Rivoluzione rumena del 1989

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Rivoluzione romena del 1989
Romanian Revolution 1989 WeWillWin.jpg
Giovani rivoluzionari rumeni
Data 16-25 dicembre 1989
Luogo Romania
Causa Tentativo del governo romeno di espellere il pastore riformato László Tőkés
Esito Successo della rivoluzione

Esecuzione di Ceauşescu e della moglie

Destabilizzazione della Repubblica Socialista di Romania, rimpiazzato dall'attuale governo democratico
Schieramenti
Comandanti
Nicolae Ceaușescu Ion Iliescu e vari leader indipendenti
Perdite
1 104 morti
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La Rivoluzione romena del 1989 fu quell'insieme di proteste che, sul finire del 1989, portarono al crollo, in Romania, del regime comunista del dittatore Nicolae Ceaușescu. Le proteste, sempre più violente, raggiunsero il culmine con il processo e l'esecuzione di Ceausescu e della moglie Elena.

Negli altri Paesi del blocco comunista dell'Europa orientale il passaggio alla democrazia avveniva in quegli anni in modo pacifico: la Romania fu l'unico Stato del Patto di Varsavia nel quale la fine del regime ebbe luogo in modo violento.

Prima della rivolta[modifica | modifica wikitesto]

Analogamente ai Paesi vicini, nel 1989 la maggior parte della popolazione rumena nutriva un deciso malcontento verso il regime comunista. Ciò nonostante, a differenza di altri Stati dell'Europa dell'Est, la Romania non era passata fino ad allora attraverso un processo di de-stalinizzazione. La politica di sviluppo economico di Ceauşescu (compresi grandi progetti edili e un rigido blocco delle spese interne destinato a permettere alla Romania di pagare l'intero debito pubblico) fu considerata responsabile della povertà diffusa in tutto il Paese. Parallelamente alla crescita della povertà, aumentava la morsa della polizia segreta (Securitate), che rendeva la Romania un vero e proprio Stato di polizia.

A differenza degli altri capi di Stato del Patto di Varsavia, Ceauşescu non seguiva gli interessi sovietici, propendendo al contrario per una politica estera personale. Mentre il leader sovietico Michail Gorbačëv avviava una fase di profonda riforma dell'URSS (Perestrojka), Ceauşescu imitava la linea politica, la megalomania e i culti della personalità dei leader comunisti dell'Asia orientale, come il nord-coreano Kim Il-sung. Nonostante la caduta del muro di Berlino e la sostituzione del leader bulgaro Todor Živkov con il più moderato Petăr Mladenov nel novembre 1989, Ceauşescu ignorava i segnali che minacciavano la sua posizione di capo di uno Stato comunista nell'Europa dell'Est.

La rivolta di Timişoara[modifica | modifica wikitesto]

Il 16 dicembre ebbe luogo a Timișoara una manifestazione di protesta al tentativo del governo rumeno di espellere un dissidente ungherese, il pastore riformato László Tőkés. Il pastore aveva recentemente criticato il regime tramite i mass media stranieri e il governo considerò il gesto come un incitamento ai conflitti etnici. Su richiesta del governo, l'episcopato rimosse Tőkés dal sacerdozio, privandolo così del diritto di utilizzare l'appartamento legittimamente ottenuto in quanto pastore. Per qualche giorno i fedeli di Tőkés si radunarono intorno alla sua abitazione per proteggerlo. Molti passanti, compresi anche studenti religiosi, si associarono alla protesta, inizialmente senza conoscere i veri motivi e scoprendo solo in seguito che era contro un nuovo tentativo del regime comunista di reprimere la libertà religiosa.

