Ocriticum

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Ocriticum
Ocriticum02.JPG
Il Parco Archeologico Ocriticum
Civiltà Italici-Romani-Sulmonesi
Utilizzo Città
Stile romano, altomedievale
Epoca Neolitico, periodo romano, alto Medioevo
Localizzazione
Stato Italia Italia
Comune Cansano
Scavi
Data scoperta anni Novanta
Date scavi 1997
Amministrazione
Responsabile comune di Cansano
Visitabile
Mappa di localizzazione

Coordinate: 42°00′10.75″N 13°59′24.76″E / 42.002986°N 13.990211°E42.002986; 13.990211

Ocriticum è un sito archeologico situato nel territorio del Comune di Cansano, in provincia dell'Aquila, e precisamente nell'area conosciuta coi microtoponimi di Zeppe, Pantano e Tavuto. Le testimonianze che presenta abbracciano un periodo compreso tra il Neolitico e l'Alto Medioevo, ma lo sviluppo dell'area fu massimo sotto i Romani, quando in corrispondenza della vicina e assai trafficata Via Claudia Nova sorse e si sviluppò un'area templare nota al tempo come Iovis Larene e segnata, tale la sua importanza, sulla Tavola Peutingeriana[1].

I traffici commerciali, la religiosità e la conseguente ininterrotta frequentazione dell'area ne favorirono lo sviluppo a livello urbanistico e abitativo quanto economico (fra le testimonianze, una fornax calcaria, impianto di produzione per la calce). Fra gli altri, resti di tombe monumentali, cippi funerari o necropoli medievali. Un violento terremoto nel II secolo d.C. distrusse buona parte degli edifici, dando così inizio ad un progressivo abbandono dell'area (ormai definitivo nel VI secolo d.C.)[2].

Gli scavi, avvenuti clandestinamente tra il XIX e il XX secolo, sono stati avviati ufficialmente solo nel 1992 e si sono conclusi nel 1997. Oggi l'intera area è protetta nel Parco Archeologico Naturalistico di "Ocriticum", gestito dal Centro di Documentazione e Visita "Ocriticum" di Cansano, che ospita parte dei reperti rinvenuti nel corso dello scavo e un'importante mostra permanente sull'emigrazione (è dunque detto pure Museo dell'Emigrazione). I reperti sono conservati pure presso il Museo civico di Sulmona e il Museo Nazionale Archeologico di Chieti.

Il Parco Archeologico e Naturalistico[modifica | modifica wikitesto]

La sezione della Tavola Peutingeriana in cui è segnata la Iovis Larene, l'area sacra di Ocriticum.

A pochi chilometri da Cansano, alle pendici del Colle Mitra e, più lontano, del complesso della Majella, si estende il pianoro conosciuto agli abitanti coi toponimi Zeppe, Pantano e Tavuto, dove circa duemila anni fa sorgeva, a sette miglia da Sulmo[3], uno dei villaggi che in questo periodo costellavano l'ager sulmonense, il territorio amministrato dal municipium di Sulmona.
Come ben si osserva dalle foto aeree del pianoro, il sito era organizzato, all'apice del suo sviluppo, in più spazi e aree destinati ciascuno ad una precisa funzione (pratica, questa, definita zonazione): a Nord si trova la vasta zona di culto con i suoi tre templi allineati e rivolti verso la Maiella; nell'area meridionale, l'abitato di Ocriticum; sulla collina orientale, la via glareata su cui si affaccia la fornax calcaria, l'impianto per la produzione della calce; ad Ovest, l'antico tracciato della Via Claudia Nova; lungo tutte le strade e in prossimità dell'area sacra, tombe monumentali, epigrafi et cetera.

