Ma Bufang

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search
Ma Bufang
Ma Bufang.jpg

1° Ambasciatore della Repubblica di Cina in Arabia Saudita
Durata mandato Agosto 1957 –
Giugno 1961
Presidente Chiang Kai-shek
Predecessore carica istituita
Successore Bao Junjian

Governatore dello Qinghai
Durata mandato 5 marzo 1938 –
Settembre 1949
Predecessore Ma Lin
Successore Zhao Shoushan

Dati generali
Partito politico Naval Jack of the Republic of China.svg Kuomintang
Ma Bufang
馬步芳
Ma Pu-fang.jpg
Soprannome"Re del Qinghai"
NascitaLinxia, 1903
MorteGedda, 31 luglio 1975
EtniaHui
Religionemusulmana
Dati militari
Paese servitoRepubblica di Cina Repubblica di Cina
Forza armataFlag of the Republic of China Army.svg Esercito Rivoluzionario Nazionale
UnitàEsercito Ninghai
Anni di servizio1928 - 1949
GradoTenente generale
GuerreGuerra sino-tibetana
Seconda guerra sino-giapponese
Guerra civile cinese
Ribellione Ili
Pacificazione del Qinghai da parte del Kuomintang
CampagneLunga marcia
Comandante diPresidente della provincia del Qinghai
Comandante in capo della 40ª Armata
Studi militariCorpo di formazione degli ufficiali del Qinghai[1]
voci di militari presenti su Wikipedia

Ma Bufang[6] (馬步芳T, 马步芳S, Mǎ BùfāngP, Ma3 Pu4-fang1W, Xiao'erjing: in arabo: ما بوفنگ‎) (Monigou, 1903Gedda, 31 luglio 1975) è stato un generale e politico cinese, signore della guerra musulmano di etnia Hui, appartenente alla cricca Ma, attivo durante la Repubblica di Cina e divenuto poi governatore della provincia del Qinghai[3][4] Il suo grado era Luogotenente generale.[5]. Il generale Ma iniziò un progetto di industrializzazione controllato e gestito dallo Stato, creando direttamente progetti educativi, medici, agricoli e igienico-sanitari, gestiti o assistiti dallo Stato.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Sia Bufang che suo fratello maggiore Buqing (1901–1977) erano nati a Monigou (漠泥溝鄉)[7] nell'attuale contea di Linxia, 35 km. ad ovest della città di Linxia.[8] Il loro padre, Ma Qi (馬麒), costituì l'esercito Ninghai nel Qinghai (1915), e ricevette incarichi civili e militari dal governo Beiyang di Pechino.

Suo fratello, Ma Buqing, ricevette una classica istruzione cinese, mentre egli fu educato secondo i dettami dell'Islam.[9] Ma Qi, in origine, aveva deciso che Bufang dovesse studiare per diventare un imam mentre il suo fratello maggiore, Buqing, si sarebbe dovuto indirizzare alla carriera militare. Bufang studiò fino all'età di diciannove anni e poi optò per la carriera militare come suo fratello.[10] Bufang fu a capo della grande moschea Dongguan[10] e poi si laureò presso il Corpo di addestramento degli ufficiali del Qinghai.[1]

Successivamente si schierò con il Guominjun, comandato da Feng Yuxiang, fino alla guerra delle Pianure centrali, passando poi dalla parte vincitrice del generale Chiang Kai-shek. Ma Qi morì nel 1931 e il suo potere fu assunto da suo fratello Ma Lin (馬 麟), che fu nominato governatore del Qinghai.

Ascesa al governatorato[modifica | modifica wikitesto]

Ma Lin mantenne la posizione di governatore civile, mentre Ma Bufang era governatore militare. Litigavano spesso tra loro in quanto non si vedevano di buon occhio. Ma Bufang non era ammirato dalla gente tanto quanto lo zio Ma Lin, che invece era adorato dal popolo.[11]

Nel 1936, sotto il comando di Chiang Kai-shek, e con l'aiuto della rimanente forza di Ma Zhongying di Gansu e Ma Hongkui e Ma Hongbin di Ningxia, Ma Bufang e suo fratello Ma Buqing giocarono un ruolo importante nell'annullare la forza di 21.800 uomini di Zhang Guotao che aveva attraversato il Fiume Giallo nel tentativo di espandere la zona di influenza comunista. Nel 1937 Ma Bufang, con l'appoggio del Kuomintang, si rivoltò contro suo zio e lo costrinse a lasciargli il suo incarico. A quel punto Ma Bufang divenne governatore del Qinghai, con poteri militari e civili, e rimase in quella posizione fino alla vittoria comunista nel 1949. Durante l'ascesa al potere, Ma Bufang, insieme a Ma Buqing e ai cugini Ma Hongkui e Ma Hongbin, furono strumentali nell'aiutare un altro cugino, Ma Zhongying, a prevalere nel Gansu. Però non volevano che Ma Zhongying competesse con loro sullo stesso territorio, così lo incoraggiarono e sostennero nello sviluppo della propria base di potere in altre regioni come Gansu e Xinjiang. Ma Bufang sconfisse poi Ma Zhongying in una battaglia a Gansu, e lo spinse nello Xinjiang.