Quando fu evidente che la massa non si sarebbe dispersa, il sindaco Petre Mot dichiarò che avrebbe riconsiderato l'espulsione di Tőkés. Ma nel frattempo la folla era notevolmente aumentata e, quando Mot rifiutò di confermare per iscritto la dichiarazione contro l'espulsione del pastore, i manifestanti iniziarono a cantare slogan anticomunisti. Le forze dell'esercito (Miliţia) e della Securitate, chiamate per bloccare la protesta, nulla poterono di fronte all'imponente numero di manifestanti. Alle 19.30 la protesta si era estesa e la causa iniziale stava passando in secondo piano. Alcuni protestanti tentarono di incendiare l'edificio che ospitava il comitato distrettuale del Partito Comunista Rumeno (PCR). Fu a questo punto che la Securitate rispose con il lancio di lacrimogeni e getti d'acqua, mentre la Miliţia caricò i manifestanti, procedendo all'arresto di diverse persone. La massa si spostò verso la Cattedrale Metropolitana e da qui continuò ad avanzare per le vie di Timişoara, nonostante nuove cariche delle forze dell'ordine.

Le proteste continuarono anche il 17 dicembre. Alcuni manifestanti riuscirono a penetrare nella sede del comitato distrettuale e gettarono dalle finestre dell'edificio documenti del partito, brochure di propaganda, scritti di Ceauşescu e altri simboli del potere comunista. Quindi tentarono nuovamente di incendiare l'edificio, ma questa volta furono fermati da unità militari. Il significato della presenza dell'esercito sulle strade era chiaro: gli ordini provenivano direttamente dall'alto, probabilmente dallo stesso Ceauşescu. Nonostante l'esercito avesse fallito nel tentativo di ristabilire l'ordine, la situazione a Timişoara era divenuta drammatica: spari, vittime, risse, automobili in fiamme, TAB che trasportavano forze della Securitate e carri armati. Alle 20.00 si stava ancora sparando tra la Piazza della Libertà e l'Opera, specie nelle zone del ponte Decebal, Calea Lipovei e Calea Girocului. Carri armati, camion e TAB bloccavano l'accesso alla città mentre gli elicotteri sorvegliavano la zona. Dopo mezzanotte le proteste cessarono. I generali della Miliţia Ion Coman, Ilie Matei e Stefan Gusa ispezionarono la città, che sembrava uno scenario di guerra, con edifici distrutti, cenere e sangue.

Bandiere rumene dell'epoca della rivoluzione con lo stemma comunista tagliato. Bucarest, Museo Militare

Il mattino del 18 dicembre il centro era sorvegliato da soldati e agenti della Securitate in borghese. Il sindaco Mot sollecitò una riunione del Partito all'Università, allo scopo di condannare il "vandalismo" dei giorni precedenti. Decretò anche l'applicazione della legge marziale, vietando alla popolazione di circolare in gruppi più numerosi di 2 persone. Sfidando i divieti, un gruppo di 30 giovani avanzarono verso la Cattedrale ortodossa, dove fluttuarono bandiere rumene cui era stato tagliato lo stemma comunista. Immaginando di venire crivellati dai fucili della Miliţia, i 30 manifestanti iniziarono a cantare "Deșteaptă-te, Române!" (l'attuale inno nazionale rumeno), all'epoca vietato dal 1947 e la cui esecuzione in pubblico era punita dal codice penale. I militari, raggiunti i giovani, fecero immediatamente partire una raffica di mitra che uccise alcuni di loro, ferendone gravemente altri. Solo pochi fortunati riuscirono a fuggire, mettendosi in salvo.

Il 19 dicembre, gli inviati del governo Radu Balan e Stefan Gusa visitarono i lavoratori delle fabbriche di Timişoara, ormai entrati in sciopero, ma fallirono nel tentativo di farli tornare a lavorare. Il 20 dicembre massicce colonne di lavoratori entrarono in città: oltre centomila protestanti occuparono la Piazza dell'Opera e iniziarono a urlare slogan anti-governativi. Nel frattempo Emil Bobu e Constantin Dascalescu furono designati da Elena Ceauşescu (il marito si trovava in quel momento in visita ufficiale in Iran) per incontrare una delegazione dei manifestanti: di lì a poco il confronto avvenne, ma i due rifiutarono di ascoltare le rivendicazioni del popolo e la situazione rimase immutata. Il giorno successivo, treni carichi di lavoratori delle fabbriche dell'Oltenia (regione storica della Romania meridionale) raggiunsero Timişoara: il regime aveva cercato di usarli per affogare la protesta, ma alla fine anche costoro si associarono agli altri manifestanti.

