Pro Caelio

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La Pro Caelio è un'orazione che Marco Tullio Cicerone tenne il 4 aprile 56 a.C. in difesa di Marco Celio Rufo, suo allievo ed amico.

Celio era stato accusato di vis, ossia violenza in generale, in verità di stampo politico. In particolare gli accusatori, Lucio Sempronio Atratino e Publio Clodio Pulcro, consideravano Celio reo di

  1. aver sobillato disordini a Napoli
  2. aver danneggiato la proprietà di Palla
  3. aver assalito la delegazione alessandrina a Pozzuoli
  4. aver preso a prestito denaro per l'omicidio di Dione di Alessandria e, conseguentemente, aver tentato l'avvelenamento di Clodia
  5. aver ucciso Dione di Alessandria

Cicerone difende Celio dalle prime accuse facendo leva sulla giovane età dell'imputato, portando ad esempio il fatto che anche grandi uomini dell'antica Roma avevano commesso diversi errori in gioventù, si sofferma invece in maniera maggiore sull'omicidio di Dione, di cui ritiene colpevole Tolomeo XII Aulete.

Insieme alla trattazione più tecnicamente giuridica del fatto, Cicerone utilizza molto lo strumento comico (con quel delectare che era in effetti uno dei punti chiave dell'oratoria ciceroniana) e fornisce interessanti ritratti della società romana contemporanea, tra cui quello di Clodia, dipinta come una donna di facili costumi che ha traviato Celio.

La Pro Caelio, che consta di 80 capitoli, è considerata uno dei migliori esempi di oratoria, uno dei primi casi trattati da Cicerone nei quali si riscontra davvero l'applicazione pedissequa della teoria ciceroniana sull'oratoria.

Introduzione[modifica | modifica wikitesto]

L’orazione è datata 4 aprile 56 a. C., un giorno di festa, in quanto proprio in quel giorno si aprivano a Roma i ludi Megalenses. Li presiedeva Publio Clodio, in veste di edile curule; e c’era da aspettarsi che egli cogliesse l’occasione per celebrare con speciale solennità la festa della Grande Madre Idea, il cui trasferimento dalla Frigia a Roma nel 204 a. C. era legato ai fasti della sua gens. L’oratore moltiplica le allusioni agli spettacoli teatrali, vero e proprio filo conduttore  che si dipana lungo l’intera orazione; l’atmosfera del ludi e della scaena viene portata direttamente davanti ai giudici grazie alla citazione dei versi della Medea enniana. Al v. 25 l’oratoria di Erennio, uno degli accusatori, è caratterizzata come quella di un pertristis patruus, lo zio brontolone della commedia; maschere sceniche, personae, sono le due personificazioni di Appio Claudio Cieco e Publio Clodio Pulcro (vv. 33-36). Ancora accenni alla commedia (Terenzio, Andria 126) si ritrovano al v. 61 con hinc illae lacrumae, espressione che viene ora a designare l’origine dei mali di Celio. Infine, nella sezione in cui si narra l’avventura dei bagni (vv. 61-66), ancora una volta egli riporta il suo pubblico davanti alla scena, che è questa volta, quella sconclusionata di un mimo, inscenato dalla fantasia creatrice di Clodia, fabularum poetria. Cicerone cerca, quindi, di trasformare il tribunale in un teatro comico e di sottolineare il divario tra l’inconsistenza degli addebiti mossi a Celio, vittima delle manovre ordite dalla meretrix nascosta dietro le quinte, e la gravità enorme dell’accusa de vi, che costringeva i giudici a sentenziare mentre tutte le altre corti criminali erano chiuse. Celio era imputato del delitto di violenza politica, crimine che, trascurato, poteva compromettere la stabilità dello stato. I capi d’accusa addebitati a Celio si ritrovano nel v. 23 ed è ragionevole supporre che avessero tutti a che fare con l’ambasceria che nel 57 gli alessandrini avevano inviato a Roma per impedire il ritorno di Tolomeo Aulete in Egitto. Sulla valutazione dei motivi che determinarono il processo, la critica moderna rimane divisa: si trattò di un affare politico, o di una causa dettata da risentimenti privati?. I sostenitori di questa seconda ipotesi si fanno forti del fatto che l’accusatore principale, Atratino, era il figlio di un uomo che Celio continuava a perseguitare con accuse di corruzione: la necessità di liberarsi di un implacabile nemico potrebbe essersi incontrata con la voglia di vendetta di Clodia; presentare Celio come una sorta di “bravo” al servizio di Tolomeo e di Pompeo avrebbe fatto il gioco dell’accusa, in un momento in cui gli umori politici  sembravano guardare con sospetto e con disfavore alle manovre del Grande: sui fronti opposti i partigiani di Catone e di Clodio sembravano ugualmente ansiosi di incrinare il potere di Pompeo. Se invece di accetta la tesi del processo politico, si vedrà in tutto l’affare un episodio della lotta tra optimates e populares, e un attacco indiretto nei confronti di Pompeo. Difendendo Celio, Cicerone, persegue un suo progetto di egemonia politico-culturale sulla gioventù; ma è possibile anche che fosse spinto dal desiderio di consolidare la propria posizione a fianco di Pompeo.

Marco Celio Rufo[modifica | modifica wikitesto]

Di origini municipali, proveniente da una famiglia di rango equestre, Celio si era formato nell’ombra di Cicerone, a cui il padre lo aveva affidato per il tirocinium fori. L’oratore avrà riconosciuto, in un allievo così ricco di qualità, la propria stessa vocazione di homo novius desideroso di farsi strada come tutore degli interessi dello stato e dei boni. Ma in un’epoca di confusione, l’esperienza precoce di manovre politiche poco limpide poteva avere un effetto corruttore su un giovane ambizioso. Il distacco avvenne all’epoca del consolato di Cicerone, quando Celio, si avvicinò a Catilina. D’ora in poi la sua carriera politica sarà segnata da continui andirivieni. Dopo la repressione della congiura egli sembra aver cercato di mettersi a riparo dai sospetti di un suo coinvolgimento. Fra il 62 e il 61 fu in Africa a seguito del proconsole Q. Pompeo Rufo, al ritorno a Roma, nel 60, fece il proprio ingresso ufficiale nella vita pubblica intentando una causa ad Antonio: lo scontro forense lo vide vincitore sul suo vecchio maestro Cicerone, e Antonio venne condannato all’esilio. Celio affittò, in seguito, un appartamento sul Palatino e la sua casa non era distante da quella di Cicerone. Proprio sul Palatino avvenne anche l’incontro con Clodia. Vedova di Quinto Metello Celere, uno degli esponenti più in vista del partito degli ottimati, Clodia è stata spesso portata a esempio della “emancipazione femminile” alla fine della repubblica. Clodia era di alcuni anni più anziana di Celio, la relazione durò circa due anni: il primo a stancarsi fu Celio, e ciò gli attirò l’odio dell’amante abbandonata. Nella perorazione finale, Cicerone riconoscerà che Celio si è indirizzato finora a bersagli sbagliati: ma ha scelto di perseguitare Calpurnio Bestia per riapparire nel foro e porre fine alle dicerie sulla sua moralità. Queste hanno cominciato a diffondersi quando egli ha ceduto momentaneamente alle lusinghe di una donnaccia. Sforzandosi di far apparire il suo cliente come un ragazzino ingenuo, corrotto da una donna matura, Cicerone torna ad insistere sul carattere eccessivamente repressivo della morale tradizionale: in un momento critico della vita, le passioni e i desideri di Celio sono esplosi improvvisamente proprio perché troppo a lungo compressi; certi piaceri lo hanno brevemente irretito proprio perché egli non aveva con essi alcuna dimestichezza. Ciò ha fatto sì che per un po’ il giovane rallentasse il suo impegno, e che la sua carriera politica subisse una battuta d’arresto. Ma la crisi può dirsi superata, e Cicerone si fa garante in prima persona, di fronte ai giudici e alla res publica, della futura condotta di Celio, del fatto che egli costituirà per l’avvenire un saldo sostegno alla causa dei boni: nel passaggio all’età adulta, le cupiditates di Celio sbolliranno come l’ardore eccessivo che egli mette nel perseguitare i propri avversari politici; un ardore che del resto è segno di genuina passione per la gloria.

L’affare egiziano[modifica | modifica wikitesto]

Nell’80 a. C. moriva Tolomeo Alessandro II, vittima di una rivoluzione degli alessandrini contro il re. A succedergli vennero chiamati i due figli illegittimi dello zio Tolomeo Soter II, dei quali uno ebbe Cipro e l’altro Alessandria e l’Egitto. La loro posizione era però precaria, in quanto Tolomeo Alessandro II, che era salito al trono con l’appoggio di Silla, aveva lasciato un testamento in cui nominava suo erede il popolo di Roma. Roma non ripudiò il testamento e d’altra parte, non si risolveva ad annettere i domini tolemaici. L’ambigua situazione si protrasse per circa un quarto di secolo.

Nel 59, Tolomeo Aulete venne formalmente riconosciuto da Roma re d’Alessandria e d’Egitto e insignito con il titolo di socius et amicus populi Romani. Per questo egli si impegnò a versare la somma di 36 milioni di denari al console Giulio Cesare e al suo alleato Pompeo, i quali l’avrebbero poi distribuita agli uomini politici romani bisognosi di persuasione. Metà della somma fu versata immediatamente; ma per essa Tolomeo era dovuto ricorrere al prestito di banchieri romani. Così il re si ritrovò a pagare esosi interessi e a racimolare la seconda parte della somma pattuita. Pensò, così, di far fronte a nuove tassazioni. Gli alessandrini, che già mal tolleravano la sua politica filoromana, gli erano da tempo ostili e l’inasprimento delle tasse peggiorò la situazione. Nel 58, quando i romani decisero di annettersi l’isola di Cipro a spese del fratello, si sollevarono contro di lui.

Tolomeo si allontanò da Alessandria e si presentò a Roma chiedendo di essere riportato sul trono. Ma Cesare e Pompeo non si trovavano nelle migliori condizioni per aiutarlo: il primo era in Gallia, il secondo aveva perduto molta della sua influenza sul senato. Tolomeo si procurò altro denaro per convincere i senatori, ricorrendo ancora ai banchieri romani, stringendo accordi con loro nella villa albana di Pompeo. Gli alessandrini cercarono di parare le mosse del re inviando a Roma un’ambasceria di cento autorevoli cittadini, capeggiata da Dione, noto filosofo della scuola accademica. Essi dovevano sbarcare a Pozzuoli e trovare una sistemazione a Napoli. Tolomeo fu pronto a reagire. Alcuni alessandrini furono percossi a Pozzuoli e a Napoli si organizzò una sommossa contro di loro. Dione si teneva nascosto. Dapprima trovò rifugio presso Lucio Lucceio, ma questi era amico di Pompeo, che era alleato del re. Così, come sostenevano gli accusatori di Celio, dopo che si era tentato di corrompere gli schiavi di Lucceio perché lo uccidessero, Dione trovò opportuno trasferirsi in casa di Tito Coponio.

Nel 57 il senato si espresse per la restaurazione di Tolomeo e ne affidò l’incarico al proconsole di Cilicia, Publio Cornelio Lentulo Spintere. Ma Tolomeo continuò ad agitarsi perché il comando venisse assegnato a Pompeo; finché un tribuno che gli era ostile approfittò del fatto che la statua di Giove era stata colpita da un fulmine per trarre dai libri sibillini un oracolo che proibiva il ricorso alle armi per la restaurazione del re. Il senato allora revocò la sua decisione. Tolomeo si ritirò ad Efeso in attesa degli eventi. La partenza del re lasciò il senato libero di agire contro gli assassini degli ambasciatori; cosa che esso non poté procrastinare dato che anche Dione venne ucciso in casa di Coponio. Nel 56 parecchi alessandrini della cerchia di Tolomeo furono portati sotto processo e alcuni condannati. Dei cittadini romani coinvolti nelle manovre di Tolomeo solo due, furono trascinati in giudizio: Publio Asicio e Marco Celio Rufo.

