Umile da Bisignano

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Sant'Umile da Bisignano
Nascita 26 agosto 1582
Morte 26 novembre 1637
Venerato da Chiesa cattolica
Beatificazione 29 gennaio 1882
Canonizzazione 19 maggio 2002
Santuario principale Riforma
Ricorrenza 26 novembre e ultima settimana d'agosto
Patrono di Bisignano (CS)

Sant' Umile da Bisignano, al secolo Luca Antonio Pirozzo (Bisignano, 26 agosto 1582Bisignano, 26 novembre 1637), è stato un religioso italiano, appartenente dell'Ordine dei Frati Minori; la Chiesa cattolica lo venera come santo e ne celebra la memoria liturgica il 26 novembre.

Venne beatificato il 29 gennaio 1882 per poi essere canonizzato da Giovanni Paolo II il 19 maggio 2002.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Infanzia[modifica | modifica wikitesto]

Come tutte le biografie, anche questa, comincia con la data di nascita: 26 agosto 1582. Lucantonio, così lo battezzarono il padre Giovanni Pirozzo e la madre Ginevra Giardino, venne al mondo in una famiglia “umile”, dedita “alle arti agrarie” e molto religiosa. Il piccolo diede subito segni di futura santità; infatti, si accontentò, da subito, di uno scarso alimento, allattando solo tre volte al giorno, e mai fu possibile alla madre di aumentare il numero delle poppate. Ancora in fasce fissava attento con lo sguardo l’immagine del Crocifisso e della Madonna, e per farlo quietare quando piangeva, bastò rivolgerlo verso queste immagini, o accostargliele. Nessun altro oggetto, forse più adeguato per gli occhi infantili, riusciva a calmarlo come quelle immagini sacre. Mostrava grande disprezzo per le grandezze e gli agi di questo mondo, ogni qual volta i genitori, per acquietarlo quando piangeva, gli mettevano in mano una moneta, immediatamente la scagliava lontano da sé. A quattro anni fu Cresimato, e avendogli detto suo padre che gli Angeli in Cielo non fanno altro che lodare Dio ripetendo “Sanctus, Sanctus, Sanctus”, cominciò a recitare spesso questi versetti. Per farlo si ritirava in qualche angolo della stanza, o in altro luogo appartato, e ivi con le mani giunte e gli occhi al Cielo ripeteva “Sanctus, Sanctus, Sanctus”. Quando andava in Chiesa con i propri genitori per seguire la Messa, al contrario degli altri bambini, che normalmente sono inquieti, lui seguiva attento la Sacra Funzione per cui era preso ad esempio. Nell’accostarsi alla Comunione, era suo costume quello di togliersi le scarpe dai piedi, e in atteggiamento umile e penitente cibarsi dell’Ostia consacrata. Quando Lucantonio fu incaricato dai propri genitori a svolgere i lavori della campagna, vi si recava solo dopo aver ascoltato la Santa Messa e non usciva di casa senza aver ricevuto la benedizione dei propri genitori. Nelle campagne, dove accompagnava a pascolare i buoi e le mucche, aveva drizzato diverse croci, formandole rozzamente con tronchi e rami di alberi e genuflesso vi stava in meditazione; nel trattare con i compagni, o con le altre persone, introduceva sempre discorsi devoti con grande passione. Durante le ore della notte si ritirava in una grotta, in fondo alla quale vi eresse un altare, per pregare. Più volte in questa grotta fu tentato dal Diavolo, ora con strepiti e clamori orribili, ora mostrandosi sotto forme orrende per percuoterlo e straziarlo. Lucantonio lo scacciava con il segno della Croce. Da questo momento in poi il bambino è messo alla prova. Infatti, il Parroco Solima volle comprendere di quale natura fosse la sua anima e quindi prese a sgridarlo in pubblico, trattandolo da poltrone e infingardo; da superbo e da ipocrita. Lo privava per settimane intere della comunione. Vedendolo sempre uguale a sé stesso sostenere senza vacillare ogni prova decise di fargli frequentare la Confraternita intitolata a Maria Santissima Immacolata affinché servisse da esempio e da pungolo agli altri congregati nell’adempimento dei propri doveri. Si dedicò alla congregazione con devozione e raccoglimento indicibile, eseguendo tutti gli atti religiosi prescritti dalle regole.  Se, per compiere i voleri dei genitori, non poteva partecipare alla vita della congrega, non tralasciava, appena possibile, di incolparsi inginocchiandosi alla presenza degli altri confratelli tutto pieno di confusione e umiltà, ben comprendendo gli obblighi di assistere a quelle sacre adunanze, alle quali volontariamente i congregati si erano arruolati. Un’altra prova di virtù si svolse sulla pubblica piazza quando un gentiluomo di Bisignano che avendo saputo falsamente di essere stato offeso da Lucantonio, gli diede un sonoro schiaffo. A tale affronto Lucantonio offrì l’altra guancia e inginocchiandosi lo ringraziò per averlo trattato come merita un peccatore, quale lui si sentiva.

La vita condotta da Lucantonio fino a questo momento faceva già trapelare la sua futura santità.

Mentre Lucantonio pascolava i propri bovi, per tre volte sentì una voce chiara e distinta che gli disse: “Lucantonio, io voglio essere da te servito.” Lucantonio da prima provò timore ma subito sentì infondersi il coraggio necessario a prendere la decisione. Le stesse parole furono udite anche dal Parroco Solima e quando Lucantonio, a sera si recò da lui per raccontargli il fatto prodigioso, lo rimproverò: “Poltrone! Sentiste oggi quelle voci; e perché non lasciaste subito i bovi, e veniste da me per eseguire la volontà del Signore?” Lucantonio confuso s’incolpò anche di questa mancanza, seppur involontaria, e si dichiarò pronto a seguire le volontà del Signore. Ottenuta anche la benedizione della madre, dimostratasi in un primo momento restia a concederla, partì per il Convento dei Minori Riformati di Dipignano, ove si trovava in quell’epoca il P. Ministro Provinciale. Durante il cammino il Maligno, sotto forma di un giovane cortese, tentò con espressioni vivissime e crude di dissuadere Lucantonio dalla sua Santa risoluzione. Lucantonio, invocando l’aiuto divino, si fece il segno della Croce e il compagno di viaggio scomparve in un baleno. Raggiunto il Convento di Dipignano, si presentò umilmente al P. Provinciale, il quale lo spedì al Convento di Misuraca dove, in quel tempo, erano formati i novizi di quell’ordine.