I fatti di Bucarest[modifica | modifica wikitesto]

Dimostrazioni su strada

Gli avvenimenti di Timişoara, sistematicamente censurati dai mezzi di comunicazione ufficiali, venivano raccontati nei notiziari delle radio Vocea Americii e Radio Europa Libera, diffuse clandestinamente sul territorio rumeno; a spargere la voce contribuirono anche gli studenti che lasciavano la città per tornare a casa durante le festività natalizie.

Esistono vari punti di vista sui fatti di Bucarest che portarono alla caduta del regime Ceauşescu. Uno vuole che una parte del Consiglio Politico Esecutivo (CPEx) del Partito Comunista Rumeno avesse tentato, fallendo, una fine indolore del regime, similmente a quanto avvenuto negli altri Paesi del Patto di Varsavia, ove la classe dirigente comunista si era dimessa in massa permettendo lo sviluppo dei nuovi governi in modo pacifico. Un altro vuole che un gruppo di ufficiali militari organizzarono con successo una cospirazione contro Ceauşescu. Tanti ufficiali affermarono di aver fatto parte di una simile cospirazione, ma le prove di questo scenario sono assai poche. Le due teorie non si escludono necessariamente a vicenda.

Resta il fatto che il 22 novembre, allorché si era aperto a Bucarest il XIV Congresso del Partito Comunista Rumeno, il presidente sovietico Gorbačëv aveva inviato un messaggio di felicitazioni al PCR, nel quale tuttavia auspicava una serie di cambiamenti. Gorbačëv, fautore della perestrojka, e Ceauşescu, propugnatore di un sempre più marcato isolamento della Romania, erano fatti per non intendersi: il contrasto tra i due si palesò allorché da Mosca giunse un invito affinché il leader rumeno rassegnare le dimissioni. Il 23 novembre, allorché fu rieletto a capo del PCR (e quindi dello Stato) con unanimità dei consensi, Ceauşescu rispose duramente a Gorbačëv, accusando oltretutto l'URSS di ingiustizie perpetrate nei confronti del suo Paese all'indomani della fine della seconda guerra mondiale (quando la Bucovina del Nord e la Bessarabia, regioni storicamente legate alla Romania, erano state annesse all'Unione Sovietica, formando la Repubblica Socialista Sovietica Moldava).

La questione di un'eventuale dimissione tornò alla ribalta il 17 dicembre 1989, quando Ceauşescu chiese al CPEx di deliberare misure atte a soffocare la rivolta scoppiata a Timişoara. Stando alle testimonianze dei membri CPEx Paul Niculescu-Mizil e Ion Dinca, a questa riunione (analogamente a quanto a suo tempo era avvenuto in Bulgaria e in Germania Est), due consiglieri si opposero l'uso della forza per la soppressione delle proteste. Per tutta risposta Ceauşescu propose le sue dimissioni e chiese ai membri del CPEx di scegliere un nuovo capo dello Stato. Tuttavia alcuni membri, tra i quali Gheorghe Oprea e Constantin Dascalescu, gli chiesero di rinunciare alle dimissioni e di esautorare i due membri che si erano opposti alle sue decisioni. Lo stesso giorno però Ceauşescu partì per una visita ufficiale in Iran, lasciando le redini della risoluzione della rivolta di Timişoara nelle mani della moglie Elena e di altri suoi uomini fidati.

Tornato dall'Iran il 20 dicembre, Ceauşescu trovò la situazione del paese ulteriormente deteriorata. Alle 19:00 fece una dichiarazione in diretta televisiva dalla sede del Comitato Centrale, nella quale etichettò i protestanti di Timişoara come nemici della Rivoluzione Socialista.