Il disagio della gioventù[modifica | modifica wikitesto]

Al cuore della pro Caelio stanno le preoccupazioni suscitate dalla gioventù romana: su queste si era dilungato Erennio Balbo nella sua requisitoria. Egli aveva assunto un atteggiamento censorio, da vero patruus: aveva deprecato, nella gioventù del suo tempo, l’arroganza, la sregolatezza, il cedimento ai piaceri, la propensione alla dissipatezza e all’indebitamento. L’accusatore, mostra come in Celio si trovassero riuniti i vitia di tutta una generazione: Cicerone, però, gli obietta che nessuno dei suoi argomenti colpisce specificamente Celio. In seguito, dilata il discorso passando a questioni di ampia portata, fino ad approdare alla vera e propria proposta di una nuova educazione (vv. 39-43).

La gioventù romana fu molto lenta a manifestare ribellioni: la teneva a freno un’educazione che, fondandosi sull’autorità del mos maiorum e sulla volontà di inculcare virtù come disciplina e pietas, si proponeva di modellare ogni nuova generazione sull’immagine di quella precedente.

La classe dirigente si era preoccupata per tempo di sottoporre a un attento filtraggio la penetrazione del pensiero greco, escludendone contenuti potenzialmente “rivoluzionari”. Non si trattava di “repressione”, probabilmente i giovani di ceti elevati sopportavano senza troppi malumori il tardivo ingresso nella società degli adulti perché il protrarsi dell’adolescenza aveva per loro anche i suoi vantaggi: studiavano eloquenza e prestavano il servizio militare, ma contemporaneamente godevano di lunghi periodi di ozio, libertà e di denaro nella misura in cui i padri erano disposti ad elargirgli.

La fine della repubblica costituisce un periodo di crisi acuta anche per ciò che riguarda i rapporti fra i giovani e gli anziani: il conflitto sembra, poi, divampare all’interno della classe dirigente.

La frequente mancanza di risorse per iniziare il corsus honorum (per avviare alla carriera politica i giovani che appartenevano a famiglie che erano membri della classe dirigente), aggravata dal pesante fardello dei debiti, esaspera la sensazione di marginalità dei giovani spingendoli a forzare l’accesso alla politica e cercare fortuna nel partito della sovversione. Qui ritroviamo una delle radici del successo di Catilina presso certe frange degli adulescentes della nobilitas: nella sua propaganda egli lamentava la frustrazione derivante dall’indebitamento e dalla chiusura di ogni prospettiva.

Nella difesa di Celio, Cicerone dedica ampio spazio a giustificare i trascorsi catilinari; la passata amicizia con Catilina è ammessa apertamente, ma viene negato ogni coinvolgimento nella congiura. Nella pro Caelio la disposizione dei giovani a lasciarsi corrompere da Catilina resta sullo sfondo, mentre quest’ultimo giganteggia come un personaggio sinistro, abilissimo nell’irretire i boni e gli inprobi.

Le osservazioni di Cicerone sull’educazione dei giovani devono essere collocate su un particolare sfondo, dove, il tono lieve e spiritoso in cui Cicerone le affaccia non deve far dimenticare la serietà del suo intento di recuperare un’egemonia sulla nuova generazione. La pro Caelio addita una via di ravvedimento e “riconversione” anche ad adulescentes ricchi di talento, appassionati e ambiziosi, non ignari delle tentazioni dei piaceri e di una falsa gloria.

L’accusa[modifica | modifica wikitesto]

Marco Celio Rufo venne accusato da Lucio Sempronio Atratino, figlio di Lucio Calpurnio Bestia, che Celio aveva incriminato di ambitus, a seguito dei brogli commessi nella campagna elettorale per l’edilità del 57. Bestia era stato prosciolto dall'accusa nel febbraio del 56, ma Celio era tornato alla carica con la medesima imputazione, riferita però, alla campagna per la pretura del 56. Trascinando Celio davanti alla questio de vi, Atratino si prefiggeva due importanti risultati: di far celebrare per primo il processo di Celio e di vendicarsi e sbarazzarsi di un pericoloso avversario del padre. Atratino, allora diciassettenne, era affiancato da Lucio Erennio Balbo, vecchio amico del padre, e un certo Publio Clodio, probabilmente un liberto o uno straniero che aveva ottenuto la cittadinanza grazie a Clodio, acerrimo nemico di Cicerone.

In difesa di Celio parlarono Crasso, Cicerone e Celio stesso. Aprì le ostilità Atratino con un’orazione misurata nel tono, che gli valse l’apprezzamento di Cicerone, per secondo parlò Publio Clodio, la cui arringa è liquidata da Cicerone con il rapido accenno, colmo di sufficiente ironia del v. 27, e l’ultimo attacco fu portato da Lucio Erennio Balbo, che dopo aver sottolineato l’impietas di Celio nei confronti del comune amico Bestia, condusse una vera e propria requisitoria contro la vita dissoluta e immorale dell’imputato, finendo col presentarlo come un giovane depravato capace di qualsiasi misfatto. Soprattutto trattò dell’assassinio di Dione, e sicuramente lo mise in relazione al tentato omicidio di cui il filosofo alessandrino era stato vittima mentre era ospite di Lucio Lucceio. Per provare il coinvolgimento di Celio anche per l’omicidio portato effettivamente a termine in casa di Tito Coponio, ricorse all’aiuto di Clodia. La donna (secondo la sua deposizione) era in ottimi rapporti con l’imputato; cosicché quando Celio le chiese una somma di denaro per l’allestimento di pubblici giochi (ludi), essa gli diede in prestito dei monili d’oro senza nutrire alcun sospetto sulla loro effettiva destinazione. Più tardi venne però a sapere che l’oro era servito a corrompere alcuni schiavi di Lucceio perché ammazzassero l’ospite del loro padrone; e decise di denunciare la faccenda. A questo punto Celio si risolse a eliminare quella testimone, per lui pericolosa, e per questo ricorse agli schiavi di lei: essi dovevano recarsi ai bagni di Senia, dove un certo Publio Licinio doveva consegnare loro il veleno. Ma gli schiavi misero la padrona al corrente del complotto; e Clodia ricorse ai ripari, organizzando un agguato per cogliere Licinio in flagrante. Il piano di Celio fu così sventato; ma, nel trambusto, il complice poté dileguarsi col corpo del delitto.

La difesa[modifica | modifica wikitesto]

Per primo prese la parola lo stesso Marco Celio Rufo che trattò dei principali capi d’accusa. Sui crimina de vi che erano alla base dell’imputazione si diffuse il secondo difensore, Marco Licinio Crasso, che aveva come obiettivo colpire la politica egiziana di Pompeo e spaccare, tra i giudici, il fronte favorevole a Clodio.

La tattica di Cicerone[modifica | modifica wikitesto]

La serie delle repliche ciceroniane inizia al v. 3 con un rinvio piuttosto oscuro al padre di Celio e sui suoi rapporti con lui: a Celio padre avrebbe rinfacciato la tirchieria e l’origine equestre, insistendo sulla scarsa devozione manifestata verso di lui dal figlio (vv. 3-4). Successivamente apprendiamo che gli accusatori avrebbero biasimato Celio per aver abbandonato la casa paterna al momento del suo trasferimento sul Palatino. Dopo aver respinto un paio di imputazioni (di impietas nei confronti del padre; di non godere dell’approvazione dei propri municipes), Cicerone passa a replicare alle accuse di impudicizia, cioè di trascorsi omosessuali; e le confuta prima in termini generici e poi riferendosi alla familiarità con Catilina. Infine parla della presunta partecipazione di Celio alla congiura catilinaria, e la presenta come un’indebita deduzione che la parte avversa avrebbe tratto da tale familiaritas. Cicerone, posto di fronte a un’accusa in sé unitaria, coerente, pericolosa, procede rovesciandone i termini, smembrandola in imputazioni “minori” (impudicitia, familiaritas) e solo alla fine lascia scivolare il discorso sulla congiura, come se si trattasse di una specie di corollario alla imputazioni di impudicitia.

L’accusa di broglio, invece, andrà connessa all’attività di sodalis e di sequester (ossia di affiliato a circoli politici e di agente presso il quale si depositavano fondi necessari alla corruzione elettorale) svolte da Celio in favore di qualche candidato durante le elezioni pontificali del 57. Si ha qui un ulteriore esempio di tattica di smembramento adottata da Cicerone, contro il tentativo della parte avversa di delineare un ritratto dell’imputato come individuo tendenzialmente portato alla violenza.

Cicerone, nei paragrafi 17-19 tratta, poi, come autonome imputazioni tre fatti: essere l’imputato pieno di debiti; aver abbandonato la casa del padre; aver colpito un senatore durante i comizi. Il caso del senatore malmenato gli offre l’occasione per un attacco contro i testimoni, presentati come subordinati degli avversari, in particolare da Clodia. Al v. 23 l’oratore presenta, poi, come infondate, perché basate su deposizioni testimoniali, le accuse mosse a Celio d’aver preso parte a una seditio a Napoli, di aver violato, a Pozzuoli, l’immunità degli ambasciatori alessandrini, d’essersi impadronito di beni di una certa Palla, d’aver partecipato all’omicidio di Dione: in pratica, tutte le accuse che cadevano sotto la giurisdizione della questio de vi.

Cicerone ha smembrato e moltiplicato le imputazioni e ha sollevato un denso polverone attorno ai reali capi d’accusa. Tacere dei principali capi d’accusa, o accennarne solo di sfuggita, confondendoli tra tante altre imputazioni di secondaria importanza è una tattica che Cicerone teorizzerà nel De oratore.

Cicerone fabularum poeta[modifica | modifica wikitesto]

La testimonianza di Clodia, che inchiodando Celio al tentato omicidio di Dione, finiva con l’implicarlo anche in quello effettivamente portato a compimento in casa di Coponio, porta ora, Cicerone a screditare in tutti i modi la sua deposizione. Egli presenta Clodia come una vera e propria meretrix, e quindi come una teste moralmente e giuridicamente inattendibile. Cicerone cerca di dare una spiegazione plausibile all’atteggiamento di Clodia, e la soluzione venne dallo stesso Erennio Balbo, che nella sua orazione aveva parlato sia della luxuries di Celio sia dei crimina auri et veneni. Cicerone presentò i crimini auri et veneni non come il preludio al vero omicidio di Dione, ma come autonomi episodi della luxuries, dei traviamenti giovanili dell’imputato. Nella sua argomentazione l’oro non viene più a provare il tentato omicidio del filosofo, ma piuttosto l’esistenza d’una relazione tra l’imputato e Clodia; il veleno non è più indizio della volontà di Celio di eliminare una testimone imbarazzante, ma l’invenzione di un’amante tradita per vendicarsi del giovane che l’ha abbandonata. L’ipotesi che Cicerone abbia potuto suggerire ai giudici l’esistenza di una relazione tra l’imputato e la sua accusatrice è l’unica che si adatti al cumulo di distorsioni e falsificazioni che è la pro Caelio, perciò se tale conclusione ha incontrato forti resistenze, dipende solo dal fatto che gli studiosi vedono confermata l’esistenza della relazione tra i carmi di Catullo. La loro convinzione si fonda sul presupposto che Clodia sia la Lesbia di Catullo e che Marco Celio Rufo vada identificato con Caelius dei carmi 58 e 100 e col Rufus dei carmi 69 e 77.

