Se riscontri problemi nella visualizzazione dei caratteri, clicca qui

Georgij Maksimilianovič Malenkov

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
(Reindirizzamento da Georgij Malenkov)

« Riteniamo necessario porre fine al culto della personalità. »

(Georgij Maksimilianovič Malenkov, 10 marzo 1953[1])
Georgij Malenkov
Georgy Malenkov 1964.jpg

Presidente del Consiglio dei ministri dell'URSS
Durata mandato 6 marzo 1953 –
8 febbraio 1955
Predecessore Iosif Stalin
Successore Nikolaj Aleksandrovič Bulganin

Ministro delle centrali elettriche dell'URSS
Durata mandato 9 febbraio 1955 –
29 giugno 1957
Predecessore Aleksej Pavlenko
Successore Aleksej Pavlenko

Deputato del Soviet dell'Unione del Soviet Supremo dell'URSS
Legislature I, II, III, IV
Circoscrizione Oblast' di Mosca (I), Mosca (II, III, IV)

Vicepresidente del Consiglio dei ministri dell'URSS
Durata mandato 9 febbraio 1955 –
29 giugno 1957
Capo del governo Nikolaj Aleksandrovič Bulganin

Durata mandato 2 agosto 1946 –
5 marzo 1953
Capo del governo Stalin

Durata mandato 15 maggio 1944 –
15 marzo 1946
Capo del governo Stalin

Dati generali
Partito politico Partito Comunista dell'Unione Sovietica

Georgij Maksimilianovič Malenkov (in russo: Гео́ргий Максимилиа́нович Маленко́в?; Orenburg, 8 gennaio 1902Mosca, 14 gennaio 1988) è stato un politico sovietico, capo del Partito Comunista dell'Unione Sovietica e attivo collaboratore di Stalin. Divenne per breve tempo leader dell'Unione Sovietica (marzo–settembre 1953) dopo la morte di Stalin e fu Premier dell'Unione Sovietica dal 1953 al 1955.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Malenkov nacque l'8 gennaio (26 dicembre 1901, secondo il vecchio calendario giuliano) 1902 a Orenburg, Russia, in una famiglia militare. Entrò nell'Armata Rossa nel 1919 e nel Partito Comunista nell'aprile 1920. Durante il servizio militare, egli fu anche un commissario politico. Dopo la vittoria dell'Armata Rossa nel 1921, Malenkov studiò a Mosca nella Scuola Tecnica Superiore. Dopo la promozione nel 1925, lavorò nel Partito Comunista e divenne uno dei confidenti di Stalin. Insieme a Lavrentij Berija, Malenkov aiutò Stalin durante la purghe dei tardi anni trenta. Malenkov divenne un rivale di Berija.

Nominato candidato per il Politburo, Malenkov vi entrò nel 1946. Sebbene Malenkov inizialmente avesse perso la posizione di favorito, a vantaggio di Andrej Aleksandrovič Ždanov e Berija, ritornò presto nel favore di Stalin, specialmente per la caduta di Ždanov. Berija si unì a Malenkov, ed entrambi videro tutti gli alleati di Ždanov purgati dal Partito e inviati nei Gulag. Nel 1952, Malenkov divenne membro del Comitato Centrale del PCUS. La morte di Stalin, nel 1953, portò per un breve periodo Malenkov alla più alta carica dell'URSS. Con l'appoggio di Berija divenne Presidente del Consiglio dei ministri e, per un breve periodo, riuscì a controllare l'apparato del PCUS, ma dovette farsi da parte il 13 marzo, a causa dell'opposizione di altri membri del Presidium. Nikita Sergeevič Chruščёv assunse l'incarico di Segretario generale in settembre avviando un periodo di duumvirato "Malenkov-Chruščёv".

Malenkov mantenne la carica di premier per due anni, nei quali espresse la sua opposizione all'armamento nucleare, dichiarando che una guerra nucleare avrebbe potuto portare alla distruzione globale. Sostenne inoltre la conversione dell'economia verso la produzione di beni di consumo a scapito dell'industria pesante.

