Battaglia di Sena Gallica

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Battaglia di Sena Gallica
parte della Guerra gotica
Data Autunno 551
Luogo Al largo di Sena Gallica (attuale Senigallia)
Esito Vittoria della marina dell'impero bizantino
Schieramenti
Comandanti
Giovanni
Valeriano
Indulfo
Gibal
Effettivi
50 navi da guerra 47 navi da guerra
Perdite
Minime 36 navi perse
il resto bruciate in seguito
Voci di battaglie presenti su Wikipedia

La battaglia di Sena Gallica fu una battaglia navale combattuta al largo delle coste italiane del mar Adriatico nell'autunno del 551, tra le flotte dell'impero bizantino e del regno ostrogoto, durante la Guerra gotica (535-553). Prende il nome dalla città di Sena Gallica, l'odierna Senigallia, vicino a cui si svolse. Segnò la fine del breve tentativo dei Goti di annullare il dominio della marina bizantina sui mari, e l'inizio della riscossa imperiale in questa guerra, sotto la guida di Narsete.[1] Fu anche l'ultima grande battaglia navale combattuta nel Mediterraneo per oltre un secolo, fino alla battaglia navale di Al-Sawari del 655.[2]

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra gotica (535-553).

Nel 550 la guerra gotica era giunta al quindicesimo anno. I primi anni della guerra avevano visto una serie di successi per la relativamente ridotta forza bizantina guidata da Belisario, che aveva portato alla caduta di Ravenna ed all'apparente restauro del controllo imperiale sull'Italia (540). In seguito l'imperatore Giustiniano richiamò Belisario. I comandanti rimasti iniziarono a litigare tra loro, mentre i Goti radunavano le forze. Sotto il comando del carismatico nuovo re, Totila, ben presto i Goti ribaltarono la situazione, sovrastando le forze imperiali. Neanche il ritorno di Belisario riuscì a contenere la forza degli Ostrogoti. Nel 550 i Romani possedevano ormai solo una manciata di roccaforti costiere sulla terraferma e, nella primavera di quell'anno, Totila invase anche la Sicilia, base strategica dei Romani.[3] Nel tentativo di impedire ai Bizantini un facile accesso all'Italia, bloccando quindi lo sbarco di forze fresche, Totila creò un esercito di 400 navi per contendere i mari all'impero. Nello stesso momento Giustiniano allestì l'ultimo grande tentativo di riconquistare l'Italia, a capo del quale pose l'eunuco Narsete.[3]

Totila, informato del trattato che si stava preparando, era determinato ad impedire ai nemici l'accesso alle loro basi su suolo italiano, soprattutto Crotone ed Ancona.[1] Si ritirò dalla Sicilia,[3] e mentre le sue truppe assediavano Ancona, con 47 navi che la isolavano anche dal mare, Totila spedì il resto della flotta, 300 navi, a fare un'incursione sulle coste dell'Epiro e delle isole Ionie.[1] Ancona stava per cadere, e quindi il generale Valeriano, comandante di Ravenna, scrisse a Giovanni,[4] un generale particolarmente esperto che si trovava a Salona in Dalmazia in attesa dell'arrivo di Narsete e del suo esercito, chiedendogli di spedire alcuni rinforzi:[5]

« Come sai, Ancona è l`unica città che ci sia rimasta al di qua del Golfo, se poi si può veramente dire che ci è rimasta. Infatti per i Romani, stretti da un assedio durissimo, la situazione è tale che io temo che il nostro aiuto sia fuori tempo, preoccupandoci noi troppo tardi e spiegando uno zelo per la sua sorte col senno di poi. Mi fermo qui. La distretta in cui si trovano gli assediati non consente di protrarre questa lettera, perché concentra su di sè tutto il tempo a disposizione; nè lo consente il rischio, che esige un aiuto più pronto che le parole. . »

(Procopio, La Guerra Gotica, IV, 24.)