Noviziato[modifica | modifica wikitesto]

Durante il noviziato si diede alla continua meditazione e alla penitenza asprissima; digiunava di continuo e quasi sempre a pane e acqua; dormiva poche ore e sulla nuda terra. Sempre pronto a superare ogni prova cui era sottoposto. Osservava talmente il silenzio che nel corso dell’anno di noviziato si potevano contare sulle dita di una mano le parole pronunciate da lui. Al termine dell’anno di noviziato i suoi superiori che, per verificarne le virtù, lo avevano mortificato in pubblico e in privato caricandolo d’ingiurie e attribuendogli alcune mancanze, decisero di non accettarlo nell’ordine perché Lucantonio non fu in grado di recitare a memoria il testo della regola di San Francesco. Abbattuto e rammaricato, si recò nella Chiesa e inginocchiato innanzi all’altare maggiore, chiese consolazione all’immagine della Madonna. Nascosto dietro al coro, Padre Benedetto di Cutro, guardiano del convento, partecipò al prodigio che avvenne in quel momento. L’immagine della Madonna rassicurò Lucantonio dicendogli: “Non ti sgomentare, o figlio: mia sarà la cura di renderti consolato”. Se Lucantonio tenne per sé questo favore, il guardiano del convento invece corse a raccontare il portento ai suoi superiori. Il giorno successivo Lucantonio, interrogato pubblicamente, ripeté con voce franca e spedita tutto il testo della regola, ottenendo di essere ammesso nell’Ordine dei Frati Riformati e divenendo Frate Umile.

Vita in convento[modifica | modifica wikitesto]

Frate Umile fu inviato al convento di Bisignano, ove fu accolto dai Frati e dai concittadini con gran giubilo, per le notizie ricevute circa la sua santa condotta nel convento di Misuraca. Si diede ad una vita penitente e rigida, osservando rigorosamente le regole dell’Ordine. Il tempo “libero” lo consumava nel coro, o nella chiesa pregando. Nel ripulire il giardino , come gli ordinò il superiore del suo convento, Frate Umile scoprì una grotta, in fondo alla quale rinvenne una vena di acqua limpidissima che divenne subito dopo miracolosa. In questa grotta Frate Umile, con licenza del superiore, si ritirava, anche in tempo di notte, per raccogliersi in preghiera, anche se spesso fu distolto da quest’intento da apparizioni infernali le quali lo flagellavano, lo battevano e lo trascinavano per tutto il giardino, lasciandogli per più giorni dei lividi sul volto. Frate Umile dimorò anche in altri conventi della Provincia ed in particolare nei conventi di Cosenza, Dipignano, San Lorenzo del Vallo, San Marco, Pietrafitta, Figline e Rossano, dove con la carica di giardiniere, dove con quella di cercatore o di canovaio (magazziniere). Il motivo di tanti spostamenti è da ricercare nel fatto che Frate Umile, suo malgrado, attirava presso i conventi ove dimorava un gran numero di persone a raccomandarsi alle sue preghiere, le quali non sempre si comportavano con discrezione e prudenza, recando così disturbo alla quiete religiosa  ed al silenzio monastico. Accompagnò anche il Padre Provinciale nelle sue visite ai conventi della Provincia, e viaggiò anche al di fuori di essa e del Regno. Ma prima di introdursi in tali racconti è necessario rivelare i fenomeni che accompagnarono Frate Umile in ogni suo viaggio o spostamento. La Calabria è percorsa da numerosi fiumi, molti dei quali, ai tempi in cui viveva Frate Umile, erano sprovvisti di ponti e durante l’inverno diventano molto pericolosi da attraversare. Al passaggio di Frate Umile le acque dei fiumi si arrestavano lasciando asciutto il tratto per cui egli doveva passare. All’inizio questo prodigio recò stupore a chiunque lo abbia visto o ne abbia avuta notizia, ma il ripetersi del prodigio non destò più sbalordimento. Di questo prodigio non se ne approfittò Frate Umile, cercando sempre, a costo di percorrere anche una strada più lunga, di attraversare i corsi d’acqua servendosi dei ponti o di quello che da ponte funzionava. Infatti dovendo attraversare il fiume Neto, pieno a causa delle copiose piogge cadute nei giorni precedenti, si servì della una trave, quasi rotonda, fissata alle sue sponde sotto due ammassi di pietre buttate lì senza calcina, che serviva da ponte. Sopra questa trave passò Frate Umile con leggiadria e prontezza che sembrò quasi volasse sulle acque. Un’altra cosa straordinaria che accadeva sempre fu appunto che viaggiando sempre a piedi e per luoghi paludosi, in tempo d’inverno per strade impraticabili e piene di fango, non s’imbrattò mai i piedi o la tonaca e soprattutto non fu mai bagnato dalla pioggia. Questo accadeva anche a coloro che lo accompagnavano o che egli spediva in qualche luogo. Infatti recatosi dal convento di Bisignano a quello di San Fili insieme a un terziario, chiamato Frate Tommaso, il quale doveva rientrarvi a sera. Quando fece per incamminarsi cominciò a piovere dirottamente tanto che Frate Tommaso decise di non partire. Frate Umile lo convinse a ripartire assicurandolo alla divina provvidenza, per cui Frate Tommaso arrivò al convento di Bisignano camminando sotto la pioggia dirotta e continua senza bagnarsi, con stupore suo e dei Frati che lo videro arrivare al convento. Altra cosa straordinaria fu il dono dell’estasi e dei rapimenti, dai quali solo la voce dell’ubbidienza lo riscuoteva. Un giorno d’estate, mentre zappava l’orto nel convento di Cosenza, al rintocco della campana che indicava l’elevazione dell’Ostia nella messa, venne rapito in Dio con tutta la zappa e sollevato da terra rimase fino a sera. Nel convento di Bisignano, una delle tante volte, si mantenne in quest’atteggiamento per ben ventidue ore consecutive.