Secondo le memorie di un membro delle strutture di allora, dopo la rivolta di Timişoara, un gruppo di generali della Securitate approfittò dell'opportunità per scatenare un colpo di Stato nella capitale Bucarest. L'atto sovversivo era in preparazione sin dal 1982 e fu inizialmente pianificato per la vigilia di Capodanno; in seguito si decise di anticiparlo per approfittare degli avvenimenti favorevoli. Il capo della cospirazione, il generale Victor Stanculescu, faceva parte della cerchia vicina a Ceauşescu e, secondo varie fonti, convinse il presidente a tenere un comizio pubblico di fronte alla sede del Comitato Centrale, nella piazza Gheorghe Gheorghiu-Dej. Attorno alla piazza vennero segretamente disposte armi automatiche telecomandate, che durante il discorso avrebbero dovuto attivarsi allo scopo di gettare scompiglio tra la folla, mentre dei sobillatori l'avrebbero istigata a cantare slogan contro Ceauşescu.

Alle 12:30 del 21 dicembre Ceauşescu si affacciò dal palazzo del Comitato Centrale: nella piazza si era raccolta una folla di 100.000 persone. Nel suo discorso condannò la rivolta di Timişoara, parlò dei risultati della rivoluzione socialista e della «società socialista plurilateralmente sviluppata» della Romania. Il pubblico, tuttavia, ostentò indifferenza: solo le file frontali sostenevano Ceauşescu con applausi. Non servì ad accendere l'entusiasmo neppure l'annuncio dell'aumento degli stipendi dei lavoratori di 200 lei e le continue lodi alle realizzazioni della Rivoluzione Socialista.

Improvvisamente si iniziarono ad udire colpi di arma da fuoco: la folla, a partire dalle file laterali, iniziò ad agitarsi e a tentare di disperdersi. Nel marasma generale, i cospiratori misero in giro la falsa notizia che la Securitate stava loro sparando addosso e che stava iniziando la rivoluzione contro Ceauşescu, chiedendo pertanto a quanti più possibile di unirsi al moto. In breve altre persone accorsero da ogni parte della città in piazza Gheorghiu-Dej, trasformando il raduno nel vero e proprio inizio della rivoluzione contro il dittatore.

Ceauşescu, la moglie e altri ufficiali e membri del CPEx che assistevano al discorso a fianco del Conducător sul balcone, presi dal panico, rientrarono nell'edificio. La televisione di Stato, che trasmetteva in diretta il discorso, interruppe le trasmissioni nel tentativo di nascondere l'agitazione che ormai stava nascendo.

I coniugi Ceauşescu tentarono disperatamente di riguadagnare il controllo sulla folla urlando al microfono frasi come «Alo, alo» o «State tranquilli ai vostri posti», ma la massa di rivoltosi si era ormai sparsa per le strade di Bucarest, e al contempo nelle altre maggiori città della Romania stavano nascendo ulteriori moti di protesta. La gente urlava slogan anticomunisti e anti-Ceauşescu come «Giù il dittatore!», «Morte al criminale!», «Noi siamo il popolo, giù il dittatore!» o «Timişoara! Timişoara!». Alla fine i protestanti invasero il centro cittadino, da Piazza Kogalniceanu fino a Piazza dell'Unione, Piazza Rosetti e Piazza Romena. Sulla statua di Mihai Viteazul in Corso Mihail Kogălniceanu, vicino l'Università di Bucarest, fu issata la bandiera rumena priva dello stemma comunista.

A mano a mano che passava il tempo scendeva in strada sempre più gente. Presto i protestanti, disarmati e privi di organizzazione, furono fronteggiati da soldati, carri armati, TAB, truppe USLA (Unità Speciali per la Lotta Antiterrorismo) e ufficiali della Securitate in borghese. Iniziarono a piovere spari dagli edifici, dalle strade laterali e dai carri armati. Molte furono le vittime per fucilazione, accoltellamento, maltrattamento o schiacciate dai veicoli dell'esercito (tra l'altro un TAB, nel travolgere la folla, uccise un giornalista francese). I pompieri indirizzarono contro la massa potenti getti d'acqua, mentre la polizia effettuava cariche ed arresti. I protestanti riuscirono a costruire una barricata di difesa davanti al ristorante Dunarea, che resistette fino a mezzanotte, per poi essere abbattuta dalle forze governative. Gli spari si udirono fino alle 3:00 del mattino, quando i superstiti abbandonarono le strade.

