Lorenzino de' Medici

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Medaglia con effige di Lorenzino de' Medici

Lorenzo (Lorenzino) di Pierfrancesco de' Medici, detto anche Lorenzaccio (Firenze, 22 marzo 1514Venezia, 26 febbraio 1548), è stato un politico, scrittore e drammaturgo italiano, esponente della famiglia Medici.

Appartenente al ramo popolano della celebre dinastia, è passato alla storia soprattutto come assassino di suo cugino, il duca Alessandro de' Medici.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Ritratto immaginario di Lorenzino de' Medici nell'opera Lorenzaccio di Alfred de Musset

I primi anni e l'adolescenza[modifica | modifica sorgente]

Nato a Firenze, era figlio di Pierfrancesco de' Medici e di Maria Soderini. Dopo la morte del padre (1525), che avvenne quando era appena undicenne, fu allevato dalla madre e dai tutori Giovanni Francesco Zeffi - che gli insegnò i primi rudimenti di « umane lettere »[1] - e Varino Favorino di Camerino alla villa del Trebbio, dove crebbe accanto al futuro Cosimo I de' Medici e al futuro duca Alessandro, figlio illegittimo probabilmente del cardinale Giulio de' Medici, asceso al soglio pontificio con il nome di Clemente VII.

Nel 1526 fu portato con il fratello minore Giuliano e con Cosimo a Venezia per sfuggire dall'agitazione a Firenze, con l'arrivo dei Lanzichenecchi. La loro messa in salvo in anticipo fu provvidenziale perché solo un anno dopo, alla notizia del Sacco di Roma che aveva destabilizzato Papa Clemente VII, un Medici, signore a distanza di Firenze, i signori vennero cacciati da Firenze.

Lorenzino visitò così Treviso, Padova e Vicenza, prima di tornare in Toscana. Nel 1529 figurava a Bologna, probabilmente per sfuggire al sacco del Mugello da parte delle truppe imperiali e pontificie che si apprestavano a cingere Firenze sotto il famoso assedio.

Nel 1530 andò a Roma, dove si guadagnò una cattiva fama di tagliatore di teste alle statue antiche (nientemeno che dall'arco di Costantino), che gli valse una disonorevole cacciata dalla città e il soprannome di Lorenzaccio. Durante una notte della fine di quell'anno, infatti, Lorenzino mutilò le figure antiche dell'arco adiacente il Colosseo e le statue della basilica di San Paolo fuori le Mura. Solo l'intervento del cugino cardinale Ippolito salvò il ragazzo dall'ira del Papa, il quale aveva promesso di mandare a morte il responsabile dei vandalismi.[2]

I critici si sono interrogati circa le motivazioni del gesto, arrivando a vedervi, oltre al desiderio di impossessarsi di opere antiche, anche un segno della gelosia per le ricchezze del cugino pontefice[3], o un tentativo di emulazione del celebre atto compiuto da Alcibiade alla vigilia della spedizione in Sicilia, nel 415 a.C..[4] Dopo il fatto, il giovane dovette lasciare la città, e riparò a Firenze.

Il rapporto con Alessandro de' Medici[modifica | modifica sorgente]

Rientrato a Firenze quello stesso anno egli divenne ben presto il compagno degli eccessi del duca Alessandro, che nel 1530 divenne signore della città (e nel 1532, duca di Firenze). I due instaurarono un legame molto intimo, corredato forse sin dall'inizio « da mirabile astuzia ed accorti infingimenti » da parte di Lorenzino, come sostiene il Ravello. L'autenticità della loro amicizia è stata oggetto di opinioni contrastanti. Sempre secondo Ravello, « a meglio allontanare qualsiasi sospetto, che nell'animo di lui [Alessandro] potesse sorgere a suo riguardo, Lorenzino si faceva credere così vile e pusillanime, da tremare e fuggire alla vista di qualsiasi arma »[5], suscitando l'ilarità del duca, « e non tanto perché egli studiava », racconta Benedetto Varchi, « quanto perché andava molte volte solo e pareva che non apprezzasse né roba né onori, lo chiamava il filosofo, dove dagli altri che lo conoscevano era chiamato Lorenzaccio ».[6]

Il rapporto con Alessandro fu in ogni caso molto stretto e non privo di punti oscuri e, forse, di risvolti morbosi. Secondo i resoconti dell'epoca i due sarebbero stati compagni negli eccessi licenziosi - cui Lorenzino si era dedicato già a Venezia -, abituati a recarsi insieme nei bordelli e spesso visti in pubblico montare lo stesso cavallo.