Fu costretto a dimettersi nel febbraio 1955, dopo essere finito sotto attacco per la sua vicinanza a Berija (che era stato giustiziato come traditore nel dicembre 1953) e per il fallimento delle sue politiche di governo.

Malenkov rimase all'interno del Presidium. Comunque, nel 1957 venne nuovamente costretto a dimettersi a causa del fallito tentativo di deporre Chruščёv, condotto assieme a Nikolaj Bulganin, Vjačeslav Molotov, e Lazar' Kaganovič (il cosiddetto Gruppo Anti-Partito). Nel 1961, venne espulso dal Partito Comunista ed esiliato all'interno dell'Unione Sovietica.

Divenne infatti direttore generale della centrale idroelettrica di Ust-Kamenogorsk, in Kazakistan. Andato in pensione, morì a Mosca all'età di 86 anni ed è qui sepolto, nel cimitero di Kuncevo (distretto amministrativo occidentale della capitale).

Ascesa all'interno del Partito Comunista[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la guerra civile russa, Malenkov si costruì rapidamente la reputazione di bolscevico "duro e puro". Fu promosso nei ranghi del Partito Comunista e negli anni venti divenne Segretario Comunista dell'Istituto Superiore Tecnologico di Mosca.[2] Fonti russe indicano che, invece di proseguire gli studi, Malenkov scelse di far carriera nel Partito, e non completò mai il proprio percorso universitario.

Nel 1924, Stalin notò Malenkov e lo fece assegnare all'Orgburo della Commissione Centrale del Partito Comunista Sovietico.[3] Malenkov fu incaricato di tenere conto dei membri iscritti al Partito, e in questo lavoro divenne uno stretto collaboratore dello stesso Stalin e successivamente coinvolto in larga parte nell'organizzazione dei processi pubblici delle "Grandi Purghe".[2][3] Nel 1938 fu una delle figure chiave nella caduta in disgrazia del capo dell'NKVD Nikolaj Ivanovič Ežov. Nel febbraio 1941 Malenkov divenne un membro candidato del Politburo.

Seconda guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

A seguito dell'invasione dell'Unione Sovietica da parte delle Germania nel giugno 1941, Malenkov entrò a far parte del Comitato di Difesa dello Stato, insieme a Berija, Vorošilov, Molotov, e Stalin.[2] Questo gruppo ristretto di dirigenti mantenne un controllo totale su tutti gli aspetti politici ed economici della nazione, e Malenkov divenne uno dei cinque uomini più potenti di tutta l'Unione Sovietica durante la seconda guerra mondiale. Nel periodo 1941–1943, come membro del Comitato si occupò principalmente di supervisionare la produzione di aerei da guerra e lo sviluppo di armi nucleari.

Attacco a Georgij Žukov[modifica | modifica wikitesto]

Georgij Konstantinovič Žukov fu uno dei maggiori comandanti sovietici durante la seconda guerra mondiale, vincitore di numerose battaglie contro i nazisti, come l'assedio di Leningrado, la battaglia di Stalingrado, e la battaglia di Berlino. Stalin e Malenkov diventarono sospettosi del prestigio di Žukov, preoccupandosi del fatto che potesse sviluppare delle tendenze capitaliste, a causa della sua ben nota amicizia con il generale statunitense Eisenhower. Alla fine del conflitto mondiale, Malenkov si schierò contro molti di coloro che erano considerati eroi di guerra sovietici, come Žukov, Gordin, Ribakovskij ed altri generali. Le accuse di Malenkov contro Žukov erano basate principalmente su presunti rapporti con gruppi controrivoluzionari e sull'accusa personale di "Bonapartismo". Presto Žukov venne degradato e trasferito a Odessa per svolgere incarichi inferiori. Žukov ebbe il suo primo infarto non molto tempo dopo, e le preoccupazioni di Malenkov su di lui erano in gran parte già svanite.

