Castro (Lazio)

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Castro
Castro blaeu.jpg
La città di Castro (Joan Blaeu, 1663)
CiviltàEtruschi
Utilizzocittà
Stilerinascimentale
Epocasecolo XVI - XVII
Localizzazione
StatoItalia Italia
ComuneIschia di Castro
Amministrazione
Visitabilesi
Sito webwww.tusciaturismo.com
Mappa di localizzazione

Coordinate: 42°31′58″N 11°38′55″E / 42.532778°N 11.648611°E42.532778; 11.648611

Castro era un'antica città della Maremma laziale, a pochi chilometri dall'attuale confine fra il Lazio e la Toscana, nel territorio comunale di Ischia di Castro.

Sede vescovile e capitale del ducato di Castro, fu distrutta nel 1649.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La città etrusca e medievale[modifica | modifica wikitesto]

La città sorgeva sopra un costone tufaceo ubicato tra il fiume Olpeta e il fosso del Filonica (o delle Monache) popolato sin dall'epoca preistorica.

La presenza di ricche necropoli nei dintorni e alla base della rupe testimonia che fu sede di un'importante città etrusca, a volte identificata come Statonia (centro dell'Etruria meridionale citato da Plinio e Vitruvio)[1].

Nell'Alto Medioevo per la sua posizione protetta diventò un rifugio per gli abitanti dei dintorni in fuga dalle devastazioni. Nel VII secolo d.C. vi fu trasferito il titolo vescovile di Bisenzio, città sul lago di Bolsena, distrutta dai Longobardi.

Fra l'VII e il IX secolo fu vescovo San Bernardo Janni (o San Bernardo di Castro in altre fonti). Originario di Bagnoregio, trasferì a Castro il titolo vescovile della distrutta Vulci e si dedicò all'amministrazione civile della città facendone un luogo protetto e sicuro.[2].[1]

Nei documenti dell'epoca appare per la prima volta Castrum (nel latino tardoromano "luogo fortificato") come nome per identificare la città. Fu indicato anche come Castrum Felicitas, perché fu dominato da una donna tale Madonna Felicita.[1]

Nel 1154, sotto Papa Adriano IV entrò a far parte del Patrimonio di San Pietro

Come altri centri della zona alternò momenti di libertà a momenti in cui era intestato ai feudatari della zona.

Nel 1527 con un colpo di mano una fazione guidata da Antonio Scaramuccia e Jacopo Caronio prese il potere in città invocando la protezione di Pier Luigi Farnese, all'epoca signore di Valentano, che entrò in città nel mese di settembre. Papa Clemente VII, fuggito ad Orvieto dopo il Sacco di Roma, ordinò ai Farnese di restituire Castro alla Chiesa. Pier Luigi abbandonò la città che fu saccheggiata dal duca di Latera Gian Galeazzo Farnese il 28 dicembre dello stesso anno.

La devastazione venne descritta nel 1575 dal notaio castrense Domenico Angeli nel De Depraedatione Castrensium et suae Patriae Historia ("Il Sacco di Castro e la storia della sua Patria").[3]

Pier Luigi Farnese, primo duca di Castro, ritratto da Tiziano (Museo Capodimonte - Napoli).

L'Angeli fornì una breve descrizione di Castro:

"Situata su un'altura a forma di lira, circondata da rupi scoscese, da una valle profonda e da vigneti dove gli abitanti si recano per procurare canne. Tutto intorno pascolano le greggi. [...] Il centro di Castro è rappresentato da Piazza Maggiore.
Castro prima del saccheggio era una città ricca, munita di più di sette centurie di soldati ed era la più forte tra le città del Patrimonio di San Pietro."

Secondo Domenico Angeli, Gian Galeazzo era riuscito ad entrare a Castro tramite la porta di Santa Maria che gli abitanti usavano per raggiungere una vicina sorgente, unica fonte d'acqua della città, grazie al tradimento di alcune guardie, mercenari originari di Pitigliano e di Sorano.

Nascita del ducato di Castro[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1534, fu eletto al Soglio Pontificio il cardinale Alessandro Farnese che assume il nome di Paolo III. Il 31 ottobre 1537, Paolo III decise di riunire una trentina di feudi della sua famiglia e di istituire un nuovo Stato di cui Castro sarebbe stata la capitale.