Cicerone ridicolizzò, quindi, Clodia come un’innamorata respinta, indotta dalla gelosia a farsi l’unica regista delle manovre contro il giovane e la svergognò pubblicamente facendo dei suoi costumi sessuali notoriamente liberi l’oggetto dell’ilarità degli ascoltatori. Riprese in maniera beffarda alcuni dei motivi consueti della sua polemica contro Clodio: l’accusa di incesto con la sorella. A rimbrottare Clodia per la sua lascivia, Cicerone introdusse, poi, attraverso l’artificio della “prosopopea”, il suo illustrissimo antenato Appio Claudio Cieco, poi bruscamente rimosso dalla scena per il timore che egli potesse estendere la ramanzina anche a Celio. Prima di introdurre il personaggio, Cicerone si chiede quale mai degli antenati di Clodia gli convenga evocare; la scelta cade su Appio perché, fra tutti i Claudi, è quello che, posto di fronte alla donna, proverà meno dolore: cieco com’è, non potrà vederla in faccia! In tutta la sua ramanzina a Clodia, Appio mescola toni di gravitas e auctoritas a uno stile colloquiale e informale, mette in grottesco contrasto le proprie gesta gloriose con i flirts da strapazzo della pronipote, che descrive con un nesso allitterante, ridicolmente pomposo nella sua solennità arcaica quasi enniana. Ma l’umorismo della prosopopea di Appio Claudio deriva soprattutto da un altro fattore: la piena consapevolezza che Cicerone ostenta del carattere fittizio del procedimento. Nella vera prosopopea di stile grandioso, l’oratore si sforza di prestare corpo e voce a un personaggio del passato: l’evocazione sarà tanto più riuscita quanto più i giudici avranno la sensazione che l’oratore sia momentaneamente uscito di scena per cedere il posto alla propria creazione; la presenza evocata preme per concretizzarsi: essa ha una sua realtà, che si impone. Appio Claudio Cieco, viceversa, non fa nulla per materializzarsi. Cicerone rivela la prosopopea per quello che essa è, un motivo topico di cui l’oratore può decidere o meno di avvalersi; perciò lega esplicitamente la comparsa del personaggio a un’alternativa che la sua maestria retorica dischiude: Clodia può scegliere se vuole essere trattata “all’antica”, o se preferisce il cinismo urbano e tollerante dei contemporanei. Questo rapporto “metaoratorio” con l’oggetto della prosopopea emerge ancora meglio quando Cicerone si affretta a togliere di scena Appio: si è accorto che ha portato in scena un personaggio troppo burbero e arcigno e teme che possa rimbrottare anche Celio. Grazie all’ humor e alle battute salaci con cui sapeva condire le proprie orazioni, la pro Caelio rappresenta il risultato più felice dell’arte ciceroniana. Egli voleva conquistare col divertimento l’attenzione di giudici scontenti di dover restare in tribunale durante le feste: col ricorso a citazioni drammatiche, con l’introduzione di prosopopee e di veri e propri personaggi teatrali, Cicerone sembra aver voluto offrire ai giudici annoiati una sorta di succedaneo dei ludi che si stavano perdendo per seguire il processo. La funzione primaria delle numerose allusioni al teatro resta quella di far risaltare lo scarto fra la gravità dell’accusa mossa a Celio, e la poca consistenza dei capi d’accusa: la denuncia di Celio è assimilata alla condanna stereotipa degli eccessi della gioventù da parte di un vecchio brontolone da commedia.

L’arte di Cicerone celebra il proprio trionfo nell’attacco contro Clodia. Nel v. 18 ella diviene la parodia di un’eroina tragica: attraverso una serie di citazioni enniane la donna è assimilata a una Medea affamata d’amore, e il trasloco di Celio sul Palatino richiama burlescamente il mitico viaggio degli Argonauti. La parodia ottiene qui il proprio effetto comico attraverso l’esagerazione del quotidiano nel grandioso; Cicerone accentua l’efficacia del procedimento interrompendo più di una volta la citazione con commenti personali che riconducono bruscamente l’ascoltatore dalla solennità tragica a una trivialità pedestre. Nei vv. 64-65 (la famosa scena dei bagni, in cui un agente di Celio avrebbe consegnato ai servi di Clodia il veleno destinato a ucciderla), Clodia è rappresentata come una poetessa fallita che allestisce mimi sconclusionati, dove il protagonista (Licinio) se la da a gambe. Ci sono, tuttavia, dei testimoni dell’accusa che avrebbero assistito al tentativo di consegna del veleno: Cicerone aspetta con divertimento che si facciano avanti questi bellimbusti amici di Clodia (v.67). Qui l’oratore vuole provocare un effetto grottesco: dopo la definizione di Clodia come generalessa, e il nesso solenne attinto dal linguaggio bellico ( in insidiis atque praesidio), la specificazione di quel balnearum ha l’effetto di creare qualcosa di inatteso che svuota e ridicolizza le espressioni militaresche utilizzate. I testimoni, poi, acquattati in una tinozza dei bagni, sono comicamente paragonati agli Achei nascosti nel cavalli di Troia.

Tornando alla descrizione dell’imputato, Cicerone dipinse il suo cliente come un giovane perbene e morigerato, momentaneamente traviato dalle arti di una donnaccia; e prese da qui lo spunto per formulare l’ideale di un’educazione tollerante nei confronti dei piccoli capricci o delle momentanee deviazioni, morali e politiche, di tanti giovani della Roma contemporanea.

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Celio fu assolto. Tolomeo venne restaurato sul trono di Alessandria dall’esercito di Gabinio. Il padre di Atratino, Lucio Calpurnio Bestia, non poté sottrarsi all’accusa di broglio e fu condannato. Clodia scomparve dalla scena pubblica di Roma, e il suo nome rimase per sempre legato al ritratto che di lei Cicerone aveva tracciato nella pro Caelio.

Pro Caelio[modifica | modifica wikitesto]

[1] Se per un caso, o giudici, si presentasse qui un cittadino, del tutto ignaro delle leggi, della procedura, dei nostri usi, si chiederebbe sorpreso perché mai questo processo sia di una gravità tale, che in un giorno di festa e di pubblici giochi[1], quando ogni altra attività forense è sospesa, unico venga qui celebrato; e non avrebbe dubbio che si stia processando il colpevole di un delitto di tal fatta che, se trascurato, la città non rimarrebbe più in piedi. Quando poi venisse a conoscere, che c'è una legge[2] che impone si debba procedere in qualsiasi giorno contro i cittadini sediziosi e facinorosi, che armati abbiano stretto d'assedio il Senato, fatto violenza ai magistrati, attentato allo Stato, non disapproverebbe certamente una tale legge, ma vorrebbe sapere di quale di questi delitti si tratti qui. E quando sapesse che non si tratta né di un attentato, né di un colpo di mano o di una violenza qualsiasi, ma bensì di un giovane noto per il brillante ingegno, per operosità, per simpatia, accusato dal figlio di colui che per ben due volte egli citò in giudizio[3], attaccato grazie ai mezzi di una prostituta[4], egli non condannerà certamente la filiale devozione di lui, ma chiederà che sia represso quel vergognoso capriccio di una donna; e vi giudicherà vittime di un esagerato zelo di lavoro, che non vi concede neppure quel riposo di cui tutti godono.

[2] E in verità, se voi vorrete attentamente considerare e apprezzare sotto ogni aspetto questa causa, voi arriverete, o giudici, alla conclusione che nessuno, libero nel proprio volere, si sarebbe mai abbassato a una tale accusa, né, una volta lanciata, nutrirebbe per essa un briciolo di speranza, se non fidando sull'intollerabile arbitrio e sull'odio violentissimo di qualcuno. Quanto a me, io perdono Atratino, mio giovane amico pieno di cultura e di bontà, poiché lo scusano, o la reverenza, o la necessità, o l'età. Se egli personalmente volle l'accusa, ne dò colpa alla devozione filiale; se gli fu imposta, alla costrizione; se ne sperò qualcosa, alla immaturità degli anni. Contro gli altri[5], non solo nessun perdono, anzi si deve opporre una fiera resistenza.

[3] Io penso, o giudici, che sopra ogni altra cosa convenga alla giovane età di Marco Celio che io dia inizio alla mia difesa col rispondere anzitutto a quanto i suoi accusatori dissero per deformarne la fisionomia, per ridurne le buone qualità o annullarle del tutto. Gli fu, sotto diversa luce, rinfacciato il padre suo: o perché troppo poco generoso[6], o perché trattato dal figlio con troppo scarso rispetto. Quanto alla sua signorilità, risponde agevolmente da sé Marco Celio padre[7], senza bisogno di parole mie o sue, di fronte a tanti, e anziani, che ben lo conoscono. Quelli, poi, che poco lo conoscano, a causa della sua età avanzata che gli consente di frequentare con noi il foro solo raramente, sappiano questo: che tutto il decoro che può esserci in un cavaliere romano (e non può che essercene al massimo grado), è sempre stato presente in lui ; e tale non è soltanto il giudizio attuale dei suoi, ma sempre lo fu di chiunque, per qualsiasi ragione, lo abbia avvicinato.

[4] Quanto poi all'accusa contro il giovane Celio, di essere egli figlio non più che di un cavaliere romano, è cosa sconveniente per voi giudici, quanto per me difensore[8]. E quanto a ciò che fu detto sul suo rispetto verso il padre, non può essere, da parte nostra, che un semplice apprezzamento; un giudizio, solo il padre lo può dare. Del resto, ciò che al riguardo è solo un nostro pensiero, lo sentirete dai testimoni; e quale sia il sentimento dei genitori, ve lo dice il pianto e lo strazio inenarrabile della madre, l'avvilimento del padre, questa pesante tristezza e il lutto che gli leggete in volto.

[5] Quanto all'altra accusa, di non essere il giovane Celio apprezzato dai suoi concittadini, dirò che a nessuno mai che sia vissuto sul luogo furono resi dai Pretuzziani[9] maggiori onori che non a lui assente: poiché, pur assente, lo elessero a far parte dell'ordine supremo dei decurioni; e a lui, che non le chiedeva, conferirono alte cariche che a molt'altri, che le chiedevano, avevano rifiutato. Infine, essi mandarono qui uomini egregi, dell'ordine cui noi apparteniamo e cavalieri romani a rappresentarli in questo giudizio e a fare di lui il più autorevole e chiaro elogio[10]. Con ciò mi sembra di aver posto alla mia difesa le più solide basi, poiché esse son radicate nel giudizio dei suoi, ben certo che la sua giovinezza non potrebbe essere a voi utilmente raccomandata, se essa fosse oggetto di disapprovazione, non solo per un tale uomo qual è suo padre, ma anche per un municipio così illustre e autorevole.

[6] Io stesso, d'altronde, per tornare a me, attinsi a quelle medesime fonti per crearmi fama tra gli uomini, e la mia forense fatica e la mia condotta di vita mi conquistarono una certa stima fra di essi, in virtù appunto del benevolo giudizio dei miei concittadini. Quello, poi, che gli fu imputato come offese al pudore, quello su cui tutti gli avversari fecero tanto chiasso, non d'accuse ma di maldicenze, non sarà mai così duro a sopportare da parte di Celio, ch'egli debba rammaricarsi di non esser nato deforme. Sono le solite malignità che corrono su coloro verso i quali la giovinezza è prodiga di bellezza di forme e nobiltà d'aspetto. Ma altro è far della maldicenza, altro accusare[11]. L'accusa vuole un delitto, e che sia precisato il fatto, e indicato l'autore, e fornita la prova con argomenti e confermata da testimoni. La maldicenza non mira che a recare offesa; e se è troppo sfacciata prende il nome di ineducazione, se fatta con garbo, di arguzia[12].

