Australopithecus afarensis

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Progetto:Forme di vita/Come leggere il tassoboxCome leggere il tassobox
Australopithecus afarensis
Lucy Mexico.jpg
Replica dello scheletro di "Lucy"
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Phylum Chordata
Classe Mammalia
Superordine Euarchontoglires
(clade) Euarchonta
Ordine Primates
Famiglia Hominidae
Genere Australopithecus
Specie A. afarensis
Nomenclatura binomiale
Australopithecus afarensis

L'Australopithecus afarensis è una specie estinta di Ominidi del genere Australopithecus. La specie fu identificata a seguito di una serie di ritrovamenti di fossili nella regione di Afar in Etiopia da parte di Donald Johanson e della sua squadra, nella prima metà degli anni settanta.

Nel 1973 Donald Johanson rinvenne i resti del corpo di un Australopithecus - dal latino australis, "sud", e dal greco πίθηκος (pithekos= scimmia) - comprendenti parti di entrambe le gambe, inclusa un'articolazione, risalenti a 3,4 milioni di anni fa.[1][2][3] Originariamente sembrava che il fossile riguardasse un individuo giovane, ma successivamente si scoprì che si trattava di un adulto.

Lucy[modifica | modifica sorgente]

Ricostruzione dello scheletro di Lucy. Museo di storia naturale di Cleveland

Il 30 novembre del 1974, ad Afar in Etiopia, Yves Coppens, Donald Johanson, Maurice Taïeb e Tom Gray rinvennero i resti di un esemplare di femmina adulta dell'età apparente di 25 anni, vissuta almeno 3,2 milioni di anni fa. La chiamarono Lucy, in onore della canzone Lucy in the Sky with Diamonds dei Beatles, mentre in amarico è nota come Dinqinesh, che significa "Tu sei meravigliosa". Il suo nome in codice è A.L. 288.

I resti comprendevano il 40% dello scheletro. Particolarmente importanti l'osso pelvico, il femore e la tibia, perché la loro forma lascia pensare che questa specie fosse bipede.[4]

Era alta 1,07 metri, piuttosto piccola per la sua specie, e pesava probabilmente tra i 29 e i 45 kg. Questa piccola donna ha denti simili a quelli umani, ma il cranio è ancora scimmiesco, con una capacità cranica tra i 375 e i 500 cm3. Morì sulle rive di una palude, probabilmente di sfinimento, e fortunatamente nessun predatore ne sbranò i resti, disperdendone le membra, così che il corpo, sommerso dal fango, nel corso dei millenni si fossilizzò fino a diventare roccia. Dopo milioni di anni il suo scheletro è ritornato alla luce intatto e ci offre una preziosa testimonianza sulla costituzione fisica degli ominidi di quel periodo.

Pur essendo perfettamente adatta alla locomozione bipede, conduceva ancora una vita in parte arboricola. Si può pensare che salisse sugli alberi per cercare rifugio dai predatori o per trascorrere la notte. Era più piccola del maschio. Si pensa che avesse una vita sociale e vivesse in un gruppo formato da adulti e giovani.[5] I suoi denti erano adatti a un'alimentazione onnivora, basata sulla raccolta di vegetali e la cattura di insetti e lucertole[6]. Secondo altre fonti, mentre in passato si riteneva che la dieta degli Australopitecini gracili consistesse in parte di carne, anche sulla base dei ritrovamenti di accumuli di ossa, più di recente tali accumuli sono stati attribuiti all'attività di Homo habilis[7]. I loro grandi molari indicano che mangiavano cibi abbastanza duri, probabilmente erba o semi di cereali. Lo spessore dello smalto indica anch'esso che mangiavano cibi duri.[8][9][10][11][12][13][14]

Ritrovamenti successivi[modifica | modifica sorgente]

Ricostruzione di un Australopithecus afarensis

Nel 1975 fu fatto un altro ritrovamento più consistente. Si trattava di 13 individui differenti di tutte le età, risalenti ad almeno 3,2 milioni di anni e quindi "coevi" di Lucy. Le dimensioni di questi esemplari variavano considerevolmente, al punto tale da indurre alcuni scienziati a pensare che si trattasse di due o tre specie diverse. Donald Johanson, diversamente, sostenne che tutti i fossili appartenevano alla stessa specie, in cui il maschio è molto più grande della femmina. Altri invece pensavano che l'esemplare più grande appartenesse ad una primitiva specie di Homo habilis.

Una scoperta interessante venne fatta nel 1978 da Paul Abell a Laetoli in Tanzania. Il ricercatore scoprì due serie di impronte, più una terza su cui vi sono delle incertezze, risalenti ad almeno 3,7 milioni di anni. Le due coppie di orme presentavano delle differenze sostanziali nelle dimensioni, fatto che secondo alcuni ricercatori, confermerebbe lo spiccato dimorfismo sessuale esistente negli Australophitecus. La falcata ci indica un'altezza compresa tra il 1,2 m e 1,4 m.