Nel 1936, a Ma Bufang venne assegnato il comando della nuova 2ª Armata.[12]

Poiché Ma Bufang non voleva che il 14º Dalai Lama succedesse al suo predecessore, mise lo stesso agli arresti domiciliari, dicendogli che era necessario per la sua "protezione" e rifiutando di farlo partire per il Tibet.[13] Fece tutto il possibile per ritardare la partenza del Dalai Lama verso il Tibet chiedendo 100.000 dollari d'argento cinesi per lasciarlo andare.[14][15][16]

Anche se suo zio Ma Lin era ufficialmente governatore dello Qinghai, Ma Bufang deteneva di fatto il potere militare nella provincia e gli stranieri lo riconoscevano come tale.[17] Mentre suo zio era governatore del Qinghai, Ma Bufang era commissario per la pacificazione di Gansu.[18] Nell'autunno del 1936, Ma Bufang provò a scalzare suo zio e a prendere il suo posto,[19] rendendogli la posizione insostenibile e insopportabile fino a quando non lo costrinse a dimettersi e a fare Hajj a La Mecca.[20] Al ritorno dal pellegrinaggio a La Mecca, Ma Lin venne inserito nel Comitato del governo nazionale. In un'intervista, Ma Lin fu descritto come avente: "alta ammirazione e incrollabile lealtà nei confronti di Chiang Kai-shek".[21]

La dinastia Qing aveva conferito alla sua famiglia uno stendardo giallo con il nome della sua casata "Ma" al centro. Ma Bufang continuò ad usarlo in battaglia fino al 1936, quando aveva al suo comando 30.000 cavalieri musulmani del suo esercito.[22]

Guerra contro Tibet e i golok[modifica | modifica wikitesto]

T. V. Soong e Ma Bufang visitano una moschea a Xining, Qinghai nel 1934

Ma Bufang aveva un rapporto conflittuale con la popolazione tibetana del Qinghai. Alcuni buddhisti erano presenti nel suo esercito mentre altri furono schiacciati e uccisi.

Nel 1932, le truppe musulmane di Ma Bufang e del generale cinese Han Liu Wenhui sconfissero gli eserciti tibetani del 13º Dalai Lama quando il Tibet tentò di invadere la provincia del Qinghai. Ma Bufang batté gli eserciti tibetani e riconquistò diverse contee nella provincia di Xikang. Le contee di Shiqu, Dengke e altre erano state conquistate dai tibetani[23][24][25] che vennero respinti dall'altra sponda del fiume Jinsha.[26][27] Ma e Liu intimarono agli ufficiali tibetani di non attraversare di nuovo il fiume.[28] Venne firmata un tregua che pose fine ai combattimenti.[29][30]

La reputazione delle forze musulmane di Ma Bufang venne rafforzata dalla guerra e dalla vittoria contro l'esercito tibetano.[31] La considerazione di cui godeva aumentò a seguito del ruolo che ebbe nella guerra e più tardi, nel 1937, nelle battaglie contro i giapponesi che lo portarono a diventare famoso a livello nazionale. Il controllo della Cina sull'area di confine di Kham e Yushu con il Tibet fu assegnato all'esercito Qinghai. Le scuole gestite dai musulmani cinesi usarono la sua vittoria nella guerra contro il Tibet per mostrare come difese l'integrità del territorio cinese, messo in pericolo dall'invasione giapponese.[32]

Il governo del Kuomintang della Repubblica di Cina sostenne Ma Bufang quando lanciò sette spedizioni di sterminio nella Prefettura autonoma tibetana di Golog, eliminando migliaia di membri della tribù golok.[33] Alcuni tibetani contavano il numero di volte che li avevano attaccati, ricordando la settima che rese loro la vita impossibile.[34] Ma era altamente anti-comunista, e lui e il suo esercito annientarono molti buddhisti tibetani tribali golok nel nord-est e nell'oriente del Qinghai, distruggendo i loro templi.[35][36][37]

Ma Bufang fondò la scuola media di Kunlun che reclutò studenti tibetani destinati a subire una dura vita militare. Egli intendeva usarli come traduttori mentre espandeva il suo dominio militare sulla terra abitata dai tibetani.[38] Poiché aveva sconfitto molti tibetani, a un certo punto li arruolò nel suo esercito.

Nel 1939 Ma Bufang attaccò e demolì il tempio buddhista di Rebgong, uno dei più antichi di Amdo.[39] Nel 1941 Ma inviò il suo esercito a distruggere e saccheggiare il monastero di Tsanggar; le sue forze espulsero i monaci e il monastero non fu ricostruito fino a quando i comunisti presero il potere. I monaci ritornarono nel 1953.[40] Molti dei monasteri attaccati da Ma Bufang erano frequentati da golok.

I tribali tibetani nel Qinghai meridionale si ribellarono a causa delle tasse eccessive tra il 1939 e il 1941, ma furono schiacciati da "campagne di repressione" e massacri che causarono un grande flusso di rifugiati dal Qinghai verso il Tibet.[41]

Un ex soldato tibetano del Kham, di nome Aten, che combatté contro le forze di Ma Bufang, fornì il resoconto di una battaglia. Descrisse i musulmani cinesi come "feroci". Dopo che lui e i suoi commilitoni erano caduti in un'imboscata tesa da 2000 cavalieri cinesi musulmani di Ma Bufang, fu lasciato a terra con ferite da proiettile. Disse: "non mi feci illusioni sul destino della maggior parte del nostro gruppo", la maggior parte del quale fu spazzata via.[42][43] Aten disse anche che "la provincia tibetana di Amdo", era stata "occupata" da Ma Bufang.[44]

Seconda guerra sino-giapponese[modifica | modifica wikitesto]

Chiang Kai-shek (a destra) incontra il generale hui Ma Bufang (secondo da sinistra), e Ma Buqing (primo da sinistra) a Xining nell'agosto 1942.
Da sinistra a destra: Ma Hongkui, sconosciuto, Hu Zongnan, Ma Bufang, Chiang Kai-shek, (ulteriori a sinistra sconosciuti) - in foto che secondo la fonte risale al 1934

Ma Bufang chiese pace e tolleranza tra tutte le etnie.[45]

I soldati delle forze di cavalleria di Ma Bufang appartenevano a una vasta gamma di etnie: hui, mongoli, tibetani e cinesi han, tutti al servizio nella sua cavalleria.[46] In teoria, la sua tolleranza etnica assicurava che le reclute potessero sfuggire alle divergenze etniche nei suoi eserciti.