[7] E mi sono sorpreso e dispiaciuto che proprio questa parte dell'accusa sia stata affidata in modo particolare ad Atratino: non era decoroso, non lo richiedeva la sua età né lo tollerava (e avreste potuto pensarci) il riserbo di quell'ottimo giovane, che proprio lui s'impelagasse in un discorso del genere. Avrei voluto che qualcun altro di voi, più agguerrito, si fosse assunta questa parte del detrattore: quanto più liberamente e vigorosamente e a modo mio avrei contestato queste vostre maligne fantasie! Con te, Atratino, dovrò trattare con maggior riguardo, sia perché la tua delicatezza smorza la mia parola, sia perché io devo conservare intatto il bene che ho fatto a te ed a tuo padre[13].

[8] Ma un consiglio voglio darti. In primo luogo, affinché tutti ti considerino quale veramente sei, che tu cerchi di astenerti, come dalle turpi azioni, così da ogni licenzioso linguaggio; in secondo luogo, che tu non dica contro altri cose che, se dette falsamente contro di te, ti farebbero arrossire. A chi, infatti, non è aperta dinanzi questa via? Chi non potrebbe, contro un individuo della tua età e del tuo signorile aspetto, fare della petulante maldicenza, sia pure senza fondamento, ma non senza parvenza di verità? Ma dell'avere tu assunto questa parte in una commedia, la colpa è di coloro che vollero fartela rappresentare: tua invece la lode per l'imbarazzo che, lo vedevamo, inceppava la tua parola, e per l'ingegno col quale tuttavia la usasti con eleganza e con garbo.

[9] Ma su tutto ciò sarà breve il mio discorso di difesa; poiché, per quanto poté la giovine età di Marco Celio provocare qualche sospetto al riguardo, essa fu protetta, anzitutto dal ritegno stesso di lui, poi dalla vigilanza e dalla severità del padre. Egli, quando lo vestì della toga virile[14]... (ma io non voglio qui parlare di me: pensatene pure quello che credete) subito lo affidò (questo solo dirò) a me. E nessuno lo vide mai, nel fiore dell'età sua, se non in compagnia del padre, o con me, o nella casa intemerata di Marco Crasso[15], dedicarsi agli studi più severi .

[10] Quanto all'accusa di intimità con Catilina[16], nulla di più assurdo. Voi sapete che Catilina brigò per il consolato con me quando costui era ancora ragazzo[17]: e se mai egli gli si fosse allora talvolta avvicinato allontanandosi da me, lo si giudichi pure (sebbene molti giovani di buona famiglia si siano esaltati per quel folle delinquente) per questo solo troppo amico di Catilina. Ma più tardi (si ribatte) lo sapemmo e lo vedemmo addirittura fra i suoi amici. E chi lo nega? Quel che io nego è che lo fosse in quella età che, debole per sé, è più facile preda alle seduzioni altrui. Quand'io fui pretore[18], egli fu costantemente con me; né conosceva Catilina, allora pretore in Africa. Seguì un anno e Catilina ebbe a subire il processo per concussione. Celio era con me: ma non intervenne mai a sostenere l'accusato. Infine venne l'anno in cui io chiesi il consolato: Catilina lo chiedeva con me; e neppure allora Celio si avvicinò mai a lui, mai si staccò da me.

[11] Fu solo dopo avere per vari anni praticato il foro, senza dar luogo a nessun sospetto o scandalo, che egli parteggiò per Catilina, nuovamente candidato al consolato. Ma fino a quando pensate che la sua giovinezza dovesse esser vigilata? Ci fu un tempo nel quale era a noi prescritto di tenere coperto il braccio con la toga per un solo anno; e gli esercizi e le manovre al Campo Marzio dovevamo farli vestiti della tunica[19]; e la stessa regola castrense e militare vigeva se ci davamo subito alla carriera militare. A quella età, chiunque non si fosse saputo difendere con la propria serietà e riservatezza, con la educazione domestica, col naturale istinto del bene, per quanto sorvegliato dai suoi non avrebbe potuto sfuggire, e meritatamente, ad una cattiva reputazione. Ma chi avesse conservati integri e immacolati quei primi anni giovanili , quando si fosse fatto più maturo, uomo fra uomini, nessuno avrebbe sparlato più del suo onore e della sua dignità.

[ 12] E fu, appunto, solo dopo molti anni di vita forense, che Celio si entusiasmò per Catilina: ciò che, del resto, accadde a molti altri, di ogni ordine e di ogni età. E veramente c'erano in lui (lo ricorderete di certo) moltissimi indizi, non espressi ma appena accennati, di doti eccellenti. Si serviva, è vero, di molti uomini spregevoli; ma fingeva devozione ai migliori. Le seduzioni del vizio influivano largamente su di lui, ma insieme lo spronavan gli stimoli dell'attività e del lavoro. Ardevano in lui gli istinti lascivi; ma era pur vivo l'amore per la vita militare. Io non credo che sia mai apparso un così straordinario esemplare di confuso miscuglio di tendenze e passioni tra sé diverse, avverse e contrastanti.

[13] Chi più di lui gradito, a un certo tempo, agli uomini più eminenti, e chi più stretto ai peggiori? Quale miglior cittadino di lui, in certi momenti, e quale più orribile nemico della città? Chi più immerso nei piaceri, e più tollerante delle fatiche? Più avido nel carpire, e più prodigo nel donare? Meraviglioso veramente in lui, o giudici, il conquistare molti alla sua amicizia, il mantenerli col rispetto, il mettere il suo in comune con tutti, il soccorrere nel bisogno gli amici col denaro, col credito, col sacrificio personale, col delitto stesso, ove fosse necessario, o con l'audacia, il mutare e cambiare l'indole propria, e torcerla e piegarla or di qua or di là, il vivere austeramente con le persone serie, lietamente cogli spensierati, serio coi vecchi, cameratesco coi giovani, sfrontato coi facinorosi, lussurioso con i corrotti.

[14] Con una così varia e multiforme natura, come aveva raccolto intorno a sé da ogni parte ogni disperata canaglia, così teneva nelle sue fila molte persone diritte e probe grazie all'apparenza di una finta virtù; né mai sarebbe da lui esploso un così scellerato furore distruttivo contro lo Stato, se un così grande cumulo di vizi non si fosse sostenuto sopra un fondamento di duttilità e di perseveranza. Bando, dunque, o giudici, a quella pretesa avversaria; e l'amicizia con Catilina non sia apposta come titolo d'accusa. Lo dovrebbe essere per troppi, e fra questi per molti galantuomini. Io stesso, io, dico, per poco un tempo non fui tratto da lui in inganno, quando mi parve di vedere in lui un buon cittadino, sollecito di ogni migliore relazione, amico sincero e fedele[20]? Le sue infamie mi caddero innanzi agli occhi prima che io le immaginassi, le toccai con mano prima di sospettarle. Se perciò nella caterva dei suoi amici ci - fu anche Celio, quel che importa è ch'egli si dolga di aver sbagliato (com'io mi dolgo e quante volte! - dello stesso errore verso lo stesso uomo), assai più che non tema gli si faccia di quell'amicizia un'accusa.

[15] Ma intanto, dalle malignità riguardo ai costumi di Celio il vostro discorso è scivolato via sulla inmgiusta accusa riguardante la congiura. Voi lo avete pur detto, se pure con qualche incertezza e quasi di sfuggita, ch'egli sarebbe stato, per l'amicizia con Catilina, partecipe alla sua congiura. Ma su questo terreno, non solo l'accusa non poté far presa, ma il discorso stesso del mio giovane eloquente avversario a mala pena si teneva in piedi. Donde mai, infatti, una tale dissennatezza in Celio; quando mai uno scompiglio tale nei costumi, nell'indole, nella situazione, nella fortuna sua? E dove mai si sentì il suo nome coinvolto in un tale sospetto? Ma troppo io mi dilungo su una cosa che non lascia ombra di dubbio. Tuttavia questo ancora dirò: che non soltanto se egli fosse stato complice in quella congiura, ma solo che egli non fosse del tutto avverso ad una tale azione criminosa, non si sarebbe mai sognato di cercare il maggiore prestigio alla propria giovinezza nell'accusare altri[21].

[16] E poiché sono in argomento, sono incline a pensare che uguale risposta si debba dare alle altre accuse, e di appartenenza a gruppi eversivi e detenzione di fondi neri[22]. Mai, e poi mai, Celio sarebbe stato così folle, se si fosse impegolato in un così vasto intrigo, da accusare altri dell'intrigo stesso, e da suscitare per altri il sospetto di ciò ch'egli stesso si proponesse di fare anche in seguito. Se egli avesse temuto per sé il pericolo di un'accusa di corruzione elettorale anche per una sola volta, si sarebbe ben guardato dal proporre e riproporre la stessa accusa contro un altro[23]. Questo egli fece, con poco criterio, è vero, e contro il mio parere; ma con tale ardore, da rivelarsi piuttosto persecutore dell'innocenza altrui, che non preoccupato di sé.

[17] Risponderò ora - e vedrete quanto brevemente - all'imputazione di debiti, all'accusa di sperpero, alla richiesta di esibizione dei suoi registri[24]. Chi è soggetto a patria potestà non tiene registri. Debiti non ne ha mai fatti. Di lussuoso gli fu rinfacciata una cosa sola, l'alloggio: avete detto ch'egli spenda per esso trentamila sesterzi. Questo mi fa pensare che debba essere in vendita l'intero palazzo di Publio Clodio, nel quale occupa un appartamento che gli costa, se non m'inganno, diecimila sesterzi. Voi dunque, per far cosa grata al proprietario, gli avete messa in piedi una menzogna che al momento buono gli possa servire.

[18] Avete anche rimproverato a Celio di essersi separato dal padre. Ma, alla sua età, non è, questo, motivo di rimprovero. Quest'uomo, che in un processo politico conseguì una vittoria, che se fu molesta a me fu per lui gloriosa[25], e che ora è in età di poter aspirare alle cariche pubbliche, si separò dal padre, non solo col consenso, ma per suo consiglio; ed essendo la casa paterna lontana dal foro, prese in affitto quell'alloggio non certo a caro prezzo, sul Palatino, per poter agevolmente frequentare la mia casa e tenere i contatti coi suoi amici. A questo punto io potrei ripetere ciò che poco fa disse il mio illustre collega Marco Crasso, quando si doleva della venuta a Roma del re Tolomeo[26]: «Oh, non mai fosse alla selva del Pelio ... !»; ma vorrei mi fosse consentito di completare il richiamo: «né mai l'errante mia padrona ... » ci procurerebbe questo guaio, «Medea dall'animo afflitto, di fiero amor piagata[27] ». Perché voi vedrete, o giudici, quando toccherò questo punto della causa, che proprio da quel mutamento di alloggio e da questa Medea Palatina ebbero origine per questo giovane tutti i malanni, o meglio tutte le chiacchiere maligne.

[19] Ormai io non temo più, sicuro della vostra saggezza, o giudici, tutto ciò che dai discorsi degli accusatori ho capito volersi macchinare e inventare contro di noi. Per esempio essi dissero che ci sarebbe un senatore, che verrebbe a deporre, come teste, per essere stato picchiato da Celio nei comizi pontifici[28]. Ma io gli chiederò, se verrà, anzitutto perché non abbia immediatamente reagito; in secondo luogo, dal momento che ha preferito lamentarsi anziché reagire, perché abbia scelto di farlo, scovato da voi, anziché di sua iniziativa, e tanto tempo dopo il fatto anziché subito. Che se egli risponderà a queste mie domande in modo intelligente e brillante, allora gli chiederò donde mai, infine, egli spunti fuori: perché, se esso è nato per generazione spontanea, allora sì che io correrò il rischio, come mi accade, di rimanerne turbato; ma se invece egli fosse un rivoletto scaturito e avviato dalla stessa fonte maggiore della vostra accusa, allora mi rallegrerò del fatto che, con tante aderenze e così potenti mezzi di cui essa dispone, ella non sia riuscita a scovare che un solo senatore disposto a rendervi servizio.