Letta la richiesta per iscritto di aiuto, immediatamente Giovanni mise a disposizione 38 navi con i suoi veterani, a cui si unirono dopo poco tempo altre 12 unità navali comandate da Valeriano stesso. La flotta di Giovanni salpò le ancore per raggiungere Scardone, dove presto furono raggiunti dalle altre dodici navi al comando di Valeriano.[5] Riunite le forze, raggiunsero Sena Gallica, circa 27 km a nord di Ancona,[1] apprestandosi a combattere la flotta ostrogota. Come si evince dalle arringhe che Procopio mette in bocca ai generali delle opposte fazioni, l'esito della guerra avrebbe avuto un'importanza decisiva; nell'orazione rivolta da Valeriano all'esercito, molto probabilmente mai veramente pronunciata, ma solo un abbellimento retorico di Procopio, viene affermato:

« Nessuno di voi, o commilitoni, creda che si stia per combattere solo per Ancona e per i Romani che vi sono assediati e che l' esito della battaglia riguardi solo questo problema e basta. Pensate, invece, che qui è, per dirla brevemente, la somma dell'intera guerra: dalla piega che prenderà la battaglia dipenderà la decisione finale della fortuna. Ecco come dovete considerare la situazione attuale: l'esito della guerra dipende dalle risorse e coloro che scarseggiano di viveri sono fatalmente sconfitti dai nemici. Il valore non va d'accordo con la fame, perché la natura non ammette che s'abbia fame e si compiano prodezze al medesimo tempo. Così stando le cose, a noi non è rimasto, da Otranto a Ravenna, nessun caposaldo dove si possano depositare le vettovaglie per noi e per i nostri cavalli. E i nemici sono padroni del paese a tal punto che noi non abbiamo più neanche un villaggio amico da cui ci sia possibile importare gradualmente provviste. Su Ancona sono puntate tutte le nostre speranze che le truppe che vi si dirigono dal continente di fronte abbiano la possibilità di approdare e di mettersi al sicuro. Dunque, se nello scontro odierno abbiamo successo e rinsaldiamo, ovviamente per l'imperatore, il possesso di Ancona, potremmo nutrire per l'avvenire buone speranze su tutto l'andamento della guerra contro i Goti. Se invece perdiamo questa battaglia, è meglio non aggiungere parole amare: voglia Iddio che il dominio dell'Italia sia duraturo per i Romani! Ma c`è un'altra cosa che dobbiamo considerare: se ci comporteremo da vili, non avremo neppure la possibilità di scampare: non ci sarà per noi né terraferma, che è occupata dagli avversari, né mare navigabile, perché i nemici ne avranno il pieno controllo. Tutta la speranza di salvezza che vi resta è nelle vostre mani, pronta a cangiare secondo quanto farete nella battaglia. Comportatevi dunque da prodi quant'è possibile con questo pensiero in mente: che se sarete sconfitti adesso, questa sconfitta sarà l' ultima; se vincerete, vi arriderà la gloria e sarete annoverati tra i fortunati »

(Procopio, La Guerra Gotica, IV, 23.)

Battaglia[modifica | modifica wikitesto]

Dal momento che le due flotte era quasi equivalenti, i due comandanti Goti, Indulfo e Gibal (il primo era un ex uomo di Belisario), decisero di affrontare immediatamente i Romani in battaglia, e salparono.[1]

A differenza di quanto succedeva in antichità classica, le navi da battaglia del VI secolo non possedevano arieti; i combattimenti navali erano dominati da scambio di proiettili ed abbordaggi.[6] In questo tipo di combattimenti l'esperienza e l'abilità di mantenere compatta la formazione della flotta era essenziale, e le ciurme bizantine avevano certo più esperienza di quelle gote. Presto, nel cuore della battaglia, alcune navi gotiche uscirono dal gruppo principale e vennero facilmente distrutte, mentre le altre navigavano troppo vicine impedendosi a vicenda la manovra:[1]

