Al-Jāḥiẓ

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Al-Jāḥiẓ (in arabo: الجاحظ) (laqab di Abū ʿUthmān ʿAmr ibn Bahr al-Kinānī al-Fuqaymī al-Basrī; Bassora, 781 circa – dicembre 868 o gennaio 869) è stato un celebre erudito arabo, che si ritiene fosse di stirpe afro-arabica o proveniente dall'Africa orientale.[1][2].

Fu scrittore di opere in prosa in lingua araba e autore di testi di letteratura araba, biologia e zoologia, storia, filosofia islamica, psicologia islamica, teologia mutazilita e polemista politico-religioso.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

La giovinezza[modifica | modifica wikitesto]

Non si sa molto della prima parte della vita di al-Jāhiz, ma sicuramente proveniva da una famiglia molto povera. Per aiutarla era solito vendere pesce lungo uno dei canali di Basra. Tuttavia, nonostante le difficoltà economiche, continuò a cercare di raggiungere un buon livello di istruzione. Si incontrava con un gruppo di giovani presso la moschea di Basra per discutere di vari argomenti scientifici. Assistette inoltre a diverse letture tenute da eruditi su argomenti filologici, lessicografici e poetici.

La formazione[modifica | modifica wikitesto]

Al-Jāhiz continuò i propri studi e, nei successivi venticinque anni, diventò esperto di poesia araba, filologia araba, storia dell'Arabia e della Persia prima dell'avvento dell'Islam, oltre ad aver studiato il Corano e i hadith. Lesse anche testi tradotti di filosofia greca ed ellenistica, soffermandosi soprattutto su quelli di Aristotele. I suoi studi furono facilitati dal fatto che il Califfato abbaside attraversava un momento di forti cambiamenti culturali e intellettuali. I libri erano diventati più facilmente disponibili e questo, naturalmente, agevolava la possibilità di leggere e studiare.

La carriera[modifica | modifica wikitesto]

Mentre si trovava ancora a Basra, al-Jāhiz scrisse un testo che parlava dell'istituzione del Califfato. Si dice che tale testo abbia rappresentato l'inizio della sua carriera di scrittore, che sarebbe poi diventata la sua professione. La leggenda vuole che sua madre una volta gli avesse donato un vassoio ricolmo di quaderni, dicendogli che si sarebbe guadagnato da vivere per mezzo della scrittura. A partire da quel momento scrisse duecento libri sugli argomenti più vari. Il numero effettivo è incerto, ma ne sono giunti fino a noi una trentina.

Il trasferimento a Baghdad[modifica | modifica wikitesto]

Nell'816 si trasferì a Baghdad, all'epoca la capitale del Califfato arabo-islamico, dal momento che il Califfo abbaside al-Ma'mun favoriva scienziati e studiosi e aveva appena fondato la Casa della Sapienza. Grazie al sostegno del Califfo, al-Jāhiz poté soddisfare il proprio desiderio di raggiungere un uditorio più vasto e farsi riconoscere come ‘ālim, e si stabilì quindi a Baghdad (e in seguito a Samarra), dove scrisse gran parte dei suoi trattati. Il Califfo al-Ma'mun voleva che al-Jahiz diventasse l'insegnante dei suoi figli, ma poi finì per cambiare idea quando i bambini si spaventarono per la severità del suo sguardo (جاحظ العينين, "jāhiz al-‘ayni"), e si dice che fu in questa occasione che gli venne affibbiato il suo soprannome, anche se in realtà prevale l'ipotesi che esso gli derivasse dall'avere occhi sporgenti.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Kitāb al-Hayawān (Libro degli animali)[modifica | modifica wikitesto]

Il Kitāb al-Hayawān è un'enciclopedia in sette volumi di aneddoti, descrizioni poetiche e proverbi che descrivono più di 350 specie animali, oltre a una serie di altri esseri (anche fantasiosi ma comunque accettati dalla tradizione islamica) come i jinn. È considerata l'opera più importante di al-Jāhiz.

Nel suo Bestiario, al-Jāhiz per primo fa congetture sull'influenza dell'ambiente naturale sugli animali, sviluppando una sorta di antica teoria dell'evoluzione. Al-Jāhiz valuta l'importanza che l'ambiente ha sulla probabilità di un animale di sopravvivere, e per primo descrive la lotta per la sopravvivenza[3], teoria annata di quella della selezione naturale[4]. Le idee che Al-Jāhiz esprime riguardo alla lotta per l'esistenza sono riassumibili in questo modo:

« Gli animali si scontrano in una lotta per l'esistenza; per le risorse, per evitare di essere mangiati e per riprodursi. I fattori ambientali spingono gli organismi viventi a sviluppare nuove caratteristiche per assicurarsi la sopravvivenza, e questo li trasforma in nuove specie. Gli animali che sopravvivono e si riproducono trasmettono le loro caratteristiche di successo alla discendenza. »
(Gary Dargan[5])