Alcuni paleontologi assegnarono le orme di Laetoli all'Australopithecus afarensis. Tra questi vi furono Suwa e White, che partendo dalle ossa dei preumani di Hadar, ricostruirono un piede in scala e trovarono che si adattava perfettamente alle orme. Per altri due paleontologi, Tobias e Clarke, queste impronte erano compatibili con un piede il cui alluce era divaricato, simile a quello dell'Australopithecus africanus. Bisogna tener presente che il luogo in cui sono state rinvenute le orme è distante 1.500 km da Hadar.

La formazione di questo "fossile indiretto" ebbe origine dalla sovrapposizione di uno strato di cenere, formatosi dall'eruzione del vulcano Sadiman, su un terreno molto secco. Su questo agirono delle piogge molto fitte che conferirono alla superficie una straordinaria plasticità, necessaria affinché ne rimanesse il calco una volta calpestata. Sotto l'azione del sole il terreno subì un processo di essiccazione e solidificazione aumentato dalla presenza di carbonati nella polvere vulcanica.

Del 1991 è il ritrovamento di fossili riconducibili all'Australopithecus afarensis avvenuto in Etiopia ad opera di Bill Kimbel e Yoel Rak. La loro età è di tre milioni di anni. Si tratta di un teschio completo al 70% appartenente ad un grosso maschio adulto. Ad oggi è il più completo di questa specie. Il volume dell'endocranio è di 550 cm3, molto grande rispetto agli altri crani ritrovati. Questa differenza così marcata fornirebbe un'ulteriore prova del loro dimorfismo sessuale.

Selam[modifica | modifica sorgente]

Il cranio di Selam

Selam (DIK-1/1), che in amarico significa "pace", è il nome dato allo scheletro fossile di una giovane femmina di circa tre anni. Di Selam sono stati ritrovati numerosi reperti in buono stato di conservazione: il cranio quasi completo, il torso, le scapole e buona parte delle gambe.

Selam è stata scoperta il 10 dicembre 2000 dal paleoantropologo etiope Zeresenay Alemseged[15] del Max Planck Institute, presso il villaggio di Hadar sulle colline di Dikika, nella depressione dell'Afar in Etiopia, poco a sud del fiume Awash. Questa zona del nord-est dell'Etiopia è particolarmente ricca di fossili e il sito si trova a soli quattro chilometri dal luogo dove 26 anni prima era stata ritrovata Lucy, tanto che la stampa dell'epoca aveva subito soprannominato Selam come "la figlia di Lucy".

In realtà lo studio delle ceneri vulcaniche che ricoprivano i fossili ha permesso di datare i reperti tra 3,35 e 3,31 milioni di anni: Selam risale a circa 120.000 anni prima di Lucy, il che ne fa il più antico scheletro di infante di ominide finora ritrovato. Prima di Selam lo scheletro infantile più antico apparteneva a un uomo di Neanderthal (vissuto in Europa tra 130.000 e 30.000 anni fa) e per questo la scoperta di Selam è considerata di grande importanza tra i ricercatori.

Ricostruzione del viso di Selam

Il primo reperto ritrovato fu il cranio, mentre lo scheletro si trovava inglobato in sedimenti di gres che hanno richiesto cinque anni di lavoro per portarlo alla luce. Il suo buono stato di conservazione è legato al fatto che esso fu rapidamente ricoperto di sedimenti a causa di un'inondazione, il che ha permesso la sua conservazione per oltre tre milioni di anni. Non è ovviamente noto se Selam fosse già morta al momento del'inondazione.

L'annuncio della scoperta, frutto della collaborazione tra il Max Planck Institute e l'Università di Addis Abeba, fu dato il 20 settembre 2006 su Scientific American[16] e la descrizione il giorno seguente su Nature.[15]

Lo scheletro di Selam permette di confermare le conoscenze già acquisite relativamente alla locomozione bipede degli australopitechi: la conformazione delle spalle e delle dita mostra che Selam si arrampicava agilmente sugli alberi per raccoglierne i frutti e si spostava prevalentemente su di essi, mentre quella del ginocchio le permetteva di camminare in posizione eretta[16], anche se non di correre. Questo tipo di locomozione "mista" era ben adattato all'ambiente dell'epoca, fatto di foreste e praterie, ma anche ricco di paludi come dimostrano i ritrovamenti di fossili di coccodrilli e ippopotami.

