Navalia

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I Navalia erano arsenale, cantiere navale e base della flotta militare di Roma antica. Erano collocati sulla sponda sinistra del fiume Tevere, in Campo Marzio (con la suddivisione augustea dell'Urbe in regioni la zona entrò nella Regio IX Circus Flaminius).

Storia[modifica | modifica wikitesto]

I Navalia furono stabiliti sulla sponda del Tevere al principio dell'Età repubblicana. Soprattutto tra IV e II secolo a.C. ospitarono la flotta militare romana, mentre, in seguito, vi si ormeggiavano solo navi presenti a Roma per esigenze dello Stato[1].

Tito Livio cita i Navalia quando riporta che nel 338 a.C. le navi catturate agli Anziati nel corso della battaglia del fiume Astura furono in parte bruciate e in parte condotte a Roma nei Navalia[2].

Nel III secolo a.C., quando furono risistemate le Mura Serviane verso il Tevere, il Portus Tiberinus fu incluso nella nuova cinta, mentre i Navalia rimasero all'esterno. Per consentirne l'accesso dalla città fu aperta nella cinta muraria la Porta Navalis, citata da Sesto Pompeo Festo nel II secolo d.C. e probabilmente visibile fino al XV secolo vicino al teatro di Marcello[1].

Nel VI secolo d.C., Procopio di Cesarea visitò i Navalia ancora esistenti e vi poté vedere una nave molto antica, che era tradizionalmente chiamata Nave di Enea[1].

Ubicazione[modifica | modifica wikitesto]

I primi Navalia erano collocati di fronte all'Isola Tiberina, in un'area che per altro rimase sgombra di edifici fino all'età augustea[3]. Successivamente, l'area dei Navalia si estese verso nord, probabilmente fino all'altezza del ponte Elio[1].

Planimetria del Campo Marzio meridionale

Plan champ de mars sud.png


Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

I rinvenimenti di opere murarie in calcestruzzo con volte a botte (le più antiche rinvenute a Roma), apparentemente databili al II secolo a.C., lungo la sponda sinistra del Tevere sono stati associati ai Navalia[4]. I Navalia consistevano di ambienti coperti con elevazione del tetto in corrispondenza dei luoghi di ricovero delle navi[5].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d Navalia, romaeterna.org
  2. ^ Tito Livio, Ab Urbe Condita Libri, 8, 14, 12: naves Antiatium partim in navalia Romae subductae, partim incensae.
  3. ^ Carlo Pavia, Nel ventre di Roma: Dall'abisso Charlie ai sotterranei della Capitale, Gangemi Editore, ISBN 9788849278781, p. 77.
  4. ^ Jane DeRose Evans, A Companion to the Archaeology of the Roman Republic, John Wiley & Sons, 2013, ISBN 9781118557167, capitolo 17, sezione 4.
  5. ^ Paul W. Jacobs II, Diane Atnally Conlin, Campus Martius, Cambridge University Press, 2015, ISBN 9781107023208, pp. 26-27.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Filippo Coarelli, Navalia, Tarentum e Campo Marzio, 1968, p. 31.
  • Christina Wawrzinek, In portum navigare: Römische Häfen an Flüssen und Seen, Walter de Gruyter GmbH & Co KG, 2014, ISBN 9783050094670, pp. 676 (in particolare pp. 102-104).

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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