Tito Brandsma
| Beato Tito Brandsma | |
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beato Tito Brandsma, rettore dell'Università Cattolica di Nimega (1932)
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Religioso |
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| Nascita | 23 febbraio 1881 |
| Morte | 26 luglio 1942 |
| Venerato da | Chiesa cattolica |
| Beatificazione | 1985 |
| Ricorrenza | 26 luglio |
Tito Brandsma (Bolsward, 23 febbraio 1881 – Dachau, 26 luglio 1942) fu un presbitero cattolico olandese, morto a Dachau, vittima del nazismo; è stato beatificato dalla Chiesa cattolica.
Biografia [modifica]
A 17 anni entrò nell'ordine Carmelitano, nel convento di Boxmeer e nel 1905 fu ordinato sacerdote.
L'anno successivo andò a Roma a frequentare gli studi di Filosofia all'Università Gregoriana dove conseguì la laurea in Filosofia nel 1909.
Tornato in Olanda, si dedicò all'insegnamento ai giovani frati carmelitani e contemporaneamente ebbe modo di inserirsi nel mondo del giornalismo, collaborando con varie testate olandesi. Nel 1919 divenne redattore-capo del giornale Città di Oss.
Nel 1923 fu fondata l'Università Cattolica di Nimega dove padre Tito venne richiesto come professore. Nel 1932 diventò Rettore Magnifico di quell'Università e nel 1936 fu nominato dal futuro cardinale Johannes de Jong, metropolita d'Olanda, Assistente Ecclesiastico dei giornalisti cattolici, incarico che tenne fino alla sua morte.
Nel 1940 l'Olanda fu invasa e occupata dalla Germania nazista di Hitler, per cui, sia come insegnante all'Università che come Assistente dei giornalisti cattolici, ebbe modo varie volte di scontrarsi con l'ideologia nazista. Lo fece in maniera chiara e senza tante paure. Tanto che, per la sua strenua difesa della libertà religiosa dei giornali cattolici, i nazisti vollero tappargli la bocca facendolo prigioniero e internandolo nel gennaio del 1942, prima ad Amersfoort, in Olanda, e di seguito, vista la sua intransigenza, a Dachau. Qui finì i suoi giorni con una fiala di acido fenico iniettatagli da un'infermiera: era il 26 luglio 1942 ed aveva 61 anni.
È stato dichiarato beato, martire per la fede, il 3 novembre 1985 da papa Giovanni Paolo II.
Antologia degli Scritti del beato Tito Brandsma [modifica]
I brani che seguono sono tratti dal volume di Santino Scapin: Nella notte la libertà[1] che raccoglie gli scritti del beato Tito Brandsma. Sono importantissimi per ricostruirne il pensiero.
La persona umana è un impareggiabile valore [modifica]
1. Il nazismo va contro la persona [modifica]
Lettera scritta da padre Tito il 2 dicembre 1939 a monsignor L. Bellon, preside della facoltà di teologia dell'Università cattolica di Nimega. In essa Tito afferma che il nazionalsocialismo rappresenta la più grande minaccia per la religione cattolica. La teoria nazista va contro la persona umana.
Nimega, 2 dicembre 1939
Chiarissimo Mons. Canonico Professore Dr. L. Bellon Preside della facoltà teologica dell'Università cattolica di Nimega.
| « Egregio collega, In risposta alla vostra lettera del 30 novembre u.s.
Vi comunico che, secondo la mia opinione, la religione cattolica della nostra patria viene molto minacciata ed indebolita da parte di tante dottrine che culminano nel Nazionalsocialismo tedesco e trovano là la loro più forte espressione. Tali dottrine riscuotono simpatie. Questo influsso si può frenare nel modo migliore, da una parte, esponendo la teoria del Nazionalsocialismo e la filosofia da cui è nato - principalmente quella di Nietzsche - nelle sue funeste conseguenze e confutarla. Dall'altra parte, mettendo chiaramente in rilievo, con entusiasmo e positivamente, il valore della persona umana nell'ordine naturale e soprannaturale.In risposta alla domanda che cosa abbia fatto praticamente, mi sembra sia sufficiente comunicarvi che io durante l'anno accademico passato, nel mio corso universitario della storia della filosofia contemporanea, ho dato lezioni al riguardo del Nazionalsocialismo visto nel suo aspetto filosofico. Nel mio corso della filosofia della storia, poi, ho parlato per un anno intero della nascita e dello sviluppo del Nazionalsocialismo come esempio tipico di fenomeno reazionario. Sempre volentieri resto disposto per ulteriori informazioni. Vostro servo in Cristo J fra Tito Brandsma, O.C.. » |
2. Noi vinceremo con l'amore [modifica]
Estratto di una predica tenuta da p. Tito il 16 luglio 1939, nella memoria dei santi olandesi Villibrordo e Bonifacio. Sono i passi in cui egli dichiara che solo l'amore cristiano può vincere il neopaganesimo nazista.
| « In questo tempo di fiacchezza, quanto dobbiamo ammirare questi due uomini Willibrodo e Bonifacio che, pur sapendo di rimetterci probabilmente la vita, ciononostante parlano di Dio e tentano di unire gli uomini con Dio, perché sanno e credono che questo li farà felici... Viviamo in un mondo nel quale si condanna persino l'amore chiamandolo debolezza da superare. Niente amore, si dice, ma sviluppo della propria forza. Ciascuno sia il più forte possibile, lasci perire i deboli. Dicono che la religione cristiana, con la predicazione dell'amore, abbia fatto il suo tempo e debba essere sostituita dall'antica potenza germanica. Oh!, sì, vengono a voi con queste dottrine e trovano gente che le accetta volentieri.
L'amore viene disconosciuto. Amor non amatur diceva già San Francesco d'Assisi ed alcuni secoli più tardi, a Firenze, Santa Maria Maddalena de' Pazzi suonava, in estasi, la campana del monastero delle monache carmelitane per dire alla gente come sia bello l'amore. Oh! anch'io vorrei far suonare le campane per dire al mondo come è bello l'amore. Benché il neopaganesimo (nazionalsocialismo) non voglia più l'amore, nondimeno noi vinceremo con l'amore questo paganesimo. La storia lo insegna. Noi non abbandoneremo l'amore. Esso ci riguadagnerà il cuore dei pagani. La natura è superiore alla teoria. Lasciamo la teoria condannare e respingere l'amore e chiamarlo una debolezza. Ciononostante la pratica della vita lo farà sempre nuovamente essere una forza che vince e che tiene legati i cuori degli uomini.Guarda come si vogliono bene tra loro. Questa frase dei pagani in merito ai primi cristiani, i neopagani dovranno dirla nuovamente di noi. Così vinceremo il mondo. » |
3. Dio avrà l'ultima parola [modifica]
P. Tito scrive questa lettera a suo cognato e a sua sorella, dopo che sono state date disposizioni restrittive da parte delle autorità naziste nei confronti delle scuole cattoliche. Questo scritto permette di comprendere i sentimenti che hanno animato p. Tito in tutta la sua azione e di penetrarne l'animo in merito alle cause che lo condurranno a Dachau e alla morte.
Nimega, 8 marzo 1941
| « Caro Michele e Gatsche,
è ora che io vi ringrazi cordialmente per i vostri auguri per il mio sessantesimo compleanno. Quel giorno e i giorni successivi ho avuto tanto da fare per ragione dei nuovi decreti al riguardo dell'insegnamento cattolico, che non sono stato quasi per nulla in casa per ricevere chi veniva a farmi gli auguri. Quel pomeriggio sono stato quasi sempre a parlare. Inoltre mi sono messo in viaggio per qualche giorno e ho avuto contatti per stabilire un fronte unico dell'insegnamento Medio Cattolico. Esso è riuscito molto bene. Ma se servirà a qualcosa, dobbiamo attendere.Come preside della Federazione delle Direzioni delle Scuole Cattoliche per l'Istruzione Media e Preparatoria Superiore, una Federazione che non mi aveva mai dato tanto da fare perché tutto andava bene, sono entrato ad un tratto in attività. Ho avuto contatti con l'Arcivescovo, con l'Ufficio centrale de L'Aia, naturalmente, col Dipartimento. Ora sono avvocato di tutte queste scuole. Per ora si tratta solo dei sacerdoti e dei religiosi, ma chissà che cosa verrà domani. Se non prendiamo posizione verremo calpestati. In ogni caso devono sapere (i nazisti) che cosa consideriamo come nostro diritto. Comunque vadano le cose, cercheremo di rimanere calmi e rassegnarci all'inevitabile. Dio avrà l'ultima parola. Nelle Sue mani noi siamo sicuri. Al Suo ordinamento nessuno può resistere. |
4. Esprimere Dio in maniera nuova [modifica]
Sono riportati qui sotto alcuni passi del discorso che p. Tito tenne a Nimega il 17 ottobre 1932, nell'anniversario della fondazione dell'Università Cattolica. Di tale Università egli era diventato, da poco, Rettore Magnifico. Si noterà come p. Tito si preoccupi del linguaggio da usare oggi per esprimere la realtà di Dio.
| « Tra le numerose domande che inquietano il mio pensiero, nulla mi inquieta di più del domandarmi perché l'uomo col suo sviluppo
e nella fierezza orgogliosa del suo progresso, si allontani oggi così in gran numero da Dio. È sconcertante come nel nostro tempo, in cui si registra progresso in ogni campo, ci si trovi davanti ad un disonore e ad una negazione di Dio che tendono ad allargarsi a macchia d'olio. » |
| « Come mai l'immagine di Dio è così oscurata, che molti non ne restano più colpiti? C'è mancanza solo da parte loro? O è richiesto qualcosa anche a noi perché questa immagine risplenda di nuovo sul mondo di una luce più chiara? Si può forse nutrire la speranza che presentando Dio in maniera nuova, con nuovi concetti, si andrà incontro ai bisogni dell'uomo d'oggi? (...)
Non è mia intenzione difendere il concetto di Dio: di apologia ce n'è già troppa. Troppo facciamo uso del metodo negativo di difesa e di confutazione. Sarebbe più nobile, anzi, più utile far brillare la verità in maniera positiva, facendo leva sulla luce che da essa emana, che sempre affascina lo spirito dell'uomo. » |
| « Credo che dobbiamo farci un dovere ritenere un obbligo guardare attorno a noi il fenomeno della negazione di Dio. Non perché, innanzi tutto, dobbiamo assumere verso di esso un atteggiamento di difesa; bensì, a causa di questo fenomeno, trarre motivo per far conoscere l'immagine di Dio in forme nuove, per adattarne il concetto alla cultura moderna. In modo tale che dalla ricchezza di questo concetto venga messo in evidenza quell'aspetto della grandezza del nostro Dio che più oggi affascina... C'è una così grande ricchezza nell'immagine di Dio, essa può essere considerata sotto gli aspetti più vari, che dobbiamo far attenzione a poggiarci troppo sul vecchio, da ritenere sufficienti i concetti tradizionali di Dio. Nuovi tempi richiedono nuove forme espressive. » |
| « (...) Dio è oggetto non solo del nostro intelletto, ma anche della nostra volontà e della nostra immaginazione. Non è semplice elencare tutte le funzioni delle facoltà umane nelle quali Dio è, in qualche modo, l'oggetto della loro attività.