Il villaggio di Ocriticum e l'epigrafe a Sesto Paccio[modifica | modifica wikitesto]

Il villaggio era collocato nell'area meridionale del pianoro; di modeste dimensioni, il sito è stato tuttavia saggiato e indagato in via piuttosto superficiale. I resti degli edifici possono, ad ogni modo, essere interpretati come una mansio, stazione di sosta per chi viaggiava lungo la vicina Via Claudia Nova.
Lungo un tracciato stradale che dal villaggio si dirigeva a Sud, oltre a canalette e modeste muraglie in opera incerta, erano pure collocate - secondo uso romano - delle steli funerarie epigrafate. Sebbene tale necropoli sia stata quasi interamente intaccata dall'agricoltura, un'epigrafe scoperta in zona ha permesso di risalire al toponimo con cui fra i Romani era conosciuto il villaggio; essa riporta l'iscrizione:

(LA)

« SEX(TO) PACCIO
ARGYNNO
CULTORES IOVIS
OCRITICANI
P(OSUERUNT) »

(IT)

« A Sesto Paccio
Argynno
i Cultori Ocriticani
di Giove
P(osero) »

(Epigrafe funeraria)

Sia che Ocriticani si riferisca a Iovis, sia che si riferisca a Cultores, esso riconduce al toponimo Ocriticum, che in sé serba la parola ocres: è un riferimento all'ocre, la roccia predominante sui pendii del vicino Colle Mitra. Tracce del toponimo, peraltro, restano nel nome della chiesa rurale che ivi si trovava e oggi scomparsa, di cui tuttavia resta il ricordo nella memoria popolare di Cansano: Santa Maria de' gli Tridece (ovvero Santa Maria dei Tredici), precedentemente conosciuta come Santa Maria dei Chierici e ancor prima come Santa Maria Ocretici, dunque Ocritici: di Ocriticum. La presenza dei Pacci è inoltre attestata nella Marsica e fra i Sabini.

L'area sacra[modifica | modifica wikitesto]

Il tempio italico. Sullo sfondo, Colle Mitra.
Il tempio romano.
Un tratto del recinto sacro eretto attorno al temenos, l'area sacra; i continui restauri del recinto testimoniano la lunga frequentazione del sito nei secoli.
Il sacello delle divinità femminili.

La presenza di un'ampia area sacra fu determinante per lo sviluppo del villaggio di Ocriticum sotto tutti i punti di vista: dal momento in cui, difatti, essa sorgeva in prossimità d'un tratto di una delle vie più importanti dell'Impero romano, la Via Claudia Nova, grande era la quantità di pellegrini, viandanti, commercianti, pastori che vi facevano tappa per venerare le divinità. La fervente attività religiosa costituì un impulso non indifferente sia per il moltiplicarsi dei culti praticati nel pianoro, sia per la monumentalizzazione e l'ampliamento degli edifici sacri, sia, infine, per l'accrescersi della fama del luogo, tale da essere segnato, col nome Iovis Larene ("Collina di Giove"), lungo la suddetta Via Claudia Nova a sette miglia da Sulmo e a venticinque da Aufidena, all'interno della Tavola Peutingeriana, famosa copia medievale di un'originale carta militare stradale romana; le distanze, rimisurate lungo l'antico tracciato della Via Claudia, pare coincidano.

Il tempio italico[modifica | modifica wikitesto]

Il primo tempio edificato nell'area risale alla fine del IV secolo a.C.; originariamente era costituito da un'unica cella di base pressoché quadrata, con ingresso rivolto a Sud-Est (dove sorge il Sole) attorno alla quale era un giardino sacro (hurtuz> lat. HORTUS> ita. orto) delimitato da un muro perimetrale eretto a secco. In una successiva fase edilizia, si testimonia un ampliamento del recinto e del santuario, che fu provvisto d'un pronao realizzato in tecnica sensibilmente diversa dalla cella.
Nel giardino sacro, scavato nel terreno a ovest dell'edificio, è stato rinvenuto un deposito votivo volto a conservare gli oggetti che, per mancanza di spazio, non potevano più essere ospitati all'interno del naos; circa 600 gli ex voto rinvenuti, databili fra il IV secolo a.C. e il I secolo a.C., fra i quali una statuetta bronzea di Ercole che giaceva isolata sul fondo del deposito: ad Ercole, divinità assai diffusa in area peligna in età tardoitalica e romana[4], pare dunque che fosse dedicato il tempio, ma non mancavano divinità collaterali.