[ 20] Né mi fa maggior paura quell'altra categoria di testimoni delle ore notturne, i quali (così si è detto) dovrebbero venire a dirci che le loro mogli, mentre tornavano da cena, sarebbero state molestate da Celio. Gente seria, costoro, se osassero dichiarare sotto giuramento una tal cosa! Essi, che dovranno insieme confessare di non essere insorti contro una così grave offesa, non dico in giudizio, ma neppure in qualche incontro o convegno privato. Ma quale sia il metodo di attacco degli accusatori, voi, o giudici, già presentite in cuor vostro; e quando sarà sferrato, dovrete essere pronti a respingerlo. Poiché le persone che qui accusano Celio, non sono le stesse da cui l'attacco muove: gli strali son lanciati contro di lui alla luce del sole, ma sono preparati nell'ombra.

[21] Né questo io dico per gettare cattiva luce su coloro per i quali anche l'accusare torna a onore: essi svolgono un dovere, difendendo i loro amici; fanno ciò che sogliono fare gli uomini energici: offesi si dolgono, irritati insorgono, provocati combattono. Ma a voi spetta, o giudici, il vagliare col vostro senno, non già se vi sia un valido motivo per quegli uomini di accusare Marco Celio, ma se vi possa esser da parte vostra giusto motivo per ispirarvi piuttosto al rancore altrui che alla vostra coscienza. Voi vedete quanta folla si addensi nel foro, e di qual genere, e con quali propositi, e di quale varietà composta: e in tal moltitudine, quanti mai pensate ve ne siano, pronti, non appena suppongano che ciò sia desiderato da persone potenti o influenti o faconde, a offrirsi, a prestare la loro opera, a promettere la propria testimonianza?

[ 22] Se vi fosse chi, di tale risma, si insinui per caso in questo processo, annullate voi, o giudici, con la vostra sapienza, la loro avidità, perché sia chiaro che voi siete solleciti, a un tempo, della salvezza di costui, della vostra coscienza, della indipendenza di tutti i cittadini di fronte al pericoloso prepotere di taluni. Ma io non vi abbandonerò in balia dei testimoni, né permetterò che in questo giudizio la verità, che non può essere in alcun modo alterata, si adegui alle loro opinioni, che troppo facilmente possono essere create ad arte, e senza sforzo alcuno piegarsi e torcersi a volontà. Procediamo dunque in base alle prove, e sventeremo l'accusa con elementi più luminosi della luce del sole: fatti contro fatti, motivi contro motivi, argomenti contro argomenti.

[ 23] Mi è caro che Marco Crasso abbia trattato lui stesso, con efficacia ed eleganza, quella parte della causa che concerne la rivolta napoletana, la cacciata da Pozzuoli degli Alessandrini, le sostanze di Palla[29]. Avrei desiderato ch'egli parlasse pure dell'assassinio di Dione. Su quest'ultimo oggetto, d'altronde, che cosa vi aspettate? Colui che il delitto commise, e lo confessa, non ha nulla da temere, poiché è re. Colui che si era detto essergli stato aiuto e complice, Asicio, fu assolto[30]. Che razza di accusa è dunque codesta, se il reo non nega, e chi nega è stato prosciolto e dovrebbe invece aver timore costui, che non solo è estraneo al fatto, ma persino ad ogni sospetto di saperne qualcosa? E se ad Asicio il processo giovò più di quanto gli abbia nociuto l'odio degli accusatori, come potrebbe pesare la vostra calunnia su Celio, che riguardo a questa vicenda non lo sfiora, non solo un sospetto, ma neppure una qualsiasi malevola voce?

[24] Ma Asicio (si dice) fu assolto per intrigo[31]. Al che sarebbe facilissimo rispondere, e specialmente a me che sono stato difensore di quella causa. Ma Celio pensa che la causa di Asicio fosse ottima, e che comunque essa non ha nulla a vedere con la sua. E non è solo Celio a pensarla così; in verità anche quei due civilissimi e coltissimi giovani, dediti ai buoni studi e alla migliore educazione, Tito e Gaio Coponio[32], che più di chiunque altro si crucciarono per la morte di Dione, al quale erano legati dal comune amore della cultura e delle umane lettere non solo, ma pure dal vincolo dell'ospitalità; poiché, come avete sentito, Dione abitava nella casa di Tito, che lo aveva conosciuto in Alessandria. Quello che costui e il suo insigne fratello pensino di Marco Celio, lo sentirete da loro stessi, se saranno introdotti come testimoni.

[25] Lasciamo dunque tutto ciò, e veniamo finalmente alla sostanza del processo. Ho notato, o giudici, che il mio amico Lucio Erennio[33] si è fatto ascoltare da voi con particolare attenzione. Per questo motivo, sebbene in gran parte ciò sia da attribuire al fascino del suo ingegno e all'arte sua nel discutere, io temevo, peraltro di tanto in tanto, che quella sua requisitoria così sottilmente condotta si insinuasse pian piano, a grado a grado, nell'animo vostro. Egli, infatti, molto vi parlò di lascivia, di dissolutezza, di vizi giovanili, di costumi corrotti; e colui che è in ogni altro rapporto di vita così mite, e a questo clima di umana cordialità, della quale noi tutti godiamo, suole serenamente abbandonarsi, fu invece in questa causa il più severo zio, censore, maestro; strapazzò Marco Celio, come nessun genitore un proprio figlio; e troppo dissertò di incontinenza e d'intemperanza. Che volete, o giudici? Io mi rendo conto come voi lo abbiate così attentamente seguito, poiché io stesso raccapricciavo dinanzi ad una così cupa, così arcigna eloquenza.

[26] Però, la prima parte del suo discorso fu quella che meno mi toccò: che cioè Celio sia stato amico dell'amico mio Bestia, abbia cenato con lui, ne abbia frequentato la casa, ne abbia appoggiato la candidatura a pretore. E meno mi tocca, perché manifestamente falsa. Chi avrebbe, secondo Erennio, cenato insieme con loro? 0 chi non c'è, o chi è costretto a dire lo stesso di sé. Né mi turba il sentire che Celio gli sarebbe collega fra i sacerdoti Luperci[34]... Una ben selvatica colleganza, codesta dei fratelli Luperci, e nata fra pastori e villani, in base a un vincolo silvestre certamente istituito prima di ogni vita civile e legale, se non soltanto i camerati si accusano l'un l'altro, ma anche ricordano, nell'accusarsi, quel vincolo che li lega, quasi temessero che qualcuno lo ignori!

[27] Ma basta di ciò. E vengo ora a rispondere a quelle altre cose che maggiormente mi hanno colpito. La paternale sulla vita dedita ai piaceri è stata lunga, e piuttosto blanda; aveva più della trattazione filosofica che non della requisitoria; e anche per ciò fu ascoltata con particolare attenzione. Quanto al mio amico Clodio, mentre egli si agitava con tanta indignata violenza, e trattava ogni argomento con impeto e con terribile linguaggio e con voce tonante, io, pure ammirando la sua eloquenza, me ne stavo tranquillissimo: quant'altre volte lo vidi, in altre cause, disputare così, senza risultato! A te, invece, Erennio Balbo, rispondo: ma innanzi tutto ti chiedo di perdonarmi se mi permetto di difendere un uomo, che non disse mai di no a un invito a cena, che usava perdere le sue giornate nei giardini, che si inondava di profumi, che frequentava i bagni di Baja[35].

[28] In verità molti io vidi, e di molti udii, in questa nostra città, che un simile tenore di vita non solamente gustarono a fior di labbra e toccarono, come s'usa dire, con la punta delle dita, ma dedicarono ai piaceri l'intera giovinezza; e che a un certo momento seppero strapparsene fuori, e, come pure s'usa dire, rimettersi in carreggiata, e si fecero uomini seri ed egregi. Per unanime giudizio si concede a quell'età qualche svago: ed è la stessa natura che moltiplica per i giovani le tentazioni. Ma sinché queste si sfoghino senza che ne vada di mezzo la vita di alcuno, né sia sconvolta la famiglia di alcuno, si lascia correre e si tollera.

[29] Tuttavia tu, o Erennio, mi pare che volessi addensare su Celio l'odiosità del comune discredito di cui godono i giovani. Di qui il religioso silenzio che ha accompagnato la tua orazione, dovuto a ciò, che mentre tu avevi di mira uno solo, noi pensavamo ai vizi di molti. È facile dare addosso alla dissolutezza. Un giorno intero non basterebbe se io tentassi di tirare fuori tutto ciò che si potrebbe dire su questo tema; il discorso sulla corruzione, sull'adulterio, sulla sregolatezza, sugli sperperi, non avrebbe mai fine. Se tu ti proponessi di attaccare, non una determinata persona, ma il vizio in genere, questo darebbe per se stesso materia ad una abbondante e solenne accusa. Ma è vostro dovere, o giudici, non lasciarvi distogliere dalla persona dell'imputato, e non consentire che gli aculei del vostro austero rigore, che l'accusatore ha drizzato contro il male, i vizi, i costumi, i tempi, si appuntino contro l'uomo, contro l'accusato, quasi che egli sia iniquamente chiamato a rispondere, non del fatto proprio, ma dell'odiosità della colpa di molti.

[30] Io non voglio rispondere al tuo rigore così come dovrei, facendo appello alla giovane età, e chiedere venia per essa. Non voglio farlo, ho detto; non ricorro alla scusa dell'età; rinuncio a quello che è pure un diritto concesso a tutti. Questo solo chiedo, che se ai nostri giorni è sorta una generale avversione (e mi rendo conto quanto sia viva) contro i debiti, l'arroganza, le dissolutezze della gioventù, non ricadano su di lui i peccati d'altri, le colpe della sua età e dei nostri tempi. Ma io stesso, che questo invoco da voi, non mi sottraggo affatto a confutare con ogni diligenza le accuse che contro di lui, personalmente, convergono. Due sono dunque i capi d'accusa: l'oro e il veleno[36]. Per l'uno e per l'altro è in gioco la stessa persona: l'oro si dice preso a prestito da Clodia, il veleno procurato per essere propinato a Clodia. Tutto il resto non sono imputazioni, ma pettegolezzi; materia di aspro diverbio, piuttosto che argomento di processo. «Adultero, spudorato, trafficante!... »:` ma questa è ingiuria, non accusa. Non c'è, in quei capi d'imputazione, né fondamento, né sostegno: sono voci calunniose, temerariamente lanciate da un accusatore furioso e irresponsabile.

[31] Per quei due titoli d'imputazione, invece, io vedo un autore, vedo l'origine, vedo ben definito un nome e una persona. Egli aveva bisogno dell'oro: se lo fece prestare da Clodia, prestare senza testimoni, e se lo tenne quanto tempo volle: prova evidente di una strettissima intimità. Ma poi, la volle uccidere; si procurò il veleno, cercò di accattivarsi quanti poté, lo preparò, fissò il luogo, ve lo portò: prova evidente di un grande odio nato da un crudele contrasto. Tutta la causa, o giudici, è con Clodia, donna non soltanto ragguardevole, ma assai nota. Di lei nulla dirò più di quanto sia necessario per controbattere l'accusa.