La nostra immaginazione va a Dio in maniera molto varia, quasi giocando. Dio è il nostro sovrano, il nostro re. Egli è il Buon Pastore, la guida fedele. Egli ci è Padre, ci è protettore. Egli soffiò in noi il suo alito di vita: Egli è la nostra salvezza. Dio conduce stelle e pianeti nella loro orbita; dona vita a piante e ad animali. Egli porta il mondo nella sua mano e ne garantisce la tranquilla persistenza. Dio abita in noi ed apre l'occhio della nostra mente su ciò che conta; sussurra in noi la sua parola e ci spinge ad eseguirla. » |
| « (...) Si deve vedere Dio come lo sfondo del nostro essere... , e adorarlo non solo nel nostro intimo, ma anche in tutto ciò che esiste, prima di tutto nel nostro prossimo, ma anche nella natura, nell'universo. Egli, infatti, è presente ovunque, riempie di sé ogni cosa col lavoro delle sue mani. Dio che abita la nostra esistenza, Dio all'opera nel cosmo, non deve solo essere oggetto della nostra intuizione. Bensì, Dio deve manifestarsi nella nostra vita, esprimersi nelle nostre parole e nei nostri gesti, irraggiare da tutto il nostro essere e da tutto il nostro agire. » |
| « (...) Non dobbiamo considerare la persona amante di Dio, il mistico, come colui che sta fuori della vita, della storia. Anzi, chiunque vive la storia e ne porta il peso responsabile, deve sentire come suo primario, supremo compito, arrivare alla conoscenza di se stesso: la più difficile ma anche la più bella di tutte le imprese umane. E attraverso il suo intelletto giungere ad incontrare Dio nella profondità della propria vita. Lì si deve arrivare. Possa pure l'acqua dell'esistenza essere intorbidita dalle burrasche della vita! Tornerà la quiete, lo sguardo pacificato andrà nelle profondità: lì saremo capaci di vedere Dio. Dio ci è visibile: possiamo vederlo e vivere alla sua presenza, contemplare lui significa lasciarsi da lui influenzare in tutta la nostra condotta. Dio allora si manifesterà anche nelle nostre opere.
(...) Non basta insistere sul vivere nella pratica la nostra fede e stimolarci a questo: occorre fare di più. Dobbiamo capire il nostro tempo e non estraniarci dalla storia. Anche noi siamo figli del nostro tempo: siamolo con chiara coscienza. Lasciamo che il tempo attuale agisca su di noi con ciò che di buono ha. » |
| « (...) Con gioia vediamo tante persone, soprattutto giovani, piene di grande entusiasmo, guidate da Dio che adorano nel loro intimo, unite a lui ancor più intimamente attraverso la grazia. Esse infatti confermano e rafforzano tale unione con la santa Comunione quotidiana. E dalla loro unione con Dio attingono forza per servire i fratelli: a questo si deve arrivare. L'atto buono non è più sufficiente: occorre diventare consapevoli che servire i fratelli ci è richiesto proprio dalla nostra unione con Dio. Proprio questa consapevolezza ci deve portare a compiere atti di bene. Neppur più la fede è sufficiente da sola: essa deve manifestarsi operando nell'agire; nelle azioni deve manifestare tutto il suo valore. » |
| « Una tale immagine di Dio diventa un ideale trainante: essa non solo tra breve troverà accesso accanto alle altre vaghe ed astratte immagini di Dio che in tanti spiriti ancora sopravvivono; ma, una volta che avrà conquistato i cuori, li sorreggerà per una grande lotta ed una lunga resistenza. » |
| « (...) Data la necessità di rendere manifesta la nostra fede nel nostro agire, da essa ispirato, dobbiamo essere ancora più attenti a non perder di vista la vita intima di Dio. L'agire, da solo, non è sufficiente. Esso deve provenire da un cuore abitato da Dio; la nostra azione deve giungere dal nostro intimo sacrario dove Dio decreta e consiglia il da farsi. In questo modo il nostro agire sarà non solo forte ed irresistibile all'esterno, ma anche nel nostro intimo sarà forte. Una manifestazione di vita più riuscita e più nobile. » |
Posizione della Chiesa cattolica davanti al Nazismo [modifica]
1. La Chiesa non conosce distinzioni di sesso, di razza, di popolo [modifica]
Lettera circolare inviata da p. Tito alle direzioni delle scuole cattoliche il 12 settembre 1941. In essa egli deplora l'imposizione tedesca di allontanare dalle scuole cattoliche gli alunni ebrei: vi vede una palese ingiustizia. Ammonisce le direzioni delle scuole a non rifiutare l'ammissione degli studenti ebrei.
| « Nimega, 12 settembre 1941
Stimatissima Direzione, In seguito alla mia precedente lettera, in merito alle misure prese al riguardo degli allievi ebrei, posso ancora darvi un indirizzo secondo i nostri principi. Il fatto che abbia dovuto prima sistemare la parte tecnica - per fortuna, col risultato che il posto degli Allievi ebrei resti aperto e tenuto in conto - e dopo la parte dottrinale, non significa naturalmente che io tratti questa con minor impegno di quella. Dopo aver parlato con l'autorità superiore ed aver preso nota del punto di vista dei Protestanti, vi comunico che la sottrazione forzata alla istruzione della Chiesa di persone che la chiedono, è sentita pure da noi come una grave ingiustizia. Deve essere considerata come un attacco al compito della Chiesa stessa. La Chiesa, nella realizzazione della sua missione, non conosce distinzione di sesso, di razza o di popolo. Tuttavia crediamo di dovere distinguere due gruppi di allievi che chiedono l'istruzione in scuole cattoliche. Primo, il gruppo di allievi che lo fanno per ragioni di principio perché, essendo diventati cattolici, desiderano istruzione cattolica. Secondo, il gruppo che non è cattolico, ma chiede solamente ammissione alle scuole cattoliche per ragioni secondarie di carattere materiale. Riguardo al primo gruppo dobbiamo essere apertamente dell'opinione che non possiamo rifiutare loro l'ammissione alle nostre scuole. Per il secondo gruppo non esistono obblighi di principio per l'ammissione, nemmeno esistono ragioni di principio per rifiutarla. Vi sarò grato se mi farete sapere, preferibilmente al più presto possibile, sino a che punto le misure al riguardo degli allievi ebrei colpiscono la vostra scuola e quali conseguenze ne siano derivate. Vi ringrazio anticipatamente con la massima stima da parte della Federazione delle Direzioni delle Scuole Cattoliche per l'Istruzione Media e Preparatoria Superiore. Tito Brandsma Preside » |
2. Siamo giunti al limite [modifica]
Quando p. Tito scrive questa lettera circolare ai direttori e ai redattori capi dei giornali cattolici, è da qualche giorno uscita la comunicazione del regime nazista circa la stampa. In questa lettera p. Tito ricorda che i vescovi hanno il diritto di determinare la linea di condotta dei loro fedeli circa la fede e la morale. Se si vuole essere obbedienti a queste direttive è opportuno agire contro le disposizioni naziste.Come si vede, le direttive che si danno sono precise, nette, senza tentennamenti od artifici diplomatici. Padre Tito è uno che confessa la fede.