Dopo l'attacco a Žukov, Malenkov acquistò potere nella cerchia dei collaboratori fidati di Stalin. Nel 1946 fu nominato membro candidato al Politburo. Anche se Malenkov venne temporaneamente messo in ombra da suoi rivali quali Andrej Ždanov e Lavrentij Berija, presto egli tornò nelle grazie di Stalin, specialmente dopo la misteriosa morte di Ždanov nel 1948. Quello stesso anno, Malenkov divenne Primo Segretario del Comitato Centrale del PCUS.

Attacco a Leningrado[modifica | modifica wikitesto]

Al termine della seconda guerra mondiale, Malenkov mise in atto il piano di Stalin per distruggere tutta la competizione politica e culturale proveniente dalla città di Leningrado, ex capitale della Russia, in modo da concentrare tutto il potere a Mosca. Leningrado e i suoi leader di partito si erano guadagnati enorme rispetto e fama grazie alla resistenza eroica durante il terribile assedio di Leningrado. Sia Stalin che Malenkov avevano già espresso in passato il proprio disprezzo verso chi era nato e aveva studiato a Leningrado, quindi organizzarono un attacco nei confronti dell'élite culturale della città. Berija, Malenkov, e Abakumov diedero il via a massicce esecuzioni di massa dei loro rivali nella repressione del 1949, nota come "Affare di Leningrado", dove furono trucidati tutti i capi di Leningrado e gli alleati di Ždanov, e migliaia di altri oppositori furono mandati nei Gulag con l'approvazione di Stalin. Malenkov in persona ordinò la distruzione del museo dell'assedio di Leningrado dichiarando che il mito della "strenua resistenza dei 900 giorni dei leningradesi" era una menzogna diffusa da traditori per screditare la grandezza del compagno Stalin[senza fonte]. Contemporaneamente, Malenkov sostituì tutta la dirigenza comunista di Leningrado e provincia con fedelissimi a Stalin. Quindi, per testare l'affidabilità di Malenkov come suo potenziale successore, l'anziano Stalin iniziò a diminuire la propria attività politica delegando sempre più le questioni importanti a Malenkov.[4] Nell'ottobre 1952, Stalin abolì formalmente la carica di Segretario Generale, sebbene ciò non ne diminuì l'autorità.[5]

Tra il 1952 e il 1953, molte copertine del Time indicarono Malenkov come il più accreditato successore di Stalin.[6]

Premierato e duumvirato[modifica | modifica wikitesto]

Stalin morì il 5 marzo 1953, quattro giorni dopo, Malenkov, Molotov, Berija, e Nikita Chruščёv, presenziarono al suo funerale pronunciandone il discorso funebre.

Il 6 marzo, il giorno dopo il decesso del dittatore, Malenkov gli succedette alla carica di Premier dell'Unione Sovietica.[7] Il 7 marzo, il nome di Malenkov apparve in cima alla lista dei membri del Partito, confermando che ora era l'uomo più potente del Paese. Tuttavia, dopo solo una settimana, Malenkov fu costretto a rassegnare le dimissioni dal Segretariato; in quanto la nuova dirigenza non voleva che il potere venisse concentrato nelle mani di un solo uomo come era stato in passato con Stalin. Fu Chruščёv a sostituirlo alla guida del Partito; anche se egli non venne nominato Segretario Generale del PCUS fino al settembre 1953. Malenkov mantenne la carica di premier, dando così il via al periodo del cosiddetto "duumvirato Malenkov-Chruščёv".[8]

Egli rimase premier per due anni. Durante questo lasso di tempo le sue attività politiche si mischiarono ad una lotta per il potere al Cremlino. Anche se rimase un convinto stalinista, Malenkov condannò il "culto della personalità"[9] ed espresse la propria contrarietà allo sviluppo dell'armamento nucleare, dichiarando che "una guerra nucleare avrebbe portato a una distruzione globale". Inoltre Malenkov si oppose anche alla promozione di nuove leve nel Partito, cosa che portò presto al suo declino politico.

