Benedetto Brin (sommergibile)

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Benedetto Brin
Brin04.jpg
Descrizione generale
Flag of Italy (1861-1946) crowned.svg
Tipo sommergibile
Classe Brin
Proprietà Flag of Italy (1861-1946) crowned.svg Regia Marina
Cantiere Franco Tosi, Taranto
Impostata 3 dicembre 1936
Varata 3 aprile 1938
Entrata in servizio 29 dicembre 1938
Caratteristiche generali
Dislocamento in superficie 1016 t
in immersione 1266 t
Lunghezza 70,5 m
Velocità in superficie 17,3 nodi
in immersione 7,7 nodi
Autonomia superficie:

in immersione:

  • 90 miglia a 4 nodi
  • 8 miglia a 8 nodi
Equipaggio 9 ufficiali
50 sottufficiali e comuni
Armamento
Armamento alla costruzione[1]:

dal 1941:

dati tratti da[2]

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Il Benedetto Brin fu un sommergibile della Regia Marina, capoclasse della classe omonima.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1939 fu impiegato in Mar Rosso ed Oceano Indiano[2] (dal 19 giugno al 5 luglio 1939 compì una crociera in Oceano Indiano insieme ad un altro sommergibile, l'Otaria, con risultati piuttosto deludenti[3]), ma all’entrata in guerra dell’Italia era l’unico sommergibile della sua classe a non essere in Mar Rosso.

Dopo quattro missioni in Mediterraneo prive di risultati, nell’ottobre 1940 fu inviato in Atlantico: partì il 28 ottobre al comando del tenente di vascello Luigi Longanesi Cattani e il 4 novembre passò lo stretto di Gibilterra; dopo essere venuto a galla, nonostante si trovasse in acque territoriali spagnole, fu attaccato da due cacciatorpediniere inglesi che cercarono di speronarlo (non aprirono il fuoco proprio perché nelle acque di una nazione neutrale); il sommergibile si rifugiò a Tangeri insieme al sommergibile "Michele Bianchi" del capitano di corvetta Adalberto Giovannini ove riparò un guasto alle batterie e ripartì poi nella notte fra il 12 ed il 13 dicembre[2].

Il 18 dicembre giunse all'imboccatura della Gironda e fu attaccato dal sommergibile britannico Tuna: nello scontro il Tuna lanciò dieci siluri, il Brin due ed entrambi aprirono il fuoco col cannone; avvistati poi due pescherecci che scambiò per cacciatorpediniere, il Tuna preferì allontanarsi (nessuno dei due sommergibili riportò danni)[4].

Svolse cinque missioni in Atlantico; il 13 giugno 1941 attaccò un convoglio britannico affondando, in un quarto d'ora, il piroscafo inglese Djurdjura (3460 tsl) ed il greco Eirini Kyriakydes (3781 tsl)[2][5]; forse danneggiò anche due mercantili del convoglio «SL. 76» (per complessive 3400 tsl)[2].

Se ne decise poi il rientro in Mediterraneo: partì il 20 agosto 1941 e arrivò a Messina i 10 settembre, svolgendo varie infruttuose missioni[2].

A inizio agosto fu inviato tra l’Algeria, Ibiza e Maiorca, in un’area compresa tra i meridiani 1°40’ E e 2°40’ E[6]. Il 10 agosto gli fu ordinato di segnalare qualunque avvistamento e di attaccare solo dopo: era infatti iniziata l’operazione britannica «Pedestal», poi sfociata nella Battaglia di mezzo agosto, e si rendeva necessario che la formazione nemica fosse attaccata da numerosi sommergibili[6]. Il sommergibile non ebbe comunque modo di portarsi all’attacco[6].

La sera del 10 giugno 1943 avvistò un convoglio nei pressi di Bougie e lanciò rispettivamente quattro e tre siluri contro due piroscafi, dei quali il primo fu visto essere colpito da due armi e sbandare sulla sinistra, mentre di quelli lanciati contro il secondo furono avvertite due esplosioni (non ci sono tuttavia conferme di danneggiamenti)[7].

Il 7 settembre 1943, nell’ambito del Piano «Zeta» di contrasto al previsto sbarco anglo-americano nell’Italia meridionale, fu disposto in agguato (unitamente ad altri dieci sommergibili) nel Basso Tirreno, tra il Golfo di Gaeta ed il Golfo di Paola[8]. Nella serata di quel giorno fu solo per uno scherzo della sorte che il sommergibile non venne affondato: verso le otto di sera del 7 settembre, infatti, il sommergibile britannico Shakespeare, in navigazione al largo di Punta Licosa, aveva avvistato due sommergibili italiani – il Velella ed appunto il Brin – che procedevano con rotte parallele alla sua, ai suoi due lati; aveva quindi scelto di attaccare il Velella perché, essendo il tramonto e trovandosi il Velella verso il mare aperto, questo era chiaramente visibile in controluce, mentre il Brin navigava nei pressi della costa e con essa si confondeva per via della sopraggiungente oscurità[9]. Colpito da quattro siluri, il Velella era affondato all'istante con tutto l'equipagio[9]. Dal Brin fu poi avvertita anche un’esplosione subacquea, chiaro epitaffio dell'altro sommergibile[9].

All’annuncio dell'armistizio si consegnò agli Alleati a Bona e il 16 settembre fu trasferito a Malta (in gruppo con altri cinque sommergibili e sotto la scorta del cacciatorpediniere Isis[10]) e da lì rientrò a Taranto il 13 ottobre 1943, assieme ad altri 14 sommergibili[11] per lavori; fra il maggio 1944 ed il dicembre 1945 fu impiegato per l’addestramento delle unità antisommergibili britanniche a Colombo (Ceylon)[2].

Radiato il 1º febbraio 1948 fu poi demolito[2].

In Mediterraneo aveva effettuato 17 missioni offensive e 16 di trasferimento, navigando per 26.426 miglia[2]; fu l'unico dei cinque sommergibili della sua classe a sopravvivere alla guerra.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Da Navypedia.
  2. ^ a b c d e f g h i R. Smg. "BRIN"
  3. ^ Giorgio Giorgerini, Uomini sul fondo. Storia del sommergibilismo italiano dalle origini ad oggi, p. 217
  4. ^ Giorgio Giorgerini, Uomini sul fondo. Storia del sommergibilismo italiano dalle origini a oggi, p. 323
  5. ^ Giorgio Giorgerini, Uomini sul fondo. Storia del sommergibilismo italiano dalle origini a oggi, p. 491
  6. ^ a b c Giorgio Giorgerini, Uomini sul fondo. Storia del sommergibilismo italiano dalle origini a oggi, p. 333
  7. ^ Giorgio Giorgerini, Uomini sul fondo. Storia del sommergibilismo italiano dalle origini a oggi, p. 359-360
  8. ^ Giorgio Giorgerini, Uomini sul fondo. Storia del sommergibilismo italiano dalle origini a oggi, p. 364
  9. ^ a b c http://www.hdsitalia.com/articoli/29_velella.pdf
  10. ^ J. Caruana su Storia Militare n. 204 - settembre 2010, p. 54
  11. ^ J. Caruana su Storia Militare n. 204 - settembre 2010, p. 63