| « Nimega, 31 dicembre 1941
Egregio Signore, Come assistente,ecclesiastico dell'Unione giornalisti cattolici, nominato da Sua Eccellenza Reverendissima l'Arcivescovo, credo di essere obbligato di fare presente quanto segue. Lo statuto per i giornalisti, e la spiegazione data insieme, riconosce categoricamente non solo il diritto di esistere, ma anche l'opportunità della stampa confessionale accanto ad altri giornali in Olanda. Con il «riordinamento» della stampa continuavano ad essere ammessi i giornali espressamente cattolici. Questo vuole dire che è permessa la pubblicazione di giornali ispirati ai principi cattolici. Il diritto olandese riconosce la Chiesa cattolica come una delle grandi società religiose del paese e le permette di stabilire la propria struttura interna secondo i suoi principi. In questa organizzazione interna viene per primo che il vescovo ha il diritto di prendere per la sua diocesi decisioni impegnative per la coscienza riguardo alla fede, alla morale e al mantenimento della disciplina ecclesiastica. Il vescovo ha il diritto di determinare quale linea di condotta debbano seguire i fedeli della sua diocesi circa la fede e la morale. Secondo i propri principi, come secondo il diritto internazionale, la Chiesa in Olanda rispettosamente riconosce i diritti della forza di occupazione. Ma l'Eccellentissimo Episcopato è stato costretto secondo questi propri principi ad agire contro un Movimento che combatte i dogmi della Chiesa e proclama teorie che sono contrarie a quelle della Chiesa stessa. Alla stampa in Olanda ora viene offerto molto materiale propagandistico con l'obbligo esplicito di inserirlo nei giornali. Finché questo materiale non era,in contraddizione aperta con i principi cattolici l'ordine veniva eseguito fino al punto che la popolazione cattolica non prendeva più in mano i suoi quotidiani senza provare disappunto. Però, in genere le direzioni e le redazioni dei giornali venivano scusate perché era nota la pressione cui erano sottoposte. Però il lettore più sprovveduto che non era al corrente di tutto quello che veniva ordinato, non poteva giudicare se i giornali oltrepassavano i limiti del lecito. Nella sua prima circolare l'Eccellentissimo Episcopato ha dolorosamente dovuto costatare che i gloriosi giornali di una volta sono ora appena degni di portare il nome di giornali cattolici. D'altro canto le direzioni e le redazioni di tanti giornali sinceramente aderiscono ai principi cattolici e fanno il possibile per custodire il carattere cattolico dei loro giornali fin dove possono. L'Episcopato riconosce che il loro compito è duro e comprende che nella pratica è molto difficile trovare un limite se qualcosa sia lecito o no. Fino a quando direzione e redazione fanno sinceramente ogni sforzo per mantenere il carattere cattolico del loro giornale, l'Eccellentissimo Episcopato riconosce che questa aspirazione merita rispetto e riconoscimento. Ma come è difficile conoscere il limite fin dove si possa giungere sotto costrizione quando è nota la costrizione stessa! Ma dobbiamo segnalare che da qualche giorno è stato pubblicato dalle autorità dirigenti della stampa, un decreto che, eseguendolo, porta le direzioni e le redazioni dei giornali cattolici in conflitto coi principi cattolici. Questo decreto che obbliga ai giornali di pubblicare annunci del Movimento Nazionalsocialista Olandese, afferma categoricamente che non è permesso opporsi per ragioni di principio. Qui i dirigenti fanno diventare punto di contrasto il principio stesso. Qui i giornali cattolici non possono più cedere se non vogliono venire in conflitto con l'ordine del loro vescovo, che proibisce di dare appoggio rilevante a quel Movimento. Questo decreto delle autorità non è ancora stato dato in maniera ufficiale, ma fornito ai giornali mediante telescrivente, come notizia. Probabilmente non giungerà mai un decreto ufficiale. Meglio così. Ma se questo arrivasse e se (come è stato comunicato tramite telescrivente) le autorità insistano per pubblicare annunci del Movimento Nazionalsocialista Olandese, le direzioni e così pure le redazioni devono rifiutarli se apprezzano il carattere cattolico del loro giornale. Persino sotto minaccia di una forte multa oppure di sospensione o liquidazione del giornale in questione. Non c'è niente da fare. Con questo siamo giunti al limite. . Sono sicuro che i giornali cattolici, dinanzi a questa realtà, sapranno senza esitazione essere coerenti con la loro fede e sapranno essere uniti seguendo tutti la stessa linea di condotta. L'unione sarà fonte di forza. Comprenderete anche facilmente che scrivo solo dopo aver esaminato il problema a lungo, dopo aver sentito il parere di altre persone competenti e dopo aver consultato sua Eccellenza l'Arcivescovo. Tutti coloro che si occupano di stampa cattolica dovranno prendere nota di questo nostro punto di vista. Se per caso non lo approvassero e decidessero di agire altrimenti, sappiano che i loro giornali non dovranno più essere considerati cattolici anche se continueranno ad esistere materialmente. In questo caso, sappiano anche che non dovranno e non potranno più contare sui lettori e sugli abbonati veramente cattolici. Dovranno finire nel disonore. So che queste disposizioni sono dure per quanti da anni guadagnano onestamente il loro pane servendo la stampa cattolica. Essi però, agendo altrimenti, si renderebbero responsabili assieme a coloro che vogliono violentare le coscienze, nonostante le promesse in contrario. Per adesso non credo che le autorità occupanti vogliamo giungere a questo punto di rottura. Ma se dovessero farlo, avrà Dio l'ultima parola: Egli ricompenserà il suo servo fedele. Con i migliori auguri per il nuovo anno. P. Tito Brandsma O.C. » |
Il clero cattolico olandese contro il nazismo [modifica]
Il documento che segue è il rapporto annuale della Polizia di Sicurezza sulla situazione in Olanda. Testimonia bene la presa di posizione del clero cattolico olandese e della stampa cattolica in particolare, nei confronti del nazismo. Le ragioni dell'arresto, della prigionia e della morte di p. Tito sono da ricercarsi nella sua ferma opposizione alle autorità occupanti. Viene definito nel rapporto come un pericoloso sovversivo in grado, con i suoi sermoni, di nuocere al Movimento nazionalsocialista. Il documento è una testimonianza delle azioni compiute contro la diffusione a mezzo stampa dei valori universali di fratellanza ed umanità delle varie confessioni religiose presenti in Olanda.
| « Il Comandante della Polizia di Sicurezza per il territorio olandese occupato.
Rapporto annuale 1942 dai Paesi Bassi. «(…) Il comportamento specialmente del clero cattolico, all'inizio dell'anno, era molto attivo nella lotta contro il Movimento Nazionalsocialista Olandese. Venivano lette diverse lettere pastorali e si facevano proclamazioni dal pulpito contro il Nazionalsocialismo e contro il Movimento Nazionalsocialista Olandese. Inoltre il clero cattolico tentava, sempre all'inizio dell'anno 1942, di organizzare una grande campagna propagandistica di stampa contro il Movimento Nazionalsocialista Olandese, contro il Servizio di Lavoro e il Fronte di Lavoro. Questa attività veniva eliminata dall'inizio, in seguito all'intervento della Polizia di Sicurezza: il Professor Brandsma, la persona che dirigeva questa attività, veniva arrestato. Così verso la fine dell'anno la contro-campagna della Chiesa cattolica aveva termine e passava in secondo piano: anche se più in apparenza che in realtà. (…) La stampa olandese quotidiana e di riviste, era, al tempo in cui entrarono in Olanda le truppe tedesche, o completamente liberale o completamente legata alle varie religioni. Gli Ebrei influivano decisamente in ogni settore del giornalismo. Questo influsso, dopo il 1933, veniva ulteriormente rinforzato dai numerosi emigrati ebrei che si dedicavano prevalentemente alla letteratura e all'attività giornalistica politica. Per questa ragione subito dopo l'occupazione venivano presi provvedimenti contro la stampa olandese. Durante il 1941 furono eseguite 343 proibizioni, imposti 170.000 fiorini di multa in totale. Nonostante queste misure rigorose, una parte della stampa olandese tentava di sottrarsi ai tentativi di riforma e al nuovo riordinamento. Questa parte della stampa tentava continuamente di fare ascoltare apertamente o di nascosto, la voce contraria. ( [...] ) La stampa cattolica si serviva per questo del suo più abile ed esperto assistente ecclesiastico dell'Unione dei giornalisti cattolici: il Professor Brandsma. Egli, dopo un periodo di abile preparazione anche capillare, con l'aiuto di diversi capo-redattori della stampa cattolica e delle organizzazioni da essa dipendenti, svolgeva la sua azione fondandosi sulla condanna del Nazionalsocialismo data dalla Chiesa. Brandsma è stato arrestato e la metodica organizzazione già avviata è stata troncata. Contemporaneamente con questo provvedimento contro la stampa cattolica, venivano presi provvedimenti anche contro la stampa protestante la quale agiva più di nascosto.» » |
Motivazioni espresse da padre Tito contro il Nazismo [modifica]
A padre Tito nei primi giorni passati nel carcere di Scheveningen, il funzionario di Polizia Hardegen rivolge l'invito di mettere per iscritto la risposta alla seguente domanda:
«Perché il popolo olandese, specialmente la parte cattolica, si oppone al Movimento Nazionalsocialista Olandese?»
P. Tito, nel silenzio della sua cella stende questa risposta:
| « «Prima di tutto, per il suo carattere antinazionale nella sua origine e nel suo sviluppo. Nel Movimento Nazionalsocialista tedesco domina l'aspetto nazionale insieme al pensiero di salvare ad ogni costo la Germania dalla rovina incombente [...] In Olanda in questo momento le cose sono del tutto differenti che in Germania. Il Movimento Nazionalsocialista Olandese ha caratterizzato se stesso in maniera del tutto diversa da quello tedesco.
Qui da noi questo partito non è nato dalla comune consapevolezza che il paese sia minacciato dalla rovina e che le situazioni siano insostenibili. È bensì un movimento nato per interessamento di alcuni entusiasti per quanto il Nazionalsocialismo ha fatto in Germania. Questi tali vogliono, non per ragioni economiche ma soprattutto per regioni ideologiche, portare le istituzioni nazionalsocialiste dalla Germania in Olanda. Essi non tengono conto in modo conveniente dello spirito nazionale proprio dell'Olanda e dello sviluppo storico di tante istituzioni, avvenuto in maniera differente in Olanda. Senza alcuna originalità o visione geniale, senza una diversa applicazione a causa delle diverse situazioni esistenti in Olanda, veniva semplicemente imitato l'esempio tedesco. Spesso, in maniera misera ed infantile. Quei tali non erano neppure capaci di trovare le parole, le espressioni adeguate in lingua olandese. Si importava tutto dalla Germania senza usare un certo criterio: tutto, perciò, aveva carattere tedesco e non olandese. Per mancanza di conoscenza storica e di comprensione per le logiche differenze etniche, inoltre, trasportavano dalla Germania in Olanda ciò che in Germania aveva un senso per migliorare gravi abusi; ma in Olanda non serviva a nulla. Infatti, secondo l'opinione generale della gente, le situazioni erano tali da non esigere correzioni di quel genere... Nel campo sociale, il Movimento Nazionalsocialista Olandese, veniva considerato in genere come un'aspirazione alla realizzazione di un'idea, piuttosto che un tentativo di migliorare le situazioni sociali del paese. In tal modo si è scontrato col senso di realismo del popolo olandese. Inoltre la posizione ideologica di questo movimento in Olanda, si è scontrata ancor più fortemente col sentimento religioso della popolazione. Esso ha disconosciuto completamente il profondo carattere cristiano della nazione. Per questo motivo ha manifestato ancor una volta di più il suo carattere antinazionale, soprattutto per la parte protestante e cattolica del popolo che forma insieme la maggioranza del popolo. In questi ambienti è presente una forte coscienza religiosa. (...) Il Movimento Nazionalsocialista Olandese ha preso subito un contegno ostile, antireligioso o almeno anticristiano ed anticattolico, nonostante le belle parole espresse in varie occasioni. Gli aderenti al movimento