Viaggio a Messina[modifica | modifica wikitesto]

Padre Giovanni Maria da Genova, Visitatore Generale, volle accertarsi delle virtù di Frate Umile recandosi al Convento di Bisignano. Qui umiliò e mortificò Frate Umile in tanti modi, lo trattò come un ipocrita e un illuso, insultandolo ogni volta che lo incontrava. Frate Umile, di contro, tollerava tutto con ilarità e tranquillità. Una mattina Padre Giovanni Maria da Genova ordinò a Frate Umile di andare a zappare nell’orto senza sentire la messa. Obbedì immediatamente Frate Umile ma, al suono della campana che indica l’elevazione dell’Ostia, si vide estatico con la zappa in mano sollevato da terra all’altezza di un cipresso vicino a lui. Accorsero i concittadini, i frati e il Visitatore Generale e quando questo gli ordinò di riprendere a zappare, Frate Umile ubbidendo si destò e proseguì il lavoro. Comprendendo la natura di tali prodigi il Visitatore Generale lo scelse come compagno di viaggio, conducendolo in Sicilia. Tutti i miracoli appena descritti si verificarono anche durante questo viaggio, per cui i fiumi si aprivano appena vi si avvicinava, i suoi piedi e la sua tonaca non s’imbrattavano con il fango e spesso camminava estatico con le braccia conserte. Durante una sosta al convento di Catanzaro Frate Umile, mentre si trovava di fronte all’immagine della Madonna sull’Altare maggiore, si elevò da terra con il volto raggiante e le braccia aperte, creando sbalordimento fra i presenti. La notizia corse veloce per tutta la città e la Chiesa si riempì, i Religiosi furono costretti, con grande fatica e stento, a rinchiudere Frate Umile, destatosi per ordine del superiore, in una cappella dotata di un robusto cancello di legno, perché la calca di gente, per quanto era devota tanto era indiscreta ed aveva iniziato a tranciargli il mantello e la tonaca. Una volta al sicuro, tutti videro che la tonaca e il mantello tornarono interi come erano prima. Questa notizia corse anche più velocemente della prima giungendo all’orecchio del Vescovo di Catanzaro, il quale inviò subito il suo vicario ad accertarsene con i propri occhi. Giunto in convento il Vicario trovò Frate Umile in estasi, e volendo verificare se tale portento fosse opera di Dio o inganno del Diavolo, decise di bruciargli le mani e i piedi con torce accese e di trafiggerlo con ferri aguzzi. Frate Umile si destò solo quando gli fu ordinato dal superiore e istantaneamente guarì dalle scottature e dalle ferite, con grossa meraviglia del Vicario che confermò trattarsi di un’opera di Dio.

Durante la traversata dello Stretto di Messina molti passeggeri della nave, che trasportava Frate Umile e il Visitatore Generale, furono assaliti da una ardente sete che non vedevano l’ora di giunger a terra per bere, visto che all’interno della nave, inaspettatamente, non vi era rimasta una goccia di acqua dolce. Udendo queste lamentele Frate Umile s’intenerì e fece riempire un grosso vaso di creta con l’acqua del mare e facendogli sopra il segno della Croce l’acqua divenne dolce e furono dissetati tutti i passeggeri, i quali appena sbarcati diffusero la notizia per tutta la città. Fra gli altri Religiosi, che accompagnavano il Visitatore Generale, vi era un certo Frate Domenico di Cutro, il quale osservando gli applausi e la venerazione riservata a Frate Umile da ogni persona fu preso dall’invidia e quindi incominciò a deridere, screditare e calunniare in mille maniere Frate Umile, fino ad attentarne la vita. Infatti, mentre rientravano al convento di Bisignano, sostarono in quello di Nicastro. Frate Domenico attirò Frate Umile al finestrone del dormitorio superiore dove tentò di spingerlo fuori, ma prima che potesse compiere tale gesto apparvero al fianco di Frate Umile due uomini armati, visibili soltanto al persecutore, i quali incutendogli paura evitarono che l’atto si concludesse. Questi due giovani rimase a fianco di Frate Umile sino al convento di Bisignano. Frate Umile si vendicò all’uso dei Santi, beneficandolo e recitando per esso preghiere verso Dio.

Roma[modifica | modifica wikitesto]

La reputazione di Frate Umile raggiunse inevitabilmente la Santa Sede e Papa Gregorio XV, nel 1622, per mezzo del suo Nunzio Apostolico alla Real Corte di Napoli, convocò Frate Umile. Il Sommo Pontefice, dopo aver incontrato Frate Umile disse che il suo cuore non aveva mai goduto di una consolazione simile. Lo fece alloggiare nel convento di San Francesco a Ripa, ordinando ai Frati di questo convento di vigilare sulla condotta di Frate Umile. Anche questi, alla fine, constatarono le virtù di Frate Umile. Un giorno Gregorio XV, fu assalito da una infermità tale che i medici dichiararono la sua prossima scomparsa, ma Frate Umile disse chiaramente al Papa che nel giro di pochi giorni si sarebbe rimesso, e così fu. L’anno seguente i medici giudicarono leggera e passeggera l’indisposizione del Papa, al contrario di Frate Umile che gli predisse la morte, che si verificò nel mese di luglio 1623. Dopo l’elezione del nuovo Pontefice, Urbano VIII, Frate Umile ottenne dapprima il permesso di tornare a Bisignano, ma, quando giunse a Napoli dovette tornare a Roma. Nei sette anni che dimorò a Roma, Frate Umile si ammalò spesso, tollerando la malattia con pazienza e senza lamenti. Per questo, alla fine, implorò e ottenne dal Pontefice il permesso di ritirarsi nel suo convento di Bisignano.

