quattro donne sottomesse da padri e fratelli che lasciano la città per la campagna, dove trovano la “libertà”, per ritornare infine nel buio interiore in cui si trovavano all’inizio.

Marzia Gandolfi scrive: Le donne senza uomini di Shirin Neshat sono private di ogni diritto, non hanno diritto alla felicità […] questa pellicola vorrebbe illustrare l’oppressione […] di un mondo cristallizzato dove l’uomo occupa fisicamente e politicamente ogni spazio e dove le donne hanno solo gli sguardi per narrare le loro (non) vite[7].

Un'altra donna importante è Firouzeh Khosrovani, giornalista e documentarista iraniana, che collabora con diverse testate italiane e spagnole (il Manifesto, Repubblica, Limes e Culturas). Il suo ultimo documentario Premontaggio (2007), ha partecipato all’Asian Film Festival di Roma.

Altre donne registe-sceneggiatrici sono: Pouran Derakhshandeh; Zahra Dowlatabadi; Niki Karimi; Mahin Oskouei; Pari Saberi; Sepideh Farsi; Maryam Keshavarz; Yassamin Maleknasr; Sara Rastegar; Marzieh Meshkini; Hana Makhmalbaf; Mona Zani-Haqiqi; Parisa Bakhtavar.

Attrici[modifica | modifica sorgente]

Le attrici più famose sono:

  • Golshiften Farahani, la prima attrice a partecipare in un film ad Hollywood, premiata come miglior attrice al Festival di Nantes e al Festival Fajr, vincendo il Crystal Simorgh;
  • Shohreh Aghdashloo, prima donna iraniana ad ottenere, nel 2004, una nomination all'Oscar come miglior attrice non protagonista;
  • Azita Hajian, vincitrice del Crystal Simorgh come miglior attrice al XVII Festival Fajr;
  • Ledan Mostofi, miglior attrice al III Festival Internazionale dell’Eurasia;
  • Pegah Ahangarani, miglior attrice al XXIII Festival Internazionale del Cairo;
  • Mary Apick, miglior attrice al Festival Internazionale di Mosca;
  • Hedyeh Tehrani, vincitrice del Crystal Simorgh come miglior attrice al Festival Fajr;
  • Taraneh Alidousti, miglior attrice al Festival di Locarno e al festival Fajr;
  • Fatemeh Motamed Aria, vincitrice del Crystal Simorgh come miglior attrice al VII, X, XI e XII Festival Fajr;
  • Leila Hatami, miglior attrice al Festival di Montreal e al Festival di Locarno;
  • Niki Karimi, miglior attrice al Film Festival di Nantes.

Festival del cinema iraniano[modifica | modifica sorgente]

Nel 1966 viene creato a Teheran il primo festival cinematografico iraniano, il Festival Internazionale di Film per Bambini (Festival-e beyno’l-melali-ye filmha-ye kudakan va nowjavanan).

Nel 1969 viene inaugurato il festival Cinematografico Sepas.

Nel 1972 è organizzato il primo Festival Internazionale Cinematografico di Tehran (Jashnvare-ye jahani-ye film-e Tehran).

Nel 1983 la Fondazione Farabi (agenzia dipendente dal Ministero della Cultura e della Guida Islamica), crea il Festival Cinematografico Internazionale Fajr, che si svolge ogni anno nel mese di febbraio a Teheran. A questa manifestazione si recano giornalisti e critici provenienti da tutto il mondo, per vedere gli ultimi lavori dei registi affermati e per scoprire nuovi talenti. Il premio più ambito all’interno del Festival Fajr è il Crystal Simorgh.

Nel 1985 all’interno del Festival Cinematografico Internazionale Fajr, nasce il Festival Cinematografico Internazionale per Bambini e Ragazzi (diventato in seguito Festival Isfahan). Inizialmente il Festival Isfahan si svolge a Teheran, essendo parte del Festival Fajr e dal 1996 assume una propria identità, e comincia a svolgersi nella città di Kerman. Il premio più ambito all’interno del Festival Isfahan è la Farfalla d’Oro.

Premiazioni cinematografiche[modifica | modifica sorgente]

Il primo film Iraniano a vincere un titolo internazionale è Gav (La Vacca) di Dariyush Mehrjui, premiato con il Premio della Giuria Fipresci alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 1970.

Il primo regista che si afferma in Europa, dopo la Rivoluzione, è Abbas Kiarostami, al Festival di Locarno nel 1989. La prima retrospettiva europea sui suoi film è organizzata nel 1995 all’interno del festival svizzero.

Un altro regista ad affermarsi in Europa, in quegl’anni è Mohsen Makhmalbaf, che ottiene riconoscimenti a Cannes nel 1996 e, nello stesso anno, il Torino Film Festival organizza la prima retrospettiva sul suo cinema.