Testimonianze dei drammatici eventi furono raccolte e diffuse tramite le foto fatte dagli elicotteri che sorvolavano la zona e da numerosi turisti che si erano rifugiati nella torre dell'Hotel Intercontinental.

La caduta di Ceauşescu[modifica | modifica wikitesto]

Nelle prime ore del 22 dicembre Ceauşescu pensò che i suoi tentativi di sopprimere le proteste fossero riusciti. Tuttavia alle 7:00 sua moglie Elena ricevette la notizia che un gran numero di lavoratori di molte piattaforme industriali stavano avanzando verso il centro di Bucarest. Le barricate della Miliţia che dovevano bloccare l'accesso verso la Piazza dell'Università e la Piazza del Palazzo si dimostrarono inefficienti. Alle 9:30 la Piazza dell'Università era già colma di persone e i militari inviati per soffocare la rivolta si unirono ai manifestanti.

Alle 10:00, quando la radio stava annunciando l'introduzione della legge marziale e il divieto di circolazione dei gruppi di più di 5 persone, centinaia di migliaia di protestanti si radunarono di propria iniziativa nel centro di Bucarest. Ceauşescu, che aveva provato a rivolgersi alla folla dal balcone del Comitato Centrale, fu accolto da bordate di fischi e improperi. Frattanto alcuni elicotteri lanciarono manifesti nei quali si chiedeva alla gente di non partecipare ai tentativi di sommossa e di tornare a casa a festeggiare il Natale.

La stessa mattina, tra le 9 e le 11, il ministro della difesa Vasile Milea morì in circostanze misteriose. Un comunicato diramato da Ceauşescu affermava che Milea era stato giudicato colpevole di tradimento e che si fosse suicidato dopo essere stato scoperto. A lungo, la teoria più popolare fu che Milea sarebbe stato assassinato per mano dello stesso Ceauşescu, in risposta al rifiuto di eseguire gli ordini del dittatore. Tuttavia, un'ulteriore indagine realizzata tramite la riesumazione del cadavere nel novembre 2005 accertò che Milea effettivamente si suicidò, sparandosi con la pistola di un proprio subordinato.

Dopo il suicidio di Milea, Ceauşescu nominò nuovo ministro della Difesa il generale Victor Stanculescu, che dopo una breve esitazione accettò. Stanculescu ordinò alle truppe di ritirarsi e dopo alcune ore, data la criticità della situazione, persuase Ceauşescu a tentare la fuga con un elicottero Mil Mi-8. Rifiutando di applicare gli ordini repressivi di Ceauşescu, Stanculescu aveva praticamente realizzato un colpo di Stato militare.

Ceauşescu e sua moglie Elena lasciarono la capitale insieme ad altri due collaboratori di fiducia, Emil Bobu e Tudor Postelnicu. La meta era la residenza di Ceauşescu a Snagov, da cui proseguire per Târgoviște. Il pilota, cui uno degli attendenti teneva una pistola puntata alla testa, riuscì però a convincere i passeggeri a scendere prima, informandoli falsamente che la contraerea aveva intercettato l'elicottero, minacciando di abbatterlo. La scusa era plausibile, avendo l'esercito rumeno chiuso lo spazio aereo sopra il paese, e i Ceauşescu vennero fatti atterrare presso una fattoria. Quando capirono di essere caduti in trappola, i coniugi Ceauşescu tentarono di fuggire in automobile; inseguiti furono bloccati da una pattuglia della polizia. I poliziotti trattennero i coniugi Ceauşescu nella volante, attendendo notizie dalla radio circa l'esito degli scontri tra forze governative e ribelli. Quando ormai fu chiara la vittoria di questi ultimi, i poliziotti consegnarono il dittatore e la moglie all'esercito. Trasportati in una scuola elementare di Târgovişte, il 25 dicembre i due furono processati da un tribunale militare istituito ad hoc e condannati a morte per una serie di accuse, tra le quali il genocidio. La sentenza fu immediatamente eseguita nel cortile dell'edificio. Il filmato del processo e dell'esecuzione furono diffusi il giorno stesso dalla televisione di stato, ormai sotto il controllo dei ribelli.