Genuflesso nel pubblico Refettorio del Convento di San Francesco a Ripa salutò i confratelli e partì per Bisignano. Durante il viaggio fu accompagnato da pubbliche dimostrazioni d’affetto e di rispetto da parte della gente che accorreva in massa per incontrarlo. Spesso questa devozione diventava indiscreta al punto che molti gli tagliavano la tonaca il mantello. A Salerno, anche per evitare tanto clamore, s’imbarcò per raggiungere la Calabria. Durante questo viaggio, nel Golfo di Policastro, la barca si trovò in balia di una burrasca che si placò soltanto quando Frate Umile invocò la Madonna, con le sue litanie. La nave approdò a Scalea dove Frate Umile fu accolto, al suono delle campane e allo sparo di mortaretti, dai Principi, dai Gentiluomini, dal Clero, nonché da tutto il resto della popolazione di Scalea. Da qui si diresse, passando per Paola, al Convento di Bisignano, dove fu accolto calorosamente da tutta la popolazione.

Ultimo anno di vita[modifica | modifica wikitesto]

L’ultimo anno di vita di Frate Umile fu intrecciato da spasmi acerbi e da convulsioni penose, senza mai lamentarsi. Mai si vide accigliato o malinconico, anzi il suo volto era sempre ilare ed allegro, dicendo chiaramente di essere giunto alla fine dei suoi giorni. Spesso si trascinava alla sua amata grotta per pregare e poi ad un’ora competente, si ritirava nella sua cella. Un giorno i confratelli si accorsero che Frate Umile non si era, come al solito, ritirato nella cella e dopo averlo cercato in vano per tutto il convento, lo trovarono nella grotta buttato a terra tutto bagnato del proprio sudore, con gli occhi, col petto ansante, che sembrava stesse per morire. Fu riportato nella cella ove trascorse sette giorni in preda a strani contorcimenti recando spavento e terrore a chiunque l’osservasse. Il giorno di Tutti i Santi dell’anno 1637, con meraviglia di tutto il convento e dei medici, Frate Umile si alzò e partecipò a tutte le funzioni di quel giorno. Dal giorno successivo ricadde nell’abbattimento precedente, peggiorando di giorno in giorno, fin quando il 26 di Novembre 1637 cessò di vivere. Nell’istante medesimo che spirò, Padre Ludovico Crosìa, che si trovava nel convento dei Frati Riformati di San Fili, vide una gran luce in cielo all’interno della quale vide Frate Umile festante e allegro circondato dagli Angeli dicendo che si recava in Paradiso. Il giorno seguente il cadavere venne trasportato in Chiesa scortato da molti soldati che avevano il compito di allontanare e respingere la continua indiscrezione della popolazione che avrebbe voluto accostarsi al corpo. Il cadavere rimase esposto per tre giorni in Chiesa ove fu visitato continuamente da una folla devota.[1]

Culto[modifica | modifica wikitesto]

Oggetto di particolare venerazione popolare sin dalla morte, i procedimenti processuali che lo portarono all'onore degli altari vennero avviati nel 1684: riconosciutane l'eroicità delle virtù, papa Pio VI gli riconobbe il titolo di Venerabile (4 ottobre 1780); con il breve apostolico del 1º ottobre 1881, Leone XIII ne autorizzò la beatificazione, avvenuta il 29 gennaio 1882.

Infine, Giovanni Paolo II lo canonizzò in piazza San Pietro il 19 maggio del 2002.

Memoria liturgica il 26 novembre.

Miracoli[modifica | modifica wikitesto]

Negli atti dei processi apostolici sono raccolte numerose testimonianze dei prodigi compiuti dal Signore per mezzo di Frate Umile Qui di seguito ne vengono riportati solo alcuni scelti fra quelli trascritti nel libro “Vita del Venerabile servo di Dio Frate Umile di Bisignano”[1].

Estasi [modifica | modifica wikitesto]

Per ordine del suo superiore, Frate Umile andò a visitare la sorella malata del Signor Don Salvatore Sangermano, alla quale i medici avevano preannunciato la prossima morte. Giunto vicino al suo letto, la signora gli chiese di pregare per lei: subito venne rapito in estasi grondando copioso sudore. A tal notizia, la gente accorse intorno a lui e con un fazzoletto gli asciugarono la fronte e toccando con lo stesso l’inferma, questa in quel medesimo istante guarì dalla febbre, e si rinvigorì in maniera tale che il giorno seguente si alzò dal letto e uscì di casa.

Livia di Fida portò alla Chiesa della Riforma di Bisignano un suo figlioletto di tre anni che aveva la gola tutta piena di piaghe maleodoranti, pregò il superiore di far celebrare una messa nell’altare di Maria Santissima e di chiedere a Frate Umile che pregasse per il figlio. Il superiore accondiscese a tal richiesta, imponendo a Frate Umile di servire la Messa che fece celebrare in detto altare, e di pregare la Vergine per quel povero fanciullo infermo. Durante la Messa Frate Umile venne rapito in Dio e in un’estasi profondissima si elevò da terra. Subentrò un altro frate a servire la Messa; al termine di questa Frate Umile ritornò in sé e toccandolo col cordone, l’infermo istantaneamente guarì.

A causa di una grave infermità, la Signora Donna Anna Milizia in Bisignano, era diventata quasi stolida. Frate Umile si recò a visitarla e alla sua presenza divenne estatico, e sollevato più palmi sopra il pavimento. Ritornando in sé, ella guarì dal suo malore.

Mentre si recava alla Chiesa Arcivescovile di Santa Severina, su invito di Monsignor Pisani, il Padre Antonio di Rossano, ed un altro frate, che lo accompagnavano, raccontarono che Frate Umile camminò, dal convento di Misuraca fino a Santa Severina, sempre estatico e sollevato da terra. Durante il cammino incontrarono un uomo con una piaga degenerata in fistola su una gamba, il quale, dopo essersi raccomandato alle preghiere di Frate Umile, guarì istantaneamente.