Secondo lo storico cinquecentesco Scipione Ammirato, Lorenzino ebbe definitivamente in odio il cugino, e cominciò a pianificarne l'omicidio, in seguito al decesso del cardinale Ippolito, forse avvelenato per ordine dello stesso duca, ad Itri, il 10 agosto 1535[7], ma altri commentatori e storici a lui coevi ritengono che il progetto delittuoso fosse maturato nella mente del giovane già l'anno prima, quando morì l'odiato pontefice.[8]

Nella Vita, Benvenuto Cellini narra di essersi recato un giorno al palazzo del duca, meravigliandosi per la sua intimità con il cugino. Cellini, tuttavia, notò anche come il governatore della città venisse guardato dal parente « con malissimo occhio ». Nelle medesime pagine ricorda altresì che, avendo chiesto in altra occasione a Lorenzino il rovescio di una medaglia, in cui doveva effigiare il volto di Alessandro, il giovane promettesse di procurarlo al più presto, anche perché sperava « di far qualche cosa da far meravigliare il mondo ».[9]

Nel 1536, il duca si schierò contro Lorenzino nell'ambito di un'annosa lite patrimoniale venutasi a creare tra i discendenti di Pierfrancesco de' Medici, costringendo così il cugino ad una situazione che rasentava la miseria, e convolando nel medesimo periodo a fastose nozze con la figlia naturale di Carlo V, Margherita. I commentatori del tempo rivelano come il giovane propendesse ormai sempre più verso l'omicidio, e tentasse anche a più riprese, senza successo, di metterlo in atto.[10]

Il duca Alessandro

L'assassinio di Alessandro[modifica | modifica sorgente]

La sera del 5 gennaio 1537 Lorenzino fece venire Alessandro nei propri appartamenti e lo lasciò solo, con la promessa di tornare presto con la moglie di Leonardo Ginori, Caterina Soderini, o, secondo la versione di Bernardo Segni, con sua sorella Laudomia. Alessandro nel frattempo si addormentò e Lorenzino tornò solo dopo qualche ora, assieme al sicario di professione chiamato Scoronconcolo; i due dunque trovarono il duca addormentato ed inerme, senza guardie e che da solo aveva assecondato i loro piani, che prevedevano di ucciderlo accoltellandolo nel sonno. Il duca si svegliò però dopo i primi assalti e fu ucciso solo dopo una violenta lotta. Tra le motivazioni del tradimento di Lorenzino sono state portati ad esempio la sottomissione che Alessandro pretendeva da tutti, compreso Lorenzino stesso, che si sentiva invece come un suo pari; o le questioni ereditarie che lo avevano svantaggiato; ma forse vi potevano essere anche dei segreti morbosi tra i due, che comunque non sono mai stati provati.

Compiuto il misfatto, Lorenzino riuscì ad ottenere dei cavalli per lasciare la città. Giunse a Bologna, dove il giudice Salvestro Aldobrandini, di fede repubblicana e fuoriuscito fiorentino, non credette al suo racconto. Il fuggitivo proseguì allora alla volta di Venezia, accolto calorosamente da Filippo Strozzi, che gli promise di concedere alle sorelle Laudomia e Maddalena i suoi figli Piero e Roberto.[11]

La città, nel complesso, visse la morte del tirannico duca come una liberazione, e anche fuori da Firenze furono in molti a rallegrarsi dell'eliminazione di un personaggio così sgradevole (tra essi Caterina de' Medici, regina di Francia). Tra i fuoriusciti, esultarono Iacopo Nardi e Benedetto Varchi, che definì l'assassino più grande di Bruto, in un accostamento con il celebre cesaricida che sarà proposto da più parti. Anche il poeta Luigi Alamanni, dalla Francia, levò una voce di elogio per Lorenzino, mentre Jacopo Sansovino disse di volergli dedicare un monumento.

Pietro Aretino, invece, stroncò il gesto e il suo autore, affermando in una lettera a Pietro Bembo di non capire « come si possa contro ogni sentimento di umanità elevare ai quattro cieli un delinquente volgare ». Parte della popolazione, inoltre, si ribellò all'omicidio del duca, saccheggiando la casa di Lorenzino.[12]

Filippo Strozzi

Con Alessandro si estinse il ramo principale dei Medici, sebbene egli lasciasse due figli piccoli, Giulio e Giulia, che però vennero dichiarati non capaci di governare perché nati illegittimi da un padre già dalla genealogia incerta. Salì così alla ribalta un giovane di diciassette anni, che rappresentava da parte di padre il ramo secondario dei Medici e da parte di madre quello primario, Cosimo I, che perciò fu scelto come nuovo duca della città, anche con il beneplacito dei fiorentini e dell'Imperatore Carlo V.

