Senso comune

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La locuzione senso comune è intesa dalla filosofia del senso comune della Scuola scozzese, come un istinto originario dell'uomo in grado di riconoscere intuitivamente, senza ricorrere all'uso della ragione, i fondamentali principi del conoscere (per es. l'esistenza di una realtà esterna), dell'agire morale (per es. il principio della libera volontà), del credere religioso (per es. l'idea di Dio).[1]

Senso comune e buon senso[modifica | modifica wikitesto]

«Il Buonsenso, che già fu capo-scuola
      Ora in parecchie scuole è morto affatto;
      La Scienza, sua figliola,
      L'uccise, per veder com'era fatto.»[2]

L'espressione "senso comune" può però generare confusione se la si considera come un sinonimo di "buon senso" quando in effetti dei due comportamenti vi è una diversa valenza:

  • il "senso comune" cioè «un giudizio senz’alcuna riflessione, comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione o da tutto il genere umano.» [3] può essere valutato positivamente se lo si intenda con il significato che ad esempio gli attribuiva Thomas Reid (1710-1796), della scuola filosofica scozzese, che opponeva alla scetticismo di David Hume «l'evidenza del senso comune».

Nelle tradizioni antiche il fatto che certe convinzioni fossero condivise da un gran numero di uomini costituiva una garanzia della loro verità. Questo atteggiamento veniva definito con la locuzione "consenso universale" o "consensus gentium" ("consenso delle genti, dei popoli") che si ritrova per la prima volta nello stoicismo come dimostrazione di verità.[4]

  • Il senso comune può però essere inteso come il risultato di un ingenuo e acritico approccio a questioni affrontate superficialmente e sbrigativamente date per risolte. In questo caso il giudizio comune si presenta spesso come falso se messo alla prova del sapere scientifico e specialistico. Questo considerazione svalutativa si ritrova nei primi filosofi greci e nella filosofia moderna.[5]

Dato che poi il buon senso di solito appartiene a pochi può accadere che questi si ritraggano di fronte al senso comune, ossia al giudizio di una più estesa maggioranza che la pensi diversamente e che faccia quindi prevalere una falsa opinione:

« Il buon senso c'era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune.[6] »

Storia del significato dell'espressione[modifica | modifica wikitesto]

In filosofia la locuzione usata da Aristotele "senso comune" (κοινὴ αἴσϑησις, sensazione comune) vuole indicare quella percezione che unifica i dati sensibili.

Aristotele infatti usa l'espressione riferendola ai sensibili comuni come la figura, il numero, la grandezza, ossia termini connessi a quelle caratteristiche che noi ritroviamo in ogni nostra sensazione che, per quanto diversa nei suoi contenuti, avrà sempre un oggetto reale di riferimento, come una figura o un numero.[7] Di senso o sensorio comune parlano anche gli Scolastici, quali ad esempio San Tommaso d'Aquino (cfr. Commentario al De anima) intendendolo come quella facoltà dell'anima che assolve a diversi compiti:

  • mettere a raffronto il contenuto dei diversi sensi (se ad esempio ciò che ho sentito corrisponde a ciò che vedo);
  • unificare i contenuti sensibili in un'unica percezione (ad esempio: il colore e l'odore unificati nel gusto di un'arancia);
  • riferire ogni sensazione alla coscienza del sentire (non di tutte le sensazioni noi siamo coscienti) [8].

Il senso comune in Cicerone[modifica | modifica wikitesto]

Questa attività che San Tommaso riferisce all'anima, la si ritrova nello stoicismo e, attraverso questo, nella filosofia di Cicerone che opera una sintesi eclettica dei dibattiti che si erano creati, a proposito di questo concetto, tra gli stoici e gli epicurei, arrivando a un nuovo significato del senso comune: secondo il suo pensiero il termine ha valore di consenso universale, ossia quelle concezioni ritenute vere dalla universalità degli uomini.