Penetra l’altrui cuore.[modifica | modifica wikitesto]

Mentre zappava nel giardino del convento di Cosenza in compagnia di un altro Frate  Converso suo paesano, chiamato Frate Vincenzo, venne a questi il desiderio di mangiarsi pochi fichi freschi, ma senza esternare con parole, o gesti un tal suo desiderio. Frate Umile smette quindi di zappare la terra, sale su una pianta di fico poco distante, ne raccoglie un po’, e presentandosi al suo compagno gli dice: “ecco li fichi che desideri: appaga il tuo desiderio” e proseguì il suo lavoro.

Viaggiando nella Calabria Ulteriore con un Sacerdote, a cui Frate Umile serviva come compagno, con il fine di accertarsi della di lui santità, con l’interno gli comandò, che giunto ad un certo luogo non passasse più oltre, ma si fermasse con le mani giunte avanti il petto. Raggiunto il luogo prefissato, Frate Umile si fermò con le mani giunte, senza andare oltre. Quando il Sacerdote chiese il motivo di tale comportamento, Frate Umile rispose: “Eseguo Padre, quanto comandato mi avete.”

Frate Simone di Bisignano, desiderava trovare un gran tesoro per poter costruire un magnifico convento. Non ne parlò mai con nessuno. Un giorno Frate Umile lo incontrò nel chiostro mentre era intento a questo pensiero e scherzosamente così lo riprese: “Oh paesano mio, e che bel convento che potrai fabbricare colli tesori che desideri di trovare! Oh che gran bene potrai fare alla nostra Patria!” Arrossì il povero Frate Simone, vedendosi scoperto dal nostro Frate Umile.

Nel convento di Figline, il superiore ordinò ad alcuni frati di prendere il bastone che Frate Umile teneva nelle mani mentre era estatico nel Coro della Chiesa, ma interiormente ordinò a Frate Umile che non lo lasciasse. Non riuscirono i frati a prendere il bastone fino a quando il superiore non cambiò la volontà. Solo allora Frate Umile lasciò il bastone come gli fu ordinato.

La Signora Donna Elisabetta Caro di Bisignano, chiese più volte, per mezzo di un Religioso, che Frate Umile pregasse per lei al fine di ottener la grazia di restar libera da varie infermità, che la molestavano. A tutto questo nulla rispondeva Frate Umile, contro il suo costume, tutto portato a consolare chiunque a lui ricorresse. Meravigliato da questa condotta il Religioso, gliene richiese il motivo, e Frate Umile diede questa risposta: “La Signora si è dimenticata della grazia chiesta a Dio tante volte, di essere in questo mondo sottoposta ad infermità e dolori, per iscampare l’inferno; di che si lagna adesso? Soffra, e taccia.” Riferito tutto alla medesima, arrossita in volto confessò, che tutto era vero, ma che Frate Umile non poteva saperlo che per lume superiore.

Dono di profezia[modifica | modifica wikitesto]

Prima di partire per il convento di San Fili, Frate Umile si recò nella casa paterna e avvertì sua madre di non salire sugli alberi di gelso per raccogliere il necessario per alimentari i bachi da seta, perché sarebbe caduta e avrebbe perso la vita. S’incamminò quindi per il Convento di San Fili e dopo un paio d’ore si voltò verso Bisignano e si fece il segno della Croce dicendo a voce alta: “Requiem aeternam dona ei Domine.” Il suo compagno di viaggio meravigliato gliene chiese conto e lui rispose: ”Sappiate che a questo punto è morta la mia buona madre, per essere caduta da un albero di gelso; ma deve stare pochi giorni nel Purgatorio.” A questa risposta si annotò questo parole e l’ora in cui Frate Umile le proferì e quando tornò a Bisignano le trovò tutte avverate.

Un giorno, quando si trovava nel convento di Pietrafitta, Casale di Cosenza, dove in quel tempo esistevano altri due conventi Religiosi: quello dei Padri Domenicani e quello dei Padri Minori Cappuccini, si discorreva del vantaggio che aveva detto Casale, di accogliere nel suo seno tre istituti Regolari. “Non sarà così da qui a qualche tempo, giacché Pietrafitta resterà col nostro convento solo.” intervenne Frate Umile. Le sue parole furono accolte con disprezzo, e tacciate di temerarietà, ma furono profetiche. Infatti dopo qualche anno i Padri Cappuccini abbandonarono il loro convento, mentre quello dei Padri Domenicani venne compreso nella soppressione Innocenziana. Rimase quindi il solo convento dei Padri Riformati.

Un giorno i convittori del Seminario Vescovile di Bisignano si recarono in visita nel convento dei Padri Riformati della stessa città, fra i quali vi era un chierico chiamato Giovanni Greco, il quale avrebbe voluto diventare Frate Riformato. Frate Antonio lo indicò a Frate Umile, che zappava nell’orto, e gli disse: “Frate Umile quel seminarista sarà nostro Religioso.” Frate Umile, guardandolo, rispose: “No no, sarà Prete, e Parroco di questa Città.” Come si verificò più tardi.

Mentre Diego Cranca di Bisignano, conduceva al pascolo i bovi nella campagna, gli si avvicinò Frate Umile che mettendogli le mani sul capo, gli disse: “Figlio confida nella provvidenza e misericordia di Dio, perché hai da essere Sacerdote.”

“Come può essere se io non so leggere, né scrivere?” replicò Diego.

“Tanto sarà, giacché non ti mancherà l’aiuto di Dio.” rispose Frate Umile.

Infatti presto apprese l’alfabeto e la grammatica, per cui facendosi Ecclesiastico, divenne un Sacerdote esemplare.

Il Sacerdote Don Giuseppe di Caro di Bisignano, dovendo partire per Roma, volle salutare Frate Umile e raccomandarsi alle sue orazioni, il quale lo assicurò, che sarebbe divenuto Vescovo di Bova nella Provincia di Bari.

Frate Umile disse a Frate Bernardino di Bisignano, di impegnarsi negli studi perché sarebbe diventato Procuratore Generale dell’Ordine dei Riformati, come quarant’anni dopo avvenne.

Predisse un anno prima il terremoto, che recò danni immensi, replicando spesso queste parole: “Povera Calabria! Da qui ad un altro anno sarai perseguitata senza vedere chi ti perseguita!”