L'esilio e la morte[modifica | modifica sorgente]

Come detto, in seguito al delitto Lorenzino prese la via dell'esilio, rifugiandosi a Venezia presso Filippo Strozzi, che ebbe forse un ruolo nell'omicidio del duca e aspirava probabilmente a subentrare al potere. Strozzi mandò il fuggitivo a Mirandola per un brevissimo periodo, da Galeotto Pico, prima che Lorenzino tornasse in laguna e salpasse poi ala volta di Costantinopoli, in compagnia di Alvise Gritti, figlio del Doge Andrea. Nulla è dato sapere circa il breve soggiorno sul Bosforo, ma in quel periodo la battaglia di Montemurlo sancì la fine delle speranze di Filippo Strozzi e di molti fuoriusciti fiorentini, con la vittoria delle truppe di Cosimo. Il protettore di Lorenzino fu arrestato e, prima di conoscere il verdetto (sarebbe stato sicuramente condannato), si tolse la vita, dopo essere stato sottoposto a tortura, nel tentativo di appurare la sua complicità nel tirannicidio.[13]

Nel timore dei sicari di Cosimo I Lorenzino si spostò nuovamente. Correva ancora l'anno 1537 quando ritornò in Italia - soggiornò a Bologna - e, subito dopo, si stabilì in Francia, accolto alla corte di Francesco I e Caterina de' Medici, i cui spostamenti seguì, vivendo dapprima a Lione e poi a Parigi. A Parigi passava la maggior parte del tempo nella casa del tesoriere del re, Giuliano Bonaccorsi, e frequentava con regolarità lo studio di Benvenuto Cellini.

Continuava tuttavia a non mantenere una fissa dimora: Alfonso Tornabuoni, rappresentante mediceo a Parigi, scriveva il 24 febbraio 1539 che « di Lorenzo […] non si sa in questo paese cosa nessuna di lui, pensasi che sia rinchiuso in un collegio in Parigi », generalmente identificato con il Collège de France, dove l'esule fiorentino perfezionò lo studio del greco, istruito da Jacques Toussain.[14] Si recava comunque spesso a Lione e a Saintes, dove lo ospitava lo zio cardinale Giuliano Soderini. Nel 1542 fu di nuovo in Toscana per cercare di ostacolare Cosimo I nella sua opera di unificazione dello stato toscano, poi tornò a Venezia. Nel 1544 tornò in Francia e poi di nuovo a Venezia. La città lagunare lo vide frequentare letterati e artisti, suoi ammiratori, e in particolare monsignor Giovanni Della Casa, il quale lo prese sotto la sua custodia. Qui ormai si era stabilito per via dell'amore verso una nobildonna. Appoggiò comunque i tentativi di estromettere Cosimo comandati dal Burlamacchi nel 1546 e da Giulio I Cybo-Malaspina (1547-1548).

Cosimo I

Cosimo faceva intanto controllare Lorenzino, spinto anche dalle pressioni spagnole e imperiali, e cominciò a pianificare la sua morte. Già una sera dell'ottobre 1546 la gondola di Della Casa, che rientrava a Venezia dopo una delle numerose gite a Murano - spesso compiute in compagnia del giovane -, venne assalita da ignoti, i quali volevano attentare alla vita di Lorenzino, quel giorno non presente sull'imbarcazione dell'amico.[15]

Le reticenze del duca mediceo, preoccupato di offendere una città che l'aveva ospitato, Venezia, persero ragion d'essere quando la Serenissima preferì non compromettersi con la Francia e rimanere neutrale. Lorenzino si espose da par suo a rischi maggiori, abbandonando la tranquilla Casa del Gonnella, nel sestiere di Cannaregio, per andare ad abitare - con la madre e lo zio cardinale - nella zona di San Polo, vicino alla bella Elena Barozzi, moglie del cavalier Zentani, con cui intrecciò una relazione.[16]

Così, nel 1548 Lorenzino venne assassinato a Venezia per mano di due sicari ("due volterrani" menzionati in una lettera: Bebo da Volterra e Francesco - Cecchino - da Bibbona[17]) che lo uccisero in Campo San Polo davanti alla casa della Barozzi. Francesco da Bibbona ha lasciato scritto un resoconto della vicenda, infarcendolo di inverosimiglianze ma permettendo comunque di acquisire dettagli sull'omicidio.[18]

Per molti secoli si è attribuito al segretario mediceo Giovanni Francesco Lottini il ruolo principale nell'organizzazione del delitto, ma nuove ricerche hanno invece dimostrato la sua estraneità al delitto.[19]

Lasciò una figlia naturale appena infante, di nome Lorenzina, che fu allevata dai parenti ed ebbe un matrimonio con un nobile romano, Giulio Colonna.