sembravano essere del parere che per poter migliorare a trasformare le condizioni sociali, fosse necessario sopprimere prima di tutto l'influenza della Chiesa e la professione dei principi cristiani e cattolici nella vita sociale. Si tenga presente che più della metà della popolazione apprezza molto professare questi principi e praticarli: nell'educazione, nell'insegnamento e in tutta l'attività culturale, perfino nell'organizzazione del lavoro. Per quanto riguarda la parte cattolica della popolazione si può dire, in modo speciale, che nessun altro gruppo tra il popolo era più fortemente e coscientemente portato a lavorare in forma corporativa, proprio in forza dei suoi principi. Pur di poter professare nella vita sociale la sua fede religiosa, la gran parte del popolo olandese ha fatto dei grossi sacrifici per il rispetto a Dio, per il suo amore e per la grande fiducia che in Lui ripone. Questo rispetto verso Dio ha fatto considerare tale professione come un dovere. L'amore verso Dio, poi, ha dato l'entusiasmo e la prontezza al sacrificio. La fiduciosa speranza in Lui dà la forza di fare questo nonostante tutto. I protestanti come i cattolici, venerano tanti martiri nella loro storia. Li prendono come esempio per dare anche adesso la vita, se necessario, per la professione della loro fede qualora questa venisse oppressa. Soprattutto i cattolici hanno, in questo campo, tradizioni che sono la loro gloria, il loro onore. Nei secoli in cui la loro fede fu oppressa, innumerevoli hanno sacrificato con entusiasmo la loro posizione sociale, i loro possedimenti, la famiglia e persino la vita. In questo tempo in cui la vita religiosa non è meno viva di allora, la maggior parte del popolo sarà ancora risoluta. Il popolo sente l'eliminazione dell'influsso religioso non solo come un'offesa a Dio da parte delle sue creature, ma anche come una violazione delle gloriose tradizioni del popolo olandese. Andando in questa direzione il Movimento Nazionalsocialista Olandese ha acquistato, nel tentativo di migliorare le condizioni sociali in Olanda, un carattere fortemente antinazionale. Come movimento olandese, ha rinnegato le tradizioni del proprio popolo. Ha rinnegato la sua storia. Qui sta il nodo della questione. Il Movimento Nazionalsocialista Olandese, mettendo delle limitazioni nel campo religioso ed ecclesiastico al quale il popolo si sente fieramente attaccato in Olanda, ha dato all'ambito politico un'estensione alla quale noi olandesi non si è abituati. La Chiesa cattolica si oppone alla sua posizione ideologica e al suo modo di agire. La maggior parte del popolo si pone dei grossi interrogativi su questo movimento. In secondo luogo il popolo olandese, ma soprattutto la parte cattolica, è contraria al Movimento per la sua estrema arroganza e per l'enorme incompetenza di tanti suoi dirigenti messi sempre più in posti di responsabilità e di influenza politica e sociale. (...) Da ultimo, è risultato dannoso per questo movimento che, per realizzare le sue idee abbia cercato e trovato appoggio presso la forza di occupazione tedesca. È senz'altro per un motivo di carattere psicologico come si vede fare dai ragazzi quando non vanno d'accordo e minacciano di ricorrere al fratello più grande e più forte per decidere la lotta che non possono vincere con la propria forza. Il popolo olandese rispetta per la maggior parte, lealmente e con sincerità i diritti della forza di occupazione tedesca. Naturalmente ci sono sempre in questi tempi alcuni elementi rivoltosi, ma questo è una eccezione in Olanda. Il nostro popolo vuole ordine e pace. Riconosce autorità e leggi ma rinnegherebbe la sua storia, le sue tradizioni, se non sentisse l'occupazione come una cosa violenta nella sua esistenza. La sintesi della storia nazionale olandese è, in primo luogo, lotta del popolo olandese per la sua libertà. L'amore per libertà è grande nel nostro popolo. Tanto grande. Il nostro popolo è realista, posato, soffre ed ha fiducia. Attende tranquillo il giorno in cui sarà nuovamente libero. Desidera ardentemente quel momento. (...) L'Olanda è ancora e sempre l'Olanda. Ha i suoi antichi confini e spera e confida di tenerli in piena libertà e ferma pace col popolo tedesco. Teme meno che la Germania non riconoscerà questa libertà, quanto i propri connazionali i quali sembrano voler fare scomparire i confini tra i due paesi. (...) Così vedo i sentimenti in Olanda. Ho cercato di riprodurli il più obbiettivamente possibile, come mi è stato chiesto. Dio benedica la Germania. Dio conceda ai due popoli che fra non molto possano stare di nuovo l'uno accanto all'altro, in piena libertà e pace. Nel riconoscimento della gloria di Dio, a bene e prosperità dei due popoli così affini. Scheveningen, carcere della Polizia, 22 gennaio 1942. |
Arresto e detenzione in carcere in Olanda [modifica]
Il 21 gennaio 1942, a l'Aia, padre Tito veniva sottoposto a interrogatorio da parte del funzionario della Polizia, il signor Hardegen. L'interrogatorio si svolse in due tempi. Nella prima fase (che è qui tralasciata) prevalse la narrazione dei fatti attraverso i quali si è sviluppata l'azione della Gerarchia ecclesiastica e quella di p. Tito in difesa dei giornali cattolici. Nella seconda parte, qui di seguito, è invece riportata l'affermazione dei princìpi ai quali si è ispirata l'azione della Chiesa e, in stretta e costante connessione con questa, l'azione di p. Tito.
Interrogatorio di Padre Tito [modifica]
| « L'Aja, 21 gennaio 1942
Il professore Brandsma veniva di nuovo interrogato sui fatti. Domanda: Che scopo avevano i suoi viaggi in merito alle visite ai redattori dei giornali cattolici? Risposta: Dovevo comunicare in forma orale ai redattori che eravamo giunti al limite dell'ammissibile e che ormai era necessario dir basta alle richieste di pubblicazioni, per ragioni di principio. Inoltre, mediante queste visite dovevo conoscere le difficoltà e il modo di pensare dei redattori cattolici. I vescovi desideravano, inoltre, far uso delle esperienze maturate dai redattori. Domanda: Mediante questi viaggi, aveva intenzione di farsi un'idea precisa del punto di vista dei singoli redattori? Risposta: Questa non era la prima intenzione dei miei viaggi, perché anche una opinione contraria dei redattori non avrebbe cambiato il contegno della Chiesa cattolica in questa questione. Mi aspettavo, invece, che la maggior parte dei redattori cattolici andasse d'accordo col contegno dei vescovi. Domanda: I redattori indecisi li doveva richiamare ed eventualmente ricondurre ai principi cattolici? Risposta: Anche in questo caso posso dichiarare che non era l'intenzione primaria delle mie visite, anche se poi risultò esserlo nei fatti. Domanda: Avrebbe dovuto esercitare pressioni sui redattori perché accettassero i desideri dei vescovi? Risposta: Da parte della Chiesa fu dichiarato che se i redattori avessero fatto propaganda per l'idea del Movimento Nazionalsocialista Olandese, sarebbero stati sottoposti alle sanzioni già note.Questo pensiero è stato espresso anche nella lettera dell'arcivescovo. Durante i colloqui da me avuti, parecchi redattori hanno accennato al pericolo di perdite materiali cui loro si esponevano. Ma nella difesa dei principi cattolici, la Chiesa si preoccupa in primo luogo dell'aspetto spirituale e non prende in considerazione eventuali perdite di carattere materiale cui potrebbero andare incontro li fedeli seguendo i precetti della Chiesa. A mio parere, per la maggior parte dei direttori dei giornali cattolici, il punto di vista spirituale era decisivo. La Chiesa cattolica è forte e potente per La sua costanza che non vien meno nella fede da essa professata. In ogni epoca c'è stata gente che ha dato, se necessario, la vita come martire per la Chiesa. I vescovi olandesi sono del parere che, quando tutti i cattolici sono uniti, rappresentano una forza politica enorme. La fede dà ai membri della Chiesa cattolica la forza d'anima di fare i più grandi sacrifici materiali in questi tempi di incertezza. Domanda: Proprio perché la Chiesa conosce questi sentimenti dei suoi fedeli, non si può allora parlare di vero e proprio sabotaggio delle ordinanze della Forza di Occupazione e delle Autorità olandesi, mettendo così in pericolo la pace interna dell'Olanda e impedendo che l'ideologia Nazionalsocialista penetri nel popolo olandese? Risposta: La Chiesa cattolica in Olanda segue le ordinanze della Forza di occupazione e delle Autorità olandesi fino a quando non contrasta con i principi della Chiesa cattolica. Quando però sorgono contrasti sui fondamenti dottrinali, allora la Chiesa rifiuta la sua collaborazione,e ne accetta le conseguenze. Qualora a causa di questo suo contegno e del1a sua realizzazione pratica, venisse messa in pericolo la pace interna del popolo olandese, la Chiesa si addolorerebbe moltissimo di questo fatto, però non se ne sentirebbe responsabile. La Chiesa combatte per principi dottrinali e religiosi l'ideologia del Nazionalsocialismo. Secondo il mio parere è un danno fatale che la Forza di Occupazione favorisca le idee del Movimento Nazionalsocialista Olandese, perché il popolo olandese e specialmente il clero non ne vagliano sapere di questa Movimento. La Chiesa cattolica si sforza di confermare nella loro fede tutti i capi responsabili cattolici. Domanda: Perché l'arcivescovo e l'Unione dei giornalisti cattolici, prima di questa azione di presa di contatto, non hanno cercato di avere un colloquio come hanno fatto in un secondo tempo? Risposta: Non si aveva l'intenzione di influire sul personale delle redazioni dei giornali. Volevamo, piuttosto, farci un'idea di come la pensavano in genere. Eravamo dell'opinione che tutti i redattori avessero un contegno uniforme al riguardo di questo problema. Del resto si sperava di avere dei migliori risultati da parte del Commissario del Reich, basandoci su una situazione di per sé chiara e non fondandosi solo su supposizioni. Voglio dichiarare ancora una volta che la Chiesa cattolica esegue soltanto gli ordini della Forza di occupazione e delle Autorità olandesi fino a quando sono compatibili con i fondamenti della sua fede. Quando vengono prese misure che non sono compatibi1i con la dottrina cattolica, la Chiesa cattolica le deve per necessità contrastare e non eseguire. Mi è stato reso noto che sono in arresto fino a quando non sia chiarita la mia posizione in merito a questo affare. Ebbene, il contegno dell'episcopato olandese lo faccio mio. (Timbro in olandese). Questo verbale mi è stato letto. Conosco abbastanza la lingua tedesca, per cui ho capito tutto il senso. Ho detto la verità pura e confermo l'esattezza del verbale e metto la mia firma. Titus Brandsma » |
Testimonianze sulla vita in carcere [modifica]
Padre Tito annotò in un suo diario la vita nel carcere. L'angusto spazio della cella, i maltrattamenti e le violenze a cui andò incontro, tuttavia, non furono per lui motivo di tristezza o lamentela. Visse tutto nella sequela a Cristo e nella fedeltà al Vangelo.
1. Il mio orario nella cella di Scheveningen [modifica]
Nunc lege, nunc ora, nunc cum fervore labora; sic fiet hora brevis et labor ipse levis.
| « Nei primi giorni mi era impossibile stabilire un ordine di lavoro, ma ora che sono qui da una settimana e conosco l'andamento di questa vita, ho cercato di mettere un po' di ordine nella mia giornata. È difficile dividere il tempo con precisione, Perché nello svolgimento delle faccende quotidiane nel carcere, non c'è l'abitudine di seguire con esattezza l'orologio e poi non è facile conoscere l'ora esatta. Nei primi giorni, poiché tra le altre cose mi era stato tolto anche l'orologio, mi era molto difficile conoscere l'ora. Per fortuna, dietro mia richiesta l'orologio mi è stato ridato, quando nell'ultimo interrogatorio di mercoledì mi è stato chiesto di rispondere per iscritto ad una domanda. Allora mi fu permesso anche di fumare e mi dettero tutto l'occorrente. L'orologio, naturalmente, era fermo e dovevo rimetterlo alla cieca, ed ora cammina. Qui non si sente nessun tocco d'orologio. Nelle cose per le quali è stabilito un orario, non si ha un'indicazione dell'ora, perché qui non si segue con precisione l'orario. Ma almeno ora il mio orologio cammina bene e così ho il mio proprio tempo, indipendentemente da Greenwich, Amsterdam o Berlino.