Frate Umile predisse a Angelica Loise che avrebbe partorito un figlio, al quale avrebbe imposto il suo nome Umile. Quando nacque il fanciullo, Frate Umile assicurò ai genitori che sarebbe stato Sacerdote e che per questo motivo Iddio l’avrebbe più volte salvato dal fuoco. La madre infatti, o perché ossessa, o perché sottoposta a morbo frenetico, più volte buttò questo fanciullo nelle fiamme, dalle quali ne fu sempre tratto illeso. Divenne questo fanciullo, Parroco della Chiesa di San Giovanni Battista di Bisignano.

Alla stessa Angelica Loise, che aveva partorito successivamente tre figlie femmine, e per questo il suocero, tale Giambattista Cosentino, non la vedeva di buon occhio, Frate Umile le disse di stare tranquilla perché avrebbe presto partorito tre figli maschi. Così avvenne, ma il suocero di lei non vide tutto ciò.

Quando Frate Umile era in Roma, il Signor Don Mario Loise di Bisignano andò a trovarlo, per essere da lui sollevato da una penosa malinconia che l’affliggeva da quando il suo unico figlio era stato ucciso. Frate Umile nel consolarlo gli assicurò, che Iddio gli avrebbe concesso di avere altri figli. Dubitò di tale predizione il Signor Don Mario Loise perché la propria moglie, Donna Urania Rende, era troppo inoltrata negli anni. Ma dopo qualche anno Donna Urania morì e Don Mario si sposò con la Signora Donna Anna Luzzi di Ottavio, con la quale procreò altri figli, come predetto da Frate Umile.

Il padre di Don Carlo Luzzi di Bisignano, mostrò tanto dispetto quando suo foglio divenne Frate Riformato e per questo, recatosi alla Chiesa della Riforma di Bisignano maledì pubblicamente suo figlio, e minacciò gli effetti della sua collera a tutti i Religiosi del convento, e furibondo tornò a casa. I Frati temettero qualche disturbo; ma Frate Umile li tranquillizzò dicendo che dopo mezz’ora quel Signore si sarebbe ripresentato in Chiesa, in modo diverso da prima. Infatti, trascorsa appena la mezz’ora tornò il padre di Don Carlo Luzzi e appena entrato in Chiesa s’inginocchiò davanti all’Altare Maggiore, benedisse a voce alta il figlio e chiese scusa a tutti dello scandalo loro dato, e delle minacce fatte.

Si trovava in carcere per debiti, nella città di Montalto, il padre di Andrea Nigro di San Lorenzo; la moglie si raccomandò a Frate Umile, che si trovava nel convento di questo Paese, il quale le predisse che nel giro di un mese suo marito sarebbe uscito dal carcere, come puntualmente si  avverò; avendogli il creditore, ch’era il Signor Marchese della Valle, generosamente cancellato il debito.

La cugina di Frate Umile, Livia Pirozzo, era in fin di vita ed egli, mentre la confortava, fece accendere una candela e le disse chiaramente che quando si sarebbe consumata lei sarebbe passata a miglior vita; e tanto avvenne.

Mentre era di passaggio a Castrovillari, Frate Umile richiese un po’ di tela ad una signora per fasciarsi una ferita ad una mano, questa, con gran generosità, gli offrì un lenzuolo intero, che Frate Umile rifiutò dicendo: “conservatelo, che vi servirà per fasciare quel figlio che farete.” Questa signora era sterile, ma dopo la predizione partorì un figlio e si servì di quel lenzuolo, per fasciarlo.

Viaggiava Frate Umile, seguito suo malgrado da molta gente, che, mossa da gran devozione, oltrepassava il numero delle settanta persone. Passato mezzogiorno, Frate Umile si fermò all’ombra di una quercia, e mosso a compassione per quella povera gente, ch’era digiuna, chiese a Frate Vincenzo di Bisignano, suo compagno di viaggio, se nella bisaccia avesse qualche cosa per rifocillare quella gente. Sorrise ironico a tal richiesta Frate Vincenzo che depositò ai piedi di Frate Umile quanto aveva di commestibile, cioè, tre soli pani ed un pezzo di formaggio. “Oh, questi basteranno certamente.” disse Frate Umile ordinando a tutta quella gente di sedersi intorno a lui, e benedicendo quei pochi pani, e quel pezzo di formaggio, incominciò a distribuire a ciascuno una buona porzione; e con stupore indicibile, tutti rimasero soddisfatti, anzi ne avanzò qualche porzione, la quale venne gelosamente custodita da Frate Vincenzo.

Per raggiungere Cosenza, insieme a Frate Ludovico di Lattarico, attraversò la Sila, che ai suoi tempi era piena di boschi impenetrabili, e quasi priva di abitazioni. Mentre camminavano nella selva si resero conto di aver sbagliato strada e per cui sarebbero giunti a Cosenza molto tardi. Era giorno di digiuno, ed il povero Frate Ludovico non resisteva più agli stimoli della fame. Frate Umile allora gli disse: “Sta allegramente, giacché all’uscita di questo bosco farai colazione.” Animato da questa promessa, proseguì il cammino. Infatti all’uscita del bosco trovarono una vecchia spelonca, dalla quale uscì un vecchio gentile ed amabile, che offrì loro un pane, una cipolla, ed un piccolo vaso di creta pieno di vino. Si sedettero ai piedi d’un albero, e fecero allegramente colazione. Al termine Frate Ludovico, alzatosi per ringraziare il suo benefattore lo vide scomparire insieme alla spelonca; per cui comprendendo il gran prodigio pianse di tenerezza e si buttò ai piedi di Frate Umile, il quale lo pregò caldamente di non manifestare quest’avvenimento, se non dopo la sua morte.

Guarigioni[modifica | modifica wikitesto]

A causa del vaiolo il figlio di Veronica Rotella rimase totalmente cieco. Mentre Frate Umile passava innanzi la sua casa, questuando, la madre glielo mostrò. Mosso a compassione, Frate Umile fece col cordone un segno di croce su gli occhi del ragazzo che subito recuperò perfettamente la vista.