Opere letterarie[modifica | modifica sorgente]

Lorenzino fu anche uno scrittore. Nell'Apologia difese sé stesso dalla colpa dell'assassinio con notevole capacità e eloquenza, dichiarando che il suo gesto era stato mosso dall'amore verso la libertà; per questa ragione unica egli aveva seguito l'esempio di Lucio Giunio Bruto - figura fondamentale negli albori dell'età repubblicana di Roma Antica - e del più celebre Marco Giunio Bruto - uno degli uccisori di Cesare -, fingendo il ruolo di amico e cortigiano. Il tono dell'apologia è eloquente e a volte elevato, ma guardando alla biografia di Lorenzaccio ci si rende conto che egli ha spesso smentito proprio con la sua condotta il fine nobile che si vantava di professare.

Scrisse anche una commedia intitolata l'Aridosia, composta attorno al 1535 e rappresentata a Firenze con buon successo, prima allo Spedale dei Tessitori e poi a Palazzo Medici.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ F. Ravello, Introduzione a L. de' Medici, Aridosia-Apologia, Torino 1921, p. 5
  2. ^ « [Ippolito] con gran fatica poté raffrenar l'ira sua; la quale si acquietò solamente dimostrandogli che, ammazzandolo, l'infamia e il vituperio saria stato della casa de' Medici »; B. Varchi, Storie fiorentine, libro XV; per il paragrafo vedere invece F. Ravello, cit., p. 7
  3. ^ L. A. Ferrai, Lorenzino de' Medici e la Società cortigiana del Cinquecento, Milano 1891
  4. ^ A. Borgognoni, Lorenzo di Pier Francesco de' Medici, in Studi di letteratura storica, Bologna 1891, p. 9
  5. ^ F. Ravello, cit., p. 13
  6. ^ B. Varchi, op. cit., lib. cit.
  7. ^ S. Ammirato, Istorie fiorentine, Firenze, Marchini e Becherini, 1826, vol. X, lib. XXXI, p. 228
  8. ^ F. Ravello, cit., p. 15
  9. ^ B. Cellini, Vita, scritta da lui medesimo, Firenze, Barbera, 1890, I, cap. XV
  10. ^ F. Ravello, cit., p. 17
  11. ^ F. Ravello, cit., pp. 24-25
  12. ^ F. Ravello, cit., pp. 26-27
  13. ^ F. Ravello, cit., p. 41
  14. ^ F. Ravello, cit., p. 42
  15. ^ F. Ravello, cit., pp. 44-45
  16. ^ F. Ravello, cit., pp. 45-46
  17. ^ Bernardo Segni, Storie florentine di Messer Bernardo Segni, gentiluomo florentino, dall'anno MDXXVII. al MDLV, Glauco Masi, Livorno 1830, Vol. III, p.724
  18. ^ Si veda Racconto della morte di Lorenzino de' Medici, tratto da una relazione del capitano Francesco Bibbona, che l'uccise, Milano, Daelli, 1862, pp. 109 e ss.
  19. ^ Stefano Dall'Aglio, Il presunto colpevole. Giovan Francesco Lottini e l'assassinio di Lorenzino de' Medici, in Rivista Storica Italiana, CXXI (2009), pp. 840-856

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Adolfo Borgognoni, Lorenzo di Pier Francesco de' Medici, in Studi di letteratura storica, Bologna, Zanichelli, 1891.
  • Luigi Alberto Ferrai, Lorenzino de' Medici e la societa' cortigiana del Cinquecento, Milano, Hoepli, 1891.
  • Federico Ravello, Introduzione, in Lorenzino de' Medici, Aridosia-Apologia, Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese, 1921.
  • Stefano Dall'Aglio, L'assassino del duca. Esilio e morte di Lorenzino de' Medici, Firenze, L.S. Olschki, 2011.

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