Al-Jāhiz fu anche il primo a parlare di catena alimentare e ne scrisse questo esempio:

« Le zanzare escono in cerca di cibo perché sanno per istinto che il sangue è ciò che le mantiene in vita. Non appena vedono un elefante, un ippopotamo o un qualsiasi altro animale, sanno che la loro pelle è stata creata per servire loro da cibo; e posandosi su di essa, pungono con la loro proboscide, certe che sia abbastanza lunga per raggiungere il sangue che desiderano succhiare. A loro volta le mosche, anche se si nutrono di molte cose diverse, principalmente danno la caccia alla zanzare... In breve, tutti gli animali, non possono vivere senza cibo, e anche l'animale da preda deve evitare di essere cacciato a sua volta. »
(Al-Jahiz[6])

Fu anche uno dei primi sostenitori del determinismo ambientale e spiegò che l'ambiente può determinare le caratteristiche fisiche degli appartenenti a una certa comunità. Si servì delle proprie teorie sulla selezione naturale e sul determinismo ambientale per spiegare l'origine dei diversi colori della pelle della specie umana, in particolare della pelle nera, che credeva essere frutto dell'ambiente. Citò una regione del Najd settentrionale ricca di pietre di basalto nero, come sostegno alla propria tesi:

« È così strano che le sue gazzelle e i suoi struzzi, i suoi insetti e le sue mosche, le sue pecore, volpi e somari, i suoi cavalli e i suoi uccelli siano tutti neri. L'essere nero e l'essere bianco di fatto sono provocati dal terreno della zona, così come dalla natura delle acque e del suolo voluti da Dio e dalla vicinanza o lontananza del sole e dall'intensità o dalla dolcezza del suo calore. »
(Al-Jahiz[7])

Nell'XI secolo al-Khatīb al-Baghdādī accusò al-Jāhiz di aver copiato parti del suo lavoro dal Kitāb al-Hayawān di Aristotele[8], ma gli studiosi contemporanei hanno notato che nell'opera di al-Jāhiz l'influenza di Aristotele è presente in maniera piuttosto limitata e che al-Khatīb al-Baghdādī potrebbe non aver conosciuto a fondo le opere di Aristotele sulla materia[9]. In particolare, non si ravvisa alcun precedente in Aristotele in teorie di al-Jahiz, come la selezione naturale, il determinismo ambientale e la catena alimentare.

Kitāb al-Bukhalāʾ (Il libro degli avari)[modifica | modifica wikitesto]

Si tratta di una raccolta di racconti aventi come tema l'avarizia. Il testo, a carattere umoristico e satirico, è il miglior esempio della prosa di al-Jāhiz. È un'arguta analisi della psicologia umana. Jāhiz ridicolizza insegnanti, mendicanti, cantanti e scribi per il loro comportamento dettato dall'avarizia. Tuttora diverse di queste storie continuano ad essere ristampate su riviste in tutto il mondo arabo. Il libro è considerato uno dei migliori di al-Jāhiz.

Kitāb al-Bayān wa al-Tabyīn (Il libro dell'eloquenza e della dimostrazione)[modifica | modifica wikitesto]

Al-Jāhiz è considerato uno dei più prolifici scrittori di tutti i tempi, giacché si crede che nel corso della sua vita abbia scritto circa 360 libri. Al-bayān wa al-tabyīn, che letteralmente significa eloquenza e dimostrazione è uno dei suoi ultimi lavori, nel quale affronta diversi argomenti, come rivelazioni, discorsi retorici, capi di sette religiose e principi, oltre a mettere in ridicolo gli sciocchi e i pazzi. In questo libro inoltre affronta le similitudini e le convergenze tra l'abilità nell'uso del linguaggio e l'eloquenza, tra l'arte del silenzio e quella della poesia.

Kitāb Mufākharat al-Jawārī wa l-Ghilmān (Il libro delle lodi sulle concubine e gli efebi )[modifica | modifica wikitesto]

In lingua araba la parola jawārī è il plurale di jāriya, che significa serva, ma nell'accezione che al giorno d'oggi indicherebbe una concubina o un'amante. Esistevano due generi di servitrici: la jāriya - colei che gestisce la casa e sbriga le faccende quotidiane - era il primo tipo. Il secondo tipo veniva invece chiamato qina. Si trattava di una jāriya abile nel canto, capacità che ne aumentava il valore di mercato rispetto alle altre. Questo particolare tipo di schiava poteva valere grosse somme, di conseguenza divennero sostanzialmente un lusso che potevano permettersi solo principi o ricchi mercanti.