Per ottenere la città, fallito il tentativo per via armata di alcuni anni prima, i Farnese proposero alla Camera Apostolica di scambiare Castro con la ben più ricca Frascati, altra città farnesiana nel Lazio. La Santa Sede accettò la permuta e il Papà poté istituire il ducato di Castro che si estendeva dal lago di Bolsena al mar Tirreno, comprendendo anche una piccola enclave nella zona di Ronciglione.

La scelta della capitale derivò dalla sua posizione centrale nei domini della famiglia, anche se risentiva ancora dei danni provocati da Gian Galeazzo qualche anno prima ed aveva avuto una storia modesta lungo tutto il Medioevo.

I Farnese imposero per Castro un grandioso progetto di ricostruzione urbanistica, sul modello di quello applicato a Pienza, e affidarono l'opera all'architetto toscano Antonio da Sangallo il Giovane, che si mise subito all'opera.[4]

Vennero ridisegnate le mura difensive, i palazzi pubblici, le strade, le case; l'intera città diventò un cantiere e a poco a poco si trasformò in un artistico sito rinascimentale. Vi si trasferirono numerose persone, attratte dalla prospettiva di lavoro che la corte dei Farnese poteva offrire ma anche molti nobili che speravano di entrare così nelle grazie della famiglia e di papa Paolo III.

Nel 1545 Paolo III riuscì a far assegnare ai Farnese il ducato di Parma e Piacenza. Il nuovo Stato ben più grande e popoloso del ducato di Castro spostò gli interessi della famiglia in Emilia-Romagna, i cantieri furono interrotti e il Ducato venne affidato a membri cadetti della famiglia o ai loro vicari.

Castro, perduta la corte ducale, conobbe di nuovo un lento e graduale declino anche se conservò il ruolo di centro amministrativo e giudiziario del territorio circostante.[5] La città e il territorio ducale aveva inoltre importanti rendite agricole che venivano impiegate nei Monti Farnesiani.

Le due guerre di Castro[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1623 divenne Papa Urbano VIII il quale iniziò un duro scontro con i Farnese per il mancato pagamento di numerosi debiti da parte della famiglia. I cardinali Francesco e Antonio Barberini, nipoti del Pontefice, proposero al Duca Odoardo di cedere Castro al Papa per permutare i debiti. Odoardo rifiutò lo scambio e i Barberini, per ritorsione, decisero di bloccare la riscossione delle rendite del ducato. Il fallimento delle trattative fra i Farnese e i Barberini portò allo scoppio della prima guerra di Castro: il 13 ottobre 1641 le truppe pontificie invasero il ducato occupando la capitale. L'intervento di Venezia, Firenze e Modena a favore dei Farnese capovolse le sorti della guerra: il 31 agosto 1642 fu occupata la fortezza pontificia di Acquapendente. La mediazione francese portò al trattato di Roma firmato il 31 marzo 1644 che sancì il ripristino dello status quo con la restituzione di Castro ai Farnese mentre restava irrisolta la questione dei debiti.

Nel 1649 scoppiò una nuova crisi fra i Farnese e lo Stato Pontificio: il nuovo Duca, Ranuccio II, si oppose alla nomina del barnabita Cristoforo Giarda come nuovo vescovo di Castro. Innocenzo X confermò la nomina e inviò ugualmente Giarda a Castro ma il vescovo, in viaggio verso la sua nuova sede, fu assassinato a Monterosi il 16 marzo. Il Papa accusò Ranuccio di essere stato il mandante del delitto e il 19 luglio le truppe pontificie invasero nuovamente il ducato. Castro fu assediata e capitolò il 2 settembre.

I patti di resa firmati dal colonnello Sansone Asinelli (per i Farnese) e da Davide Vidman (per i pontifici) prevedevano il solo smantellamento delle fortificazioni cittadine.

A dicembre fu ordinata l'evacuazione totale degli abitanti e il Papa ordinò la distruzione totale di Castro, comprese le chiese e i luoghi sacri. La città fu rasa al suolo, le campane del Duomo furono trasferite nella chiesa di Sant'Agnese in Agone a Roma, altre opere d'arte furono sparse nei paesi dei dintorni. La capitale ducale fu spostata a Valentano mentre la sede vescovile e l'archivio diocesano furono trasferito ad Acquapendente.

