Toccata e fuga in Re minore

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Toccata e fuga
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La prima pagina, manoscritta da Johannes Ringk
Compositore Johann Sebastian Bach
Tonalità re minore
Numero d'opera BWV 565
Epoca di composizione Arnstadt, 1703 circa
Durata media 9 minuti
Organico

organo

Movimenti

2

La toccata e fuga in Re minore BWV 565 è una delle opere per organo più conosciute di Johann Sebastian Bach, nonché una delle più celebri e classiche composizioni di musica barocca.

Origini[modifica | modifica wikitesto]

Aiuto
Toccata e Fuga in re minore BWV 565 (info file)
Formato Ogg

Si tratta di un lavoro composto da un Bach non ancora ventenne, fra il 1702 ed il 1703, scritto su misura per l'organo che Johann Friedrich Wender costruì per la Chiesa Nuova (ridenominata poi Bachkirche) di Arnstadt. Johann Sebastian Bach inaugurò questo strumento con un concerto proprio nel 1703.

Evidenti sono le influenze nordeuropee che caratterizzano la composizione. Il virtuosismo espresso denota come il diciottenne Bach non temesse un confronto, in termini di tecnica, con i più importanti esponenti dello stylus phantasticus come Dietrich Buxtehude o Vincent Lübeck.

Struttura[modifica | modifica wikitesto]

Le prime note della toccata.

Il celebre mordente sulla dominante della tonica con cui si apre la toccata è universalmente conosciuto anche a quanti non ascoltano musica classica. I raddoppi all'ottava, utilizzati per sopperire alla mancanza di un registro di 16 piedi al manuale dell'organo di Arnstadt, costituiscono un caso unico e isolato nella produzione organistica bachiana e sono un'invenzione decisamente creativa per poter creare l'effetto del tipico plenum nordeuropeo.

La toccata, che ha un evidente impianto improvvisativo, alterna parti manualiter in Prestissimo a potenti accordi in Adagissimo, che ben rappresentano lo stile compositivo del giovane virtuoso. Le parole di Johann Nikolaus Forkel, primo biografo di Bach, che descrivono il giovane compositore, sono assolutamente perfette per riassumere quest'opera: "[gli piaceva] correre lungo la tastiera e saltare da un capo all'altro di essa, premere con le dieci dita quante più note possibile, e proseguire in questo modo selvaggio fino a che per caso le mani non avessero trovato un punto di riposo"[1].

Anche se la composizione ricorda molto un'improvvisazione, è ravvisabile una certa omogeneità che unisce la toccata alla fuga: il tema di quest'ultima, infatti, è figlio dell'esordio che apriva la toccata. La sua struttura non è particolarmente severa ed è ancora lontana dalla maturità del Bach di Weimar.

Il climax con cui termina la fuga prelude ad un ritorno toccatistico che conclude quindi la composizione.

L'opera nella produzione bachiana[modifica | modifica wikitesto]

Se il giovane Bach era estremamente attratto da questo genere di composizioni, man mano ch'egli maturava si allontana sempre più da uno stile che inizia a reputare indisciplinato e fine a sé stesso. Dapprima l'incontro con Buxtehude, e quindi lo studio della musica di Vivaldi, hanno su di lui una grande influenza. Egli abbandona ben presto le sue passioni giovanili e si concentra su opere più dense e complesse. Citando nuovamente il Forkel: "Egli avvertì presto che quell'eterno correre e saltare non l'avrebbe portato a nulla; che erano necessari l'ordine, la connessione e la relazione delle idee"[1]. È quindi naturale pensare che Bach valutasse questa ed altre opere contemporanee come dei primordiali esperimenti che non potevano essere in alcun modo considerati rappresentativi della sua scienza musicale; non ci si stupisce, dunque, che l'ultra perfezionista Bach non abbia mai rivisto la toccata e fuga in re minore (contrariamente a quanto avvenuto, per esempio, con la passacaglia e tema fugato in do minore BWV 582) e che non ci siano giunte copie autografe.

Dubbi sull'attribuzione[modifica | modifica wikitesto]

Il musicologo Peter Williams sottolineò, nel 1981, una serie di problemi stilistici tali da rendere dubbia l'attribuzione a Bach di questo lavoro:

  • Ottave parallele all'interno della toccata (caso unico nella produzione di Bach).
  • Risposte nella sottodominante durante la fuga (estremamente rare nella produzione di Bach).
  • Esposizione del soggetto da parte della pedaliera, senza accompagnamento delle altre voci (caso unico).
  • Armonia primitiva attraverso tutto il pezzo, con controsoggetti della fuga frequentemente trasposti per terze e per seste (estremamente raro).
  • Conclusione del brano con una cadenza plagale minore (estremamente raro).

Poiché alcune di queste caratteristiche (armonia semplicistica, assolo del pedale nella dichiarazione del tema, eccetera) erano tipiche della musica dell'epoca, Williams concluse che il lavoro potrebbe essere stato composto non da Bach, ma da un suo contemporaneo o da un compositore successivo che cercò di imitare lo stile barocco. Oppure, perché altre caratteristiche (come le ottave parallele) sono a volte presenti nelle trascrizioni delle opere di Bach, il pezzo potrebbe essere stato una cattiva trascrizione di un perduto brano di Bach, forse per violino. Ciò sarebbe confermato dal fatto che il soggetto della fuga ed alcuni passaggi (come le battute da 12 a 15) sono evidentemente ispirati alla musica violinistica.

Successivamente un altro studioso, David Humphreys, ha attribuito la composizione a Johann Peter Kellner (1705-1772).[2]

Trascrizioni[modifica | modifica wikitesto]

Sterminata è la lista delle trascrizioni e degli adattamenti composti, che spaziano dal clavicembalo al violino, passando per pianoforte, orchestra, ma anche liuto o fisarmonica. Le più note sono quelle per piano di Ferruccio Busoni, caratterizzata da un virtuosismo letteralmente trascendentale, e quella per orchestra di Leopold Stokowski, resa celebre anche dal film Fantasia. La Toccata e Fuga è stata sfruttata anche in altri generi, come rock, jazz, heavy metal e techno: Jon Lord, Jacques Loussier, Yngwie Malmsteen, Vanessa Mae hanno infatti re-interpretato il celeberrimo brano.

Discografia essenziale[modifica | modifica wikitesto]

La toccata e fuga è da sempre uno dei brani più incisi dagli organisti. Qui, in ordine cronologico, alcuni CD che la contengono.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Wolff, p. 203
  2. ^ Johann Peter Kellner

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Piero Buscaroli, Bach, Arnoldo Mondadori, 1985.
  • Christoph Wolff, Johann Sebastian Bach. La scienza della musica, Bompiani, 2003, ISBN 88-452-5521-2.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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