Castro (Lazio)

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Coordinate: 42°31′58″N 11°38′55″E / 42.532778°N 11.648611°E42.532778; 11.648611

Castro
Castro blaeu.jpg
La città di Castro (Joan Blaeu, 1663)
Civiltà Etruschi
Utilizzo città
Stile rinascimentale
Epoca secolo XVI - XVII
Localizzazione
Stato Italia Italia
Comune Ischia di Castro
Amministrazione
Visitabile si
Sito web www.tusciaturismo.com

Castro era un'antica città della Maremma laziale, a pochi chilometri dall'attuale confine fra il Lazio e la Toscana, nel territorio comunale di Ischia di Castro.

Sede vescovile e capitale del ducato di Castro, fu distrutta nel 1649.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La città sorgeva sopra un costone tufaceo ubicato tra il fiume Olpeta e il fosso del Filonica, popolato sin dall'epoca preistorica.

Fu poi sede di una non meglio identificata città etrusca, forse Statonia, come testimoniato dalle necropoli e altri importanti resti archeologici scoperti ai piedi del costone. Nel 1967 una spedizione belga scoprì un raro esemplare di biga etrusca oggi conservata a Viterbo.

Nel Medioevo fu occupato da un castello chiamato Castrum Felicitatis, forse per il singolare fatto di essere dominato da una donna, tale Madonna Felicita.

Il castello diventò sede vescovile dopo la distruzione di Vulci e nel 1154 fu acquisita da Papa Adriano IV.

Libero comune, nel 1527 con un colpo di mano una fazione guidata da Antonio Scaramuccia e Jacopo Caronio prese il potere in città invocando la protezione di Pier Luigi Farnese, all'epoca signore di Valentano, che entrò in città nel mese di settembre. Papa Clemente VII, fuggito ad Orvieto dopo il Sacco di Roma, ordinò ai Farnese di restituire Castro. Pier Luigi abbandonò la città che fu saccheggiata dal duca di Latera Gian Galeazzo Farnese il 28 dicembre dello stesso anno.

La devastazione venne descritta nel 1575 dal notaio castrense Domenico Angeli nel De Depraedatione Castrensium et suae Patriae Historia ("Il Sacco di Castro e la storia della sua Patria").[1]

Pier Luigi Farnese, primo duca di Castro, ritratto da Tiziano (Museo Capodimonte - Napoli).

L'Angeli fornì una breve descrizione di Castro:

"Situata su un'altura a forma di lira, circondata da rupi scoscese, da una valle profonda e da vigneti dove gli abitanti si recano per procurare canne. Tutto intorno pascolano le greggi. [...] Il centro di Castro è rappresentato da Piazza Maggiore.
Castro prima del saccheggio era una città ricca, munita di più di sette centurie di soldati ed era la più forte tra le città del Patrimonio di San Pietro."

Secondo Domenico Angeli, Gian Galeazzo era riuscito ad entrare a Castro tramite la porta di Santa Maria che gli abitanti usavano per raggiungere una vicina sorgente, unica fonte d'acqua della città, grazie al tradimento di alcune guardie, mercenari originari di Pitigliano e di Sorano.

Nascita del ducato di Castro[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1534, fu eletto al Soglio Pontificio il cardinale Alessandro Farnese che assume il nome di Paolo III. Il 31 ottobre 1537, Paolo III riunì una trentina di feudi della sua famiglia, costituendo il ducato di Castro, che si estendeva dal lago di Bolsena al Tirreno, comprendendo anche una piccola enclave nella zona di Ronciglione. Castro fu scambiata con la città di Frascati ed entrò così nelle proprietà farnesiane. Fu scelta come capitale per la sua posizione centrale, anche se risentiva ancora dei danni provocati da Gian Galeazzo qualche anno prima.

I Farnese imposero per Castro un grandioso progetto di ricostruzione urbanistica, sul modello di quello applicato a Pienza, è affidarono l'opera all'architetto toscano Antonio da Sangallo il Giovane, che si mise subito all'opera.[2]

Vennero ridisegnate le mura difensive, i palazzi pubblici, le strade, le case; l'intera città diventò un cantiere e a poco a poco si trasformò in un artistico sito rinascimentale. Vi si trasferirono numerose persone, attratte dalla prospettiva di lavoro che la corte dei Farnese poteva offrire ma anche molti nobili che speravano di entrare così nelle grazie della famiglia e di papa Paolo III. Nel 1545 Papa Paolo III riuscì a far assegnare ai Farnese il ducato di Parma e Piacenza. Il nuovo Stato ben più grande e popoloso del ducato di Casto spostò gli interessi della famiglia in Emilia-Romagna. I lavori a Castro furono interrotti e il ducato venne governato dai vicari del Duca.