Gli ultimi momenti del vecchio regime e l'instaurazione di quello nuovo[modifica | modifica wikitesto]

Ion Iliescu alla televisione rumena.
Petre Roman parla alla folla a Bucarest.

Dopo la fuga di Ceauşescu dalla sede del Comitato Centrale, a Bucarest si instaurò il caos, preceduto da uno stato di euforia generale. La folla invase la sede del Comitato Centrale e gli uffici degli ufficiali comunisti furono vandalizzati. L'accanimento si concentrò sui ritratti del dittatore e le sue opere, scagliati dalla finestra in segno di vendetta e disprezzo. Poco dopo, intorno alle 12:00, la televisione rumena riprese le trasmissioni. Mircea Dinescu, poeta dissidente e Ion Caramitru, attore molto popolare che in seguito diventerà Ministro della Cultura, apparvero accanto a un gruppo di rivoluzionari, annunciando esaltati la fuga del dittatore, per la frase rimasta famosa "Fratelli, abbiamo vinto!" Il caos di Bucarest si diffuse per l'intero paese e l'ulteriore sviluppo degli avvenimenti lasciò successivamente spazio alle più svariate interpretazioni.

In quei momenti avvenivano degli scontri violenti all'Aeroporto Internazionale Otopeni tra le truppe mandate a combattere una contro l'altra.

Tuttavia il processo di ripresa del potere della nuova struttura politica, il "Fronte di Salvezza Nazionale" (FSN), che "emanava" dalla seconda fila del Partito Comunista, non era ancora concluso. Le forze considerate leali al vecchio regime (assimilate ai "terroristi") aprirono il fuoco sulla folla e attaccarono punti vitali della vita socio-politica: televisione, radio, sedi delle compagnie telefoniche, la Casa della Stampa Libera, gli uffici postali, aeroporti e ospedali.

Durante la notte tra il 22 e 23 dicembre, i cittadini di Bucarest rimasero sulle strade, specialmente nelle zone assediate per lottare (e vincere, anche al prezzo della morte di molti giovani) un nemico pericoloso. Alle 21:00 del 23 dicembre, carri armati e alcune truppe paramilitari andarono a proteggere il Palazzo della Repubblica.

Attacco militare contro gli aggressori non identificati ritenuti fedelissimi del regime (con l'aiuto di un civile).

Nel frattempo arrivavano messaggi di sostegno da tutto il mondo (compresi i vari partiti comunisti, tra cui quello dell'Unione Sovietica).

L'identità dei terroristi rimane ancora oggi avvolta nel mistero. Nessuno fu ufficialmente accusato fino ad oggi di atti di "terrorismo" durante la rivoluzione e questo ha sollevato molti sospetti sulla relazione tra i "terroristi" e il nuovo governo.

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

I giorni successivi il sostegno morale venne accompagnato dal sostegno materiale. Grandi quantità di alimenti, medicine, vestiti, attrezzatura medica furono mandate in Romania. Nel mondo la stampa dedicò intere pagine o addirittura edizioni speciali alla rivoluzione rumena e ai suoi capi.

Il 24 dicembre Bucarest era una città in guerra. Carri armati, TAB e camion continuavano a sorvegliare la città e circondavano punti problematici per proteggerli. Agli incroci vicini agli obiettivi strategici furono creati posti di blocco stradali; gli spari continuarono in Piazza dell'Università e nei dintorni. Le "attività terroriste" continuarono fino al 27 dicembre, quando cessarono improvvisamente.

L'USAF C-130 Hercules scarica le forniture mediche presso l'aeroporto di Bucarest il 31 dicembre.