« La battaglia navale fu molto dura, tanto che pareva uno scontro di fanteria. Gli uni e gli altri avevano schierate le navi con la prora al nemico e si bersagliavano reciprocamente di frecce e i più valorosi si fecero sotto fino a giungere a diretto contatto e s' azzuffavano dai ponti delle navi con lance e spade, come in campo. Questi furono i prodromi dello scontro. Più tardi i barbari, per scarsa conoscenza di combattimenti navali, cominciarono a condurre la battaglia con una gran confusione. Alcuni s' allontanarono dai compagni, tanto da offrire ai nemici il destro di prenderli d' infilata isolatamente, mentre altri confluendo in troppi nello stesso punto, s' intralciavano a vicenda per l' accalcarsi delle navi in strettoie... E non potevano tirar d' arco contro i nemici, se non tardi e male, nè usare lance e spade quando se li vedevano venire addosso: erano continuamente nel caos degli schiamazzi e del pigia-pigia, cozzando via via tra loro e cercando poi di respingersi con le aste senza alcun ordine, ora scornandosi nell' intasamento, ora ripiegando fino a notevole distanza, in entrambi i casi con danno dei loro compagni. Le esortazioni, poi, ciascuno le rivolgeva ai più vicini, con lunghi ululati, ma non già per avventarsi contro i nemici, ma per prendere le distanze gli uni dagli altri. Assorbiti da queste difficoltà, i barbari offrirono loro stessi ai nemici il destro per farsi sconfiggere. I Romani comportandosi con grande valore negli scontri e con grande esperienza nel maneggio delle navi, le tenevano ferme con la prora in avanti, senza allontanarsi troppo gli uni dagli altri e senza stringersi più del necessario, ma dosando opportunamente accostamenti e distanza; sicché, se vedevano una nave avversaria separata dal grosso, la assalivano affondandola senza fatica; se invece vedevano gruppi di nemici coinvolti in una calca confusa, dirigevano in quel punto un tiro serrato e quando li aggredivano mentre erano in preda alla confusione e affranti dalla fatica che ne derivava, li trafiggevano con spade e pugnali. Così i barbari, ridotti alla disperazione per l' avversità della sorte e per gli errori commessi, non sapevano più come combattere. Per conseguenza i Goti batterono ignominiosamente in ritirata in una grande confusione, senza darsi più alcun pensiero nè del valore, nè d'una fuga appena decente, nè di qualunque altra cosa che potesse salvarli: sparpagliati in mezzo alle navi nemiche, erano in preda all' angoscia. Alcuni di loro, con 11 navi, riuscirono a fuggire inosservati, mettendosi in salvo; ma tutti gli altri finirono in mano ai nemici. I Romani ne uccisero molti di propria mano e molti ne fecero perire, mandandoli a fondo con le loro navi. Quanto ai generali, Indulfo fuggì di nascosto con le 11 navi di cui si è detto, l' altro fu preso prigioniero dai Romani. »

(Procopio, La Guerra Gotica, IV, 23.)

Alla fine la debole flotta gotica venne disintegrata e le loro navi tentarono la fuga. Persero 36 navi, e lo stesso Gibal venne catturato, mentre Indulfo e gli altri sopravvissuti fuggirono verso Ancona. Appena giunto vicino al campo base dell'esercito tirò in secca le navi e gli diede fuoco.[1]

Questa incredibile sconfitta scoraggiò la forza gotica, che immediatamente tolse l'assedio ad Ancona fuggendo.[1] Seguita poco dopo da una serie di successi romani, la battaglia navale di Sena Gallica può essere indicata come l'arresto dell'avanzata barbara nella guerra gotica, e l'inizio della riscossa per l'impero bizantino.[1]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i Bury, Cap.XIX, §9
  2. ^ Age of the Galley, p. 90
  3. ^ a b c Bury, Cap.XIX, §8
  4. ^ Giorgio Ravegnani, I Bizantini in Italia, 2004, Il Mulino, p. 54, ISBN 8815096906, ISBN 9788815096906
  5. ^ a b Procopio, IV, 23.
  6. ^ Age of the Galley, p. 99

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Fonti[modifica | modifica wikitesto]