Nel 1937 e nel 1938, i giapponesi tentarono di avvicinarsi a Ma Bufang ma furono ignorati.[47]

I soldati di Ma erano inquadrati nella 82ª armata durante la guerra contro il Giappone.[48][49][50][51][52]

Ma Bufang - data sconosciuta

Nel 1937, quando iniziò l'attacco giapponese alla Battaglia di Pechino-Tientsin, il governo cinese fu informato, da Bufang della cricca Ma, che era pronto a portare la guerra ai giapponesi.[53] Immediatamente dopo l'incidente del ponte di Marco Polo, formò una divisione di cavalleria, al comando del generale Ma Biao, per essere inviata in battaglia contro i giapponesi.[54] Ma Buqing e Ma Bufang discussero, i piani di battaglia contro i giapponesi, per telefono con Chiang Kai-shek. La parte più addestrata della cavalleria d'élite di Ma Bufang fu inviata contro il Giappone. Il gruppo turco etnico Salar costituiva la maggioranza della prima divisione di cavalleria mandata da Ma Bufang.[55]

In virtù della feroce resistenza di Ma Hongkui e della cavalleria musulmana di Ma Bufang, i giapponesi non furono mai in grado di raggiungere e catturare Lanzhou durante la guerra.[56][57][58]

Ma Bufang impedì anche agli agenti giapponesi di contattare i tibetani e fu chiamato "avversario" da un agente giapponese.[59]

Ma divenne governatore del Qinghai quando espulse dal potere suo zio, Ma Lin, nel 1938.[60] Comandava un'armata che gli fu affidata per le sue inclinazioni anti giapponesi.[1][61]

Su ordine del governo del Kuomintang di Chiang Kaishek, riparò l'aeroporto di Yushu per impedire ai separatisti tibetani di ottenere l'indipendenza. Chiang gli ordinò anche di mettere in allerta i suoi soldati musulmani per un'invasione del Tibet nel 1942.[62] Egli obbedì e mosse diverse migliaia di uomini verso il confine con il Tibet.[63] Chiang minacciò i tibetani di bombardamenti se non si fossero adeguati ai suoi ordini e Ma Bufang attaccò il monastero buddista tibetano Tsang nel 1941.[64] Egli attaccò costantemente il monastero di Labrang.[65]

L'esercito di Ma Bufang combatté a lungo sanguinose battaglie contro i giapponesi nella provincia di Henan. Egli mandò il suo esercito, sotto il comando del suo parente generale Ma Biao, per combattere i giapponesi ad Henan. Le truppe cinesi del Qinghai, i salar, i cinesi musulmani, i Dongxiang e le truppe tibetane vennero inviate a combattere contro l'esercito imperiale giapponese, o si suicidarono rifiutando di essere fatti prigionieri, quando furono messi all'angolo dal nemico. Quando sconfissero i giapponesi, le truppe musulmane li massacrarono tutti tranne alcuni prigionieri rimandati in Qinghai per dimostrare che erano stati vittoriosi. Nel settembre del 1940, quando i giapponesi lanciarono un'offensiva contro le truppe musulmane del Qinghai, i musulmani tennero un'imboscata e uccisero così tanti di loro che furono costretti a ritirarsi. I giapponesi non poterono nemmeno prendere i loro morti e così tagliarono loro un braccio da mandare in Giappone per la cremazione. In seguito i giapponesi non tentarono più un'offensiva simile.[66] Ma Biao era il figlio maggiore di Ma Haiqing, che era il sesto fratello più giovane di Ma Haiyan, nonno di Ma Bufang.[67]

Lo Xining fu sottoposto a bombardamenti da parte di aerei giapponesi nel 1941 durante la seconda guerra sino-giapponese. Il bombardamento stimolò tutte le etnie del Qinghai, compresi i mongoli locali Qinghai e i tibetani Qinghai, ad opporsi ai giapponesi.[68][69] Il generale musulmano salar Han Youwen diresse la difesa della città di Xining durante i bombardamenti. Han sopravvisse a un bombardamento aereo a Xining mentre veniva diretto per telefono da Ma Bufang, che si nascondeva in un rifugio antiaereo in una caserma militare. Il bombardamento portò ad una carneficina e sangue umano schizzò su una bandiera Cielo blu con un sole bianco mentre Han rimase sepolto tra le macerie. Fu trascinato fuori mentre sanguinava e riuscì ad afferrare una mitragliatrice e zoppicando sparò contro gli aerei giapponesi e li maledisse appellandoli come cani nella sua lingua nativa salar.[70][71]

Ma Bukang e Ma Bufang ebbero una discussione su Ma Biao quando gli aerei giapponesi bombardarono Xining.[72]

Nel 1942, il generalissimo Chiang Kai-shek, capo del governo cinese, fece un giro ispettivo nel nord-ovest della Cina, in Xinjiang, Gansu, Ningxia, Shaanxi e Qinghai, incontrando sia Ma Buqing che Ma Bufang. Venne detto che in quel periodo Ma aveva 50.000 soldati d'élite nel suo esercito.[73]

Ma Bufang sostenne l'imam nazionalista cinese Hu Songshan.[74]

Guerra civile cinese[modifica | modifica wikitesto]

Il presidente egiziano Muhammad Naguib con il generale Ma Bufang.

Ma Bufang venne eletto al Sesto comitato centrale del Kuomintang nel 1945.

Il governo cinese del Kuomintang ordinò a Ma Bufang di marciare più volte, con le sue truppe, nello Xinjiang per intimidire il governatore pro sovietico Sheng Shicai. Ciò contribuì a fornire protezione alla colonizzazione cinese nello Xinjiang.[75] Nel 1945, Ma Bufang fu inviato con la sua cavalleria musulmana a Ürümqi durante la ribellione Ili per proteggerla dall'esercito uiguro degli Hi.[76][77][78][79]

Nel 1949 Ma Bufang traslocò l'urna di Gengis Khan da Yulin a Xining.[80][81] Il 7 aprile 1949 Ma Bufang e Ma Hongkui annunciarono congiuntamente che avrebbero continuato a combattere i comunisti e non avrebbero raggiunto un accordo con loro.[82] I combattimenti continuarono nonostante l'avanzata dei comunisti[83] e il Kuomintang nominò Ma capo di tutti gli affari militari e politici del nord-ovest.[84]