Le due guerre di Castro[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1623 divenne Papa Urbano VIII il quale iniziò un duro scontro con i Farnese per il mancato pagamento di numerosi debiti da parte della famiglia. I cardinali Francesco e Antonio Barberini, nipoti del Pontefice, proposero al Duca Odoardo di cedere Castro al Papa per permutare i debiti. Odoardo rifiutò lo scambio e i Barberini, per ritorsione, decisero di bloccare la riscossione delle rendite del ducato. Il fallimento delle trattative fra i Farnese e i Barberini portò allo scoppio della prima guerra di Castro: il 13 ottobre 1641 le truppe pontificie invasero il ducato occupando la capitale. L'intervento di Venezia, Firenze e Modena a favore dei Farnese capovolse le sorti della guerra: il 31 agosto 1642 fu occupata la fortezza pontificia di Acquapendente. La mediazione francese portò al trattato di Roma firmato il 31 marzo 1644 che sancì il ripristino dello status quo con la restituzione di Castro ai Farnese mentre restava irrisolta la questione dei debiti.

Nel 1649 scoppiò una nuova crisi fra i Farnese e lo Stato Pontificio: il nuovo Duca, Ranuccio II, si oppose alla nomina del barnabita Cristoforo Giarda come nuovo vescovo di Castro. Innocenzo X confermò la nomina e inviò ugualmente Giarda a Castro ma il vescovo, in viaggio verso la sua nuova sede, fu assassinato a Monterosi il 16 marzo. Il Papa accusò Ranuccio di essere stato il mandante del delitto e il 19 luglio le truppe pontificie invasero nuovamente il ducato. Castro fu assediata e capitolò il 2 settembre.

I patti di resa firmati dal colonnello Sansone Asinelli (per i Farnese) e da Davide Vidman (per i pontifici) prevedevano il solo smantellamento delle fortificazioni cittadine. Ma dopo la caduta il Papa ordinò la distruzione totale della città che fu rasa al suolo, comprese le chiese e le opere d'arte, mentre i suoi abitanti furono evacuati e deportati altrove. Le campane del Duomo furono trasferite nella chiesa di Sant'Agnese in Agone a Roma, la sede vescovile trasferita ad Acquapendente mentre sul colle fu posta una lapide con la scritta: “Qui fu Castro”.

La chiesa di San Pietro a Tuscania cui forse s'ispirarono i costruttori del duomo di Castro

Nel 1848, in pieno Risorgimento, il ricordo della città distrutta dal Papa ispirò la nascita dell'Associazione Castrense di stampo mazziniano e anticlericale che fu sciolta dalla polizia pontificia l'anno successivo. Dopo l'unità d'Italia, quattro comuni dell'ex ducato mutuarono il nome aggiungendovi "Castro": (Montalto di Castro, Ischia di Castro, Grotte di Castro, Arlena di Castro) in memoria della città distrutta.

Nella città scomparsa è ambientato il romanzo La badessa di Castro dello scrittore francese Stendhal.

Nel 2001 è stato inaugurato un parco archeologico che permette di visitare le rovine dell'ex città.

Castro prima della distruzione[modifica | modifica wikitesto]

Molti visitatori di Castro, tra cui il più celebre fu senza dubbio Annibal Caro, storico e letterato, rimasero colpiti dalla bellezza della città e lasciarono dettagliate descrizioni, grazie alle quali conosciamo come doveva essere la capitale del ducato dei Farnese. La città sorgeva su di una collina circondata per metà dal torrente Olpeta. Per accedervi bisognava percorrere un ponte a due arcate.

Il cuore della città era rappresentato dalla piazza maggiore, al cui centro doveva trovarsi una fontana, su cui operava la zecca e l'hostaria, per accogliere gli ospiti illustri del duca. Sul piazzale, o nelle sue vicinanze, si trovavano i palazzi dei cittadini più importanti. Non si sa se l'armonioso palazzo ducale fu mai costruito, ma doveva comunque esservi una residenza del duca; alcuni disegni del Sangallo, conservati a Firenze, mostrano un'elegante reggia cittadina, con un ampio balcone al piano nobile, simile ai palazzi-fortezza del Quattrocento e alle lussuose dimore regali del Seicento. Castro aveva, inoltre, il privilegio di avere strade e piazze mattonate, fatto rarissimo nel Cinquecento.

Papa Paolo III in un dipinto del Tiziano
L'arme del ducato di Castro

A Castro erano presenti varie chiese, circa tredici secondo alcuni documenti della Curia: la principale era certamente il duomo, sede della diocesi, dedicato a san Savino, protettore della città, la cui festa cadeva il 3 maggio. Gli abitanti erano soliti festeggiare il santo con una tradizionale giostra ed un palio, ovvero una corsa di cavalli tra le contrade che si tenevano nella piazza principale. La chiesa era in stile romanico, e fu consacrata il 29 aprile 1286, come riporta una lapide marmorea che si trovava originariamente nella facciata della cattedrale e successivamente trasferita nel duomo di Sant'Ermete di Ischia di Castro. La lapide dichiara che la consacrazione fu effettuata dal vescovo di Castro, san Bernardo da Bagnoregio, insieme ad altri dodici prelati.