L'altra parola del titolo, ghilmān, è il plurale di ghulām, che potrebbe tradursi con "paggio", "eunuco" o "efebo". Secondo la maggior parte degli studiosi, questo testo è un libro che esprime una sfrenata sensualità, e per mezzo del quale al-Jāhiz affascina il lettore con racconti erotici che rivelano come veniva percepita la sessualità alla sua epoca.

Risālat mufākharat al-sūdān ʿalā al-baydān (La superiorità dei neri sui bianchi)[modifica | modifica wikitesto]

Al-Jāhiz, riguardo alle persone di pelle nera scrisse:

« Noi (Etiopi in questo caso), abbiamo conquistato la terra degli Arabi fino alla Mecca e l'abbiamo governata. Abbiamo sconfitto Dhu Nuwas (il Re ebraizzato dello Yemen) e ucciso tutti i principi Himyariti, mentre voi, gente bianca, non avete mai conquistato il nostro paese. Il nostro popolo, gli Zenj, si è ribellato quaranta volte sull'Eufrate, scacciando gli abitanti dalle loro case e inondando Ubulla di sangue... I neri sono più forti fisicamente di qualsiasi altro popolo. Uno solo di loro può sollevare pietre e portare carichi così pesanti che non sarebbero capaci di farlo molti bianchi messi assieme. [...] Sono coraggiosi, forti, e generosi, come testimonia la loro nobiltà e la loro generale mancanza di cattiveria. [...] I neri dicono agli arabi Una delle prove della vostra barbarie è che quando eravate pagani ci consideravate uguali a voi e lo stesso facevate con le donne della vostra razza. Dopo la conversione all'Islam, invece, avete preso a pensarla in modo diverso. Malgrado questo i deserti sono pieni di nostri uomini che hanno sposato le vostre donne e che sono diventati capi e vi hanno difeso dai nemici. »
(Al-Jahiz[10])

Altre opere[modifica | modifica wikitesto]

Al-Jāhiz scrisse i primi testi di psicologia sociale e animale, oltre ad un certo numero di opere che parlano dell'organizzazione sociale delle formiche e del modo di comunicare degli animali[11].

La morte[modifica | modifica wikitesto]

Dopo aver trascorso più di cinquant'anni a Baghdad, al-Jāhiz tornò a Basra, dove morì nell'869. Non si conosce con precisione la causa della sua morte, ma la leggenda popolare dice che sia stato vittima di un curioso incidente: i libri che riempivano la sua biblioteca privata un giorno crollarono giù e finirono per schiacciarlo, uccidendolo. Aveva 93 anni. Un'altra versione della storia della sua morte dice che si sia invece ammalato e sia morto nel mese di Muharram[2].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ James E. Lindsay, Daily Life in the Medieval Islamic World (2005), p. 72.
  2. ^ a b Al-Jahiz: INTRODUCTION." Classical and Medieval Literature Criticism. Ed. Daniel G. Marowski. Vol. 25. Gale Group, Inc., 1998. eNotes.com. 2006. 13 settembre 2007
  3. ^ Conway Zirkle (1941). Natural Selection before the "Origin of Species", Proceedings of the American Philosophical Society 84 (1), p. 71-123.
  4. ^ Mehmet Bayrakdar (Third Quarter, 1983). "Al-Jahiz and the Rise of Biological Evolutionism", The Islamic Quarterly. Londra. [1]
  5. ^ Gary Dargan, Intelligent Design, Encounter, ABC.
  6. ^ Frank N. Egerton, "A History of the Ecological Sciences, Part 6: Arabic Language Science - Origins and Zoological", Bulletin of the Ecological Society of America, aprile 2002: 142-146 [143]
  7. ^ Lawrence I. Conrad (1982), "Taun and Waba: Conceptions of Plague and Pestilence in Early Islam", Journal of the Economic and Social History of the Orient 25 (3), pp. 268-307 [278].
  8. ^ Peters, F. E., Aristotle and the Arabs: The Aristotelian Tradition in Islam, New York University Press, NY, 1968.
  9. ^ J. N. Mattock (1971). "Aristotle and the Arabs: The Aristotelian Tradition in Islam by F. E. Peters", Bulletin of the School of Oriental and African Studies, University of London 34 (1), p. 147-148.
  10. ^ Yosef A.A. Ben-Jochannan (1991), African Origins of Major Western Religions, p. 231, 238. Black Classic Press, ISBN 0-933121-29-6.
  11. ^ Amber Haque (2004), "Psychology from Islamic Perspective: Contributions of Early Muslim Scholars and Challenges to Contemporary Muslim Psychologists", Journal of Religion and Health 43 (4): 357-377 [376].

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