Il tempio romano[modifica | modifica wikitesto]

Attorno agli inizi del I secolo a.C. (e quindi ormai sotto il dominio dei Romani), si assiste a un ulteriore ampliamento dell'area sacra, nella quale, su un terrazzo più elevato rispetto al tempio italico ma con esso perfettamente allineato, viene edificato un altro santuario, più grande e architettonicamente sofisticato: di base rettangolare e diviso in due ambienti di egual misura (pronao e naos), con scalinata incastonata innanzi all'entrata, rivolta a Sud-Est come per il precedente tempio, il santuario si può supporre fosse prostilo tetrastilo, malgrado della struttura originale restino solo i muri perimetrali in opera reticolata e alcune tessere di mosaici musivi decontestualizzate (nessun mosaico è stato rinvenuto neppure in prossimità dello stabile). Il culto a cui il tempio era destinato è quello di Giove, di cui, come testimoniano l'epigrafe a Sesto Paccio e la Tavola Peuntingeriana, era attivo un vero e proprio collegio di cultores.

Alla costruzione del santuario di Giove è da giustapporre l'ampliamento del recinto sacro, che ora era provvisto di due ingressi e veniva a delimitare un appezzamento di terra destinato al culto tecnicamente definito temenos, al quale potevano accedere solo i sacerdoti.

Il sacello delle divinità femminili[modifica | modifica wikitesto]

Nella zona posta a Occidente del temenos e dei due templi maggiori, su un terrazzo inferiore rispetto agli altri, fu eretto un altro tempio di piccole dimensioni, provvisto anch'esso di un deposito votivo e di un recinto sacro. Si trattava di un sacello di base quadrata, posizionato in perfetto allineamento con gli altri santuari e pure esso con l'ingresso a Sud-Est; l'ambiente conserva ancora parte del pavimento originale, realizzato in tessere rosse, e dell'intonacatura interna, della quale è tuttora possibile osservare la fascia rossa in basso, che spiccava sul bianco della parete. All'interno del santuario è stata rinvenuta una buona quantità di oggetti tipici del mundus femminile, come ampolle e balsamari vitrei (taluni intatti), che conservano ancora le tracce di unguenti, profumi e cosmetici. Questo elemento, in relazione anche agli oggetti conservati nel deposito (statuette e maschere votive fittili) ha lasciato intendere che il sacello era dedicato a divinità femminili, e specie a Cerere, Venere e Proserpina, culti spesso legati a quello di Giove.

La zona produttiva: la fornax calcaria[modifica | modifica wikitesto]

L'impianto per la produzione della calce; la fornax in cui veniva cotta la pietra è protetta da una tettoia. A condurre all'edificio, un tratto della via glareata.