[32] Ma nel tuo grande acume tu comprendi perfettamente, o Gneo Domizio[37], che la causa è tutta e soltanto con lei. Se essa non dirà di aver prestato l'oro a Marco Celio, se essa non lo accuserà di aver preparato per lei il veleno, noi saremmo veramente indiscreti se parlassimo di una madre di famiglia diversamente da quel che convenga alla onorabilità delle matrone. Ma se, per contro, liquidata costei, nulla rimanesse in piedi né dell'accusa, né dei mezzi a cui si appoggia, che altro dovremmo fare noi, avvocati di Celio, se non respingere chi ci aggredisce? Ed io lo farei anche con maggior forza, se non mi trattenesse la mia inimicizia col marito... volevo dire col fratello: sempre lo stesso errore![38] Parlerò dunque con moderazione, e non andrò oltre quel che mi impongono il mio dovere e le necessità della causa. Non è mai stato nei miei desideri di crearmi inimicizie femminili; specialmente con colei che tutti hanno sempre considerato piuttosto l'amica di tutti, che la nemica di qualcuno.

[33] Io dunque chiederò anzitutto a lei stessa, se preferisce che io la tratti con la severità, la gravità, la durezza antica, o invece scherzosamente con dolcezza e urbanità. Se in quel primo burbero modo, io dovrò richiamare dal mondo di là qualche veneranda barba - non quelle barbette profumate di cui essa suole compiacersi, ma di quelle barbacce incolte che noi vediamo nelle statue e nei busti antichi, - che la strapazzi, e parli in vece mia affinché essa non se la prenda con me. Venga dunque qualcuno della sua stessa famiglia: per esempio, e primo fra tutti, quell'Appio Claudio Cieco[39], che del non poterla vedere non proverà alcun dolore.

[34] S'egli dunque risusciterà, si comporterà e parlerà così: «O donna, che hai tu in comune con Celio, con questo giovanotto, con questo estraneo? Come mai tu gli sei stata, o così intima da prestargli i tuoi ori, o così nemica da temerne il veleno? Non hai visto tuo padre, non hai sentito dire che tuo zio, tuo nonno, tuo bisnonno, l'avo tuo, il padre di lui, sono stati consoli? Non sapevi almeno di essere stata moglie di Quinto Metello[40] uomo eccellente e intrepido e molto amante della patria, che, non appena fuori di casa sua, era ritenuto superiore ad ogni altro cittadino per virtù, fama e decoro? Tu, di così nobile famiglia, e in così nobile famiglia entrata col matrimonio, come hai potuto confonderti con un Celio? Era tuo parente, tuo affine, era amico di tuo marito? Nulla di tutto ciò. Che altro ti spinse, allora, se non una sfacciata libidine? Sebbene non ti trattenessero le immagini degli uomini della nostra famiglia, come non ti suggerì quella di una mia discendente, Quinta Claudia[41], di farti emula di domestica lode nell'onore femminile; o quella della vergine Claudia[42], la Vestale, che stringendo fra le braccia il padre impedì ad un tribuno della plebe, suo nemico, di trarlo giù dal carro trionfale? Perché poterono su di te più i vizi fraterni che le virtù paterne e avite, che si rinnovano, a partire da me, di generazione in generazione, fra uomini e donne? È per questo, dunque, che io ho impedito la pace con Pirro, perché tu potessi ogni giorno mercanteggiare amori indecenti? Per questo ho condotto l'acqua a Roma, perché tu la usassi per le tue sconcezze? Per questo ho aperto la via Appia, perché tu vi passeggiassi in compagnia d'ogni sorta di gente?».

[35] Ma perché, o giudici, ho io chiamato alla ribalta un personaggio di tanta austerità, da farmi quasi temere di vederlo improvvisamente rivolgersi a noi, e farsi lui stesso nella sua gravità censoria, accusatore di Celio?... Ma questo lo vedremo più tardi: e avverrà, ne sono certo, che la vita di Celio ne uscirà integra anche al giudizio dei più severi esaminatori. Ma tu, o donna - ecco, ora ti parlo senza nessun intermediario, - se ti proponi di giustificare ciò che stai facendo, e dicendo, e inventando, e macchinando, e imputando, tu dovrai per prima cosa dar ragione e rendere conto di quella tua eccezionale familiarità e intrinsechezza e intimità con Celio. Gli accusatori hanno costantemente sulla bocca i piaceri, gli amori, gli adulteri, e Baja e le spiagge, e i conviti, le gozzoviglie, i canti, i concerti, le gite in barca (e non pare che dicano nulla che sia contro la tua volontà). Ma poiché tu hai voluto, per non so quale improvvisa follia, rovesciare tutta questa roba nel foro e in giudizio, di qui non sfuggi: o la sconfessi e smentisci; o dovrai riconoscerti indegna d'esser creduta, come accusatrice e come testimone.

[36] Se tu, poi, preferisci che io ti tratti con maggior riguardo, lo farò. Allontanerò quel vecchio arcigno e quasi selvatico. Prenderò invece .... sì, qualcuno tra questi e precisamente il tuo fratello minore, che in questa materia è così pieno di garbo, che ti ama più di ogni altro, e che, non so per quale (credo io) timidezza di vani terrori notturni, ha sempre usato dormire con te, come un fanciullo con la sorella maggiore. Immagina che egli ora parli con te: «Perché mai, o sorella, smanii in questo modo? Che pazzia è la tua? "Perché con tanto chiasso di parole, una piccola cosa ingigantisci?" Tu hai adocchiato un giovinetto, tuo vicino di casa; il suo candore, la figura slanciata, il volto, gli occhi ti hanno colpita; l'hai voluto vedere più di frequente, ti sei talvolta trovata con lui nello stesso giardino; donna dell'alta società, ti sei proposta di avvincere a te, con le tue larghezze, questo figlio di famiglia dal padre avaro e spilorcio. Non ci riesci: egli recalcitra, non ne vuol sapere di te, ti rifiuta, non giudica che i tuoi doni valgano tanto. E cercatene un altro! Hai un giardino sul Tevere, e te lo sei adattato apposta in quel luogo perché tutta la gioventù di Roma ci venga col pretesto del nuoto. Eccoti dove tu puoi ogni giorno scegliere secondo il tuo gusto. Perché tormentare proprio costui che t'ha a noia?»

[37] Ed ora è la tua volta, Celio, e torno a te, assumendomi autorità e severità di padre. Ma quale padre? Quello di tipo Ceciliano[43] violento e duro, che esclama: «Ora ho l'animo in fiamme, ora il mio cuore è gonfio d'ira»? O quell'altro: «O sciagurato! O scellerato !» Sono di ferro, codesti padri. «Ed io che mai dirò? Cosa vorrò? Le gravi azioni tue m'hanno sconvolto, al punto che io non so più quel che vorrei ... »?; appena si possono tollerare. Un tale padre ti direbbe: «Perché ti sei tu creata questa vicinanza con una prostituta? Perché, scoperte le sue lusinghe, non sei scappato? Perché questa relazione con una donna non tua? Spendi e spandi: per me, padronissimo. Ma quando sarai all'osso, prenditela con te stesso. A me basta vivere tranquillo quel tanto di tempo che mi avanza».

[38] A questo vecchio amaro e rigido, Celio potrebbe rispondere di non avere mai sviato per nessuna passione. La prova? Eccola: nessun lusso, nessun dissesto, nessun debito. Eppure se n'è parlato. Ma chi può evitare le chiacchiere in una città maldicente come Roma? Può forse sorprendere che fioriscano delle malignità sul vicino di casa di quella donna, quando neppure il suo fratello germano ha potuto sfuggire alle male lingue? Con un padre, invece, più sereno e indulgente, con uno di quelli che dicono: «Ha sfondato le porte? Si aggiusteranno. Ha lacerato la veste? Si riparerà»[44], la causa del figlio è bell'e vinta. Che cosa rimarrebbe, infatti, di cui non gli sia facile scolparsi? Io non parlo ora più di quella donna: ma se un'altra ce ne fosse - diversa da questa - che si conceda a tutti; che faccia bella mostra dell'amante scelto di volta in volta; nel giardino, nella casa, nel bagno della quale abbiano libero ingresso le concupiscenze di tutti; che mantenga qualche giovanotto e compensi le taccagnerie paterne con la prodigalità; se costei, vedova, vivesse in piena libertà; sfrontata, senza sfreni; ricca, con ogni sperpero; libidinosa, a modo di meretrice: dovrei io giudicare adultero colui che trattasse questa donna con una certa confidenza di troppo?

[39] Ma qui ci sarà chi mi dice: «Questa è dunque la tua scuola? Così tu educhi la gioventù? Per questo il padre ti ha rimesso e affidato il suo ragazzo, perché dissipi la sua giovinezza negli amori e nei piaceri, e tu ti affanni a difendere una tale vita e queste inclinazioni?» Ecco: se c'è qualcuno che abbia tanta forza d'animo, che sia di un'indole così virtuosa e temperante, da disprezzare ogni voluttà e da logorare tutto il corso della propria vita nella fatica fisica e nell'applicazione intellettuale: qualcuno a cui non sorridano il riposo, lo svago, gli interessi dei coetanei, i giochi, i conviti, e che stimi desiderabile nella vita solo ciò che s'accompagni alla lode e al decoro: io lo giudicherò come formato e ornato di qualità divine. Io credo che fossero di una siffatta tempra i Camilli, i Fabrizi, i Curi[45], tutti coloro insomma che fecero questa nostra Roma, da così piccola, così grande.

[40] Ma oggi quelle virtù, non solo non si trovano più nei nostri costumi, ma appena appena nei libri; perfino le carte che davano testimonianza di quelle antiche virtù sono ingiallite. E questo non solo da noi, che quella condotta e quel regime di vita attuammo più coi fatti che a parole, ma perfino presso i Greci, dottissimi uomini, che quando pure non operavano così, amavano parlarne e scriverne con molta eleganza e solennità, e per i quali allo stesso modo, mutate le condizioni dei tempi, mutò anche la coscienza morale.

[41] Vi fu così chi insegnò che i saggi perseguono, in tutto ciò che fanno, il piacere[46]; e all'orrore di una tale dottrina non si sottrassero neppure uomini di larga cultura. Altri sostennero che il piacere e il merito possono conciliarsi tra di loro, confondendo, nel loro virtuosismo verbale, cose fra sé ripugnanti[47]. Altri, infine, che indicarono la sola via che conduce alla gloria attraverso il sacrificio, rimasero quasi soli nelle loro scuole[48]. Troppe attrattive la natura stessa ci elargì, alle quali facilmente la virtù si abbandona addormentata; troppe vie sdrucciolevoli essa apre alla giovinezza, dove questa può a mala pena entrare o sostare senza scivolare o cadere; troppa varietà di cose allettanti essa ci ha apprestato, nella cui rete non soltanto quella giovane età, ma anche la più scaltrita, s'impigli.

[42] Ecco perché, se ci accade d'imbatterci in qualcuno che rifiuti ai propri occhi di contemplare la bellezza delle cose, che non sia sedotto da alcun profumo, da alcun contatto, da alcun sapore; che allontani dall'orecchio ogni dolcezza di suoni; potremo forse, io e pochi altri, giudicare che a quest'uomo gli dèi siano stati propizi, ma i più li diranno irati con lui. Lasciamo dunque questa via arida e incolta e ostacolata da rami e virgulti. Si conceda qualcosa all'età! Sia la giovinezza più libera; non si dica sempre di no ai piaceri, e non sempre la vinca la fredda e severa ragione, ma di quando in quando la soverchino i desideri e i diletti, purché si osservi anche in questi la giusta misura. Abbiano cura i giovani della propria moralità, e non turbino l'altrui; non dilapidino il patrimonio, né si lascino strozzare dagli usurai; non attentino alle famiglie e al buon nome degli altri; non infliggano il disonore ai casti, la rovina agli integri, l'ignominia ai buoni; non minaccino con la violenza, né tendano insidie, e si astengano da ogni azione delittuosa; e finalmente, quando si siano abbandonati ai piaceri, quando abbiano dato un poco del loro tempo agli svaghi e ai vani folleggiamenti dell'età loro, sappiano per tempo ritornare alle faccende domestiche, agli affari forensi, alle pubbliche cure, cosicché dimostrino di avere rinunciato per sazietà e disprezzato per esperienza quelle vanità che, in un primo tempo, la loro mente non aveva valutato a dovere.