Il Panchen Lama, che era stato esiliato dal Tibet dal governo del Dalai Lama, volle vendicarsi guidando un esercito contro il Tibet nel settembre 1949 e chiese aiuto a Ma Bufang.[85] Ma sostenne il Panchen Lama e la setta rossa lamaista contro il Dalai Lama. Il Qinghai servì da "santuario" per i membri della Setta Rossa e Ma Bufang consentì al monastero Kumbum di essere totalmente autogestito dal Panchen Lama.[86]

Il generale Ma Bufang venne nominato comandante supremo dell'intera regione della Cina nord-occidentale, descritta dalla rivista "Time" come "13 volte più grande del Texas" e contenente "14 milioni di persone" "un terzo cinese Han, un terzo cinese musulmano, e il resto tibetani, turchi, mongoli e kazaki". Egli entrò a Lanzhou su una Buick con le sue truppe, sequestrando edifici e allestendo campi.[87] Ma dovette combattere anche contro quaranta aerei militari sovietici inviati da Iosif Stalin contro le sue forze.[88]

I generali Hu Zongnan e Ma Bufang guidarono cinque corpi d'armata per sconfiggere l'esercito del generale Peng vicino a Baoji, uccidendo 15.000 soldati dell'Esercito Popolare di Liberazione (PLA).[89]

Nell'agosto del 1949, Ma Bufang viaggiò in aereo verso il governo del Kuomintang (KMT) di Canton per richiedere rifornimenti per via aerea, mentre suo figlio Ma Jiyuan assunse il comando delle forze del KMT a Lanzhou dicendo ai giornalisti che avrebbe difeso la città. Tuttavia, il governo negò la sua richiesta, e Ma tornò di nuovo a Lanzhou abbandonandola e ritirandosi in camion a Xining.[90] Poi l'esercito popolare di liberazione comunista cinese, guidato dal generale Peng Dehuai, sconfisse l'esercito di Ma e occupò Lanzhou, la capitale di Gansu. Ma venne cacciato da Xining e riparò a Chongqing e poi ad Hong Kong. Aveva con lui 50.000 dollari in contanti.[91] Mentre risiedeva in un appartamento ad Hong Kong, dichiarò la sua intenzione di riparare a La Mecca.[92][93] In ottobre, Chiang Kai-shek lo esortò a tornare nel nord-ovest per resistere al PLA, ma egli fuggì a La Mecca con più di 200 parenti e subordinati per la hajj.[93]

Ma Bufang, e i suoi familiari come il figlio Ma Jiyuan, il cugino Ma Bukang e il nipote Ma Chengxiang, fuggirono in Arabia Saudita, tuttavia, dopo un anno, Ma Bufang e Ma Bukang si trasferirono a Il Cairo, in Egitto, mentre suo figlio Ma Jiyuan, con dieci generali, si trasferì a Taiwan.[94][95]

Ma Bufang annunciò l'inizio dell'Insurrezione islamica del Kuomintang in Cina (1950–1958) il 9 gennaio 1950, mentre si trovava a Il Cairo, dicendo che i musulmani cinesi non si sarebbero mai arresi ai comunisti ed avrebbero iniziato una guerriglia contro di loro.[96][97] Le sue ex forze militari, per la maggior parte musulmane, continuarono a svolgere un ruolo importante nell'insurrezione.[3]

Nel 1950, Ma si trasferì a Il Cairo per chiedere aiuto ai paesi arabi[98][99] ed ebbe la funzione di rappresentante del Kuomintang in Egitto.[100]

Ambasciatore in Arabia Saudita[modifica | modifica wikitesto]

Il generale Ma Bufang in Egitto nel 1955
Ma Bufang con l'ambasciatore del Kuomintang in Arabia Saudita nel 1955.

Nel 1957, dopo il ripristino delle relazioni diplomatiche tra Egitto e Repubblica popolare cinese, Ma venne inviato da Taipei come ambasciatore di Taiwan (ROC) in Arabia Saudita.[101] Ricoprì l'incarico per quattro anni e non ritornò più a Taiwan. Rimase in Arabia Saudita fino alla sua morte nel 1975. Aveva un figlio, Ma Jiyuan (馬繼援), che era comandante nella sua armata.

Posizione sull'indipendenza del Turkestan orientale[modifica | modifica wikitesto]

Mentre prestava servizio come ambasciatore, Abdul Ahad Hamed, un ex Muftī uiguro, che viveva in Arabia Saudita, gli chiese di ottenere alloggi per gli uiguri che possedevano i passaporti della Repubblica di Cina, vivendo fuori dalla Cina. Ma Bufang inviò la seguente lettera che respingeva questa richiesta e il suo uso del termine "Turkestan orientale", confermando la posizione ufficiale della Repubblica di Cina (Taiwan) che lo Xinjiang era parte della Cina e che non riconosceva il Movimento per l'indipendenza del Turkestan orientale.[102]

