Stefano Lecapeno

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search
Stefano Lecapeno
Romanos I with co-emperors, miliaresion, 931-944 AD.jpg
Un miliaresion databile dal 931 al 944, recante sul dritto il busto di Romano I Lecapeno all'interno di una croce e sul rovescio i nomi di Romano I e dei suoi co-imperatori: Costantino VII Porfirogenito, Stefano Lecapeno e Costantino Lecapeno.
Basileus dei Romei
In carica dicembre 924 - gennaio 945
Casa reale Lecapeni
Padre Romano I Lecapeno
Madre Teodora
Consorte Anna
Religione Cristianesimo ortodosso di rito bizantino

Stefano Lecapeno (in greco antico: Στέφανος Λακαπηνός, Stefanos Lakapēnos; Costantinopoli, ... – Lesbo, 18 aprile 963) è stato un imperatore bizantino che regnò dal 924 al 945, anno della sua deposizione, come co-imperatore assieme al padre, che regnò dal 920 al 944, ai fratelli Cristoforo e Costantino e al legittimo imperatore Costantino VII Porfirogenito, che regnò dal 913 al 959. All'inizio del 945, poche settimane dopo che, assieme al fratello Costantino, aveva deposto suo padre Romano I, egli fu a sua volta deposto dall’imperatore Costantino VII, che cavalcò l'onda del malcontento popolare derivante dalla deposizione di Romano I, e fu esiliato nell'isola di Lesbo, dove morì la domenica di Pasqua del 963.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Famiglia[modifica | modifica wikitesto]

Stefano era il terzo figlio di Romano Lecapeno, nonché il secondo dei suoi figli maschi. Per quanto riguarda i suoi parenti legittimi, aveva dunque una sorella più grande, Elena, e una più piccola, Agata, e tre fratelli, uno più grande, Cristoforo, e due più piccoli, Costantino e Teofilatto; a questi vanno aggiunti poi Basilio, figlio illegittimo di Romano I, e altre due sue sorelle di cui però non è noto il nome ma la cui esistenza ci è nota solo in virtù dei matrimoni che contrassero, una con Romano Mosele e una con Romano Saronite, maestro del palazzo.[1]

Regno[modifica | modifica wikitesto]

Quando, nel 919, Romano riuscì a far sposare la propria figlia maggiore, Elena, al giovane imperatore Costantino VII Porfirogenito, allora solo quattordicenne, egli assunse il ruolo di guardiano dell'imperatore, proclamandosi basileopatore, e fece sì che il figlio maggiore, Cristoforo, gli succedesse nella carica di megas hetaireiarches, ossia di comandante delle guardie di palazzo. Nel dicembre 920, Romano riuscì a farsi incoronare co-imperatore, finendo per sopravanzare il genero, Costantino VII, in quanto co-imperatore più anziano, e, per consolidare ancor di più la sua posizione, nonché per far sì che la sua famiglia sopravanzasse la dinastia dei Macedoni, legittima detentrice del trono, incoronò co-imperatore anche suo figlio Cristoforo il 20 maggio 921, mentre Stefano e Costantino furono proclamati co-imperatori il 25 dicembre 924. Inoltre, quando la moglie Teodora morì, nel febbraio 922, Romano elevò sua nuora Sofia, moglie di Cristoforo, al titolo di Augusta dell'impero, al pari della figlia Elena.[2]

A seguito della prematura scomparsa del fratello Cristoforo, avvenuta nel 931, e data l'emarginazione de facto di Costantino VII, Stefano e Costantino videro aumentare sempre più il loro potere, sebbene formalmente essi venissero ancora, nella gerarchia imperiale, dopo loro cognato. Nel 933 Stefano sposò Anna, figlia di un certo Gabalas, la quale, nel corso della stessa cerimonia fu proclamata anche Augusta dell’Impero.[3] Secondo le cronache, la coppia ebbe un solo figlio, che fu chiamato Romano e che, secondo il cronista dell'XI secolo Giorgio Cedreno, fu castrato nel 945, dopo la perdita del potere da parte dei Lecapeni, così che non potesse aver pretese al treno, diventando poi un sebastoforo e raggiungendo così una delle più alte cariche di corte riservate agli eunuchi.

