Adolfo Infante

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Adolfo Infante (Mantova, 18911971) è stato un militare italiano.

Indice

[modifica] Biografia

Figlio di un ufficiale di artiglieria (nativo di Martina Franca, all'epoca in provincia di Lecce), suo fratello era Mario Infante, colonnello pilota e meteorologo al seguito del maresciallo dell'aria Italo Balbo. Dal 1935 al 1937 fu comandante del 10º Reggimento fanteria, mentre a partire dal 1937 ricoprì la carica prima di capo di stato maggiore del XX Corpo d'armata (stanziato in Libia), poi quella di capo di stato maggiore della 1ª Armata e quindi di addetto militare presso l'ambasciata italiana di Washington. Dal 1941 al 1942 fu primo aiutante di campo generale del re d’Italia Vittorio Emanuele III, mentre nel 1942 fu comandante della 132ª divisione corazzata Ariete, dislocata in Libia ed impegnata nella campagna del Nordafrica.

Nel 1943 fu trasferito al comando della 24ª Divisione fanteria "Pinerolo", dislocata in Grecia nella regione della Tessaglia come forza di occupazione. L'8 settembre 1943 le truppe italiane furono informate dell'avvenuto armistizio con le forze Alleate: nel giro di pochi giorni la maggior parte dei reparti italiani dislocati in Grecia furono disarmati ed internati dalle truppe tedesche. Una delle poche eccezioni fu la divisione "Pinerolo": il 12 settembre, anche grazie alla mediazione della missione militare britannica, Infante riuscì a stipulare un accordo di collaborazione con i partigiani greci dell'ELAS, ed a partire dal 15 settembre almeno 8.000 uomini della divisione si rifugiarono sulle montagne della regione del Pindo[1]. I reparti della "Pinerolo" furono riorganizzati nel reggimento TIMO ("Truppe Italiane Macedonia Orientale"), venendo inizialmente impegnati in alcune operazioni contro i tedeschi; a partire dalla fine di ottobre, tuttavia, i reparti italiani furono progressivamente privati dell'armamento da parte dei partigiani greci ed internati in appositi campi di prigionia a Grevenà, Neraida e Karpenision, in condizioni detentive piuttosto critiche che provocarono la morte di alcune migliaia di italiani[2]. Infante protestò duramente con la missione britannica per il trattamento dei militari italiani, ma ottenne solo che i britannici si facessero carico dell'approvvigionamento degli internati e che piccoli contingenti italiani venissero impiegati in limitate operazioni di sabotaggio[3].

Il buon comportamento di Infante in Grecia impressionò favorevolmente i britannici, che nel giugno del 1944 lo rimpatriarono in Italia perché assumesse la carica di sottocapo di Stato Maggiore Generale[4]; fu fatto anche primo aiutante di campo generale del principe ereditario Umberto II di Savoia, allora luogotenente generale del Regno d’Italia. Dopo la guerra ricoprì la carica di addetto militare a Londra. Dopo la fine del conflitto l'Ufficio Nazionale Ellenico per i Crimini di Guerra inserì il Gen. Infante in diverse liste di criminali di guerra di cui intendeva chiedere l'estradizione all'Italia per processarli in Grecia. Tra le altre accuse si attribuiva ad Infante la responsabilità per l'uccisione di 35 civili nel villaggio di Almyros, in Tessaglia[5]. La richiesta fu lasciata cadere, insieme a tutte quelle nei confronti degli italiani, nel 1948. Nell'aprile di quell'anno la Grecia rinunciò con un accordo segreto a perseguire gli italiani accusati di crimini di guerra in Grecia.

La città di Avezzano, in provincia dell'Aquila, gli ha dedicato una via.

[modifica] Note

  1. ^ Caruso 2005, p. 60.
  2. ^ La Divisione Pinerolo in anpi.it. URL consultato in data 30 luglio 2011.
  3. ^ Caruso 2005, pp. 118 - 120.
  4. ^ Caruso 2005, p. 176.
  5. ^ Cfr. la scheda dell'Ufficio Nazionale Ellenico per i Crimini di Guerra conservata in copia in Archivio della Camera dei Deputati, Commissione parlamentare d'inchiesta sulle cause dell'occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, 82 (UNWCC), b. 11. Notizie sulla strage di Almyros, senza indicazione dei responsabili, in I mavri biblos tis katochis - Schwarzbuch der Besatzung, a cura di Manolis Glesos, Atene 2006, p. 70.

[modifica] Bibliografia

  • Alfonso Bartolini, Storia della resistenza italiana all'estero.
  • Alfio Caruso, In cerca di una patria, TEA, 2005. ISBN 978-88-502-1378-8
  • Filippo Stefani, La storia della dottrina e degli ordinamenti dell'Esercito italiano: T.1. Da Vittorio Veneto alla 2ª. guerra mondiale - Esercito, Corpo di stato maggiore, Ufficio storico.

[modifica] Voci correlate

[modifica] Collegamenti esterni

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