La collina orientale del pianoro, al momento non visitabile giacché ancora in fase di studio, rivela l'intensa attività produttiva e commerciale che faceva di Ocriticum un centro sufficientemente attivo anche sotto il profilo economico.
Dalla Via Claudia Nova si diramava, difatti, una via glareata, una massicciata di pietrame ricoperta da pietrisco battuto misto a malta[1], che, dopo aver attraversato il pianoro, si inerpicava su per la collina orientale e conduceva a un vasto edificio rettangolare suddiviso in vani interni di differente dimensione. Scavata direttamente nel pendio, nel vano più interno dell'edificio, un'ampia cavità di forma cilindrica, sul fondo della quale rocce vulcaniche e ceneri hanno portato a identificarvi una fornax calcaria, fornace improntata alla cottura e al ricavamento della calce; tutti gli ambienti dell'ampio fabbricato (uno dei quali ancora conserva l'originale pavimento in terracotta) dovevano dunque essere destinati al raffreddamento, alla conservazione, allo stoccaggio e infine alla vendita della calce.
Dell'impianto produttivo colpisce l'efficienza organizzativa quanto il diretto coinvolgimento - mediante il collegamento immediato della via glareata - nei traffici commerciali della Via Claudia Nova. È interessante mettere in evidenza come attività basilare per l'economia del paese di Cansano fosse, almeno fino allo scorso secolo, proprio la produzione della calce, secondo un sistema meno sofisticato ma non dissimile da quello adottato dagli abitanti di Ocriticum: la calcara.
Così come nei pressi dell'abitato, anche lungo la via glareata, in prossimità della fornax calcaria, è stata rinvenuta una tomba, stavolta monumentale e ampia, probabilmente un mausoleo; di base quadrangolare, ne restano tuttavia soltanto le fondamenta e pochi elementi architettonici ornamentali.

Il tramonto di Ocriticum fra capanne, necropoli e campi coltivati[modifica | modifica wikitesto]

All'inizio dell'epoca imperiale, l'area templare di Ocriticum - l'unica sezione del sito archeologico indagata rigorosamente e totalmente, allo stato attuale degli studi - raggiungeva il culmine della propria estensione. Mentre Roma si apprestava a vivere gli ultimi anni di gloria del cosiddetto Beatissimum Seculum, il II secolo d.C., tutta l'area peligna fu colpita da un violento sisma, di cui restano tracce più o meno evidenti in buona parte dei siti archeologici un tempo parte dell'Ager Sulmonense[5]. I santuari della Iovis Larene a Ocriticum crollarono e con il lento estinguersi dei culti tramontò pure la civiltà sorta sul pianoro, che veniva così abbandonato progressivamente, pure in concomitanza della crisi dell'Impero Romano e della decadenza delle vie di comunicazione (e dunque pure della Via Claudia Nova) in atto nel corso della tarda antichità e dell'Alto Medioevo.
L'atmosfera di sacralità che aveva contraddistinto l'area permase, però, per molti anni: se, infatti, fra i frequentatori si ignorava l'originale funzione o il culto caratterizzanti i diruti santuari, di questi si percepiva il peso spirituale e religioso, sicché i morti continuarono ad essere seppelliti all'interno del temenos: a ridosso del recinto sacro e delle fondamenta del tempio italico sono stati rinvenuti due sepolcri risalenti al VI secolo d.C., uno dei quali ospitava i resti d'una madre con la figlia e il loro (povero) corredo funebre, costituito da pochi gioielli all'interno di anfore di terracotta.
A ridosso del tempio romano, invece, si osservano le tracce di una capanna altomedievale di evidente impiego pastorale: già in questo periodo, infatti, il pianoro era ormai luogo di pascolo, e i templi come gli edifici romani e italici rimanenti fungevano da alloggio o rifugio per i pastori, oltre che da cava di materiale da poter reimpiegare altrimenti. Nei secoli successivi, quando l'area divenne feudo e quindi ambiente agricolo, i campi furono divisi mediante l'innalzamento di bassi muri a secco (detti macerine nel dialetto del luogo), i cui percorsi talora ricalcavano le sommità delle mura perimetrali degli edifici della quasi scomparsa Ocriticum, che a tratti fuoriuscivano dal terreno.
Le espoliazioni e gli scavi clandestini che a partire dall'Ottocento hanno fortemente impoverito la zona non hanno impedito di rinvenire una buona quantità di reperti nel corso della campagna di scavi intrapresa nel 1992 sulla base degli studi attuati nel corso del XX secolo da Antonio De Nino, Valerio Cianfarani con Ferruccio Barreca, Frank Van Wonterghem ed Ezio Mattiocco[1].