Tra le sei e mezzo e le sette del mattino si sentono i primi rumori. Sembra che la guardia svegli dei giovani carcerati che hanno il compito di occuparsi di piccoli lavori nel carcere. Alle sette meno un quarto si ode, piana piano, un campanello. A poco a poco il rumore va crescendo. E dopo un certo tempo viene tolto il catenaccio che di notte chiude la porta e contemporaneamente viene accesa la luce. Questa almeno per me, è il momento di alzarmi. È già abbastanza tempo che sto a letto, dalle otto di sera. Mi faccio il segno della croce e saluto la mia Madonna del Carmine che sta sulla mensoletta vicino al letto. Mi metto le calze e le pantofole, in ginocchio recito tre Ave Maria ed un'altra breve preghiera. Poi disfo il letto, tolgo le coperte che piego con cura, così pure il lenzuolo; libero il guanciale dagli involti e metto la brocca dell'acqua fuori dalla porta, che per questo viene aperta un momento. Poi, sempre in pigiama, che fortunatamente presi con me il giorno dell'arresto, in ginocchio sulle coperte messe sopra la stuoia, a modo mio e a memoria, completando a senso ciò che non ricordo letteralmente, celebro la Santa Messa le faccio la Santa Comunione: s'intende, tutto spiritualmente, con le preghiere di ringraziamento. Celebrazione più breve e quanto diversa! Tuttavia è un buon inizio della giornata. In convento prima aveva luogo la meditazione, poi seguiva il coro, ma qui preferisco dare la precedenza alla mia Santa Messa, sia pure in pigiama. Nel frattempo a quasi alla fine del1e mie devozioni, si riapre un tantino la porta e si riceve la brocca piena d'acqua. Saluto col buongiorno e comincio a lavarmi. Mi farei volentieri la barba, ma questa lusso non ci è concesso se non il mercoledì ed il sabato pomeriggio, quando, per dieci minuti, si apre la porta e si riceve una Gillet, sapone e pennello, ma bisogna fare in fretta. Se poi la lametta non è buona se ne può domandare un'altra. Mentre al mattino mi lavo, più a meno verso le sette e mezza, vengono a portarmi il caffè. Tutti abbiamo un bel bicchiere di stagno col manico, una scodella ed un cucchiai. Bicchiere e cucchiaio vengono ritirati durante la notte e restituiti al mattino dopo, quando portano l'acqua. Spezzo il pane nella scodella che riempio di caffè. Una scodella ben piena. Mentre il pane si inzuppa io mi vesto. Verso le otto sono di nuovo un signore rispettabile, elegante, vestito in nero, però con la barba. Mi metto a sedere sullo sgabello. Vicino al tavolo, recito l'Angelus, il Pater noster, un'Ave Maria come in convento e faccio colazione col cucchiaio. Così facevo 35 anni fa nei nostri conventi di Baviera. Anche là si spezzava il pane nel caffè e si mangiava col cucchiaio. Pulisco di nuovo scodella e cucchiaio e incomincio la mia passeggiata mattutina con la pipetta accesa, ricordando con calma, il giorno di ieri e quello di oggi e ripetendo ancora più liberamente il Memento della Messa. Penso a tanti che si ricordano di me, cerco di vivere nella Comunione dei Santi. Non vado lontano: tre metri avanti, tre metri indietro e poi da capo. La passeggiata incomincia alle otto e mezza circa e finisce alle nove, quando la pipa si spegne. Spesso recito Mattutino, Lodi e Prima continuando a passeggiare. Se sono stanco, di andare avanti e indietro, mi siedo tranquillo al tavolo, sullo sgabello e appoggiato al muro continuo a pregare. Quando ho finito sono le nove e mezzo circa. Fra le nove e le nove e mezzo viene spenta la luce, ma a volte si spegne così presto che mi tocca fare un po' di pausa. La domenica, però, la luce dura fino alle dieci. Alle nove e mezzo faccio la meditazione del mattino con la lettura del libro «Jesus» di Ciriel Verschaeve, libro che con la vita di santa Teresa tradotta dal Kwakman, per speciale concessione della polizia che mi arrestò, ho potuto portare con me. Nei primi giorni questi due libri mi furano tolti, ma dietro mia richiesta mi furono restituiti in cella. Alle dieci incomincio a scrivere un po'. Nei primi giorni mi sono dedicato a rispondere per iscritto alla domanda: Perché il popolo olandese e principalmente la parte cattolica si oppone al Movimento Nazionalsocialista olandese? Ho cercato di dare una risposta in otto di questi fogli. Ora passo il tempo mettendo sulla carta le impressioni sul tempo che trascorro qui. Contemporaneamente scrivo anche la vita di Santa Teresa per lo «Spectrum» secondo l'impegno accettato da tempo. Quando incomincio a scrivere accendo un sigaro. Alle undici e mezzo recito Terza, Sesta e Nona camminando. Alcune mattine il tempo destinato a scrivere è interrotto da un esercizio sportivo che bisogna eseguire ogni giorno o la mattina o al pomeriggio. Vi è da ridere. Ad alta voce veniamo comandati di uscire dalle celle. Le porte si aprono e noi ci fermiamo sull'attenti dall'altra parte del corridoio, ciascuno con la sua pattumiera numerata, finché tutti sono usciti dalla propria cella. Poi ci muoviamo. Mettiamo la nostra pattumiera in fondo al corridoio, attraversiamo altri corridoi e ci troviamo all'aperto, dietro la prigione, su un terreno lungo e stretto, chiuso da un alto muro. Nel mezzo vi è il professore di ginnastica. Camminiamo attorno a lui in un largo cerchio, ora con passo normale, ora correndo; poi alzando la gamba. Quindi si eseguiscono esercizi ritmici con le braccia tese in avanti o distese o con le mani sui fianchi. Non ho molta pratica di questi esercizi, ma faccio del mio meglio assieme agli altri. Un piccolo gruppo non prende parte alla nostra ginnastica e cammina un po' distante su e giù. Un tale, con due stampelle, sta seduto in un angolo, ma io salto e corro insieme agli altri. Non dura molto l'esercizio: dieci minuti al massimo. E quando giorni fa nevicava, solamente cinque minuti. Fa freddo fuori, ma il freddo mi ha rinfrescato alquanto. Molti la prima volta, com'è logico, guardavano a quell'ecclesiastico vestito di nero, dai capelli bianchi, col nastro di cavaliere all'occhiello e salutavano con ossequio. In fondo, però, navighiamo tutti nella stessa barca ed anche a questo ci si abitua. Non sono poi il primo ecclesiastico che gode l'ospitalità di questo luogo. Quando ritorniamo nel corridoio prendiamo la nostra pattumiera pulita. La porta è aperta e appena si entra viene chiusa. Mal comune mezzo gaudio. In generale, a giudicare dai volti, sembra che ognuno si sia abbastanza rassegnato a questa sorte. Verso mezzogiorno, a volte anche prima, ci portano il pranzo in una gavetta cilindrica col coperchio. Giovedì e domenica, minestra di piselli; martedì, zuppa di fagioli e orzo; gli altri giorni minestrone; come secondo, venerdì patate, cipolle e pesce tutto mescolato insieme; gli altri giorni patate coi cavoli bianchi o carote o il noto «Sauerkraut». Carne non ne ho vista nemmeno nella zuppa di piselli. Però tutto è ben preparato e abbastanza gustoso. La quantità poi è tale che i due terzi mi sarebbero sufficienti. Venerdì scorso, se non erro, ci è stato dato anche un barattolo di marmellata marca Zwaardemakers e un pezzetto di burro. Credo che debbano bastarci per una settimana e suppongo servano per spalmarli sul pane. Io però li uso per il pane: a mezzogiorno metto un pezzetto di burro nella minestra o nel minestrone e, da persona rispettabile, uso la marmellata per frutta. Così tutto è a posto. Dopo mangiato mi pulisco le mani, dico l'Angelus come nel convento ed inginocchiato in spirito con i confratelli faccio l'Adorazione. L'«Adoro te » è diventato la mia preghiera più cara; qualche volta canto a bassa voce, mi serve di comunione spirituale. Dopo il pranzo fumo un po' la pipa e passeggio per la cella o mi accomodo qualche cosa: ieri, per esempio, ho riordinato l'altarino. Oggi mi sono raschiato le unghie diventate troppo lunghe, ma non avendo le forbici le ho raschiate sul cemento duro del pavimento e del muro. Bisogna arrangiarsi. Poi mi metto a sedere un po', senza far niente. Non faccio il pisolino pomeridiano, altrimenti dormirei ancora meno la notte. Alle due recito il Vespro, Compieta e Rosario. Quest'ultimo lo devo recitare contando le Ave Maria con le dita, perché nella fretta di vestirmi quando mi arrestarono, lasciai purtroppo la corona del Rosario nella tasca della tonaca. Io stesso mi meraviglio come mai ciò mi sia accaduto. Intanto mi è successo così. Il Signore ha disposto così per farmi comprendere meglio il valore del Rosario. Poi mi metto a leggere la Vita di Santa Teresa (...). Leggo fino alle quattro, accendendo di tanto in tanto la pipa. Alle quattro mi inginocchio e medito sulla vita di Gesù e sulla mia propria vita. Alle quattro e mezza circa ci portano il pane per la sera e che deve bastare anche per il mattino dopo. Sino a giovedì il pane che mi portarono era di quello comune: un pezzettino diviso in quattro fette semi tagliate. Giovedì mattina fui visitato dal dottore. Gli accennai che ero delicato di stomaco, per cui nel passato ben quattro volte avevo sofferto di gravi emorragie allo stomaco e che inoltre soffrivo, al presente, di una seria infezione alla vescica causata dai bacilli coli. Lo misi anche al corrente delle cure che mi avevano prescritto il dottor Woltering, il dottor Enneking, il prof. Borst e B. Van Capelle. Per ultimo gli feci osservare l'anormale diminuzione di peso che aggiunta alla mia malattia cronica, mi dava certamente diritto ad un nutrimento extra, come di fatto mi era stato concesso dall'ufficio distribuzione viveri di Nimega. Il dottore mi assicurò che avrebbe analizzato l'urina, mi avrebbero fatto pesare e avrebbe fatto per me ciò che poteva. Fui pesato: cinquanta sei chili, meno i due chili di vestiti. In conseguenza di questa visita, mi venne dato invece del pane comune, pane impastato col latte. Praticamente non mi accorsi molto della differenza, ma infine bisognava credere che era col latte. Le fette di pane, inoltre, sono burrate. La sera poi, invece di un recipiente pieno di latte scremato, ne ottenni la metà, però di latte puro non scremato. La mattina dopo mi chiesero l'urina per l'analisi: ma di questa analisi non ho saputo più nulla. E un nutrimento extra, oltre quello già concesso, non l'ho più avuto. In seguito a questa visita medica, alla mia porta furono affissi due cartellini: Milch (latte) ed un altro «Weissbrot» (pane bianco). Tutto ciò è più apparenza che realtà, ma vado avanti lo stesso. Appena il pane mi viene portato lo metto subito nel latte e così lo consumo. Non ci viene concesso che brevissimo tempo per mangiare e presto tazza e cucchiaio devono essere messi fuori dalla porta. Alle cinque, o al massimo alle cinque e un quarto, la cena deve essere finita. Dopo si fa un gran silenzio e non si può ricevere più nulla, nulla si può più dare. Dopo cena, recitato l'Angelus, faccio spiritualmente, con i confratelli del convento, la Adorazione. Accendo un sigaro e faccio la mia passeggiata serale: tre metri avanti e tre metri indietro, poi da capo come al mattino dalle sei fino quasi alle otto, continuo a scrivere. Poi preparo il letto e recito le preghiere della sera. Poco m'importa se la luce si spegne. Prego ancora un poco e mi metto sotto le coperte fino al mattino. T. B. » |
| « Scheveningen, 28 gennaio 1942.