Il senso comune da Cicerone, Cartesio, Buffier, Hume a Thomas Reid[modifica | modifica wikitesto]

Vari filosofi hanno usato questo termine, attribuendogli significati non sempre coincidenti; fra essi: Locke, Moore e Gramsci, sino all'uso tecnico che Thomas Reid fa di questa espressione.

Thomas Reid

Durante l'Illuminismo scozzese, Thomas Reid (1710-1796) aveva scritto una Ricerca sulla mente umana in base ai principi del senso comune, pubblicata nel 1764. L'opera era composta sulla base di appunti e idee che il filosofo di Aberdeen andava elaborando da tempo.

Thomas Reid recuperava il significato del concetto dal sensus communis di Cicerone attraverso le opere del francese Claude Buffier.

Quest'ultimo aveva parlato di sens commun in polemica con il razionalismo cartesiano che aveva trattato del senso comune, riferendolo, nella parte introduttiva del Discorso sul metodo, a quella «sana ragione» che, se ben applicata, risolve i problemi dell'esistenza quotidiana.

« Il buon senso è la cosa nel mondo meglio ripartita: ciascuno infatti pensa di esserne ben provvisto, e anche coloro che sono i più difficili a contentarsi in ogni altra cosa, per questa non sogliono desiderarne di più. Né è verosimile che tutti s'ingannino; anzi ciò dimostra che la facoltà di ben giudicare e di distinguere il vero dal falso (ch'è propriamente quello che si dice buon senso o ragione) è eguale per natura in tutti gli uomini... »
(Renè Descartes Discorso sul metodo, a cura di A.Carlini, Laterza Bari 1963, pp.33)

È necessario osservare che l'utilizzo dell'espressione buon senso, per tradurre il termine inglese common sense, non è corretto. È probabile che questo errore provenga dal doppio significato della frase common sense, che per Reid è un technical term, vale a dire, una frase con un significato specifico riferito al contesto in cui viene utilizzato. Nell'accezione utilizzata da Reid, common sense non è il buon senso, ma il legame sociale che permette alle persone di ragionare e di capirsi.

La filosofia commonsensista reidiana si pone quindi in opposizione alle conclusioni scettiche della filosofia di David Hume, secondo il quale la conoscenza empirica non potrà mai darci logicamente nulla di certo, essendo sostanzialmente basata sulle sensazioni contingenti.
Reid infatti recupera i principi "solidi" presenti nel senso comune di tutte le persone, contro lo scetticismo radicale attribuito a David Hume.[9]

Il senso comune nel pensiero americano[modifica | modifica wikitesto]

La filosofia di Reid eserciterà immediatamente un grande influsso, a livello internazionale, sulle altre teorie filosofiche: la Francia è uno dei primi paesi ad accogliere la dottrina del senso comune, e grande diffusione si avrà pressoché immediatamente nei neonati Stati Uniti d'America, dove diventa la prima filosofia delle Università e dei ceti colti.

La filosofia del senso comune contribuirà inoltre al pragmatismo americano, e sarà recuperata da Moore nella sua polemica nei confronti di quelle tesi filosofiche, come ad esempio quelle che negavano la realtà del tempo, che siano contrarie a quei fatti che il senso comune riconosce come reali e veri.[10]

Il senso comune nel pensiero odierno[modifica | modifica wikitesto]

Nelle scienze psicologiche e filosofiche moderne, riferirsi al senso comune equivale ad accettare posizioni pregiudiziali irriflesse, ossia a prendere acriticamente per vera un'opinione o un "sapere" che hanno solo il merito di essere diffusi.

