Querini

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Querini è una famiglia patrizia di Venezia appartenente al gruppo di famiglie originarie, presenti all'epoca della fondazione della Serenissima.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Basandosi esclusivamente sull'omonimia, vari storici e genealogisti del passato legano le origini di questa casata alla gens Sulpicia, della quale un ramo fu contraddistinto dal cognomen Quirino. Gli stessi, di conseguenza, la ritengono discendere dall'imperatore Sulpicio Galba e annoverano tra i suoi membri i dogi Maurizio e Giovanni Galbaio[1][2].

Di fatto le origini della famiglia sono incerte. Provenienti, forse, da Eracliana (ovvero Cittanova), dapprima si stabilirono a Torcello e successivamente a Venezia (dimoravano originariamente nel confinum di Santa Ternita[3]), prendendo parte attiva alla vita politica ed economica della comunità dall'XI secolo[4][5]. Nel 1159 il mercante Domenico Querini e suo figlio Pietro risultano attivi a Costantinopoli[3].

Alla fine del Duecento i Querini erano già una delle casate più ricche e potenti di Venezia. Ma appena qualche anno più tardi alcuni membri della Ca' Mazor (la linea principale) figurarono fra i cospiratori della congiura del Tiepolo. Riuscirono però a rifarsi volgendo i propri interessi lontano dalla capitale, verso l'Oriente e la Terraferma[2][4].

Querini dalle Papozze (Ca' Granda)[modifica | modifica wikitesto]

Residenti nella parrocchia di San Matteo di Rialto, erano considerati la linea principale della famiglia, tanto da essere soprannominati "Ca' Granda" o "Ca' Mazor"[6].

La loro ascesa sociale si deve anzitutto alla carriera ecclesiastica di Leonardo Querini, creato nel 1229 primicerio di San Marco e nel 1238 patriarca di Grado. Due figli di suo fratello Romeo, Giovanni e Bartolomeo, divennero a loro volta vescovi, l'uno a Ferrara, l'altro a Castello[3].

Giovanni permise alla famiglia di radicarsi in terraferma acquisendo cospicue proprietà nel Ferrarese e nel Polesine, territori sotto il controllo degli Estensi. Il 14 novembre 1255 presenziò alla vendita con cui il ferrarese Tebaldino detto Papozzo cedeva terre e valli situate a Papozze agli altri figli di Romeo Querini (Marco, Matteo, Jacopo, Filippo e Tomaso). Negli anni successivi, le proprietà si estesero anche ai centri dei dintorni, come Tresigallo[3][7].

In un'epoca in cui il patriziato veneziano era perlopiù dedito alla mercatura, specialmente via mare, questo ramo volgeva i propri interessi all'economia rurale. Per questo motivo, adottò una politica favorevole alle signorie di terraferma e filopapale, fatto che, alla fine del Duecento, la mise in contrasto con le posizioni del doge "ghibellino" Pietro Gradenigo, fautore della Guerra di Ferrara (1308-1309)[6].

La famiglia si ritrovò direttamente coinvolta nella celebre congiura del Tiepolo del 1310 e proprio Marco di Nicolò fu uno dei capi dei ribelli. Come noto, il colpo di mano fu un fallimento e lo stesso Marco vi trovò la morte assieme al figlio Benedetto. Come conseguenza, i Querini furono esclusi in perpetuo dall'accesso al dogado e vennero obbligati a cambiare stemma (quello originale era "inquartato di rosso e d'argento"), mentre il loro palazzo veniva distrutto[2][4][6].

Nonostante ciò, la famiglia riuscì a mantenere le sue proprietà in terraferma almeno sino ai primi del Quattrocento[7].

Querini Stampalia[modifica | modifica wikitesto]

Stemma dei Querini Stampalia
Coa fam ITA querini.jpg
Blasonatura
D'oro, alla fascia d'azzurro, caricata di tre gigli del campo[8].

Questo ramo discendeva dalla "Ca' Mazor", ovvero dalla linea principale della casata[1].

All'inizio del Trecento, dopo la congiura del Tiepolo, un Giovanni si stabilì a Rodi e acquistò l'isola greca di Stampalia. Assieme a Santorini e Amorgo, andò a costituire una piccola contea che la famiglia detenne sino al 1537, quando i territori furono conquistati dagli Ottomani guidati da Aruj Barbarossa. La linea era altrimenti nota come "dai Gigli" (Zij in veneziano) in riferimento allo stemma caricato di tre gigli d'oro, ricordo dell'attività di Fantino di Giovanni, ambasciatore in Francia. A partire dalla metà del Trecento risultarono domiciliati in un palazzo a Santa Maria Formosa che detennero sino alla loro estinzione[1][2][4].

Fra i membri illustri, si ricordano il cardinale Angelo Maria, fondatore della biblioteca Queriniana di Brescia, e Andrea, mecenate protettore di Carlo Goldoni. Va citata inoltre Elisabetta Querini, sposa del doge Silvestro Valier[2][4].

Alvise di Giovanni (1758-1834), funzionario presso il governo del regno napoleonico d'Italia, fu il primo ad adottare in via ufficiale il secondo cognome "Stampalia" per distinguersi da un collega omonimo[4].

Si estinsero nel 1869 con la morte di Giovanni di Alvise: costui, per lascito testamentario, volle che alla sua morte tutti i beni accumulati nei secoli dalla famiglia restassero alla fondazione Querini Stampalia, divenendo così un patrimonio accessibile a tutti[4].

Dimore dei Querini[modifica | modifica wikitesto]

Venezia[modifica | modifica wikitesto]

Ville di Terraferma[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Francesco Schröeder, Repertorio genealogico delle famiglie confermate nobili e dei titolati nobili esistenti nelle Provincie Venete, Vol. 2, Venezia, Tipografia di Alvisopoli, 1830, pp. 181-187.
  2. ^ a b c d e Giuseppe Tassini, Curiosità Veneziane, note integrative e revisione a cura di Marina Crivellari Bizio, Franco Filippi, Andrea Perego, Vol. 2, Venezia, Filippi Editore, 2009 [1863], ISBN 978-88-6495-063-1.
  3. ^ a b c d Giancarlo Andenna, QUERINI, Bartolomeo I, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2016. URL consultato il 2 marzo 2017.
  4. ^ a b c d e f g La famiglia Querini Stampalia, Fondazione Scientifica Querini Stampalia. URL consultato il 14 dicembre 2011.
  5. ^ Querini, su Enciclopedia Italiana di scienze, lettere ed arti, Treccani. URL consultato il 14 gennaio 2011.
  6. ^ a b c Giuseppe Gullino, QUERINI, Marco, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2016. URL consultato il 1° marzo 2017.
  7. ^ a b Vittorio Lazzarini, Possessi e feudi veneziani nel Ferrarese, in Miscellanea in onore di Roberto Cessi, vol. 1, 1958, pp. 213-232.
  8. ^ Alessandro Augusto Monti Della Corte, Armerista bresciano, camuno, benacense e di Valsabbia, Brescia, Tipolitografia Geroldi, 1974.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giuseppe Tassini. Curiosità veneziane. Venezia, Filippi Editore, ed. 2009.
  • Marcello Brusegan. La grande guida dei monumenti di Venezia. Roma, Newton & Compton, 2005. ISBN 88-541-0475-2.
  • Marcello Brusegan. I palazzi di Venezia. Roma, Newton & Compton, 2005. ISBN 88-541-0820-2.

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