A causa di una maligna infermità, Don Diego Branca, troppo caro a Frate Umile, era in fin di vita. Mentre Frate Umile pregava ai piedi del letto per lui, Don Diego Branca guarì.

Mentre Frate Umile si recava a San Lorenzo del Vallo incontrò due persone; una quasi totalmente storpia, che si reggeva appena in piedi; e l’altra priva totalmente di vista; che vivevano dall’altrui carità. Mosso da umanità, Frate Umile disse al primo: “In nome di Gesù Cristo, levati su.” e fece al secondo sopra gli occhi un segno di Croce. Istantaneamente guarirono entrambi e vennero ammoniti così da Frate Umile: “Siate timorati di Dio, e cercate di procurarvi il pane colla fatica delle vostre mani.”

A Bisignano nacque un fanciullo, di nome Antonio Ferraro, con una mostruosa escrescenza di carne sul capo. La madre lo portò a Frate Umile il quale appena gli tocca l’escrescenza la fa scomparire.

Frate Tommaso di Bisignano era molestato da una piaga profonda nelle parti segrete del corpo. Si Raccomanda per ciò a Frate Umile, il quale stendendo la mano sopra di lui e pronunciando queste sole parole: “Eh non è niente.” istantaneamente lo fece guarire dai suoi malori.

Isabella Alitto di Bisignano, afflitta da una febbre alta per cui i medici le avevano annunciato la prossima morte, venne visitata da Frate Umile e facendo il segno della croce col suo cordone, guarisce immediatamente.

Quando Frate Umile segna con il suo cordone Orazio Calentono l’ascesso cancrenoso nella gola di quest’ultimo scompare.

Una quantità di bachi da seta, allevati da Francesca Caruso, per sostegno della sua povera casa, stavano per morire. Piangendo essa ricorre a Frate Umile, il quale benedicendo quei vermini, non solamente li scampò dalla morte, ma li moltiplicò in maniera tale che quell’anno per essa raddoppiò la raccolta della seta. Inoltre la figlia di Francesca baciando il mantello del nostro Frate Umile, guarì immediatamente dall’ittero.

Apparizioni di Frate Umile dopo la morte[modifica | modifica wikitesto]

Quando a Feliciana Sacchini in Bisignano, priva di sentimento per una gravissima malattia, venne diagnosticata la morte, il Frate Umile Solima, suo figlio, invocò il nome di Frate Umile e immantinente l’inferma aprì gli occhi e parlò con scioltezza: manifestò ai presenti che l’era apparso Frate Umile, tutto risplendente e giulivo, il quale l’assicurava della pronta sua guarigione.

Quando era giovane un Frate di Bisignano, chiamato anche Frate Umile, venne assalito da una febbre maligna, giudicata mortale dai medici. Mentre era già privo di sentimenti, e boccheggiante, sua madre prega Frate Umile e con meraviglia di tutti, l’infermo apre gli occhi, dichiarando di aver visto Frate Umile tutto luminoso e bello; quindi si alzò da letto.

Tutti i rimedi dei medici nulla potevano con la maligna infiammazione della pleura di Francesco Cosentino di Bisignano, tanto che gli fu diagnosticata una prossima morte certa. Sua madre, Beatrice Bonaita, lo esortò a bere l’acqua della grotta di Frate Umile; dopo aver bevuto quell’acqua, Francesco si addormenta. Quando si risveglia l’infermo narra di aver visto in sogno Frate Umile il quale, dopo avergli toccato la fronte, gli annunciava la pronta guarigione, che i medici constatarono immediatamente.

Don Antonio Mauro di Bisignano, a causa di una febbre ostinata, accompagnata da sintomi mortali, era in pericolo di vita e accogliendo l’esortazione della moglie si raccomandò a Frate Umile, il quale gli si mostrò in compagnia di altri Religiosi del suo stesso istituto e chiaramente gli disse: “Io sono Frate Umile, al quale ti sei raccomandato: non temere; io prego Iddio per te, e fra due giorni sarai sano.” Tanto si avverò.

Laura Aprigliano, afflitta per la mortale infermità di suo figlio, si reca piena di fede in una Chiesa dedicata alla Santissima Vergine, e percuotendosi il petto con una pietra, prega. Piangendo rientra in casa dove trova suo figlio in piedi e vestito, e senza febbre. Quando gli chiede cosa è successo, lui racconta che nella stanza è entrato un Frate il quale dopo averlo fatto alzare lo ha aiutato a vestirsi e andando via ha detto: “Io sono Frate Umile di Bisignano.”.

L’otto gennaio 1692 al Sacerdote Don Giovanni Cristiano di Bisignano, apparve in sogno Frate Umile che con voce risoluta gli disse: “Don Giovanni levati su, che la tua casa rovina.” Si svegliò, ma non curandosi dell’avvertimento si riaddormentò. Per la seconda volta in sogno Frate Umile con egual fermezza gli replicò: “Don Giovanni levati presto, che la tua casa adesso adesso rovina.” Si svegliò nuovamente Don Giovanni, e questa volta corse verso un angolo della stanza, dove teneva una luce accesa, con il fine di accertarsi col lume se veramente i muri della stanza davano segno d’imminente rovina. Non scorgendo nessun segno di minaccia, si coricò di nuovo e prese sonno. Per la terza volta in sogno gli apparve Frate Umile che con voce minacciosa gli disse: “Presto, presto: adesso rovina la tua casa”. Tutto palpitante si alzò nuovamente dal letto, e giunto appena dove nell’angolo dove teneva la luce accesa, ecco che il muro dove poggiava il letto crolla, e con lui la metà del pavimento. Il Sacerdote, salvato da morte certa, non solo attestò nelle debite forme il miracoloso avvenimento, ma per tutto il corso della sua vita esaltò la santità di Frate Umile.

Francesco Rizzo di Bisignano di ritorno da Cosenza, dove si era recato per svolgere un affare urgentissimo, trovò il fiume Moccone, in piena e pericoloso, per l’antecedente pioggia e conoscendo l’impossibilità di poterlo valicare, invocò ad alta voce l’aiuto di Frate Umile. Gli apparve questo dalla riva opposta e lo animò a guardare il fiume, ma nonostante questo Francesco si mostra restio e pertanto Frate Umile gli si avvicinò e presolo per mano lo accompagnò sulla riva opposta e scomparve.