Conferma della posizione eretta[modifica | modifica sorgente]

Nel 2011 Carol Ward (Università del Missouri), Donald Johanson e William Kimbel (Università dell'Arizona) annunciarono con un articolo sulla rivista Science[17] il ritrovamento ancora presso Hadar di un osso completo del quarto metatarso del piede appartenuto ad un Australopithecus afarensis, databile attorno ai 3,2 milioni di anni, la stessa datazione dello scheletro di Lucy. La sua conformazione ad arco, simile al corrispondente osso del piede umano, è compatibile con la deambulazione in posizione eretta, perché conferisce al piede elasticità sufficiente almeno a camminare a grandi falcate.

Il ritrovamento conferma l'ipotesi che gli Afarensis fossero parzialmente dei bipedi terrestri circa 1,2 milioni di anni prima del'Homo erectus.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Johanson, D.C. & Maitland, A.E.., Lucy: The Beginning of Humankind, St Albans, Granada, 1981, pp. 283–297. ISBN 0-586-08437-1.
  2. ^ Johanson, D.C., Lucy (Australopithecus afarensis) in Michael Ruse & Joseph Travis, Evolution: The First Four Billion Years, Cambridge, Massachusetts, The Belknap Press of Harvard University Press, 2009, pp. 693–697. ISBN 978-0-674-03175-3.
  3. ^ Wood, B.A., Evolution of australopithecines in Jones, S., Martin, R., & Pilbeam, D., The Cambridge Encyclopedia of Human Evolution, Cambridge, U.K., Cambridge University Press, 1994, p. 234. ISBN 0-521-32370-3. anche ISBN 0-521-46786-1 (paperback)
  4. ^ Lovejoy, C.O., Evolution of Human walking in Scientific American., vol. 259, n. 5, 1988, pp. 82–89.
  5. ^ Wood, B.A.(1994) p.239
  6. ^ Alberto Salza, Evoluzione dell'Uomo, Giunti Editore, 1986. ISBN 88-09-21336-X. , pagina 26.
  7. ^ BUNN H. T. & J. A. EZZO 1993. Hunting and scavenging by Plio-Pleistocene Hominids: Nutritional constraints, archaeological patterns, and behavioural implications. J. Archaeol. Sci. 20 (4): 365-398.
  8. ^ VRBA E. S. 1975. Some evidence of chronology and palaeoecology of Sterkfontein, Swartkrans and Kromdraai from the fossil Bovidae. Nature 254 (5498): 301-304.
  9. ^ VRBA E. S. 1985. Ecological and adaptive changes associated with early hominid evolution. Pp. 63-71 in: F. Delson (ed.), Ancestors: the hard evidence, Proceedings of the Symposium held at the American Museum of Natural History, April 6-10, 1984, to mark the opening of the exhibition "Ancestors: Four million years of humanity", Alan R. Liss, New York, xii+366 pp.
  10. ^ GRINE F. E. 1981. Trophic differences between 'gracile' and 'robust' australopithecines: a scanning electron microscope analysis of occlusal events. South Afr. J. Sci. 77 (5): 203-230
  11. ^ LUCAS P. W., R. T. CORLETT & D. A. LUKE 1985. Plio-Pleistocene Hominid diets: an approach combining masticatory and ecological analysis. J. Human Evolution 14 (2): 187-202.
  12. ^ LUCAS P. W., R. T. CORLETT & D. A. LUKE 1986b. A new approach to postcanine tooth size applied to Plio-Pleistocene hominids. Pp. 191-201 in: J. G. Else & P. C. Lee (eds.), Primate ecology and conservation, Vol. 1, Cambridge University Press, Cambridge, xiii+393 pp.
  13. ^ PILBEAM D. & S. J. GOULD 1974. Size and scaling in human evolution. Science 186 (4167): 892-901
  14. ^ PICQ P. 1990. Le régime alimentaire d'Australopithecus afarensis: un essai de réconstitution. C. R. Acad. Sci. Paris (2) 311 (6): 725-730.
  15. ^ a b Zeresenay Alemseged, Fred Spoor, William Kimbel, René Bobe, Denis Geraads, Denné Reed, Jonathan G. Wynn, A juvenile early hominin skeleton from Dikika, Ethiopia in Nature vol. 443, 21 settembre 2006, pp. 296-301. URL consultato il 20 febbraio 2011.
  16. ^ a b Kate Wong, Lucy's Baby: An extraordinary new human fossil comes to light in Scientific American, 20 settembre 2006.
  17. ^ (EN) Carol V. Ward1, William H. Kimbel, Donald C. Johanson, Complete Fourth Metatarsal and Arches in the Foot of Australopithecus afarensis in Science vol. 331, 11 febbraio 2011, pp. 750-753. URL consultato il 20 febbraio 2011.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]