Vicina alle mura sorgeva la chiesetta medievale di San Pancrazio, costruita dagli abitanti di Vulci che, dopo che la loro città era stata distrutta dai Saraceni, si erano trasferiti a Castro. Antichissima doveva essere la chiesa della Madonna della Viola, visto che prima della costruzione della cattedrale, era la residenza del vescovo. Altre chiese erano quella di San Bernardo Abate, di Santa Lucia, San Sebastiano, la Madonna del Carmine, costruita da un militare per sciogliere un voto. Fuori dalle mura, si trovava la chiesa di Santa Maria dei Servi, nei pressi del cimitero. La chiesa di San Giovanni era collegata all'ospedale, gestito dall'omonima confraternita. Un membro laico della confraternita, un certo Luciano Silvestri, aveva edificato a sue spese un ospizio per l'assistenza alle vedove e agli orfani. In una località, nota come Prato Cotone, vicina alla confluenza dell'Olpeta nel Fiora, era stata edificata, su disegno del Sangallo, la chiesa e il convento di San Francesco affidato ai frati minori che si erano trasferiti a Castro, su invito del duca.

Il Sangallo aveva inoltre progettato le mura difensive della città e l'entrata principale, chiamata porta Lamberta, quasi un arco di trionfo, che raffigurava gli episodi più gloriosi della storia della dinastia Farnese. Non sappiamo molto sugli edifici effettivamente realizzati ma anche in questo caso dobbiamo basarci sui disegni di Antonio ancora oggi conservati; alcuni progetti di fortificazioni di sua mano, tra i più innovativi della sua opera, che prefigurano l'utilizzo di un fronte tanagliato invece del tipico tracciato sangallesco a cortine e bastioni, sono generalmente visti come progetti per le mura di Castro.

Gli abitanti di Castro patirono molto la scarsità d'acqua del territorio. Per molto tempo si servirono di una sorgente nei pressi della porta di Santa Maria, ma dopo che quest'ultima fu chiusa per motivi di sicurezza, (chiamandosi da allora porta Murata), fu costruito un pozzo, con scale a chiocciola, (simile a quello di san Patrizio a Orvieto) detto "pozzo di Santa Lucia" per la vicinanza a questa chiesa.

Lo stemma[modifica | modifica wikitesto]

Lo stemma araldico della città di Castro, ricostruito dagli studi pazienti di Romualdo Luzi, uno dei suoi più attenti studiosi, raffigura: un leone rampante d'argento, sormontato da tre gigli d'oro su campo azzurro. Sotto il blasone fu aggiunta, nel 1537, la scritta "Castrum Civitas Fidelis" (Castro Città Fedele), in segno di gratitudine alla famiglia Farnese.

Il Santissimo Crocifisso di Castro[modifica | modifica wikitesto]

I soldati che demolirono Castro, poco fuori di quella che era stata la porta del ghetto, risparmiarono una cappellina che conteneva l'immagine dipinta del Crocifisso, della Madonna del Carmine e di sant'Antonio da Padova. Per secoli l'edicola del Crocifisso di Castro fu sempre al centro della devozione popolare, nonostante si trovasse in aperta campagna, e gli abitanti di Castro, dispersi nei paesi vicini, e poi i loro discendenti, all'inizio della bella stagione venivano in pellegrinaggio ai piedi della città distrutta e sostavano in preghiera davanti all'edicola.

Nel 1871 fu edificato un santuario tuttora meta di pellegrinaggi nel mese di giugno.

Intorno al Crocifisso di Castro nacquero diverse leggende: si disse che era stato risparmiato perché i soldati che volevano abbattere la cappella furono paralizzati da una forza misteriosa. Anche analoghi tentativi di demolizione con le mine fallirono.[3]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Gavelli, pp. 30.33
  2. ^ Cavoli, p. 40
  3. ^ Cavoli, p. 60

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • R. Luzi Qui fu Castro.
  • R. Luzi Storia di Castro e della sua distruzione.
  • R. Luzi L'inedito "Giornale" dell'assedio, presa e demolizione di Castro (1649) dopo l'assassinio del Vescovo barnabita Mons. Cristoforo Giarda. Roma 1985
  • R. Luzi La produzione della ceramica d'ingobbio nella distrutta città di Castro: un fenomeno d'arte popolare d'intensa diffusione.
  • G. Gavelli La città di Castro e l'opera di Antonio da Sangallo, Ed. Ceccarelli Grotte di Castro (VT) 1981
  • A. Cavoli, La Cartagine della Maremma, Roma 1990
  • Mons. E. Stendardi, Memorie Storiche della Distrutta città di Castro, Ed. Fratelli Quattrini, Viterbo 1955
  • Studio della città di Castro - Tesi di laurea in Architettura 2005 [1]
  • G. Contrucci, "Le monete del ducato di Castro", Comune di Ischia di Castro, 2012.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]