L’acqua della grotta di Frate Umile[modifica | modifica wikitesto]

Un gentiluomo di Cosenza, tale Don Daniele Garofalo, dimorante nella terra di Torano era oppresso da una grave malattia e soffriva di letargia, ma appena bevve l’acqua della grotta di Frate Umile, guarì immediatamente.

Il nobile di Bisignano, Giangiacomo la Gioppa, ormai in fin di vita, consigliato dai propri domestici bevve l’acqua della gratta di Frate  Umile e guarì istantaneamente.

Allo stesso modo guarì da una febbre maligna Padre Bonaventura Luzzi di Bisignano.

I bachi da seta già moribondi, nell’essere aspersi coll’acqua della grotta di Frate Umile, riprendono subito l’antico vigore.

Il cordone, altre reliquie e l’immagine di Frate Umile[modifica | modifica wikitesto]

Beatrice Serra di Bisignano, sopraffatta da una infermità, che neanche i medici riuscirono a riconoscere trovò efficace sollievo nel cordone di Frate Umile. Era gonfia dalla vita in su; ma la testa era divenuta così mostruosa, che sembrava una testa di bue. Vedendosi abbandonata da tutti, si fece portare da sua figlia il cordone di Frate Umile  e se lo ravvolse intorno al collo. Al contatto di quella fune e sotto gli occhi di tutti, nello spazio di pochi minuti guarì cessando il gonfiore.

Il secondogenito di Fabrizio Greco, Medico Chirurgo di Luzzi, era appena deceduto per una febbre terzana doppia (malaria). La madre afflitta per tale perdita, piena di fede corre nella casa di un suo parente, dove ella sapeva che vi fosse una Immagine in carta di Frate Umile, e tornando in casa con la stessa, esclamò: “Frate Umile, io voglio risuscitato mio figlio.” Proseguendo a pregare, poggiò quindi l’immagine sul corpo del figlio, il quale, al contatto con quell’immagine, comincia a muoversi, apre gli occhi, parla speditamente e recupera le forze perdute.

Il piccolo Giuseppe Panza di Bisignano, era ricoperto dalla testa ai piedi dalla scabbia, nessun rimedio medico riusciva a dargli sollievo. Frate Bartolomeo di Bisignano intervenne applicando un’immagine di carta di Frate Umile. Al contatto di quella effigie la scabbia scomparì completamente.

Il figlio di Don Carlo Longobucco di Bisignano, muto da sei anni, ritrovò istantaneamente la parola ingoiando un pezzetto di pane, di cui si era servito Frate Umile.

Carlo Burlotta, mentre scherzava con gli altri fanciulli, vicino un’altissima rupe precipitò disgraziatamente. La madre accorre a questa funesta notizia, e trova suo figlio in fin di vita e sfigurato. Piena di fede verso Frate Umile, estrae dal petto un pezzetto di cordone dello stesso, e mettendolo sulla testa del fanciullo, questi immediatamente guarisce.

Applicando un pezzetto di tonaca di Frate Umile su due piaghe ulcerose, dalle quali scaturivano vermini, Francesco Mazzia di Bisignano guarì all'istante.

A causa di una continua emorragia di sangue, Francesco Cappellano si trovò in fin di vita, ma appendendogli al collo un pezzetto di legno dello zoccolo di Frate Umile, cessò il versamento del sangue e riacquistò la salute.

A San Lorenzo del Vallo Don Domenico Rizzo, era in fin di vita, in casa del suo parente Don Pietro Montesano, tanto che si erano già fatti i preparativi per il funerale imminente. Ad un certo punto Don Pietro si ricorda di avere uno zoccolo di Frate Umile e con fiducia lo pone sopra il corpo del moribondo. Questi subito apre gli occhi, parla, chiede da bere, e in poco tempo recupera le forze.

Il figlio di Don Giacomo Tocci di San Cosmo, Marcello, da tre giorni non dava segni di vita, immerso com’era in un profondo letargo; nel bagnargli le labbra con acqua, dentro la quale vi era stato immerso un pezzo di cordone di Frate Umile, questi apre all'istante gli occhi, cessa il letargo, e quindi uscendo dall’imminente pericolo di vita, in pochi giorni torna in salute.

Felicia Sangermano, colpita da ictus, che li fece perdere la parola e la vista, guarì nello stesso istante in cui gli fu posta intorno al collo la corona del Rosario che usava Frate Umile.

Donna Anna Sangermano, non riuscendo per tre giorni partorire, per cui i medici dichiararono che il feto fosse estinto, nell’avvicinarle al ventre una Immagine di Frate Umile, immantinente diede alla luce un bel fanciullo.

Reliquie[modifica | modifica wikitesto]

Le reliquie di Sant'Umile oggi rimaste nel convento di Bisignano sono: le spoglie mortali, il frammento dell'abito, il frammento del cordone, la zappetta, lo zoccolo,il bastone...

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Vita del Venerabile Servo di Dio Frate Umile da Bisignano, Napoli, tipografia della Società Filomatica, 1832.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Anton Maria da Vicenza, Vita del beato Umile da Bisignano, laico professo nell'Ordine de' minori, narrata in Compendio, Santa Maria degli Angeli, Tip. della Porziuncola, 1899
  • Giuseppe Berlingieri, Il quarto centenario del Beato Umile da Bisignano: 1582-1982, Cosenza, Pellegrini, 1985
  • Pasqualina Maria Trotta (a cura di), Sant'Umile da Bisignano, la famiglia Pirazzo e il convento della riforma: Regesti di fonti documentarie notarili (1586-1638), Cosenza, Editoriale Progetto 2000, 2002
  • Fra Francesco da San Marco, Vita del venerabile servo di Dio Frate Umile di Bisignano minore osservante riformato, Napoli, Tipografia della Società Filomatica 1832 [1]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]