Caro fratello,
Con tutto il rispetto per la tua precedente posizione nel governo dello Xinjiang e per la fiducia riposta in te da Sua Eccellenza il Presidente della Repubblica di Cina, spero che ti asterrai dall'usare espressioni che non dovrebbero essere usate da chi ha occupato posizione di muftì. Stiamo tutti servendo il nostro amato paese cercando di fare del nostro meglio per i nostri connazionali. Spero anche che ti asterrai dall'usare l'espressione "Nazione del Turkestan" che è stata coniata da un Abdul Qayyum Khan mentre viveva in Germania. Stiamo lavorando per il benessere del vero popolo dello Xinjiang non per i Turkestani che vivono fuori dallo Xinjiang o per i seguaci di Abdul Qayyum Khan.
Cordiali saluti,
Ambasciatore della Cina nazionalista in Arabia Saudita[103]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Robert L. Jarman, China Political Reports 1911-1960: 1942-1945, Archive Editions, 2001, p. 311, ISBN 1-85207-930-4. URL consultato il 28 giugno 2010.
  2. ^ Maria Jaschok e Jingjun Shui, The history of women's mosques in Chinese Islam: a mosque of their own, Routledge, 2000, p. 96, ISBN 0-7007-1302-6. URL consultato il 29 giugno 2010.
  3. ^ a b Zedong Mao, Michael Y. M. Kau e John K. Leung, The Writings of Mao Zedong, 1949-1976: September 1945 - December 1955, a cura di Michael Y. M. Kau e John K. Leung, M.E. Sharpe, 1986, p. 34, ISBN 0-87332-391-2. URL consultato il 28 giugno 2010.
  4. ^ Piper Rae Gaubatz, Beyond the Great Wall: urban form and transformation on the Chinese frontiers, Stanford University Press, 1996, p. 36, ISBN 0-8047-2399-0. URL consultato il 28 giugno 2010.
  5. ^ Paul Preston, Michael Partridge e Antony Best, British documents on foreign affairs: reports and papers from the Foreign Office confidential print. From 1946 through 1950. Asia, Volume 1, University Publications of America, p. 37, ISBN 1-55655-768-X. URL consultato il 28 giugno 2010.
  6. ^ Nell'onomastica cinese il cognome precede il nome. "Ma" è il cognome.
  7. ^ "临夏旅游" (Linxia Tourism), published by Linxia Hui Autonomous Prefecture Tourist Board, 2003. 146 pages. No ISBN. Pages 68-69.
  8. ^ The STRONGHOLD OF MUSLIM CHINA, in The Muslim World, vol. 31, pp. 178–184, DOI:10.1111/j.1478-1913.1941.tb00924.x/abstract. URL consultato il 28 giugno 2010.
  9. ^ Stéphane A. Dudoignon, Hisao Komatsu e Yasushi Kosugi, Intellectuals in the modern Islamic world: transmission, transformation, communication, Taylor & Francis, 2006, p. 255, ISBN 978-0-415-36835-3. URL consultato il 28 giugno 2010.
  10. ^ a b Stéphane A. Dudoignon, Devout societies vs. impious states?: transmitting Islamic learning in Russia, Central Asia and China, through the twentieth century : proceedings of an international colloquium held in the Carré des Sciences, French Ministry of Research, Paris, November 12–13, 2001, Schwarz, 2004, p. 68, ISBN 3-87997-314-8. URL consultato il 28 giugno 2010.
  11. ^ Violet Olivia Rutley Cressy-Marcks, Journey into China, E.P. Dutton & co., inc., 1942, p. 292. URL consultato il 28 novembre 2010.
  12. ^ The China monthly review, Volumes 78-79, .W. Powell, 1936, p. 367. URL consultato il 28 giugno 2010.
  13. ^ American Asiatic Association, Asia: journal of the American Asiatic Association, Volume 40, Asia Pub. Co., 1940, p. 26. URL consultato l'8 maggio 2011.
  14. ^ Melvyn C. Goldstein, A history of modern Tibet, 1913-1951: the demise of the Lamaist state, University of California Press, 1991, p. 321, ISBN 0-520-07590-0. URL consultato il 28 giugno 2010.
  15. ^ Committee of 100 for Tibet & the Dalai Lama Foundation, Loyola University of Chicago. Museum of Art, The Missing Peace: Artists and the Dalai Lama, Earth Aware, 2006, p. 5, ISBN 1-932771-92-1. URL consultato il 9 aprile 2011.
  16. ^ Parshotam Mehra, From conflict to conciliation: Tibetan polity revisited : a brief historical conspectus of the Dalai Lama-Panchen Lama Standoff, ca. 1904-1989, Otto Harrassowitz Verlag, 2004, p. 84, ISBN 3-447-04914-6. URL consultato il 9 aprile 2011.
  17. ^ Royal Central Asian Society, Central Asian Society, London, Journal of the Royal Central Asian Society, Volume 21, Royal Central Asian Society., 1934, p. 25. URL consultato il 28 giugno 2010.
  18. ^ Laurence A. Schneider, Ku Chieh-kang and China's new history: nationalism and the quest for alternative traditions, University of California Press, 1971, p. 290, ISBN 0-520-01804-4. URL consultato il 28 giugno 2010.
  19. ^ American Asiatic Association, Asia: journal of the American Asiatic Association, Volume 40, Asia Pub. Co., 1940, p. 660. URL consultato l'8 maggio 2011.
  20. ^ Dean King, Unbound: A True Story of War, Love, and Survival, illustrated, Hachette Digital, Inc., 2010, ISBN 0-316-16708-8. URL consultato il 28 giugno 2010.
  21. ^ Hartford Seminary Foundation, The Moslem World, Volumes 31-34, Hartford Seminary Foundation, 1941, p. 183. URL consultato l'8 maggio 2011.
  22. ^ Dean King, Unbound: A True Story of War, Love, and Survival, illustrated, Hachette Digital, Inc., 2010, ISBN 0-316-16708-8. URL consultato il 28 giugno 2010.