Sabato, 31 gennaio 1942. Alla precedente descrizione devo aggiungere ancora qualcosa. Non devo dire che nelle vivande non vi è la carne. Mercoledì e giovedì nella minestra o nel minestrone la carne c'era, mescolata dentro e tritata fine: non abbondante ma finalmente la carne l'ho vista. Giovedì, 29 gennaio, era festa del mansueto San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti. Avevo ben ripulito ed acceso la mia pipa per la passeggiata mattutina quando venne un soldato tedesco con «qualcosa di nuovo». Dovevo consegnargli tabacco, sigari, pipa e fiammiferi. Non potevo più fumare. Fu proprio il pensiero della mitezza di San Francesco che impedì alla mia bocca una parola poco gentile. Battei la pipa e gli consegnai tutto il resto. Il soldato, preso da compassione, disse che non dipendeva da lui. E questo lo capivo. Per consolarmi mi assicurò che potevo conservare i due libri e la carta che mi aveva portato. Fortunatamente a queste cose ci tenevo più che alla pipa e ai sigari. Dall'orario cancellai il fumo e la giornata continuò come le altre. E mi sembra che non poteva essere altrimenti. È già stata una bella cosa aver potuto fumare nei primi più difficili giorni. T.B. » |
2. Poesia composta nel carcere di Scheveningen [modifica]
Nel carcere di Scheveningen, tra il 12 e il 13 febbraio 1942, p. Tito Brandsma, compose una breve poesia ispirata dall'immagine di Cristo in croce. Tutto il canto poetico esprime la lieta accettazione delle sofferenze che uniscono a Dio.
| 'Davanti all'immagine di Gesù' |
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O Gesù, quando ti guardo |
Diario scritto nel carcere di Scheveningen [modifica]
Nella solitudine della cella del carcere Tito stende il suo diario per il breve periodo che va dal 23 al 31 gennaio 1942. Il diario è interessante perché ci mette sotto gli occhi lo stato d'animo del prigioniero di eccezione. Egli scrive con tanta serenità e accetta consapevolmente le conseguenze delle sue scelte. Tito si rende subito conto del motivo per cui viene tratto in arresto. La sua coscienza è tranquilla e lui si consegna nelle mani di Dio, in pace.
| « Dopo una notte passata ad Arnhem, qui a Scheveningen, non vi sarà da passare che una sola notte: con queste parole fui introdotto il 20 gennaio nella cella 577 del carcere. La mattina dopo dovevo tenermi pronto alle 8 e mezza per l'interrogatorio all'Aja. Al pomeriggio probabilmente poteva essere tutto terminato, e in considerazione della mia salute, sarei ritornato a casa. Invece, la sera del 21 gennaio seppi che la mia detenzione si sarebbe prolungata. Il signor Hardegen che mi fece l'interrogatorio, gentilmente mi esortò a sopportare l'arresto; mi disse che l'abitudine alla vita claustrale mi avrebbe alleggerito il peso. Infatti fu così.
Mi ritornano ora in mente i versi di Longfellow imparati nel Ginnasio di Megen e che soprattutto ora si possono applicare a me: In his chamber all'alone Kneeling on a floor of stone, Praid a monk in deep contrition, For his sins of indecision; Praid for greater selfdenial In temptation and in trial. (Nella cella tutto solo in ginocchio sul pavimento, pregava un monaco in vera contrizione per i suoi peccati di indecisione; pregava con più grande abnegazione, in tentazione e prova). Questa "prova" può passare, benché ci siano molte cose, nella vita carceraria alla quale ci si deve abituare. È così insolito entrare in carcere a 60 anni. Questo già lo dicevo scherzosamente al signor Steven che mi aveva tratto in arresto, mentre si entrava nella prigione di Arnhem. La sua risposta, però, mi incoraggiò: "Allora Lei non avrebbe dovuto accettare l'incarico dell'Arcivescovo". Sapevo bene il motivo del mio arresto e risposi con franchezza che lo sentivo un onore e che non mi sentivo di aver agito male. Ripetei la stessa cosa al signor Hardegen, aggiungendo così: "Anzi, era un tentativo sincero per appianare i contrasti". Mentre da una parte si ammetteva questo, dall'altra si considerava la mia azione come un'azione di resistenza contro le Forze di occupazione. E questa accusa io la respingevo con decisione, rimarcando: La mia intenzione ero solo quella di comunicare, sia alla stampa che al Commissariato del Reich, il saldo principio dei cattolici, definito dai vescovi in merito alla propaganda del Movimento Nazionalsocialista Olandese. Al Commissariato, poi, si doveva comunicare il punto di vista dei vescovi, indipendentemente dal fatto che esso trovasse o meno approvazione da parte delle direzioni e delle redazioni dei giornali cattolici. Tale approvazione, del resto, non lasciava nessun dubbio... Comprendo benissimo che il contegno dei vescovi e della stampa cattolica non sia di loro gradimento. Che l'incarico dell'arcivescovo dato a me e da me eseguito, venga considerato un po' come un atto di resistenza che parte dai nostri cattolici e che va contro di essi. Esiste un contrasto di princìpi. Ma per difenderli, con gioia soffrirò quello che sarà necessario. La vocazione per la Chiesa ed il sacerdozio mi hanno arricchito di tante dolcezze e di tante gioie, che volentieri accetto tutto ciò che può sembrare sgradito. In pieno accordo con Giobbe ripeto: Dominus dedit, Dominus abstulit, sit nomen Domini benedictum. Abbiamo ricevuto il bene dal Signore, perché non dobbiamo accettare il male che ci invia la Santa Provvidenza? In verità, poi, male male non mi trovo. E benché non sappia come andrà a finire, so bene però che mi trovo nelle mani di Dio: Quis me separabit a caritate Dei? Penso a quei versi che mi erano familiari Prenez les jours comme ils arrivent les beaux d'un coeur reconnaissant et les mauvais pour ceux qui suivent, car le malheur n'est qu'un passant . Con Gazelle lodo "il mio vecchio breviario" che fortunatamente mi hanno lasciato e che ora, con la più grande calma, posso recitare. Certamente mi manca la Santa Messa e la Comunione. Ciononostante Dio è vicino a me, in me e con me: In eo enim vivimus, movemur et sumus. Dio così vicino e così lontano: Dio è sempre qui. (Gott so nach und ferne, Gott ist immer da). Il passo celebre che Santa Teresa teneva gelosamente nel suo breviario e che io inviai al collega Prof. Brom quando questi si trovava in carcere, anche per me è ora di consolazione e di sprone: Nada te turbe, nada te espante. Todo pasa. Dios no se muda. Paciencia todo lo alcanza. Quien a Dios tiene, nada lo falta. Dios basta.» Carcere di polizia, Scheveningen, 23 gennaio 1942. (In festo Desponsationis B.M. Virginis Matris meae. Sub tutela Matris). » |
La cella numero 577 [modifica]
| « Cella continuata dulcescit
Tanto più dolce diventa la cella, quanto più fedelmente viene abitata. Il Prof. van Ginneken ha diffuso l'opinione che l'Imitatio sia scritta in tono pessimista. Ma riguardo all'abitazione nella cella, l'autore è stato certamente ottimista. Essendo io ottimista nato ho potuto constatare con quale gioia Tommaso da Kempis e tutti quelli di cui egli espone lo spirito, parlino della vita solitaria in cella dopo che loro stessi ne hanno fatto l'esperienza. Sì, ma quando si viene messi nella cella di una prigione la sera tardi e la porta viene chiusa dal di fuori con tanto di chiave e di catenaccio, si resta quantomeno perplessi. Il fatto poi umoristico di andare a finire in carcere alla mia età avanzata mi spingeva piuttosto a ridere che a rattristarmi per la sua tragicità. Era veramente strano. Ora mi trovo qui. Secondo il regolamento carcerario, era abbastanza tardi quando io entrai in cella: alle sette e mezza circa, quando ogni lavoro era finito ed era l'ora di andare a letto. Non si aspettavano la mia venuta. La cella non era preparata. Ma non vi era molto da aggiustare. Una brocca d'acqua, un asciugamano, un panno, non so bene se per pulizia o per salvietta. Gli incaricati erano stati avvisati telefonicamente che dovevo ancora mangiare, così ricevetti un panino che doveva anche servire per il mattino dopo ed una tazza di latte scremato. Sul tavolino c'era un catino di latta con acqua. Sul letto, un pagliericcio con due coperte. Bisognava adattarsi. Mentre nelle altre celle la luce veniva spenta alle otto, a me fu concessa una mezz' ora in più. La mia celletta numero 577 non era poi un inferno. Quando vi entrai non vidi scritto: « Lasciate ogni speranza voi che entrate ». Neppure aveva l'aspetto lugubre. Quando la guardia carceraria avvertì il soldato che la cella non era pronta, questi disse: È soltanto per una notte. E lenzuola non me ne dette. Niente mi irrita di più quanto il solletico della lana sul viso. Dovetti arrangiarmi. Presi l'asciugamano e lo posi all'estremità superiore delle coperte. Nel letto vi erano due pagliericci, l'uno sopra l'altro. Nella maggior parte delle celle vi stanno due o anche tre carcerati insieme. In tal caso bisogna dividersi i pagliericci e metterli per terra. Questo lo so per esperienza perché ad Arnhem, nella cella a me assegnata non c'era un letto. Pagliericci e coperte senza lenzuola mi fanno ribrezzo. Per questo, la prima notte me ne andai a letto con le calze. Al mattino