[43] Quanti furono, o giudici, a memoria nostra e dei nostri padri e avi, uomini eminenti e cittadini esemplari, nei quali, placati i bollori giovanili, in età più matura rifulsero le più alte virtù! Non intendo far nomi (del resto li ricordate voi stessi), perché non voglio, per nessuna di quelle personalità autorevoli ed egregie, unire alla lode il richiamo al più tenue fallo. Che se lo volessi, potrei esaltare molti uomini eccellenti, dei quali si potrebbe ricordare, per taluni di essi la eccessiva libertà di costumi nella prima gioventù, per altri una smodata dissipazione, o la mole dei debiti, gli sperperi, le dissolutezze: tutto ciò, messo poi in ombra dalle loro grandi virtù, potrebbe essere difeso con la ragione dell'età da chiunque lo volesse.

[44] Ma in Marco Celio - e posso ormai parlare abbastanza liberamente delle sue migliori qualità, poiché, sicuro della vostra saggezza, non ho ritegno a fare anche qualche confessione - non c'è nessuna dissolutezza, nessuno sperpero, nessun debito, nessuna smania di orge o di postriboli. Del resto, i vizi del ventre e della gola non diminuiscono col crescere degli anni, ma crescono; gli amori, e quelle altre che sogliono chiamarsi galanterie, le quali finiscono col riuscire stucchevoli agli uomini seri, e tanto presto, a un certo momento, si spogliano d'ogni attrattiva, in quanto non lo hanno mai tenuto sotto il loro giogo.

[45] Voi lo avete udito quando parlava per sé; lo avete udito, tempo fa, quando parlò come accusatore di altri (questo dico per difesa di lui, non per vanto mio)[49]; e avete potuto constatare nel vostro saggio giudizio la qualità della sua eloquenza, la sua abilità, la ricchezza dei concetti e delle espressioni. E in lui avete visto, non soltanto brillare l'intelligenza, che spesso s'impone con le proprie forze anche se non l'alimenta l'arte, ma anche quanto ci sia in lui, se l'affetto non mi fa velo, di virtù d'argomentazione, consolidata nei buoni studi e affinata nelle laboriose vigilie[50]. Ora sappiate, o giudici, che quelle passioni che si imputano a Celio, e quelle sue qualità delle quali sto ora parlando, difficilmente possono coesistere nella stessa persona. Non può avvenire che un animo schiavo delle voluttà amorose, infingardo, premuto dai desideri, traviato dall'eccessiva ricchezza o impedito dalle ristrettezze, sostenga questa nostra - quale che sia e comunque la si affronti - fatica di oratore, non solo nel discutere la causa, ma anche nel meditarla.

[46] E credete voi forse che vi sia altra ragione di questo fatto, che con tanti premi concessi all'eloquenza, con tanta gioia nel parlare, con tanta lode e tanto credito e tanta autorità, siano così pochi, e sempre lo siano stati, coloro che ad essa si dedicano? Bisogna, per essa, gettare in un canto i godimenti; trascurare ogni richiamo di svaghi, di giochi, di scherzi, di conviti; rinunciare quasi alla conversazione fra amici. È il sacrificio necessario in questa attività che spaventa gli uomini, e li tiene lontani dall'applicazione; non già che manchino tra noi gli uomini d'ingegno o manchi la loro preparazione culturale sin da giovani.

[47] Ora, se Celio si fosse dato a un tal genere di vita, forse che avrebbe avuto l'ardire di chiamare in giudizio, egli giovane ancora, un uomo ch'era stato console? S'egli rifuggisse dalla fatica, se fosse tenuto in balia dei piaceri, forse che scenderebbe ogni giorno in questa nostra arena, si creerebbe inimicizie, si farebbe accusatore, si giocherebbe la testa, combatterebbe così da tanti mesi, sotto gli occhi del popolo romano, per la vita e la gloria? Ma, si chiederà, non puzza proprio per nulla quella sua vicinanza a Clodia? Non dicono proprio nulla la voce pubblica, nulla i bagni di Baja? Sì: e non solo dicono, ma conclamano che la libidinosa sfrenatezza di questa donna è dilagata sino al punto di farla, non ansiosa di solitudine e di tenebre e degli altri soliti occultamenti delle proprie turpitudini, ma persino compiaciuta dell'affollarsi della gente e della piena luce intorno alle sue sconce manovre.

[48] Se c'è qualcuno che consideri proibito ai giovani perfino l'amoreggiare con una prostituta, egli sarebbe, non posso negarlo, eccessivamente austero; ma si metterebbe in urto, non solo con la licenza dei tempi nostri, ma con quanto usavano e tolleravano anche i nostri avi. Quando mai, infatti, non fu ciò praticato, quando censurato, quando non permesso, quando insomma avvenne che ciò che è lecito, lecito non fosse? Ormai, passo a definire i termini della questione, ma non farò il nome di nessuna donna: lasciamo pure la cosa in sospeso.

[49] Ma se una donna, che non abbia marito, apra la casa propria alle brame di tutti, si metta a fare apertamente una vita da meretrice, usi banchettare con uomini a lei affatto estranei; se questo essa faccia in città, in villa, in mezzo alla folla di Baja; se si comporti, non solo nel modo di camminare ma anche nel modo di acconciarsi e nella compagnia, non solo nello scintillio degli occhi e nella libertà del linguaggio ma anche coi baci e gli abbracci sulle spiagge e a bordo e a cena, in modo tale da manifestarsi non semplice prostituta, ma prostituta sfrontata e procace: dimmi tu, Erennio, un giovanotto che per caso le si accompagnasse lo chiameresti tu adultero, o amante; diresti tu ch'egli voglia attentare al pudore di lei, o soddisfarne la libidine?

[50] Io voglio dimenticare, o Clodia, le tue ingiurie, e cancellare il ricordo delle mie sofferenze; voglio passar sopra a tutto quanto, durante mia assenza [da Roma], tu hai crudelmente operato in danno dei miei[51]... Non siano mai dette contro di te le cose che io ho dette or ora! Questo ti chiedo, poiché gli accusatori affermano di tenere da te stessa e l'accusa e la testimonianza: se esistesse una donna, diversissima da te, quale io poc'anzi ho descritta, una meretrice per vita e costumi, e con essa un giovane avesse avuto una relazione, ti parrebbe un caso straordinariamente vergognoso e scellerato? Ebbene: se tu non sei quella donna (come io voglio pensare), di che accusano dunque Celio? Se vogliono che tu lo sia, perché dovremmo noi temere di un'accusa, che tu per prima condanni? Dacci dunque tu stessa la via e il modo della difesa: poiché, o nel tuo pudore tu escluderai che Marco Celio si sia comportato con te in modo sconveniente, oppure la tua spudoratezza darà a lui e a tutti gli altri l'arma migliore per difendersi.

[51] Ma la mia difesa mi pare si sia ormai disincagliata dalle secche e abbia superato gli scogli, cosicché il residuo suo corso mi si presenta agevole[52]. Due sono, infatti, le accuse mosse a Celio per due gravissimi misfatti contro la medesima donna; l'una, di aver preso a prestito l'oro da Clodia; l'altra, di aver preparato il veleno per uccider Clodia. L'oro lo avrebbe preso, secondo ciò che voi dite, per darlo ai servi di Lucio Lucceio[53], e con il loro aiuto far ammazzare Dione Alessandrino, ospite di Lucceio appunto. Delitto enorme, sia per avere insidiato la vita di un ambasciatore, sia per avere spinto degli schiavi a uccidere l'ospite del loro padrone: un proposito nero d'infamia e di temerarietà.

[52] Ma in merito a questa accusa, io mi domando anzitutto se Celio abbia rivelato a Clodia lo scopo per il quale egli le chiedeva quell'oro, o no. Se non glielo ha detto, perché mai essa glielo ha dato? Se glielo ha detto, essa gli si è fatta complice. E veramente tu, o Clodia, hai osato tirar fuori dal tuo armadio quegli oggetti d'oro, spogliare dei suoi ornamenti la tua Venere, quella Venere che è solita spogliare gli altri[54] sapendo che quell'oro era necessario per compiere un delitto, per assassinare un ambasciatore, per eterna vergogna di quel pio e integerrimo uomo che è Lucio Lucceio? No, non poté l'animo tuo generoso essere cosciente di una tale scelleratezza ; non poté la tua casa, liberalmente aperta a tutti, esserne strumento, la tua Venere ospitale[55] diventarne complice.

[53] Balbo lo capì perfettamente; infatti dichiarò allora che Clodia ignorava lo scopo vero per il quale l'oro le era stato chiesto, e che Celio aveva addotto il pretesto di doversene servire per allestire dei giochi pubblici[56]. Ma se egli le era così intimo quale tu vuoi che fosse, e poiché tu parli tanto delle sue smanie lascive per lei, vuoi che non le abbia detto perché voleva quell'oro? Se questa intimità, poi, non esisteva, allora essa non aveva motivo di darglielo. In altre parole, se Celio ti ha detto il vero, tu stessa, o pazza, hai dato coscientemente l'oro per il delitto; se non osò dirtelo, tu non glielo hai dato. Perché mai dunque dovrei confutare una simile accusa con argomenti di difesa, che peraltro sono innumerevoli? Potrei dire, anzitutto, che i costumi di Marco Celio sono ciò che c'è di più ripugnante all'atrocità di un tale delitto: a un uomo intelligente e accorto come egli è, non è neppure pensabile che non venisse subito in mente che un'azione delittuosa come quella, non si affida a schiavi sconosciuti ed estranei. Potrei anche, secondo l'uso d'altri avvocati, e mio, domandare all'accusatore che mi dica dove Celio si sia incontrato coi servi di Lucceio, e chi lo abbia messo in contatto con loro. Se da sé solo, quale imprudenza la sua! se per mezzo d'altri, chi sarebbe costui? Io posso bene, con la mia parola, scrutare tutti gli angoli bui dei sospetti; ma non trovo una ragione, un luogo, una possibilità, un complice, una speranza di attuare e occultare la scellerata azione, non un modo di compierla, non una traccia dell'orrendo misfatto.

[54] Ma tutto ciò, che pur sorge spontaneo nella mente del difensore, e che, dando l'impressione di scaturire da una mia accurata elaborazione, potrebbe, non per l'ingegno mio, ma per la mia vecchia esperienza forense, dare qualche frutto, io lo tralascio per amor di brevità. Io ho invece una persona, giudici, che volentieri voi vedreste unita a voi nel vincolo della coscienza e del giuramento: quell'uomo piissimo e quel testimone scrupoloso è Lucio Lucceio stesso, il quale non avrebbe potuto ignorare un tale attentato alla sua fama e alla sua fortuna da parte di Celio, né, sapendolo, lo avrebbe trascurato o tollerato. Forse che un tal uomo, pieno di umanità, di cultura, di dottrina, di scienza, avrebbe potuto disinteressarsi del pericolo incombente proprio su colui che egli prediligeva per affinità di pensiero e di studi e, pur trattandosi dell'ospite proprio, trascurare un delitto contro il quale sarebbe virilmente insorto anche se macchinato contro un estraneo qualsiasi ? Passare sopra a ciò che, se compiuto da ignoti, lo avrebbe riempito di dolore, qualora ne fossero stati autori i suoi stessi servi? Sopportarlo in Roma e in casa propria, dal momemto che, pur se quel delitto fosse avvenuto in campagna o in un luogo pubblico, egli lo avrebbe fieramente stigmatizzato? Stimare, lui uomo sapientissimo, meritevole di essere all'oscuro di quel delitto che insidiava un uomo ugualmente sapientissimo, quando invece non lo avrebbe mai lasciato impunito se pur diretto contro un villano qualsiasi?