  23. ^ Jiawei Wang, Nimajianzan, The historical status of China's Tibet, 五洲传播出版社, 1997, p. 150, ISBN 7-80113-304-8. URL consultato il 28 giugno 2010.
  24. ^ Hanzhang Ya e Ya Hanzhang, The biographies of the Dalai Lamas, Foreign Languages Press, 1991, pp. 352, 355, ISBN 0-8351-2266-2. URL consultato il 28 giugno 2010.
  25. ^ B. R. Deepak, India & China, 1904-2004: a century of peace and conflict, Manak Publications, 2005, p. 82, ISBN 81-7827-112-5. URL consultato il 28 giugno 2010.
  26. ^ International Association for Tibetan Studies. Seminar, Lawrence Epstein, Khams pa histories: visions of people, place and authority : PIATS 2000, Tibetan studies, proceedings of the 9th Seminar of the International Association for Tibetan Studies, Leiden 2000, BRILL, 2002, p. 66, ISBN 90-04-12423-3. URL consultato il 28 giugno 2010.
  27. ^ Gray Tuttle, Tibetan Buddhists in the making of modern China, Columbia University Press, 2005, p. 172, ISBN 0-231-13446-0. URL consultato il 28 giugno 2010.
  28. ^ Xiaoyuan Liu, Frontier passages: ethnopolitics and the rise of Chinese communism, 1921-1945, Stanford University Press, 2004, p. 89, ISBN 0-8047-4960-4. URL consultato il 28 giugno 2010.
  29. ^ Oriental Society of Australia, The Journal of the Oriental Society of Australia, Volumes 31-34, Oriental Society of Australia, 2000, pp. 35, 37. URL consultato il 28 giugno 2010.
  30. ^ Michael Gervers, Wayne Schlepp, Joint Centre for Asia Pacific Studies, Historical themes and current change in Central and Inner Asia: papers presented at the Central and Inner Asian Seminar, University of Toronto, April 25–26, 1997, Volume 1997, Joint Centre for Asia Pacific Studies, 1998, pp. 73, 74, 76, ISBN 1-895296-34-X. URL consultato il 28 giugno 2010.
  31. ^ William Brent Haas, Qinghai Across Frontiers : : State- and Nation-Building under the Ma Family, 1911-1949 (PDF), UNIVERSITY OF CALIFORNIA, SAN DIEGO, 23 marzo 2016, p. 91.
  32. ^ William Brent Haas, Qinghai Across Frontiers : : State- and Nation-Building under the Ma Family, 1911-1949 (PDF), UNIVERSITY OF CALIFORNIA, SAN DIEGO, 23 marzo 2016, p. 92.
  33. ^ Uradyn Erden Bulag, Dilemmas The Mongols at China's edge: history and the politics of national unity, Rowman & Littlefield, 2002, p. 54, ISBN 0-7425-1144-8. URL consultato il 28 giugno 2010.
  34. ^ Chung-kuo fu li hui e Zhongguo fu li hui, China reconstructs, Volume 10, China Welfare Institute, 1961, p. 16. URL consultato il 28 giugno 2010.
  35. ^ David S. G. Goodman, China's campaign to "Open up the West": national, provincial, and local perspectives, Cambridge University Press, 2004, p. 72, ISBN 0-521-61349-3. URL consultato il 28 giugno 2010.
  36. ^ Shail Mayaram, The other global city, Taylor & Francis US, 2009, p. 76, ISBN 0-415-99194-3. URL consultato il 30 luglio 2010.
  37. ^ Shail Mayaram, The other global city, Taylor & Francis US, 2009, p. 77, ISBN 0-415-99194-3. URL consultato il 30 luglio 2010.
  38. ^ Lauran R. Hartley e Patricia Schiaffini-Vedani, Modern Tibetan literature and social change, Duke University Press, 2008, p. 36, ISBN 0-8223-4277-4. URL consultato il 28 giugno 2010.
  39. ^ Toni Huber, Amdo Tibetans in transition: society and culture in the post-Mao era : PIATS 2000 : Tibetan studies : proceedings of the Ninth Seminar of the International Association for Tibetan Studies, Leiden 2000, a cura di Toni Huber, BRILL, 2002, p. 200, ISBN 90-04-12596-5. URL consultato il 28 giugno 2010.
  40. ^ Andreas Gruschke, The Cultural Monuments of Tibet's Outer Provinces: The Qinghai part of Amdo, White Lotus Press, 2001, p. 78, ISBN 974-7534-59-2. URL consultato il 28 giugno 2010.
  41. ^ Hsaio-ting Lin, Tibet and Nationalist China's Frontier: Intrigues and Ethnopolitics, 1928-49, UBC Press, 1º gennaio 2011, pp. 113–, ISBN 978-0-7748-5988-2.
  42. ^ Rab-brtan-rdo-rje (Ñag-roṅ-pa.) (translated by Jamyang Norbu), Horseman in the snow: the story of Aten, an old Khampa warrior, Information Office, Central Tibetan Secretariat, 1979, p. 134. URL consultato il 1º giugno 2011.
  43. ^ Jamyang Norbu, Warriors of Tibet: the story of Aten, and the Khampas' fight for the freedom of their country, Wisdom Publications, 1986, p. gbooks says 46, (the actual paper says 146), ISBN 0-86171-050-9. URL consultato il 1º giugno 2011.
  44. ^ Jamyang Norbu, Warriors of Tibet: the story of Aten, and the Khampas' fight for the freedom of their country, Wisdom Publications, 1986, p. 63, ISBN 0-86171-050-9. URL consultato il 1º giugno 2011.
  45. ^ Contemporary Japan: A Review of Japanese Affairs, Foreign affairs association of Japan., 1942, p. 1626.
  46. ^ Hsaio-ting Lin, Tibet and Nationalist China's Frontier: Intrigues and Ethnopolitics, 1928-49, UBC Press, 1º gennaio 2011, pp. 111–, ISBN 978-0-7748-5988-2.