Ad esempio, l'antropologo Clifford Geertz (1926-2006) definisce il senso comune come un "sistema culturale" che «può variare drammaticamente da un popolo a un altro», spezzando così il carattere di universalità che alcuni connettono al concetto, mettendo così utilmente in crisi ogni atteggiamento etnocentrico. Anche la tradizione sociologica è molto critica nei confronti del senso comune, giudicandolo al pari di una forma di conoscenza inferiore al sapere scientifico. Émile Durkheim (1858-1917) lo associa a delle premonizioni, mentre Pierre Bourdieu (1930-2002) lo assimila a delle «evidenze immediate e spesso illusorie».
Epistemologi, sociologi, antropologi e storici della scienza, infatti, distinguono dal senso comune il rigore del metodo scientifico, che non si eserciterebbe se non dopo un "taglio radicale" con il senso comune vigente in un tempo e in un luogo dati, cioè con la cosiddetta rottura epistemologica.

In ogni caso, il senso comune è preso in seria considerazione, soprattutto da un punto di vista critico, dalla filosofia contemporanea di tradizione "tomistica" dei teorici Jacques Maritain e Etienne Gilson, dalla scuola ermeneutica di Hans-Georg Gadamer e Luigi Pareyson e da quella analitica di Ludwig Wittgenstein e Donald Davidson. Inoltre, il senso comune è al centro del sistema di "logica aletica" proposta da Antonio Livi, su cui questo autore ha incentrato il fondamento epistemico di ogni forma di conoscenza, basata sul metodo della "presupposizione" e sul "principio di coerenza".

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Vocabolario Treccani della lingua italiana alla voce corrispondente
  2. ^ Giuseppe Giusti (1809-1850), Epigramma
  3. ^ (Giambattista Vico, Degnità della Scienza Nuova, XII
  4. ^ Cfr. voce corrispondente in Enciclopedia Treccani
  5. ^ AA.VV. Valore e limiti del senso comune, a cura di Evandro Agazzi, FrancoAngel editore, 2004
  6. ^ Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, Cap. XXXII
  7. ^ Elio Franzini, Filosofia dei sentimenti, ed. Pearson Paravia Bruno Mondadori, 1997, p.189
  8. ^ Si veda a questo proposito la teoria di Leibniz delle petites perceptions in Nouveaux Essais sur l'entendement Humain
  9. ^ Va comunque ricordato che lo scetticismo di Hume non viene comunemente considerato radicale, e che egli stesso, in alcune pagine del suo Trattato sulla natura umana, fa riferimento al buon senso comune.
  10. ^ Se il tempo non fosse qualcosa di reale, dice Moore, dovrei negare che oggi ho fatto colazione prima di pranzare? Il common sense, il buon senso ne sarebbe oltraggiato.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Antonio Livi, Filosofia del senso comune. Logica della scienza e della fede, nuova edizione interamente rielaborata, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2010.
  • Antonio Livi, Il senso comune tra razionalismo e scetticismo, Massimo, Milano 1992.
  • Antonio Livi, Critica del sentido comun. Logica de la ciencia y posibilidad de la fe, Rialp, Madrid 1997.
  • Paolo Terenzi, Per una sociologia del senso comune. Studio su Hannah Arendt, Rubbettino, 2002.
  • Antonio Livi, Philosophie du sens commun. Logique aléthique de la science et de la foi, Éditions L'Âge d'Homme, Paris-Lausanne, 2003.
  • Evandro Agazzi (ed.), Valore e limiti del senso comune, Franco Angeli, Milano 2003.
  • Clifford Geertz, Interpretazione di culture, trad. it. Bologna, il Mulino 1998 (ed. or. 1973).
  • Giulio Angioni, Fare, dire, sentire: l'identico e il diverso nelle culture, il Maestrale, Palermo, 2011.
  • Antonio Livi, La ricerca della verità. Dal senso comune alla dialettica, Casa editrice Leonardo da vinci, Roma 2005.
  • Antonio Livi, Senso comune e logica aletica, Casa editrice Leonardo da Vinci, Roma 2005.
  • Antonio Livi, Metafisica e senso comune, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2010.
  • Philip Larrey (ed.), Per una filosofia del senso comune. Studi in onore di Antonio Livi, Italianova, Milano 2009.
  • Mario Mesolella (ed.), I filosofi moderni del senso comune: Pascal, Buffier, Vico,Reid, Rosmini, Balmes, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2010.

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