Il Centro di Documentazione e Visita[modifica | modifica wikitesto]

Parco Archeologico Naturalistico
Centro di Documentazione e Visita
Museo dell'Emigrazione
"Ocriticum"
Centrodidocumentazione01.JPG
L'ingresso al Centro di Documentazione da Piazza XX Settembre
Ubicazione
Stato Italia Italia
Località Cansano
Indirizzo Piazza XX Settembre
Caratteristiche
Tipo Archeologia, Antropologia, Arte
Sito web
L'ingresso al Centro di Documentazione da Via Umberto I, già facciata della Chiesa di San Rocco

Collocato nell'ampia Piazza XX Settembre a Cansano, il Centro di Documentazione e Visita "Ocriticum" è il centro operativo di gestione del Parco Archeologico Naturalistico di "Ocriticum", che ospita una discreta quantità di reperti provenienti dal vicino sito archeologico, mostre temporanee, conferenze ed una mostra permanente sull'emigrazione, donata a Cansano dal Comandante generale della Guardia di Finanza Nino Di Paolo, originario e amante del posto.

Da chiesa a parcheggio, da parcheggio a museo[modifica | modifica wikitesto]

Lo stabile adibito a centro di documentazione ospitava originariamente una chiesa, edificata a metà del Quattrocento e dedicata a Santa Maria di Loreto. Successivamente alla peste del Seicento, il culto di Santa Maria di Loreto fu sostituito con quello di San Rocco, che lì fu venerato sino al XX secolo: a metà del Novecento, difatti, la chiesa fu sconsacrata (a San Rocco fu consacrata invece la nuova chiesa innalzata in Piazza XX Settembre) e convertita in parcheggio al coperto. Dopo il 1997, l'edificio è stato rilevato dal Comune e convertito in museo.

Le sezioni del Centro di Documentazione[modifica | modifica wikitesto]

Il Centro è suddiviso in tre sezioni, ciascuna ospitata da un piano dell'edificio.

La sala convegni[modifica | modifica wikitesto]

Al secondo piano, al quale si accede da Piazza XX Settembre, è situata una sala convegni ove periodicamente si tengono corsi di formazione, conferenze di vario argomento e genere, proiezioni, eventi musicali e teatrali. L'ala ospita, tuttavia, pure mostre fotografiche, pittoriche e installazioni artistiche (ultima Memorial Cansano di Antonio Marchetti, artista di origini abruzzesi attivo ora nell'Italia Settentrionale, in cui rifletteva sul tema dell'emigrazione). Fra le mostre, si citano Il volo e Anima del prof. Giovanni Guadagnoli, fotografo cansanese che vanta, fra le varie, collaborazioni con Giorgio Armani[6]. Da annoverare è, poi, la presentazione del libro di Giampaolo Giuliani, dal titolo "L'Aquila 2009. La mia verità sul terremoto", avvenuta nel marzo 2010.

La sezione archeologica[modifica | modifica wikitesto]

Il primo piano ospita i reperti rinvenuti nel pianoro di Ocriticum, raccolti all'interno di sei teche a ciascuna delle quali è affiancato un pannello esplicativo. I reperti presenti costituiscono saggi delle tipologie di oggetti rinvenuti nelle singole aree sviluppatesi nella piana, a partire dall'area sacra, di cui si possono osservare diversi ex voto fittili e anatomici, maschere votive, ampolle e balsamari, ma pure statuine rappresentanti divinità: fra le più interessanti, una raffinata Venere e una statuetta raffigurante due dee intente a salutarsi con un bacio, identificate con Cerere e Proserpina al momento del loro congedo o dell'incontro[7]; dal deposito votivo, pure fibie in bronzo e uno strigile particolarmente raffinato. Altre teche mettono in evidenza la quantità di traffici commerciali che interessavano Ocriticum, come si evince dalla pluralità dei tipi di ceramica, nera e rossa, grezza o raffinata, semplice, decorata o dipinta, talora sigillata, e dall'elevata quantità di monete romane differentemente databili. Monili, vetri policromi e ceramiche dipinte testimoniano, poi, come la frequentazione del pianoro si sia protratta nei secoli, sino all'età tardo-antica e all'Alto Medioevo.