Premi vinti dai film iraniani dal 1963 al 2003:

  • 1963: La casa è nera, prodotto e diretto dalla poetessa Forough Farrokhzad: miglior documentario all’Oberhausen Film Festival.
  • 1966: Siyavosh a Persepoli, realizzato da Fereydun Rahnema: Premio Jean Epstein a Locarno.
  • 1970: La Vacca, di Dariyush Mehrjui: premio della Giuria Fipresci alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica a Venezia. L’imperatore, di Mas’ud Kimiyai: miglior lungometraggio al Festival Nazionale Iraniano del Cinema.
  • 1974: Il principe velato, di Bahman Farmanara: Primo Premio al Festival Internazionale Cinematografico di Teheran.
  • 1983: La missione, di Parviz Sayyad: Terzo Premio della Giuria a Locarno.
  • 1988: Oltre il fuoco, di Kiyanush ‘Ayyari: miglior film al VI Festival Fajr.
  • 1990: Hamun, diretto da Dariyush Mehrijui: miglior regia al VIII Festival Fajr. Figli del divorzio della regista Tahmineh Milani: miglior film al VIII Festival Fajr.
  • 1991: Ultimo atto, di Varuj Karim Masihi: vince nove premi tra cui, miglior film e miglior regia al IX Festival Fajr.
  • 1992: E la vita continua, di Abbas Kiarostami: Premio Rossellini al 45º Festival di Cannes.
  • 1994: Zeynat, di Ebrahim Mokhtari: nomination all’Oscar come miglior film straniero. Sotto gli ulivi, di Abbas Kiarostami: Premio Rossellini al 47º Festival di Cannes. La giara, di Ebrahim Foruzesh: Pardo d'Oro al Festival di Locarno.
  • 1995: Pari, di Dariyush Mehrijui: vari premi nei Festival Internazionali e al Festival di Fajr. Sotto gli ulivi, di Abbas Kiarostami: miglior film al Bergamo Film Meeting. Il palloncino bianco, di Jafar Panahi: Camera d’Or e Premio Fipresci per la Critica Internazionale a Cannes.
  • 1996: Gabbe, di Mohsen Makhmalbaf: miglior film straniero a Cannes e ottiene cinque premi al XIV Festival Fajr. Il viaggiatore del sud, di Parviz Shahbazi: Premio della Società Antifascista al Festival Karlovy Vary. Il padre, di Majidi Majidi: Gran Premio al IXV Festival Fajr, Premio della Giuria e il premio speciale della Giuria al festival di San Sebastian, premio Cicae e Premio Holden per la miglior sceneggiatura al 14º Festival Internazionale Cinema Giovani di Torino.
  • 1997: Lo specchio, di Jafar Panahi: Pardo d’Oro a Locarno. Figli del paradiso, di Majidi Majidi: primo posto al Minneapolis International Film Festival, al Singapore International Film Festival e al Montreal World Film Festival.
  • 1999: Il vento ci porterà via, di Abbas Kiarostami: Gran Premio della Giuria alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. La ragazza con le scarpe da tennis, di Rasul Sadr’Ameli: vince al 23º Festival Internazionale del Cinema del Cairo e al 29º Festival Internazionale di Roshd.
  • 2000: Il giorno in cui sono diventata donna, di Marzie Meshkini: premio UNESCO, Premio Cinema Avvenire e Premio Isvema alla 57ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Le figlie del sole, con la regia di Maryam Shahriyar: miglior lungometraggio al Montreal World Film Festival. La sposa del fuoco, di Khosrow Sinai: miglior lungometraggio al Locarno Film Festival. Lavagne, di Samira Makhmalbaf: Premio speciale della Giuria a Cannes. Il cerchio, di Jafar Panahi: Leone d’Oro come miglior film, Premio Fipresci e premio UNICEF alla 57ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il bambino e il soldato, di Seyyed Reza Mir Karimi: Premio Speciale della Giuria al 14º Festival cinematografico per Bambini di Esfahan. La pioggia, di Majidi Majidi: Gran Premio della Giuria Internazionale al Montreal Film Festival.
  • 2001: Sotto la pelle della città, di Rakhshan Bani Etemad: premio del pubblico “Achille Valada” come miglior lungometraggio e premio Cinema Avvenire come “miglior film del Concorso Lungometraggio” al 19° Torino Film Festival. Il voto è segreto, di Babak Payami: alla 58ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ottiene il premio speciale per la regia, il Neptac Award, il premio OCIC e ottiene il premio “Francesco Pasinetti” del sindacato nazionale giornalisti cinematografici. Gli ammaliatori, di Abolfazl Jallili: Premio Speciale della Giuria al Festival di Locarno. Al chiaro di luna, di Seyyed Reza Mir Karimi: Premio Primagaz durante la Settimana Internazionale della Critica al Festival di Cannes. Tormento, di Bahram Beyzai: miglior film per la giuria e per il pubblico al XIX Festival Fajr.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Giovanni Grazzini, Cinema ’91, Roma-Bari, Laterza & Figli, 1992, pp. 225-227.
  2. ^ Giulietta Fara e Oscar Cosulich, Future film festival, Bologna, Pendragon,2007, pp. 60-61
  3. ^ H. Naficy, Iranian cinema under the Islamic Republic, Il Cairo 1998, AUC-The American University in Cairo, pp. 229-246.
  4. ^ Hamid Algar, Islam and Revolution: Writings and Declarations of Imam Khomeini, Berkeley, Mirza Press, 1981, p. 258.
  5. ^ H. Naficy, Iranian cinema under the Islamic Republic, Il Cairo 1998, AUC-The American University in Cairo, pp. 229-246.
  6. ^ Irene Bignardi, Vita da donne in Iran, Repubblica, 30 marzo 1999
  7. ^ Marzia Gandolfi, Storie di donne invisibili nell’Iran degli anni cinquanta, marzo 2010

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Natalia L. Tornesello, Il cinema persiano, Roma, Jounce, 2003, pp. 52-53.84.
  • Andrew Burke e Mark Elliot, Iran, Torino , Lonely Planet-EDT srl, 2008, pp. 77-79.
  • Yoosef Ziaey, Iran storia e risorse, società e tradizioni, arte e cultura, religione , Bologna, Pendragon, 2000, pp. 82-8.

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