  47. ^ Frederick Roelker Wulsin, Mary Ellen Alonso, Joseph Fletcher, Peabody Museum of Archaeology and Ethnology, National Geographic Society (U.S.), Peabody Museum of Salem, Pacific Asia Museum, China's inner Asian frontier: photographs of the Wulsin expedition to northwest China in 1923 : from the archives of the Peabody Museum, Harvard University, and the National Geographic Society, The Museum : distributed by Harvard University Press, 1979, p. 50, ISBN 0-674-11968-1. URL consultato il 28 giugno 2010.
  48. ^ www.360doc.com, 国民革命军第82军来龙去脉, su www.360doc.com. URL consultato il 14 luglio 2017 (archiviato dall'url originale il 26 aprile 2016).
  49. ^ Archived copy, su xblu510.banzhu.com. URL consultato il 14 aprile 2016 (archiviato dall'url originale il 26 aprile 2016).
  50. ^ www.360doc.com, 国民革命军骑兵部队来龙去脉(3), su www.360doc.com. URL consultato il 14 luglio 2017 (archiviato dall'url originale il 26 aprile 2016).
  51. ^ Archived copy, su gs.xinhuanet.com. URL consultato il 14 aprile 2016 (archiviato dall'url originale il 12 maggio 2013).
  52. ^ 抗日战争时期中国陆军的四十个集团军:第四十集团军_文学生123, su blog.sina.cn. URL consultato il 14 luglio 2017.
  53. ^ Central Press, He Offers Aid to Fight Japan, in Herald-Journal, 30 luglio 1937. URL consultato il 28 novembre 2010.
  54. ^ 让日军闻风丧胆地回族抗日名将, su www.chinaislam.net.cn. URL consultato il 14 luglio 2017 (archiviato dall'url originale il 2 luglio 2017).
  55. ^ 还原真实的西北群马之马步芳 骑八师中原抗日 - 历史 - 穆斯林在线(muslimwww), su www.muslimwww.com. URL consultato il 14 luglio 2017 (archiviato dall'url originale il 27 agosto 2016).
  56. ^ Stéphane William Darrach Halsey, Bernard Johnston (M.A.), Collier's encyclopedia: with bibliography and index, Volume 14, Macmillan Educational Co., 1989, p. 285. URL consultato il 28 giugno 2010.
  57. ^ Stéphane William Darrach Halsey, Bernard Johnston (M.A.), Collier's encyclopedia: with bibliography and index, Volume 14, Macmillan Educational Co., 1983, p. 285. URL consultato il 28 giugno 2010.
  58. ^ Stéphane William Darrach Halsey, Bernard Johnston (M.A.), Collier's encyclopedia: with bibliography and index, Volume 14, Macmillan Educational Co., 1983, p. 285. URL consultato il 28 giugno 2010.
  59. ^ Hisao Kimura e Scott Berry, Japanese agent in Tibet: my ten years of travel in disguise, Serindia Publications, Inc., 1990, p. 232, ISBN 0-906026-24-5. URL consultato il 28 giugno 2010.
  60. ^ Andreas Gruschke, The Cultural Monuments of Tibet's Outer Provinces: The Qinghai part of Kham, White Lotus Press, 2004, p. 239, ISBN 974-480-061-5. URL consultato il 28 giugno 2010.
  61. ^ Sven Anders Hedin, The Silk road, E. P. Dutton & company, inc., 1938, p. 40. URL consultato il 28 giugno 2010.
  62. ^ Hsiao-ting Lin, The China Quarterly War or Stratagem? Reassessing China's Military Advance towards Tibet, 1942–1943, su journals.cambridge.org, Cambridge University Press, 5 luglio 2006. URL consultato il 28 giugno 2010.
  63. ^ David P. Barrett e Lawrence N. Shyu, China in the anti-Japanese War, 1937-1945: politics, culture and society, Peter Lang, 2001, p. 98, ISBN 0-8204-4556-8. URL consultato il 28 giugno 2010.
  64. ^ University of Cambridge. Mongolia & Inner Asia Studies Unit, Inner Asia, Volume 4, Issues 1-2, The White Horse Press for the Mongolia and Inner Asia Studies Unit at the University of Cambridge, 2002, p. 204. URL consultato il 28 giugno 2010.
  65. ^ Paul Kocot Nietupski, Labrang: a Tibetan Buddhist monastery at the crossroads of four civilizations, Snow Lion Publications, 1999, p. 35, ISBN 1-55939-090-5. URL consultato il 28 giugno 2010.
  66. ^ 马家军悲壮的抗战:百名骑兵集体投河殉国(1), in 军事-中华网, 19 settembre 2008. URL consultato il 28 novembre 2010 (archiviato dall'url originale l'11 aprile 2011).
  67. ^ www.360doc.com, 民国少数民族将军(组图)2, su www.360doc.com. URL consultato il 14 luglio 2017 (archiviato dall'url originale il 14 dicembre 2018).
  68. ^ 回顾1941年日机轰炸西宁:改变青海历史轨迹 - 故事中国 - 抗日战争纪念网, su www.krzzjn.com. URL consultato il 14 luglio 2017.
  69. ^ 2728, 1941:日军飞机轰炸西宁--党史频道-人民网, su dangshi.people.com.cn. URL consultato il 14 luglio 2017.
  70. ^ (ZH) 韩芝华, 怀念我的父亲──韩有文, su xjmg.org. URL consultato il 3 aprile 2011 (archiviato dall'url originale il 22 marzo 2012).
  71. ^ 《青海省抗日战争时期人口伤亡和财产损失》(青海省委党史研究室 编)【简介_书评_在线阅读】 - 当当图书, su product.dangdang.com. URL consultato il 14 luglio 2017.
  72. ^ 第37章 宝马快刀 - 马步芳全传 - 诺哈网, su 3g.nuoha.net. URL consultato il 14 luglio 2017 (archiviato dall'url originale il 14 settembre 2016).
  73. ^ CHINA: He Who Has Reason, in TIME, 5 ottobre 1942. URL consultato l'11 aprile 2011.
  74. ^ Stéphane A. Dudoignon, Hisao Komatsu e Yasushi Kosugi, Intellectuals in the modern Islamic world: transmission, transformation, communication, Taylor & Francis, 2006, p. 261, ISBN 978-0-415-36835-3. URL consultato il 28 giugno 2010.
  75. ^ Human Relations Area Files, inc, A regional handbook on Northwest China, Volume 1, Printed by the Human Relations Area Files, 1956, p. 74. URL consultato il 28 giugno 2010.
  76. ^ Paul Preston, Michael Partridge e Antony Best, British documents on foreign affairs: reports and papers from the Foreign Office confidential print. From 1946 through 1950. Asia, Volume 1, University Publications of America, p. 63, ISBN 1-55655-768-X. URL consultato il 28 giugno 2010.
