Grangia

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Grangia utilizzata come deposito delle decime.
Grangia degli apostoli a Bivongi

La parola grangia o grancia deriva da un antico termine di origine francese, granche (granaio) e indicava originariamente una struttura edilizia utilizzata per la conservazione del grano e delle sementi. Più tardi il termine fu usato per definire il complesso di edifici costituenti un'antica azienda agricola e solo in seguito assunse il valore di una vasta azienda produttiva, per lo più monastica.

Ancora oggi è possibile trovare delle grange più o meno conservate in tutta l'area occitana (Italia nord-occidentale, Francia meridionale, area pirenaica) ma anche in Italia centro-meridionale.

La grangia cistercense[modifica | modifica wikitesto]

È molto probabile che il termine grangia sia stato diffuso in Italia dai Cistercensi, un ordine religioso di origine francese che nei secoli XII e seguenti fu protagonista, soprattutto nella pianura padana, di una rinascita agricola con grandi opere di bonifica in zone acquitrinose o comunque con il dissodamento delle terre incolte.

Tali terre, recuperate all'agricoltura, garantivano in genere una buona produttività e i monaci cistercensi introdussero la, per allora, nuova rotazione triennale. I Cistercensi organizzarono le loro proprietà agricole per mezzo di aziende agrarie che dipendevano dal monastero, e, secondo l'uso francese antico, le denominarono "grange". L'ordine divenne pertanto il principale possessore di patrimonio agrario, che, grazie alle bonifiche e al dissodamento, era gestito in modo molto fruttifero.

Con il termine grangia si venne perciò a indicare sia la struttura edilizia (che normalmente risente dei canoni edilizi d'oltralpe) sia la struttura organizzativa, emanazione dell'abbazia che ha il compito di provvedere alla fornitura di generi alimentari, in primo luogo il grano, per i monaci dell'ordine. Da questa preferenza per le colture cerealicole, grangia è anche il termine usato come sinonimo di granaio.

Le grange avevano in genere la struttura che si tramanderà nella cascina lombarda: in un grande cortile da un lato vi erano i fabbricati destinati alle abitazioni, dall'altro quelli destinati alle stalle, magazzini ed officine. Data l'origine religiosa, non mancava mai una cappellina.

La loro collocazione al centro dell'unità agricola a cui erano addette aveva sempre la caratteristica di non distare mai più di una giornata di cammino dall'abbazia madre. Le grange erano affidate ai conversi, religiosi che prendevano i voti ma non avevano il grado dei monaci. Ogni domenica avevano l'obbligo di recarsi nell'abbazia e ascoltare l'omelia dell'abate.

Le terre che non avevano queste caratteristiche venivano concesse in quella sorta di affitto perpetuo che era l'enfiteusi, istituto molto diffuso tra gli ordini monastici. Ad esempio l'abbazia di Nonantola, che era benedettina, aveva terre in enfiteusi perpetua e questo regime è durato fin quasi all'epoca presente. Altri esempi di grange li troviamo nel Lazio meridionale, come la grancia di Tecchiena, che faceva capo ai Certosini di Trisulti.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Adriano Prandi, «GRANGIA», in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1933.
  • G. Donna, L'organizzazione agricola della Grangia cistercense, Riv. Est. Agr. e Genio rurale, Roma, 1943.
  • P. F. Pistilli, «GRANGIA», in Enciclopedia dell' Arte Medievale, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1996.

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