L'unico edificio ad essere risparmiato fu una piccola cappella dedicata al Santissimo Crocefisso che diventò meta di pellegrinaggi da parte degli abitanti di Castro che si recavano lì l'ultima domenica di giugno. La cappella diventò un santuario nel 1871 ed è tuttora oggetto di venerazione da parte della popolazione del luogo.

La chiesa di San Pietro a Tuscania cui forse s'ispirarono i costruttori del duomo di Castro

Nel 1848, in pieno Risorgimento, il ricordo della città distrutta dal Papa ispirò la nascita dell'Associazione Castrense di stampo mazziniano e anticlericale che fu sciolta dalla polizia pontificia l'anno successivo. Dopo l'unità d'Italia, quattro comuni dell'ex ducato mutuarono il nome aggiungendovi "Castro": (Montalto di Castro, Ischia di Castro, Grotte di Castro, Arlena di Castro) in memoria della città distrutta.

Nella città scomparsa è ambientato il romanzo La badessa di Castro dello scrittore francese Stendhal.

La città[modifica | modifica wikitesto]

Castro sorgeva su uno sperone tufaceo circondato su un lato dal fiume Olpeta (affluente del Fiora) e sull'altro dal Fosso delle Monache.

La conoscenza sulla città viene prevalentemente dai resoconti del letterato Annibale Caro, che visitò la città al seguito dei Farnese, dai disegni del Sangallo conservati agli Uffizi e da alcune relazioni di visite pastorali compiute dai vescovi di Castro.

Gli scavi archeologici, compiuti solo parzialmente, hanno permesso di ricostruire e identificare alcuni dei luoghi principali della città.

Piazza Maggiore[modifica | modifica wikitesto]

Il centro della città era costituito da Piazza Maggiore. La piazza ospitava gli edifici del potere politico e civile, in particolare la Zecca, progettata dal Sangallo, con una facciata alta due metri in bugnato e travertino e lo stemma della famiglia. Sul lato destro sorgeva il Palazzo dell'Hostaria, con un porticato a colonne sede di botteghe affidate alla locale comunità ebraica. La piazza era dotata di pavimentazione in lastricato a spina di pesce e gli scavi archeologici hanno ritrovato anche le residenze private: la casa del Capitano Meo, con cortile interno, e il palazzo della famiglia Caronio.

Su questa piazza doveva sorgere anche il Palazzo Ducale, mai realizzato per lo spostamento della capitale a Parma, di cui restano i disegni del Sangallo.

Duomo di San Savino[modifica | modifica wikitesto]

Il Duomo di San Savino era in stile romanico e fu edificato nel XIII secolo. Una lapide, presente nella facciata, e ora conservata nel vicino paese di Ischia, riporta come data della consacrazione della cattedrale il 29 aprile 1286 sotto l'episcopato del vescovo Bernardo da Bagnoregio.

La chiesa aveva forma rettangolare e un impianto basilicale a tre navate, con una facciata con un rosone, colonnine di marmo e statue di animali (il leone, l'aquila, il toro simboli degli evangelisti) secondo un modello diffuso nell'Alto Lazio che ricorda le chiese di Santa Maria e San Pietro a Tuscania. Aveva inoltre sei cappelle, un campanile rotondo e un'abside rettangolare affrescata nel XVI secolo in stile manierista raffigurante la Gloria di San Savino.

L'edificio conservò all'esterno la forma romanica fino alla demolizione del 1649 mentre all'interno fu rimaneggiata in seguito a ripetuti crolli, assumendo quindi forme rinascimentali e barocche.[6] Il Duomo conservava la mandibola del patrono, donata dagli abitanti di Spoleto.

Nel 1466 vi furono traslate le spoglie di San Bernardo di Castro dopo la sua canonizzazione. Nel 1522 fu costruita, sul lato destro del Duomo, un'apposita cappella dedicata.[2]

Il pavimento era in ceramica con disegni di forme geometriche.

Le cronache d'epoca riportano che San Savino era il patrono della città e veniva festeggiato il 1 maggio di ogni anno con un palio di cavalli davanti al Duomo.[5]

Palazzo del Vescovo[modifica | modifica wikitesto]

Il Palazzo del Vescovo, o Episcopio, sorgeva di fronte al Duomo. Sono rimasti resti dei capitelli del porticato.