Il Museo dell'Emigrazione[modifica | modifica wikitesto]

Il piano terra ospita una preziosa mostra fotografica, letteraria, saggistica e statistica sull'emigrazione, con particolare riferimento alla migrazione verso gli Stati Uniti d'America alla fine dell'Ottocento. Cansano è stato fortemente colpito dal fenomeno dell'emigrazione, che ne ha impoverito l'economia e causato l'abbandono parziale (l'intero centro storico è abbandonato e diroccato), oltre che il fortissimo calo demografico[8]. Questo elemento è stato indubbiamente d'impulso affinché il generale Nino Di Paolo donasse al Centro di Documentazione di Cansano, suo paese d'origine, la mostra sull'emigrazione da lui ideata e realizzata[9]:

« Tanti anni fa, trovandomi a New York, visitai il museo dell'emigrante di Ellis Island, una piccola isola a un miglio da Manhattan. Fra i seicentomila nomi incisi lungo il muro circolare del giardino che affaccia sulla statua della Libertà, ritrovai le tracce dei miei nonni.

Rimasi colpito, profondamente colpito, e da allora non ho smesso di scavare nel passato. Da questa ricerca nacque un libro, poi una grande mostra fotografica a Napoli, presso l'Università Federico II, ma soprattutto un sogno: poter donare un giorno il frutto di quella fatica al mio Paese, non cedendo alle lusinghe che venivano da più parti, a volte anche molto autorevoli.[9] »

(Gen. Nino Di Paolo)

Il percorso della mostra rievoca, con la forza del documento fotografico, ambienti, realtà e situazioni drammatiche vissute dagli emigranti che, lasciando l'Italia per disperazione e mancanza di lavoro, giungevano nella Baia di New York e venivano tenuti in quarantena ad Ellis Island, nota poi come Isola delle lacrime; qui un labirinto di esami fisici, psicologici e attitudinali, compiuti con rigore e precisione dal famoso Dr. Knox, selezionava coloro che potevano essere ammessi e coloro che invece dovevano esser rimpatriati. La mostra si snoda poi nella sfera del lavoro, spesso in nero, e dell'ambiente familiare e casalingo. Grafici e dati statistici di notevole interesse e rilevanza storica e antropologica corredano l'esposizione. Segue un'ampia sezione sull'emigrazione nella letteratura, con testi di Primo Levi, Pascal D'Angelo, Alessandro Baricco eccetera. In ultimo, pagine originali dei giornali del 16 aprile 1912, in merito al disastro del Titanic, riproduzioni di passaporti d'epoca, biglietti e un catalogo dettagliato dei piroscafi che solcavano gli oceani ai primi del Novecento. A concludere la mostra, una serie di saggi sulla psicologia del migrante. Elementi ricorrenti in tutta la mostra sono le valigie di cartone e spago, esposte lungo tutto il tragitto, una serie di continui e sommessi riferimenti al paese di Cansano e alla famiglia dell'autore, ma soprattutto il confronto continuo tra l'emigrazione italiana di ieri e l'immigrazione clandestina di oggi, sicché si mette in luce come queste siano effettivamente due facce d'una sola medaglia.
Di recente, la mostra sull'emigrazione è stata riproposta a Roma dal gen. Di Paolo con il titolo Ellis Island: Italiani d'America[10] e pubblicizzata pure nel Dipartimento di Geografia della Sapienza. La presenza della mostra permanente sull'emigrazione a Cansano fa sì, inoltre, che il Centro di Documentazione e Visita sia ormai a molti noto pure come Museo dell'Emigrazione di Cansano[11].

Note[modifica | modifica wikitesto]

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