  77. ^ Paul Preston, Michael Partridge e Antony Best, British documents on foreign affairs: reports and papers from the Foreign Office confidential print. From 1946 through 1950. Asia, Volume 1, University Publications of America, p. 63, ISBN 1-55655-768-X. URL consultato il 28 giugno 2010.
  78. ^ Paul Preston, Michael Partridge e Antony Best, British documents on foreign affairs: reports and papers from the Foreign Office confidential print. From 1946 through 1950. Asia, Volume 1, University Publications of America, p. 63, ISBN 1-55655-768-X. URL consultato il 28 giugno 2010.
  79. ^ Paul Preston, Michael Partridge e Antony Best, British documents on foreign affairs: reports and papers from the Foreign Office confidential print. From 1946 through 1950. Asia, Volume 1, University Publications of America, p. 63, ISBN 1-55655-768-X. URL consultato il 28 giugno 2010.
  80. ^ William Safran, Nationalism and ethnoregional identities in China, Routledge, 1998, p. 63, ISBN 0-7146-4921-X. URL consultato il 28 giugno 2010.
  81. ^ International Association for Tibetan Studies. Seminar, Uradyn Erden Bulag, The Mongolia-Tibet interface: opening new research terrains in Inner Asia : PIATS 2003 : Tibetan studies : Proceedings of the Tenth Seminar of the International Association for Tibetan Studies, Oxford, 2003, Volume 2003, BRILL, 2007, p. 209, ISBN 90-04-15521-X. URL consultato il 28 giugno 2010.
  82. ^ Moslem Generals to Fight On, in THE NEW YORK TIMES, 8 aprile 1949. URL consultato il 28 novembre 2010.
  83. ^ MOSLEMS JOIN IN CHINA WAR, in The Sun, 18 giugno 1949. URL consultato il 28 novembre 2010.
  84. ^ CHINA ADMITS Anti-Red Moslem Warlord Given Control Of Northwest, in The Sun, 28 luglio 1949. URL consultato il 28 novembre 2010.
  85. ^ EXILED LAMA, 12, WANTS TO LEAD ARMY ON TIBET, in Los Angeles Times, 6 settembre 1949. URL consultato il 28 novembre 2010.
  86. ^ Santha Rama Rau, East of home, Harper, 1950, p. 122. URL consultato il 28 giugno 2010.
  87. ^ Foreign News: Ma v. Marx, in TIME, 27 giugno 1949. URL consultato l'11 aprile 2011.
  88. ^ Dieter Heinzig, The Soviet Union and communist China, 1945-1950: the arduous road to the alliance, M.E. Sharpe, 2004, p. 208, ISBN 0-7656-0785-9. URL consultato il 28 novembre 2010.
  89. ^ Odd Arne Westad, Decisive encounters: the Chinese Civil War, 1946-1950, illustrated, Stanford University Press, 2003, p. 254, ISBN 0-8047-4484-X. URL consultato il 28 novembre 2010.
  90. ^ CHINA: The Open Door, in TIME, Aug 29, 1949. URL consultato l'11 aprile 2011.
  91. ^ Jeremy Brown e Paul Pickowicz, Dilemmas of Victory: The Early Years of the People's Republic of China, Harvard University Press, 2007, pp. 192–, ISBN 978-0-674-02616-2.
  92. ^ Foreign News: The Northwest Falls, in TIME, 3 ottobre 1949. URL consultato l'11 aprile 2011.
  93. ^ a b Kenneth Hugh De Courcy, Imperial Policy Group (Great Britain), Intelligence digest, Volumes 11-12, Intelligence International Ltd., 1948. URL consultato il 28 giugno 2010.
  94. ^ Lillian Craig Harris, China considers the Middle East, Tauris, 1993, p. 66, ISBN 1-85043-598-7. URL consultato il 28 giugno 2010.
  95. ^ Korea (South). 國防部. 軍事編纂硏究所, Mi Kungmubu Hanʾguk kungnae sanghwang kwallyŏn munsŏ Volumes 39-67 of 韓國 戰爭 資料 叢書 Volume 51 of 美 國務部 韓國 國內 狀況 關聯 文書, Korea (South). 國防部. 軍事 編纂 硏究所, 國防部軍事編纂硏究所, p. 168. URL consultato il 28 giugno 2010.
  96. ^ AP, Chinese Moslem Head Says War Will Go On, in The Montreal Gazette, 10 gennaio 1950. URL consultato il 28 novembre 2010.
  97. ^ Western Face Lost In Asia, in The Manitoba Ensign, 21 gennaio 1950. URL consultato il 28 novembre 2010.
  98. ^ DREW PEARSON, Gen. Chennault Fights Communism, in St. Petersburg Times, 28 dicembre 1950. URL consultato il 28 novembre 2010.
  99. ^ DREW PEARSON, Washingtong Merry-Go-Round, in The Southeast Missourian, 28 dicembre 1950. URL consultato il 28 novembre 2010.
  100. ^ Alastair Lamb, Tibet, China & India, 1914-1950: a history of imperial diplomacy, Roxford Books, 1989, p. 221. URL consultato il 28 giugno 2010.
  101. ^ Graham Hutchings, Modern China: a guide to a century of change, Harvard University Press, 2001, p. 351, ISBN 0-674-00658-5. URL consultato il 28 giugno 2010.
  102. ^ Page 52, Ismail, Mohammed Sa'id, and Mohammed Aziz Ismail. Moslems in the Soviet Union and China. Translated by U.S. Government, Joint Publications Service. Tehran, Iran: Privately printed pamphlet, published as vol. 1, 1960 (Hejira 1380); translation printed in Washington: JPRS 3936, September 19, 1960.
  103. ^ Page 53, Ismail, Mohammed Sa'id, and Mohammed Aziz Ismail. Moslems in the Soviet Union and China. Translated by U.S. Government, Joint Publications Service. Tehran, Iran: Privately printed pamphlet, published as vol. 1, 1960 (Hejira 1380); translation printed in Washington: JPRS 3936, September 19, 1960.

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autoritàVIAF (EN53038199 · ISNI (EN0000 0000 6352 3782 · LCCN (ENn82110172 · WorldCat Identities (ENlccn-n82110172