La campana di vetro

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La campana di vetro
Titolo originale The Bell Jar
Autore Sylvia Plath
1ª ed. originale 1963
Genere romanzo
Sottogenere romanzo autobiografico
Lingua originale inglese

La campana di vetro (The Bell Jar) è l'unico romanzo di Sylvia Plath, originariamente pubblicato sotto lo pseudonimo di Victoria Lucas nel 1963. Il romanzo è semi-autobiografico, con i nomi di luoghi e persone cambiati per evitare oltraggi. Tuttavia, dopo il suicidio di Sylvia, il romanzo fu pubblicato con il suo vero nome, il che causò grande offesa. Una donna ritratta nel libro come "Joan" vinse il processo che riconobbe che il romanzo la etichettava ingiustamente come omosessuale.

Questo libro è spesso considerato un roman à clef, per la discesa verso la pazzia della protagonista parallela alle esperienze personali dell'autrice, affetta da grave psicosi maniaco-depressiva.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

La protagonista, Esther Greenwood, ottiene una borsa di studio a New York per lavorare in un'importante rivista, nei giorni dell'esecuzione di Ethel e Julius Rosenberg (la vera borsa di studio di Sylvia Plath fu per la rivista Mademoiselle). Esther diventa amica di Doreen, e, nonostante la consideri una "sporca comune scoria" («a dirty common slag», dove "slag" in inglese indica sia il materiale di scarto che rimane dopo che il metallo è stato rimosso dalla roccia, sia, offensivamente, una donna con molti partner), si sforza di assomigliarle in ogni modo, cercando di perdere la propria verginità ad ogni opportunità, il che diventa un'insalubre ossessione. Trova anche una figura di mecenate in Philomena Guinea, il cui personaggio è basato sul mecenate di Sylvia, Olive Higgins Prouty, autrice di Stella Dallas e Now, Voyager.

Esther ha un fidanzato, Buddy Willard, cui è diagnosticata una tubercolosi ed è mandato in un sanatorio. Esther si dimena per affrontare con successo la sua vita a New York e torna a vivere con sua madre, che lei crede essere in parte responsabile per la morte di suo padre, che era diabetico. Esther diventa sempre più depressa, e non riesce più a dormire; consulta uno psichiatra che subito le raccomanda un'elettroshockterapia. Dopo di questo, Esther fa diversi tentativi di suicidio, l'ultimo e più serio dei quali alla fine del tredicesimo capitolo. Ricalcando il vero tentativo di suicidio di Sylvia Plath, Esther lascia un appunto dicendo che farà una lunga passeggiata, scivola in cantina e ingoia quasi cinquanta pillole soporifere. Sopravvive; è poi mandata in un istituto psichiatrico, facendo, nel frattempo, altre amicizie, ed è risottoposta a un'intensa terapia elettroconvulsivante. Esther perde la sua verginità con Irwin, un professore di matematica, nel capitolo diciannove, verso la fine del libro, patisce un'inverosimile emorragia ed è ricoverata in un ospedale.

Analisi[modifica | modifica wikitesto]

Il libro è pervaso dall'ironia, specialmente in contrasto con la vita di Sylvia Plath. Esther esprime continuamente il suo odio verso i bambini e come desidera non averne mai nessuno -- benché quasi all'inizio del romanzo, mentre comincia la narrazione, Esther fa, en passant ed enigmaticamente, menzione di staccare una stella marina di plastica da una custodia per occhiali, "per farci giocare il bambino" («for the baby to play with»); tuttavia, Sylvia Plath ebbe veramente dei figli con il poeta inglese Ted Hughes. Ci sono anche dei collegamenti tra la vita dell'autrice e i Rosenberg. Sylvia fu sottoposta ad elettroshock, e i Rosenberg furono giustiziati sulla sedia elettrica; quando si suicidò, lasciò i suoi due bambini, proprio come i Rosenberg.

Alcuni critici hanno collegato il libro ad una versione femminile de Il giovane Holden (The Catcher in the Rye) di J. D. Salinger.

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