Chiesa e Convento di San Francesco[modifica | modifica wikitesto]

La chiesa e il convento di San Francesco d'Assisi furono costruiti su progetto del Sangallo in un luogo della rupe fino ad allora rimasto disabitato, noto come Prato Covone.

I frati dell'Ordine Minore Conventuale si erano trasferiti a Castro su invito del Duca e la nuova chiesa fu costruita a spese dei Farnese. Il Sangallo progettò un edificio a tre navate con sei colonne rotonde e abside di forma rettangolare. La facciata, dai disegni conservati, aveva una forma armonica e rinascimentale. Parallelo alla chiesa, fu costruito il convento per ospitare la comunità di frati francescani.

La chiesa è stata parzialmente recuperata dagli scavi archeologici, insieme ad alcune case e cantine che esistevano nel rione.

Chiesa di Santa Maria Intus Civitatem (o Santa Maria della Viola)[modifica | modifica wikitesto]

La chiesa di Santa Maria Intus Civitatem, nota anche come Santa Maria della Viola, era la cattedrale cittadina prima della costruzione di San Savino. Di forme romaniche, risalente probabilmente al XI secolo e rimaneggiata nel XIII secolo fu ritrovata dagli archeologici durante uno scavo compiuto nell'estate del 1997.[7]

Gli scavi hanno restituito parte del transetto con un altare laterale, appartenente alla famiglia Spontoni, e realizzato nel XVI secolo e affreschi di epoca medievale raffiguranti storie di santi. In particolare un frammento con San Giovanni Battista nel deserto e l'arcangelo Uriele, un santo vescovo, e un Vergine ascesa al cielo circondata da angeli.[7]

Da un altare laterale proviene invece un frammento raffigurante la Trinità, opera di artista ignoto del XVI secolo, e conservato oggi al Museo Civico di Ischia di Castro.

Il vescovo Giovanni Caccia riferisce che nel 1603 la chiesa era affidata alla Corporazione degli Artigiani che si era occupata del restauro del tetto. Nella chiesa era conservata una statua argentea della Madonna che veniva portata in processione il 15 agosto.[7]

Papa Paolo III in un dipinto del Tiziano
L'arme del ducato di Castro

Le altre chiese[modifica | modifica wikitesto]

I documenti dell'archivio vescovile riferiscono la presenza in città di altre chiese di cui ad oggi non è stata rinvenuta l'ubicazione.

San Pancrazio[modifica | modifica wikitesto]

Fu costruita dagli abitanti di Vulci dopo la distruzione della città da parte dei Saraceni. La costruzione fu voluta dal vescovo di Castro, San Bernardo, per portarvi le reliquie già conservate nell'omonima chiesa a Vulci.

Viene descritta come chiesa dotata di affreschi e statue raffiguranti i dodici Apostoli.[5]

La chiesa ospitava la confraternita della Misericordia.[5]

Chiesa e Convento della Visitazione[modifica | modifica wikitesto]

Convento di clausura, affidato alle monache cistercensi dalla duchessa Gerolama Orsini. Fu chiuso ne 1573 dopo la scandalosa scoperta di una relazione fra il vescovo della città, Francesco Cittadini, e Elena Orsini monaca del convento che rimase incinta di un bambino.[5] La donna fu trasferita a Frascati dove morì improvvisamente mentre il vescovo fu deposto e tornò nella sua città natale in Lombardia.

La torbida vicenda ispirò il romanzo di Stendhal La badessa di Castro

Santa Lucia[modifica | modifica wikitesto]

Nei pressi di questa chiesa fu realizzato un importante pozzo per il rifornimento idrico della città.

Santa Maria dei Servi[modifica | modifica wikitesto]

Costruita appena fuori le mura, luogo di sepoltura. Era officiata dai Frati Serviti e vi si teneva una festa l'8 settembre di ogni anno.[5]

San Ponziano[modifica | modifica wikitesto]

San Ponziano era ricordato come uno dei patroni di Castro. L'esistenza di questa chiesa risulta dalla documentazione conservata nell'archivio vescovile.

San Giovanni Decollato[modifica | modifica wikitesto]

Fu costruita dall'omonima confraternita, accanto all'ospedale.[5]

San Sebastiano[modifica | modifica wikitesto]

Un oratorio di cui si hanno poche e frammentarie notizie

Madonna del Carmine[modifica | modifica wikitesto]

Fu costruita da un capitano di ventura come ex voto.