seguente, però, mi fu portato un lenzuolo ed un asciugamano. Al giovane carcerato, cui venivano affidati lavori interni al carcere, dissi che veniva troppo tardi perché sarei andato via in quel giorno. «La consiglierei di prenderli - mi disse gentilmente - anch'io credevo di starci solo tre giorni ma probabilmente ci starò altri tre anni». Egli conosceva meglio di me la situazione e perciò accettai volentieri il lenzuolo e l'asciugamano. Per cuscino non avevo che un piccolo guanciale di paglia, in verità poco comodo per posarvi il capo. Ma ad Arnhem non avevo riposato tutta la notte e per di più il giorno seguente dovevo essere il più sveglio possibile per l'interrogatorio, perciò cercai di accomodarmi alla meglio. Avevo portato con me una maglia: la misi attorno al guanciale assieme ad un asciugamano pulito. Ogni sera preparo in questo modo il letto, e non potendo rimanere sempre con le calze a letto, in fondo al pagliericcio metto l'altro asciugamano. Mi avvolgo il lenzuolo, le due coperte sopra. Nei primi giorni in cui faceva un gran freddo mettevo sopra anche il mio cappotto di lana pesante, per l'inverno. Così col mio letto ero a posto. E questo significava molto per me, se si pensa che nelle prigioni si va a letto alle otto e ci si alza alle sette. Non dico che posso dormire tutto questo tempo, ma la luce viene spenta alle otto e accesa di nuovo alle sette. Dove si può rimanere tutto questo tempo, se non a letto? La cella in sé non è disprezzabile: è come una cassetta da pipa, lunga e stretta. Il letto è in fondo ed abbraccia tutto lo spazio segnandone la larghezza: circa metri 1,80-1,90, cioè 6 volte la lunghezza di questo foglio in cui sto scrivendo, più un pezzettino della parte inferiore (sino alla freccia). La lunghezza è circa il doppio, cioè dodici volte questo foglietto più un pezzettino nella parte inferiore (sino alla freccia qui sotto). L'altezza della cella è come la lunghezza. Le pareti, per due terzi della lunghezza, sono in muratura. Ho contato 65 mattoni in altezza con un largo strato di calce tra loro. Intorno al letto, per l'igiene, il muro è intonacato. Fino all'altezza della porta i muri sono dipinti in giallo e, più sopra, in bianco: tutto ispira lindezza. La porta che si trova nel centro del muro anteriore è in bruno con un pertugio quadrato nel centro per passare le vivande. Più sopra, un occhio di ferro, chiuso, per l'ispezione ma che non ho mai visto aprire. La prima sera pensai che non vi fossero finestre. Ma il giorno dopo mi accorsi che in alto, sopra la porta, contro il soffitto, per tutta la lunghezza della cella, vi è una lunga finestra divisa in tre parti. La parte di mezzo, con una stanga, si apre facilmente. C'è abbastanza luce. La possibilità di ventilazione è eccellente. Ma da questi finestrini non si scorge che il cielo, talora solcato da un gabbiano. La più gran parte del giorno i finestrini sono ricoperti dai più bei disegni di fiori eseguiti dal gelo. Il sole ed il riscaldamento fanno sì che ogni tanto, almeno qua e là, il gelo si sciolga e che passi più luce. C'è anche il riscaldamento. È sopra il letto, a circa due metri d'altezza. Lì passano tre tubi che però non danno gran calore. Perciò, nei giorni più rigidi, tremo un po' dal freddo tutto il giorno. Il freddo, però, è temperato, sopportabile, e non tale da costringermi a mettere il cappotto, benché sia seduto tutto il giorno. Il pavimento è di mattoni, turchino, a grandi quadri. Davanti alla porta c'è una piccola stuoia che durante il giorno metto sotto il tavolo e durante la notte, vicino al letto. Per tavolo, se di tavolo si può parlare, vi è una mensola fissa al muro con un puntello mobile, non più grande del giornale aperto che mi serve da tovaglia. Questo giornale è intitolato: «Vaderland» (Patria), col suo bel titolo a grandi caratteri da tutte e due le parti. Bisogna pure rendere accogliente un poco questa nuda celletta. Davanti a me c'è il piccolo altare: altare per modo di dire. Nella cella si trovava una scacchiera di cartone con pedine. Non avevo proprio bisogno di giocare a dama. C'era anche un pezzo di carta da imballaggio, con questo coprii la scacchiera e con un chiodino (temperino e forbici mi erano stati tolti, quindi dovevo arrangiarmi) feci dei piccoli ritagli e vi fissai così tre immagini del mio breviario. Nel mezzo un Cristo in croce di fra' Angelico, non intero, ma sino alla piaga del suo Sacro Cuore. Da una parte santa Teresa col suo detto: «Mori aut pati» e dall'altra san Giovanni della Croce col suo detto: «Pati et contemni.» Trovai inoltre due spille di cui una mi servì per sostenere, sotto le tre immagini, una lunga striscia in cui avevo scritto le parole di santa Teresa: «Nada te turbe, ecc.» In mezzo avevo inoltre scritto: «Dio così vicino e così lontano, Dio è sempre qui» ed infine il mio motto: «Prenez les jours comme ils arrivent», ecc. Nel mio breviario non avevo un'immaginetta di Maria: eppure, la sua immagine non poteva mancare nella cella di un carmelitano. Anche per questo trovai un rimedio. Il volume del breviario che usiamo in questo tempo contiene in prima pagina una bella riproduzione della Madonna del Carmine di Freiin von Oero. Lascio, perciò, il breviario aperto con questa immagine sopra la mensoletta più alta, alla sinistra, sopra il mio letto. Perciò quando sono seduto a tavolino basta che guardi a destra ed ho davanti a me quella bella immagine. Quando poi sto a letto il mio sguardo cade subito sulla Madonna con la stella, spes omnium Carmelitarum. Sedie non ce ne sono. Uno sgabello, un trespolo funge sufficientemente da sedile. Se poi mi voglio appoggiare, perché qui ci si sente più stanchi senza far niente che a casa lavorando molto, avvicino lo sgabello al tavolo o al muro e così ho una comoda poltrona. Degli altri utensili della cella non vi è molto da dire. Si fa presto il conto: una scopetta, una paletta per la spazzatura, un piccolo secchio con straccio, un cestino per gettare la carta, un grande secchio con ciambella che si chiude ermeticamente e che si porta fuori una volta al giorno; una brocca di color turchino di terracotta, una saponiera di latta, un attaccapanni a tre pioli. La luce elettrica è posta sopra il tavolo e viene accesa e spenta dal di fuori. «Beata solitudo». Mi trovo in questa cella come a casa mia. E finora non mi sono annoiato. Anzi, al contrario. Sono solo, è vero, ma mai il Signore mi è stato così vicino. Sento la voglia di gridare per la gioia, perché Egli di nuovo, nella sua pienezza, si è fatto trovare da me, senza che io vada dagli uomini e che gli uomini vengano a me. Dio è il mio unico rifugio e mi sento protetto e felice. Rimarrò sempre qui, se Egli dispone così. Raramente sono stato così felice e contento. Titus Brandsma Scheveningen, 27 gennaio 1942. » |
Lettere dal carcere [modifica]
Dalla cella 577 del carcere di Scheveningen, il 12 febbraio 1942 p. Tito scrive una lettera ai suoi superiori, ai confratelli, ai familiari e agli amici. Nella prigione egli dichiara di sentirsi come a casa sua. Non vi è la chiesa, non può celebrare la messa, non può ricevere la comunione. Il mondo è lontano, ma Dio gli è vicino, perciò si sente molto tranquillo e contento.
| « Scheveningen, Prigione di Polizia, 12 febbraio 1942.
Padre Provinciale, Padre Priore, Reverendissimi Confratelli, Fratello Sacerdote, Sorelline, Cognato, bambini, amici. Cordialissimi saluti dalla cella 577 Scheveningen. Sono solo qui. Due metri per quattro ed anche quattro metri di altezza: una cella abitata fedelmente diventa dolce, dice Tommaso Kempis. Mi trovo qui proprio come a casa mia. Prego, leggo, scrivo: i giorni sono troppo brevi. Dalle otto della sera sino alle sette del mattino è notte. Sto bene nella mia solitudine, anche se mi manca la chiesa, la Messa, la Comunione: qui non viene nessun sacerdote. Dio mi è pure vicino ora che non sono più tra la gente e che la gente non può venire da me. Sono molto tranquillo, felice e contento e mi sto abituando. Qui sopporto tutto bene. Ricevo qualche agevolazione nei cibi: alla sera ricevo un quarto di latte ed invece del pane comune, quattro fette spesse di pane al latte con burro. Alla mattina metto due fette di pane nel caffè, alla sera due nel latte e lo mangio con il cucchiaio. A mezzogiorno minestrone o zuppa: tutto ben preparato e, per me, abbondante. Qualche volta c'è anche un po' di carne tritata dentro e al venerdì un po' di pesce. In più mi danno zucchero, marmellata, burro e formaggio, ma in piccole quantità. Fate sapere al Dott. de Jong che non si preoccupi e non si rimproveri per me. Soffro qui con gioia e sto bene. (...). Pregate per me nella Comunione dei Santi. Vostro fra Tito Carm. » |
Sempre dal carcere di Scheveningen p. Tito invia un'altra lettera ai confratelli e ai familiari. Dà loro notizie della sua salute e del tenore di vita che sta seguendo. Pur nelle condizioni di prigioniero p. Tito continua ad essere fedele a tutti i suoi doveri spirituali. Nella lettera è presente una profonda tranquillità spirituale.
| « Scheveningen, 5 marzo 1942.
