Australopithecus africanus

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Australopithecus africanus
Stato di conservazione: Fossile
MEH Australopithecus africanus 29-04-2012 11-32-46 2592x3888.JPG
Australopithecus africanus (ricostruzione)
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Phylum Chordata
Classe Mammalia
Superordine Euarchontoglires
(clade) Euarchonta
Ordine Primates
Famiglia Hominidae
Genere Australopithecus
Specie A. africanus
Nomenclatura binomiale
Australopithecus africanus

L'Australopithecus africanus è una specie di ominidi del genere Australopithecus vissuta tra due e tre milioni di anni fa nel Pliocene.[1]

I reperti fossili indicano che l'A. africanus era decisamente più moderno dell'Australopithecus afarensis, con un cranio di forma più vicina a quella umana, il che permetteva un cervello più grande e un aspetto facciale più umanoide.[senza fonte]

Reperti fossili sono stati trovati in Sudafrica a Taung (1924), Sterkfontein (1935), Makapansgat (1948) e Gladysvale (1992).[2]

Ritrovamenti[modifica | modifica sorgente]

Il teschio di "Mrs. Ples", il primo esemplare adulto di Australopithecus africanus scoperto. Museo del Transvaal, Pretoria

Molto prima che Donald Johanson e Meave Leakey incominciassero la loro opera di paleoantropologi in Africa, Raymond Dart e Robert Broom avevano scoperto la specie di ominidi nota come Australopithecus africanus.

La prima scoperta fu fatta nel 1924 a Taung in Sudafrica. Il "Bambino di Taung" era un cranio fossile completo di mascelle e di denti. L'età di questo fossile venne stimata tra i 2 e i 3 milioni di anni. I denti dimostrano che si tratta di un bambino di 5 o 6 anni, ma considerando che gli umani maturano meno velocemente forse ne aveva soltanto 3. Il volume del cervello era di 410 cc, e da adulto poteva arrivare ad un volume di 440 cc. Il suo cranio era molto arrotondato mentre i canini erano piccoli, distinguendosi dalle scimmie. La posizione più avanzata del foro occipitale, che nelle scimmie è situato dietro la testa, fece supporre Raymond Dart che questa specie fosse bipede.
Nonostante la fama raggiunta dalla scoperta, la sua interpretazione venne rifiutata dalla comunità scientifica fino alla metà degli anni quaranta, quando vennero scoperti fossili simili.[3]

Australopithecus africanus

Nel 1936 Robert Broom rinvenne a Sterkfontein il secondo fossile di questa specie. La scoperta consisteva in parte delle ossa del volto, della mascella superiore e frammenti della scatola cranica. Questo esemplare prima di essere riconosciuto come Australopithecus africanus venne chiamato Plesianthropus transvaalensis ossia "prossimo all'uomo", in maniera informale "Mrs. Ples".

L'opera di ricerca di Robert Broom a Sterkfontein continuò e nel 1947 scoprì Mrs Ples, che a dispetto del nome era un maschio adulto, risalente a 2.5 milioni di anni. Il teschio ritrovato era in buone condizioni ed il volume del cervello era di 485 cc. Nello stesso anno Robert Broom e J.T. Robinson trovarono una colonna vertebrale quasi completa, l'osso pelvico, diversi frammenti di costole, e parte di un femore di un esemplare adulto di femmina molto piccolo (un esempio di dimorfismo sessuale), datati 2,5 milioni di anni. L'osso pelvico è più allungato rispetto a quello delle scimmie, costituendo un'altra prova del bipedismo di queste specie. Lee Berger, si è convinto studiando l'articolazione del ginocchio che l'andatura di A. africanus era più vicina al modello delle scimmie antropomorfe di quanto non lo fosse quella di Lucy e così ha respinto l'idea secondo la quale l'Australopithecus afarensis avrebbe dato origine all'A. africanus.

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

  • Nel settembre 2004 l'Australopithecus africanus si è piazzato al 95º posto nella classifica finale dello show della TV sudafricana 100 Greatest South Africans of all time. Classifica vinta da Nelson Mandela.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Human Ancestors Hall: Tree
  2. ^ Australopithecus africanus
  3. ^ Brain, C.K. Raymond Dart and our African Origins, in A Century of Nature: Twenty-One Discoveries that Changed Science and the World, Laura Garwin and Tim Lincoln, eds.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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