Santa Maria della Cava[modifica | modifica wikitesto]

Fuori le mure, probabilmente nei pressi di una cava di travertino che dava lavoro a molti abitanti della città.

Chiesa del Pianetto[modifica | modifica wikitesto]

Chiesa rurale

Le fortificazioni[modifica | modifica wikitesto]

Il Sangallo aveva inoltre progettato le mura difensive della città e l'entrata principale, chiamata porta Lamberta, concepita come ingresso trionfale a Castro. Non sappiamo molto sugli edifici effettivamente realizzati ma anche in questo caso dobbiamo basarci sui disegni di Antonio ancora oggi conservati; alcuni progetti di fortificazioni di sua mano, tra i più innovativi della sua opera, che prefigurano l'utilizzo di un fronte tanagliato invece del tipico tracciato sangallesco a cortine e bastioni, sono generalmente visti come progetti per le mura di Castro.

È nota la presenza di almeno altre due porte nelle mura cittadina: Porta Santa Maria, (poi Porta Murata) e Porta del Ghetto.

Lo stemma[modifica | modifica wikitesto]

Lo stemma araldico della città di Castro, ricostruito dagli studi pazienti di Romualdo Luzi, uno dei suoi più attenti studiosi, raffigura: un leone rampante d'argento, sormontato da tre gigli d'oro su campo azzurro. Sotto il blasone fu aggiunta, nel 1537, la scritta "Castrum Civitas Fidelis" (Castro Città Fedele), in segno di gratitudine alla famiglia Farnese.

Il Santissimo Crocifisso di Castro[modifica | modifica wikitesto]

I soldati che demolirono Castro, poco fuori di quella che era stata la porta del ghetto, risparmiarono una cappellina che conteneva l'immagine dipinta del Crocifisso, della Madonna del Carmine e di sant'Antonio da Padova. Per secoli l'edicola del Crocifisso di Castro fu sempre al centro della devozione popolare, nonostante si trovasse in aperta campagna, e gli abitanti di Castro, dispersi nei paesi vicini, e poi i loro discendenti, all'inizio della bella stagione venivano in pellegrinaggio ai piedi della città distrutta e sostavano in preghiera davanti all'edicola.

Nel 1871 fu edificato un santuario tuttora meta di pellegrinaggi nel mese di giugno.

Intorno al Crocifisso di Castro nacquero diverse leggende: si disse che era stato risparmiato perché i soldati che volevano abbattere la cappella furono paralizzati da una forza misteriosa. Anche analoghi tentativi di demolizione con le mine fallirono.[8]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Castro, l'antica capitale farnesiana, su geapolis.eu.
  2. ^ a b www.parrocchie.it, http://www.parrocchie.it/civita/sandonato/centralesanbernardo.htm. URL consultato il 10 agosto 2020.
  3. ^ Gavelli, pp. 30.33
  4. ^ Cavoli, p. 40
  5. ^ a b c d e f g Flaviano Annibali, Notizie Storiche della Casa Farnese.
  6. ^ La Cattedrale di San Savino a Castro | Geapolis, su geapolis.eu. URL consultato il 10 agosto 2020.
  7. ^ a b c La prima cattedrale: Santa Maria “intus civitatem” | Geapolis, su geapolis.eu. URL consultato il 10 agosto 2020.
  8. ^ Cavoli, p. 60

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • R. Luzi Qui fu Castro.
  • R. Luzi Storia di Castro e della sua distruzione.
  • R. Luzi L'inedito "Giornale" dell'assedio, presa e demolizione di Castro (1649) dopo l'assassinio del Vescovo barnabita Mons. Cristoforo Giarda. Roma 1985
  • R. Luzi La produzione della ceramica d'ingobbio nella distrutta città di Castro: un fenomeno d'arte popolare d'intensa diffusione.
  • G. Gavelli La città di Castro e l'opera di Antonio da Sangallo, Ed. Ceccarelli Grotte di Castro (VT) 1981
  • A. Cavoli, La Cartagine della Maremma, Roma 1990
  • Mons. E. Stendardi, Memorie Storiche della Distrutta città di Castro, Ed. Fratelli Quattrini, Viterbo 1955
  • Studio della città di Castro - Tesi di laurea in Architettura 2005 [1]
  • G. Contrucci, "Le monete del ducato di Castro", Comune di Ischia di Castro, 2012.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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