Stefano e Costantino vennero alla ribalta nel 943, quando si opposero al matrimonio combinato di loro nipote, Romano II, figlio di loro sorella Elena e di Costantino VII. Loro padre, Romano I, voleva che il nipote prendesse in moglie Eufrosina, figlia del famoso generale Giovanni Curcuas, poiché tale unione avrebbe garantito alla famiglia dei Lecapeni la lealtà dell'esercito. Tuttavia, Stefano e Costantino pensavano che tale matrimonio avrebbe rafforzato la posizione della linea dinastica dei Macedoni, rappresentata da Romano II e da suo padre Costantino VII, a discapito di quella dei figli di Romano I, ossia della loro. I due, quindi, si opposero alla decisione del padre, peraltro ormai vecchio e malato da tempo, e lo convinsero invece a disfarsi di Curcuas nell'autunno del 944. Romano II, infine, prese per moglie Berta, figlia illegittima di Ugo di Provenza, Re d'Italia, la quale dopo il matrimonio cambiò nome in Eudochia.[4]

Con Romano I ormai prossimo alla morte, per Stefano e Costantino il problema della successione al trono divenne urgente, poiché nel 943 lo stesso Romano aveva redatto un testamento che avrebbe lasciato a Costantino VII il ruolo di co-imperatore più importante dopo la sua morte. Temendo che, una volta salito al potere, il cognato li avrebbe deposti e obbligati a intraprendere un percorso monastico, i due, motivati anche da una genuina ambizione, iniziarono a progettare un colpo di Stato; dei due, sembra che Stefano fosse quello più propenso a questa soluzione, mentre Costantino sarebbe stato più riluttante. Ai due fratelli si unirono diversi altri cospiratori, tra i quali Mariano Argiro, il protospatario Basile Peteino e gli strategos Diogene, Clado e Filippo. Il 20 dicembre 944, dunque, i congiurati misero in atto il loro piano. I due fratelli fecero entrare i propri uomini nel Grande Palazzo di Costantinopoli durante la pausa delle attività di palazzo che si aveva in corrispondenza del pranzo, li fecero entrare nelle stanze del padre e in poco tempo riuscirono a rapire l'uomo e a trasportarlo in un vicino porto, da cui, infine, lo portarono sull'isola di Porti, oggi conosciuta come Kınalıada, una delle isole dei Principi, che avevano eletto a luogo d'esilio per il padre. Qui, Romano I acconsentì a prendere i voti monastici e a rinunciare al trono, ritirandosi a vita privata.[4]

Dopo essere riusciti senza troppi problemi a deporre il padre, a Stefano e Costantino non rimase che vedersela con Costantino VII. Sfortunatamente per loro, però, la voce del rapimento e dell'esilio di Romano I e del fatto che la vita di Costantino VII fosse in pericolo si sparse rapidamente tra il popolo, e così ben presto una nutrita folla si radunò al palazzo chiedendo di vedere il proprio imperatore in persona. Secondo lo storico longobardo Liutprando di Cremona, contemporaneo dei fatti, a Costantinopoli erano presenti anche gli ambasciatori e i diplomatici di Amalfi, Gaeta, Roma e Provenza, tutti quanti schierati a favore di Costantino VII. Di fatto, Stefano e Costantino non poterono che soccombere all'inevitabile, riconoscendo il cognato come primo tra i co-imperatori.

Il nuovo triumvirato che si venne a creare durò all'incirca 40 giorni. I tre imperatori nominarono ben presto nuovi comandanti per i vari reparti militari, così Barda Foca il Vecchio divenne Domestico delle Scole mentre Costantino Gongile divenne capo della marina militare bizantina e, dal canto loro, Stefano e il fratello riuscirono a ricompensare i propri compagni di congiura, così, tra gli altri, Peteino divenne patrikios e Grande Etariarca, mentre Argiro fu nominato comes stabuli. Tuttavia, il 26 gennaio 945, su sollecitazione della loro sorella, l'Augusta Elena, un nuovo colpo di Stato rimosse i due Lecapeni dal trono, ripristinando l'autorità imperiale nella sola persona di Costantino VII.