Molto Reverendo Padre Provinciale, P. Priore, Confratelli, Fratello Sacerdote, sorelle, cognato, bambini, amici. Di nuovo saluti dalla cella 577. Sono qui da più di sei settimane. Mi sono abituato abbastanza bene. Di salute sto bene. Il 21 febbraio ho avuto un piccolo avvertimento: un po' di febbre e di dolore, che mi fecero temere si trattasse nuovamente della infiammazione ai reni, come nel dicembre 1939. Chiesi allora un medico. Temevo che andasse peggio, ma quando il giorno dopo arrivò il medico ero già migliorato tanto che il medico non trovò alcun motivo per fare qualcosa. Ho avuto ancora qualche giorno di dolore, meno appetito ma poi tutto è passato. Ora sto molto bene. Psichicamente mi sento a posto. Non ho bisogno di piangere, di mandar sospiri, persino canto un po' qualche volta, a modo mio e, naturalmente, non troppo forte. Non riesco a sopportare le notti. Dalle otto di sera fino alle sette del mattino non posso dormire. Così la notte sto sveglio molto tempo: qui infatti le notti superano le normali notti alle quali ero abituato. Vi racconterò il mio orario, ma non dovete prenderlo troppo alla lettera. Qui non è possibile. Verso le sette del mattino mi alzo: suona il campanello e la luce si accende. Breve preghiera del mattino. Disfo il letto, piego le coperte e le lenzuola, prendo l'acqua, poi in ginocchio recito le preghiere della Santa Messa e la Comunione Spirituale. Poi arriva il caffè in un bicchiere di stagno di mezzo litro. Vi inzuppo il pane. Dico l'Angelus. Quindi faccio colazione. Qualche volta alla settimana faccio pulizia della cella. Ogni tanto di mattina, riceviamo un giornale che leggiamo dopo la colazione. Poi mi lavo e mi vesto. Sino a questo momento sto in pigiama: lo trovo molto comodo. E arrivo alle otto e mezzo o nove. Recito il Mattutino, Lodi e Prima, faccio una mezz'ora di meditazione. L'orario è un po' diverso da quello del convento, ma mi devo adattare. Dalle dieci fino alle undici e mezzo, lettura e se ho la carta posso anche scrivere. Sono occupato a stendere la Vita di Santa Teresa per lo « Spectrum ». Ho steso il primo getto di sei dei dodici capitoli previsti. Verso le undici e mezzo recito le ore minori, poi faccio pranzo, recito l'Angelus, faccio l'Adorazione Spirituale, canto un « Adoro te », poi passeggiata, tre metri avanti, tre metri indietro e poi da capo. Qualche volta mi viene da ridere. Alle due recito Vespro e Compieta. Poi mi metto a leggere e a scrivere. Alle quattro faccio mezz'ora di meditazione. Verso le cinque viene il pane per la sera con il latte. Alle sette e mezzo, preghiera della sera, Rosario. Alla sera la luce non si accende più. L'orario qualche volta viene interrotto per degli esercizi a comando: ogni giorno, salvo la domenica, sport. Con settanta uomini dello stesso corridoio si deve girare su di una piccola piazza, correre, muovere le braccia e le gambe: è proprio un divertimento. Dura un dieci minuti o un quarto d'ora. Andando là, portiamo con noi 1a pattumiera e nel ritorno la riportiamo vuota. Generalmente due volte alla settimana possiamo farci la barba e vengono distribuite le macchinette per la barba. Ma qualche volta passano anche due, quattro e persino otto giorni senza farsi la barba, tanto che cominciavo ad avere l'aspetto di un patriarca. Qualche volta viene anche l'ordine di lucidare la suppellettile di legno e di lavare il pavimento della cella, ecc. Partecipo a tutto. Due volte sono venuti a prendermi per fare una doccia. L'altro ieri ho avuto dalla lavanderia Tettero di Loosduinen un doppio sacco con biancheria: quella sporca se la sono portata. Magnifico. C'era un solo paio di calze: un po' troppo poco. Sono stato molto contento della lettera del P. Priore del 21 febbraio in risposta alla mia del 12. L'ho ricevuta il 26 febbraio. È stata per me una grande gioia. Tante grazie per la lettera, per la Messa, per le preghiere e per l'adempimento di quanto avevo incaricato di fare. È la prima e finora l'unica lettera che ho ricevuto. La cosa migliore sarà che il P. Priore scriva per tutti come fa il Provinciale per Amandus: molte notizie in poche parole. Il Priore potrebbe anche chiedere di farmi visita. Come va in famiglia? Gatsche tanti auguri per il 13 marzo. Come stanno Uberto, Cipriano, il Parroco, P. Thomas, Ewald? Come stanno i miei colleghi? Ha fatto la laurea Vos de Wael? È già arredata la casa di Rochus? Il pacchetto non l'ho ricevuto: forse non si può. Ho cominciato di nuovo con la Settuagesima. Ricordatemi tutti, lo, farò anch'io di voi. |
Successivamente P. Tito viene trasferito ad Amersfoort: ne dà notizia al suo Priore e ai confratelli con una lettera. Egli dice di essersi già abituato alla nuova situazione, e si rallegra per lo scambio di preghiere che si è stabilito tra lui e i confratelli e i familiari lontani.
| « Reverendo P. Priore, ecc.
Sarà sorpreso di ricevere ora una lettera da Amersfoort. Mi trovo qui fin da giovedì. Si tratta di un grande cambiamento, come lei capirà, ma ho imparato ad adattarmi anche qui. Anzi, le devo dire che mi sono già abituato bene. La solitudine della cella è passata. Ora ho più aria fresca e contatto con tanti conoscenti. Niente preoccupazioni, perciò. Va tutto bene. Posso scriverle una lettera al mese. Il contenuto della lettera,lo riferirà poi agli altri, come ebbi già modo di dirle, e mi risponda per tutti una volta al mese. Molte notizie in poche parole. Un quarto di foglio, scritto da tutte e due le parti. Su una lettera possono scrivere anche altre persone. Sono proibite buste foderate. Per la risposta alleghi un francobollo di cento 7 1/2 (...) Vivo con voi tutti. Come mi consola il sapermi nel vostro interessamento e nelle vostre preghiere! A Scheveningen non ho più ricevuto il pacchetto. Qui non è permesso ricevere pacchi, ma mi farebbe un gran piacere ricevere un vaglia di 20 fiorini ogni mese. Anticipatamente la ringrazio. » |
Sempre dal campo di Amersfoort, p. Tito scrive nuovamente al suo Priore a Nimega e, per suo tramite, a tutti i conoscenti. Dice ancora di essersi adattato bene alla vita del campo, così diversa dal carcere di Scheveningen. Si preoccupa di calmare le ansie dei conoscenti per le sue condizioni fisiche. Dichiara di voler sopportare tutto, fino a quando lo vorranno coloro che dispongono della sua vita. Continua a vivere in comunione spirituale con tutti, adempie a tutte le pratiche di pietà che gli sono care.
| « Amersfoort, 1º aprile 1942
Caro P. Priore, ecc. Al principio di ogni mese qui al campo possiamo scrivere una lettera e così vengo a dirle che qui mi sono adattato molto bene, nonostante che il cambiamento da Scheveningen a qui sia grande. Il contatto con tanti conoscenti e la conoscenza fatta con tanti altri fanno da contrasto con la solitudine di Scheveningen. Qui hanno abbastanza riguardo della mia salute e della mia età, cosicché voi non dovete preoccuparvi. Le cure mediche qui sono più intense che a Scheveningen. Anche qui io sopporterò tutto fino a quando si riterrà necessario di tenermi. Della durata non si può dire niente. Sono stato molto contento della vostra lettera del 21 marzo. È bene che lei abbia scritto di nuovo perché da Scheveningen non mi sono state recapitate più lettere. Ringrazio il padre Provinciale per i saluti e le preghiere di tutti. Vivo in comunione spirituale, per quanto mi riguarda, con tutti. Recito il breviario come i fratelli laici. Vorrei chiedere se i quindici Pater Noster per le Lodi Vespertine valgono anche per la Compieta, oppure se debba aggiungere ancora sette Pater Noster per la Compieta. Com'è la usanza? Spero e prego che Cipriano, Pacifico, Ewald, Vitalis e gli altri malati guariscano presto. Ad Uberto saluti speciali: non si preoccupi per me. La letterina di Gatsche mi ha fatto bene. Capisco molto bene che pregano per me e parlano tanto di me. Ringrazio tutti, anche Enrico e Barbara. Vorrei sapere di più sulla situazione dei corsi universitari. Auguro a Giorgio tanto successo. Anche a fra Simone e a fra Franco auguri per il loro nuovo impiego. La notizia riguardante Utilitas l'ho letta con animo amareggiato. Era da temere. Saluti a Bodwes. Non capisco il motivo del rinvio della laurea di Vos de Wael. Ma al giorno di oggi tante case non si capiscono. Anche questa avrà una sua ragione. Buona Pasqua a tutti. Canto l'Alleluia con voi. Ci ricorderemo reciprocamente. In Cristo vostro Tito Brandsma. » |
Ultima lettera ai familiari
Dal campo di Amersfoort p. Tito fu trasferito di nuovo al carcere di Scheveningen, presso l'Aja. Il nuova soggiorno fu assai breve. Da questo posto egli annuncia ai suoi familiari la decisione delle SS di inviarlo in Germania, al campo di concentramento di Dachau. Sarà la sua ultima lettera. Poi, il silenzio di Dachau.
| « L'Aja, 6 maggio 1942
Ora sono di nuovo a Scheveningen, ma solo per breve tempo, perché hanno deciso di mandarmi al campo di concentramento di Dachau, vicino a Monaco. Probabilmente partirò sabato prossimo. Troverò anche laggiù conoscenti e Iddio è dovunque. Di salute sto bene. Per questo nessuna preoccupazione. Ho la fortuna di lasciar passare tutto tranquillamente. Saluti cordiali ai bambini, a Barbara, ad Enrico, a tutta la famiglia, al Parroco ed ai Cappellani. Capisco che vi preoccupate per me. Voi ed anche i piccoli pregate per me e sono grato per il vostro affetto. Rimaniamo uniti nel Signore fino a quando non ci rivedremo. Da Dachau scriverò di nuovo al P. Priore di Nimega. Voi potete inviare a lui la risposta come per il passato. Auguri ad Elena per il suo compleanno il 25 aprile e a Teresa per il 28 maggio. Vivo sempre per voi. P. Tito Brandsma » |
Opere [modifica]
- 2013 "Tito Brandsma", Per vivere senza crudeltà sugli animali, con un'introduzione di Leonardo Caffo, Perugia: Graphe.
Note [modifica]
- ^ Santino Scapin,Nella notte la libertà. Tito Brandsma giornalista martire a Dachau con una antologia dei suoi scritti Edizioni Rogate, Roma 1985; ripubblicata poi nel 1990 insieme a Bruno Secondin con il titolo Tito Brandsma. Maestro di umanità martire della libertà per i tipi delle Edizioni Paoline.
Voci correlate [modifica]
Collegamenti esterni [modifica]
Scheda su Beato Tito Brandsma in Santi, beati e testimoni - Enciclopedia dei Santi. SantieBeati.it
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