L'ex membro della guida del Partito Comunista e alleato di Ceauşescu, prima di cadere nelle disgrazie del dittatore all'inizio degli anni ottanta, Ion Iliescu, si era imposto come presidente del FSN, composto principalmente da membri delle seconde file del Partito Comunista, ed esercitò subito il controllo delle istituzioni dello Stato, compresi i mezzi informativi come la televisione e le radio nazionali. Il FSN usò il controllo della stampa allo scopo di lanciare attacchi in stile propagandistico agli oppositori politici, specialmente i partiti democratici tradizionali, che avrebbero dovuto rifondarsi dopo 50 anni di attività sotterranea (specie il Partito Nazionale Liberale, PNL, e il Partito Nazionale Contadino Cristiano Democratico, PNTCD). Nel 1990 Ion Iliescu divenne il primo presidente eletto in modo democratico nella Romania del dopoguerra.

La rivoluzione permise alla Romania di ricevere grande solidarietà da parte del mondo intero. Inizialmente gran parte di questa solidarietà fu diretta verso il governo del FSN, ma venne rovinata quando, durante la Mineriada del giugno 1990, i minatori e la polizia risposero agli appelli di Iliescu, invadendo Bucarest e brutalizzando gli studenti e gli intellettuali che protestavano contro l'inganno della rivoluzione rumena da parte degli ex membri della guida comunista sotto gli auspici dell'FSN.

La Romania dopo il 1989[modifica | modifica wikitesto]

Ion Iliescu rimase una figura centrale della politica rumena, essendo stato eletto per la terza volta presidente nel 2000. La sopravvivenza politica dell'uomo di fiducia di Ceauşescu ha dimostrato l'ambiguità della rivoluzione rumena, la più violenta tra quelle del 1989 ma l'unica, secondo alcuni, a non aver prodotto sufficienti cambiamenti.

Rivoluzionari trionfanti

Teoria del colpo di Stato[modifica | modifica wikitesto]

Da alcune testimonianze si può ipotizzare che i fatti romeni del dicembre 1989 sarebbero stati ben differenti da quelli avvenuti negli altri paesi dell'Europa orientale, perfino opposti. Secondo la teoria del complotto, i generali Stanculescu e Neagoe (che ne erano a capo), erano tra i consiglieri di sicurezza più vicini a Ceauşescu, e lo convinsero a tenere un raduno di massa in una piazza in cui erano state posizionate delle armi automatiche comandate a distanza. Durante il discorso di Ceauşescu, le armi vennero azionate e si misero a sparare casualmente sulla folla, mentre agitatori si misero a gridare con dei megafoni contro Ceauşescu. Impaurite, le persone tentarono inizialmente di fuggire. Essendogli stato detto con i megafoni che la repressiva Securitate di Ceauşescu avrebbe sparato su loro e che una "rivoluzione" era in atto, le persone furono convinte a unirsi alla "rivoluzione". Il raduno si trasformò in una dimostrazione di protesta.[senza fonte] La motivazione del presunto colpo di Stato, come può essere desunto dai fatti, sembra complessa. La prima legge abolita (senza alcun referendum o legalità) dalla nuova leadership fu l'articolo della costituzione che impediva alla nazione di contrarre debiti. In quel momento i debiti erano stati tutti ripianati, il che rende più complesso rintracciare i beneficiari di questi nuovi e desiderati debiti: persone, statisti corrotti, o banche internazionali. Anche gli interessi personali vennero serviti, come avvenne anche per il KGB in Unione Sovietica. Si consideri che la Romania era, con Ceausescu, un paese considerato "ribelle" da Mosca: non aveva partecipato ma anzi aveva condannato l'invasione della Cecoslovacchia del 1968; aveva mantenuto rapporti anche con paesi "nemici" (Cina, Albania, Israele, Usa); non aveva boicottato le olimpiadi di Los Angeles del 1984. Tuttociò lo poneva sempre più in una condizione non dissimile da quella della DDR del 1953, dell'Ungheria del 1956, della Cecoslovacchia del 1968, e della Polonia del 1980. Alcuni desumono che Iliescu avesse collegamenti con il KGB, le accuse sono continuate nel corso del 2003-2008, quando il dissidente russo Vladimir Bukovsky, a qui era stato concesso l'accesso agli archivi sovietici, dichiarò che Iliescu e alcuni dei membri CFSN erano agenti del KGB, che Iliescu era stato in stretta connessione con Mikhail Gorbachev sempre da quando si erano presumibilmente incontrato durante il soggiorno di Iliescu a Mosca, e che la rivoluzione rumena del 1989 fu un complotto organizzato dal KGB per riprendere il controllo delle politiche del paese (gradualmente perso sotto il regime di Ceausescu), ossia non una rivoluzione anti-comunista come si suol credere, ma un colpo di stato simile a quello che nel 1980 vi era stato in Polonia, e che successivamente sarebbe accaduto in Urss quindi per riportare la Romania sotto una certa "ortodossia" comunista e filo-sovietica che con Ceausescu era venuta meno; è utile ricordare difatti, che la Romania in seguito fu, tra i paesi dell'ex blocco comunista, quello nel quale l'apparato politico ed economico comunista continuò a permanere ancora per anni dopo il 1989, subendo una lenta trasformazione anziché repentina (la si può paragonare al percorso di abbandono del comunismo dell'Albania e della Mongolia), e solo a partire dalla caduta dell'URSS. Le stesse persone della Securitate nel colpo di Stato si spartirono successivamente tra loro la maggior parte dell'industria rumena (300 persone, molte delle quali personaggi della "rivoluzione" e leader politici, ora possiedono una ricchezza paragonabile all'intero Prodotto Interno Lordo della nazione). Alcuni dei partecipanti (probabilmente la citazione si riferisce a Iliescu) erano semplicemente invidiosi della fama di Ceauşescu. In tale ottica, il travisamento di quei fatti da parte degli storici sarebbe dovuto al fatto che si sono inseriti, solo casualmente, nel periodo di sollevazioni anti-comuniste nell'est Europeo. La popolazione stessa della Romania probabilmente li ha inizialmente intesi in tal senso, da cui l'appoggio dato, per poi solo in un secondo tempo rendersi conto di come in realtà stessero le cose (rivolte di Bucarest del 28 gennaio e 14 giugno 1990).[senza fonte]