Esilio[modifica | modifica wikitesto]

Inizialmente i due fratelli furono mandati sull'isola di Proti, esattamente dove loro stessi avevano esiliato il padre poche settimane prima. I cronisti bizantini raccontano che il padre li accolse sull'isola con un passaggio biblico dal primo capitolo del Libro di Isaia che recita: "Udite, cieli; ascolta, terra, perché il Signore dice: ho allevato e fatto crescere figli, ma essi si sono ribellati contro di me". Liutprando di Cremona, tuttavia, racconta una versione leggermente diversa, secondo la quale Romano I avrebbe salutato i figli con amaro sarcasmo, ringraziandoli per non averlo trascurato e porgendo loro le scuse dei monaci per la loro ignoranza su come ricevere adeguatamenteo degli imperatori. Poco dopo, comunque, Stefano fu trasferito in una prigione sull'Isola di Marmara, al tempo conosciuta come Prokonneso, quindi sull'isola di Rodi e infine a Metimna, sull'isola di Lesbo.[5] Nel dicembre del 947 fu scoperto un piano ordito da alcuni membri del governo imperiale volto a riportare sul treno Stefano e i cospiratori furono mutilati e pubblicamente umiliati. Così, alla fine, Stefano morì sull'isola di Lesbo il 18 aprile 963, la domenica di Pasqua. Secondo Giovanni Scilitze, Stefano fu avvelenato per ordine Teofano, moglie dell'imperatore Romano II e vera padrona dell'impero, come parte di una strategia volta a preservare i diritti sul trono dei suoi figli Basilio e Costantino eliminando ogni possibile pretendente. Tuttavia, c'è da notare come molte delle morti avvenute nella famiglia imperiale "allargata" del tempo siano state attribuite all'azione di Teofano da parte di una schiera di cronisti a essa ostile.[6]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Alexander P. Kazhdan, Bisanzio e la sua civiltà, 2ª ed., Bari, Laterza, 2004, ISBN 88-420-4691-4.
  2. ^ Georg Ostrogorsky, Storia dell'Impero bizantino, Milano, Einaudi, 1968, ISBN 88-06-17362-6.
  3. ^ Steven Runciman, The Emperor Romanus Lecapenus and His Reign: A Study of Tenth-Century Byzantium, Cambridge, Cambridge University Press, 1929, ISBN 0-521-35722-5. URL consultato il 12 febbraio 2020.
  4. ^ a b Giorgio Ravegnani, Imperatori di Bisanzio, Bologna, Il Mulino, 2008, ISBN 978-88-15-12174-5.
  5. ^ Giorgio Ravegnani, La storia di Bisanzio, Roma, Jouvence, 2004, ISBN 88-7801-353-6.
  6. ^ Lynda Garland, Byzantine Empresses: Women and Power in Byzantium, AD 527–1204, New York, New, Routledge, 1999, ISBN 978-0-415-14688-3. URL consultato il 12 febbraio 2020.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Gerhard Herm, I bizantini, Milano, Garzanti, 1985.
  • John Julius Norwich, Bisanzio, Milano, Mondadori, 2000, ISBN 88-04-48185-4.
  • Silvia Ronchey, Lo stato bizantino, Torino, Einaudi, 2002, ISBN 88-06-16255-1.
  • Alexander P. Kazhdan, Bisanzio e la sua civiltà, 2ª ed., Bari, Laterza, 2004, ISBN 88-420-4691-4.
  • Giorgio Ravegnani, I bizantini in Italia, Bologna, il Mulino, 2004.
  • Ralph-Johannes Lilie, Bisanzio la seconda Roma, Roma, Newton & Compton, 2005, ISBN 88-541-0286-5.
  • Alain Ducellier e Michel Kapla, Bisanzio (IV-XV secolo), Milano, San Paolo, 2005, ISBN 88-215-5366-3.
  • Giorgio Ravegnani, Bisanzio e Venezia, Bologna, il Mulino, 2006.
  • Giorgio Ravegnani, Introduzione alla storia bizantina, Bologna, il Mulino, 2006.
  • Charles Diehl, Figure bizantine, introduzione di Silvia Ronchey, Einaudi, 2007 [1927], ISBN 978-88-06-19077-4.