Dieci saggi

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Dieci saggi è il termine con il quale la stampa italiana ha definito nel marzo 2013 il gruppo di esperti provenienti dal mondo politico e accademico chiamato dall'allora Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano per elaborare un programma di riforme istituzionali ed economiche attorno al quale riunire una maggioranza parlamentare che sostenesse un nuovo governo.

Antefatti[modifica | modifica wikitesto]

In occasione delle elezioni politiche italiane del 2013 tenutesi in febbraio la coalizione di centro-sinistra "Italia. Bene Comune" ottenne il 29.55% dei voti contro il 29.18% della coalizione di centro-destra ed il 25.56% del Movimento 5 Stelle. Nel nuovo Parlamento dunque il Partito Democratico conseguì la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera dei deputati ma non al Senato della Repubblica a causa delle criticità del sistema elettorale definito Porcellum. Si tenne un primo turno di consultazioni ed in marzo il segretario del PD Pier Luigi Bersani, non avendo trovato seggi sufficienti in Senato, rimise nelle mani del Capo dello Stato il mandato esplorativo affidatogli. Si pose così il problema di individuare una personalità che riuscisse a formare il nuovo esecutivo.

Nomina[modifica | modifica wikitesto]

In marzo, dopo aver svolto infruttuosamente un secondo ciclo di consultazioni con i partiti, il presidente Napolitano annunciò in una conferenza stampa al Palazzo del Quirinale di voler nominare un gruppo di dieci personalità esperte che elaborassero un programma di riforme attorno al quale addensare una maggioranza parlamentare disposta a sostenere un esecutivo che le compisse.

Il gruppo fu nominato il 30 marzo e risultò composto da politici provenienti da tutte le principali forze politiche (fatta eccezione per il M5S) e da tecnici: Valerio Onida, Mario Mauro, Gaetano Quagliariello, Luciano Violante, Giancarlo Giorgetti, Giovanni Pitruzzella, Enrico Giovannini, Salvatore Rossi, Filippo Bubbico ed Enzo Moavero Milanesi. Tali soggetti furono poi organizzati in due distinti sottogruppi di cinque membri ciascuno, uno deputato alle riforme istituzionali, composto da Valerio Onida, Mario Mauro, Gaetano Quagliariello, Luciano Violante e Giancarlo Giorgetti, l'altro deputato a quelle economiche, composto da Giovanni Pitruzzella, Enrico Giovannini, Salvatore Rossi, Filippo Bubbico ed Enzo Moavero Milanesi.

Relazioni finali[modifica | modifica wikitesto]

Alla fine di aprile furono consegnate due relazioni direttamente a Napolitano e si provvide alla loro pubblicazione. Sul fronte istituzionale venivano suggerite misure come la soppressione di una delle due Camere, una modifica della legge elettorale, l'eliminazione del bicameralismo perfetto. Sul piano economico tra le varie proposte si distinguevano una revisione del patto di stabilità interno, la prosecuzione di una politica di bilancio rigorosa, un programma di liberalizzazioni di diversi settori strategici.

L'impegno del governo Letta[modifica | modifica wikitesto]

Lo stallo politico terminò con la nascita del governo Letta. Il nuovo presidente del Consiglio si impegnò a far tesoro del lavoro dei "Saggi" realizzandolo, pur nei limiti del possibile (Letta aveva infatti affermato di volersi dimettere nel 2015 affinché si svolgessero nuove elezioni).

Inoltre all'interno del nuovo esecutivo Mauro, Quagliariello, Milanesi, Giovannini e Bubbico furono nominati rispettivamente ministro della Difesa, ministro per le Riforme Costituzionali, ministro per gli Affari Europei, ministro del Lavoro e delle Politiche sociali e vice-ministro dell'Interno.

La commissione dei 35 «saggi»[modifica | modifica wikitesto]

L'11 giugno 2013, il presidente del Consiglio Letta istituì con proprio decreto una commissione parlamentare per le riforme costituzionali. La commissione, presieduta da Gaetano Quagliariello, era composta da:

L'11 luglio 2013 Lorenza Carlassare si dimise; il 22 agosto si dimise anche Nadia Urbinati.

Critiche[modifica | modifica wikitesto]

Molti commentatori, al di là della novità dello strumento nella realtà istituzionale italiana[1], giudicarono inadeguate le dieci personalità, ritenendole espressione di una classe dirigente che aveva provocato la complessa situazione economica e sociale nella quale il Paese versava. Alcuni criticarono soprattutto il fatto che nel gruppo non figurassero donne.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Lanzalaco, Luca, and Jasmina Hodzic. “The President and the ‘Wisemen’: Institutional Reforms and Political Stalemate.” Italian Politics, vol. 29, 2013, pp. 178–195.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]