Il numero delle vittime[modifica | modifica wikitesto]

Dispiegamento delle truppe dell'esercito rumeno per le strade di Bucarest.

Il numero dei morti riportato inizialmente dai media (decine di migliaia in tutta la Romania, di cui quasi 5000 a Timisoara), oltre che alcune immagini riprese dalla televisione, si rivelarono col tempo come dei falsi (fosse comuni inesistenti, morti di morte naturale portati fuori dagli obitori e cadaveri seppelliti da poco rimossi dai cimiteri presentati come vittime degli scontri, ecc...), costringendo alcuni quotidiani (tra cui Liberation) a scusarsi con i lettori per l'acriticità con cui erano state riportate le notizie. Le smentite tuttavia non avranno né lo stesso spazio sui media, né ovviamente lo stesso impatto emotivo avuto delle notizie errate date durante la rivoluzione.[1][2][3]

Al termine della rivoluzione, secondo i dati del ministero della Salute rumeno, i morti saranno 1104 (di cui solo 93 a Timisoara, 20 dei quali avvenuti dopo il giorno della cattura di Ceauşescu) e 3321 i feriti. Complessivamente la maggior parte delle vittime si avranno comunque a Bucarest[4] con 564 morti (di cui 515 dopo il 22 dicembre).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Claudio Fracassi, Sotto la notizia niente. Saggio sull'informazione planetaria, I libri dell'Altritalia, collana del settimane Avvenimenti, 1994 (ristampato nel 2007 da Editori Riuniti, ISBN 978-88-359-5900-7), capitolo 1
  2. ^ Peace Reporter [1]
  3. ^ (FR) Articolo di ricostruzione dei fatti, dal sito dell'associazione francese Acrimed
  4. ^ (RO) Romulus Cristea, Revoluţia 1989, editore România pur şi simplu, 2006, ISBN 973-87007-8-7, pag. 14

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