Caduta[modifica | modifica wikitesto]

Malenkov nel 1964

Nel febbraio 1955, Malenkov fu costretto a dimettersi con l'accusa di abuso di potere e per i suoi rapporti passati con Berija (giustiziato nel dicembre 1953 come traditore).

Per altri due anni, egli rimase membro regolare del Presidium. Insieme a Chruščёv, si recò nelle Isole Brioni (Jugoslavia) nella notte tra l'1 e il 2 novembre 1956 per informare Josip Broz Tito dell'imminente invasione dell'Ungheria da parte dei sovietici in programma per il 4 novembre.[10]

Tuttavia, nel 1957, Malenkov organizzò un colpo di stato contro Chruščёv. Il tentativo fallì e lui, insieme agli altri cospiratori Molotov e Kaganovič, furono espulsi dal Politburo. Nel 1961 fu espulso dal Partito Comunista ed esiliato in una sperduta provincia dell'Unione Sovietica. Divenne direttore generale della centrale idroelettrica di Ust-Kamenogorsk, in Kazakistan, dove rimase fino alla pensione.

Morì il 14 gennaio 1988 all'età di 86 anni.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Eroe del Lavoro Socialista - nastrino per uniforme ordinaria Eroe del Lavoro Socialista
— 30 settembre 1943
Ordine di Lenin (3) - nastrino per uniforme ordinaria Ordine di Lenin (3)
— 30 settembre 1943, novembre 1945 e gennaio 1952

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Presidium del Comitato centrale del 10 marzo 1953, citato in: W. Taubman, S. Khrushcev ed A. Gleason (a cura di), Nikita Khrushcev, New Haven (Connecticut), Yale University Press, 2000, p. 49
  2. ^ a b c (EN) Paxton, J. (2004) Leaders of Russia and the Soviet Union: from the Romanov dynasty to Vladimir Putin, CRC Press, ISBN 1579581323, pp. 113–114.
  3. ^ a b (EN) Volkogonov, Dmitri (1991). Stalin: Triumph and Tragedy, New York: Grove Weidenfeld. ISBN 0-7615-0718-3
  4. ^ (EN) Zhores A. Medvedev e Roy Aleksandrovich Medvedev, The Unknown Stalin: His Life, Death, and Legacy, Overlook Press, 2005, p. 40, ISBN 978-1-58567-644-6.
  5. ^ (EN) Geoffrey Roberts, Stalin's Wars: From World War to Cold War, 1939–1953, Yale University Press, 2006, p. 345, ISBN 0-300-11204-1.
  6. ^ (EN) Time magazine 1952, 1953 cover and editorials.
  7. ^ (EN) Vast Riddle; Demoted in the latest Soviet shack-up, The New York Times, 10 marzo 1953. URL consultato il 7 ottobre 2013.
  8. ^ (EN) Union of Soviet Socialist Republics in Encyclopædia Britannica
  9. ^ Presidium del Comitato centrale del 10 marzo 1953, citato in: W. Taubman, S. Khrushcev ed A. Gleason (a cura di), Nikita Khrushcev, New Haven (Connecticut), Yale University Press, 2000, p. 49
  10. ^ (EN) Johanna Granville (1995) "Soviet Documents on the Hungarian Revolution, 24 October – 4 November 1956", Cold War International History Project Bulletin, no. 5 (Woodrow Wilson Center for International Scholars, Washington, DC), Spring, pp. 22–23, 29–34.

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Leader "ad interim" del Partito Comunista dell'Unione Sovietica Successore Flag of the Soviet Union.svg
Iosif Stalin 6 marzo 1953 - 13 marzo 1953 Nikita Khruščёv
Predecessore Primo ministro dell'Unione Sovietica Successore
Iosif Stalin 6 marzo 1953 – 8 febbraio 1955 Nikolaj Bulganin
Controllo di autorità VIAF: (EN18030281 · ISNI: (EN0000 0001 1193 3955 · LCCN: (ENn85138131 · GND: (DE119372339
Biografie Portale Biografie: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di biografie