[55] Ma perché, o giudici, dilungarmi? Tenete presente la coscienza e l'autorità di un tale testimone giurato; consideratene attentamente la deposizione, parola per parola. Ecco che cosa egli vi dice: (Segue la deposizione di Lucceio)[57]. Che volete di più? Forse che la verità della causa può prendere la parola da sola in propria difesa? Questa è la difesa dell'innocente, questo è il linguaggio della causa, questa la voce univoca della verità. L'accusa non può invocare per se un solo sospetto, non un argomento di fatto; della trama che si vorrebbe ordita, non una traccia di parole, di luogo, di tempo; non un teste, non un complice di cui si faccia il nome; tutta l'accusa ha una sola origine, in una casa nemica, scellerata, crudele, malvagia e corrotta. La casa, al contrario, che si pretenderebbe macchiata da questo orrendo delitto, è piena di onestà, di decoro, di senso del dovere, di pietà: ed è da essa che vi parla l'autorità del prestato giuramento, fugando ogni più lieve ombra di dubbio sul dilemma, se non abbia una donna temeraria sfrenata e iraconda inventato l'accusa, o un uomo serio, saggio, riflessivo deposto scrupolosamente.

[56] Resta l'accusa di veneficio della quale io non riesco a trovare il bandolo. Quale ne sarebbe la causa, per qual motivo Celio avrebbe voluto avvelenare questa donna? Per non restituirle l'oro? Ma glielo aveva forse richiesto? Per non essere implicato nell'altro delitto? Ma chi glielo aveva rinfacciato? E chi ne avrebbe mai parlato, se non si fosse fatto lui stesso accusatore in giudizio? Avete udito Lucio Erennio dichiarare che mai la sua voce si sarebbe levata accusatrice di Celio, se questi per la seconda volta non avesse denunciato, per la stessa imputazione, l'amico suo, già prosciolto[58]. È concepibile che quel delitto sia stato ordito senza una causa determinante? E non vi rendete conto che l'accusa di questo maggior crimine fu fabbricata soltanto per fornire un pretesto a quell'altra?

[57] Ma a chi, dunque, Celio ne affidò l'esecuzione? Di quale complice, di qual compagno, di quale confidente si giovò, nelle cui mani egli avrebbe affidato un tale delitto, se stesso e la propria vita? Degli schiavi della donna (poiché questo fu risposto)? Ma era costui, del quale voi certamente riconoscete l'intelligenza anche se l'eloquenza avversaria gli nega ogni altra qualità, pazzo a tal segno da affidare a schiavi d'altri la propria vita? E a qual genere di schiavi (anche questo ha il suo grande peso)? A quelli appunto che egli sapeva non essere schiavi come gli altri, ma vivere in ben più libera e cordiale e sbrigliata familiarità con la propria padrona. Chi non lo vede, o giudici, chi ignora che in una casa come quella, dove la padrona conduca una vita di meretrice, dove nulla si faccia che possa esser raccontato fuori, dove impazzano le orge[59], la libidine, la lussuria, tutti i vizi insomma e le corruzioni più inaudite, gli schiavi non son più schiavi, essi a cui ogni incarico è affidato, per mezzo dei quali ogni cosa si fa, che partecipano agli stessi piaceri, ai quali si confida ogni segreto, a vantaggio dei quali rifluisce non poco degli sperperi e degli sciali d'ogni giorno? E tutto questo, proprio Celio non lo avrebbe veduto?

[58] Se c'era fra lui e la padrona la intimità che voi dite, doveva ben sapere che anche i servi le erano intimamente legati. Se quella grande dimestichezza non c'era, come mai avrebbe potuto essercene tanta fra lui e quei servi? Ma questa fiaba del veleno, in che modo viene architettata? Dove lo si è cercato, in quale maniera fu preparato, come, a chi, dove consegnato? S'è detto che Celio lo avesse in casa, e lo abbia sperimentato sopra uno schiavo comperato a tal fine, la cui morte immediata sarebbe servita da collaudo[60].

[59] Dèi immortali! Ah, perché talvolta voi tollerate le peggiori scelleratezze umane, o rinviate il castigo delle colpe attuali? Io vidi, io vidi, e ne ebbi uno dei più aspri dolori della mia vita, Quinto Metello allorché fu strappato dal grembo della patria, mentre si credeva nato a servirla; e due giorni dopo aver dato di sé le più splendide prove nella Curia, ai rostri[61], nella vita pubblica, venne, nel fiore dell'età, della salute, delle energie, indegnissimamente rapito a tutti i buoni e all'intera cittadinanza. Morente, in quell'ora in cui la mente ormai fiaccata si strania da ogni pensiero, egli teneva vigili i suoi ultimi sensi nel pensiero della repubblica: e fissandomi mentre io piangevo, mi preannunziava, con voce rotta e che gli veniva meno, quale tempesta si addensasse sul mio capo, quale bufera sulla città[62]; e picchiando più e più volte sulla parete che lo separava dall'alloggio di Quinto Catulo , ripetutamente egli chiamava per nome Quinto Catulo[63], e più spesso me, e ancor più di frequente invocava la repubblica, come se lo angosciasse non tanto il morire quanto l'abbandonare privi della sua difesa la patria e me.

[60] Che se la improvvisa violenza del delitto non ci avesse strappato un tale uomo, quale argine alle furie del demente cugino non avrebbe egli opposto, egli che era stato console, e che da console gli aveva in pieno Senato, di fronte ai primi segni dei suoi folli attentati[64] dichiarato che lo avrebbe ucciso con le sue stesse mani? Ed è una donna uscita da questa casa, che osa parlare della prontezza del veleno? Ma non temerà essa che la sua stessa casa possa far sentire la sua voce; non rabbrividirà essa di fronte alle pareti che sanno, al ricordo di quella notte d'orrore e di lutto? Ma torniamo all'accusa: l'immagine di quell'uomo egregio e integro che ho rievocata ha fiaccato la mia voce nel pianto, ha paralizzato nel dolore il mio pensiero.

[61] Non ci è stato detto, dunque, donde sia venuto il veleno, né in che modo sia stato approntato. Dicono bensì gli accusatori che esso sarebbe stato dato a Publio Licinio, un giovane ammodo e buon amico di Celio; che sarebbe stato inteso con gli schiavi ch'essi venissero al bagno pubblico di Senia[65]; che, infine, si sarebbe ivi recato anche Licinio, per consegnare loro il vasetto del veleno. Ma qui io chiedo, anzitutto, a quale scopo si sarebbe combinato di portarlo là, e perché gli schiavi non siano andati a prenderlo in casa di Celio. Se perdurava quella stretta intimità, quella consuetudine di rapporti con Clodia, che sospetto poteva destare il vedere un suo schiavo a casa di lui? Se invece era già subentrata l'inimicizia, se la relazione era rotta, se il conflitto s'era aperto... Oh! Ecco allora «la fonte di tutti i pianti»[66] ecco l'origine di tutta questa storia di delitti e di accuse!

[62] Ma l'accusa ribatte: «Per l'appunto: quando gli schiavi svelarono alla padrona tutto il malefico intrigo di Celio, essa, furba, diede loro l'ordine di promettergli tutto quanto egli volesse; ma perché Licinio fosse colto in flagrante nell'atto di consegnare il veleno, scelse come luogo i bagni di Senia, per mandarvi degli amici che vi si nascondessero, e nel momento in cui arrivava Licinio e rimetteva agli schiavi il vasetto, saltassero improvvisamente fuori, e lo prendessero». Ma tutto questo, o giudici, è così facile a confutare! Anzitutto, perché egli avrebbe scelto proprio un bagno? Io non vedo dove, in esso, ci sia un nascondiglio per uomini togati: perché, o stavano nell'atrio, e non sarebbero stati nascosti; o si volevano raccogliere nell'interno, e non era agevole il farlo, calzati e vestiti: se pure li avessero fatti entrare, ciò di cui dubito; a meno che quella donna potente non si fosse fatta amica del padrone del locale alla consueta tariffa di un quadrante[67].

[63] Ma, dico il vero, io ero ansioso di sapere chi fossero codesti galantuomini, di cui si è preannunziata la testimonianza su quella consegna in pubblico del veleno: ma nessun nome è sinora venuto fuori. Non ho dubbio, però, che si tratti di persone estremamente autorevoli: in primo luogo, perché amici di una tale femmina; poi, per essersi assunta la funzione di introdirsi in massa dentro un bagno pubblico; ciò che, potente come essa era, non avrebbe certo potuto ottenere che da uomini pieni di dignità e di decoro... Ma perché mi sto io occupando della dignità e del decoro di questi testimoni? Voi ne conoscete già il coraggio e lo zelo. «Si celarono nei bagni»: o eminenti testimoni! «Poi saltarono fuori prima del tempo»: o uomini tempestivi! Ed è su questi elementi che voi intendete costruire la storiella... Ecco: Licinio compare, tiene in mano il vasetto del veleno, tenta di consegnarlo, ancora non lo ha potuto consegnare, quando questi illustri ma innominati testimoni sbucano fuori all'improvviso; cosicché Licinio, che già aveva steso la mano a consegnare il veleno, la ritrae, e di fronte all'improvvisa aggressione si dà alla fuga! Oh, virtù suprema della verità, che si sa bene quanto importi e da sola di fronte alla ingegnosità, alle sottigliezze, alla scaltrezza degli uomini, alle insidie e alle menzogne di chicchessia!

[64] Come tutta questa commediola[68] di una vecchia fabbricante di favole è inverosimile e sconclusionata! E quindi? Tanti uomini - poiché è necessario che fossero non pochi, sia per poter facilmente afferrare Licinio, sia perché il fatto avesse come testimoni molti occhi -, per lasciarselo sgusciare di mano? Come mai era più difficile prenderlo quando egli ritrasse la mano per non consegnare il vasetto del veleno, di quello che non fosse s'egli lo avesse consegnato? Si erano pure piazzati in modo da coglierlo sul fatto, sia nell'atto di trattenere, sia in quello di consegnare il veleno: questo il piano di Clodia, questa la loro missione: sicché non capisco come tu possa dire che sono saltati fuori alla cieca e fuori di tempo. Per questo erano stati assoldati, per questo appostati: affinché il veleno, l'insidia, il delitto stesso fossero smascherati in pubblico.

[65] E avrebbero potuto intervenire in un momento migliore di quello in cui arrivava Licinio, tenendo in mano il vaso del veleno? Se questo fosse già stato consegnato agli schiavi, e solo allora gli amici di lei fossero sbucati fuori e avessero preso Licinio, questi avrebbe avuto modo di negare, invocando delle testimonianze, d'essere stato lui a consegnarlo. Come smentirlo? Dicendo di averlo visto? Ma intanto il primo sospetto sarebbe caduto su di loro; e poi avrebbero detto di aver veduto ciò che dal luogo dov'erano appostati, vedere non potevano. Essi dunque comparvero nel momento stesso in cui Licinio giungeva, traeva fuori il vaso, stendeva la mano, porgeva il veleno... Ma questo è il finale di una farsa[69], non di una commedia: quando, non trovandosi una conclusione, il personaggio si squaglia, gli strumenti[70] suonano la fine, e il velario si chiude!

[66] Qui domando, infatti, come mai questo manipolo di sicari di una femmina si sia lasciato sfuggire di mano Licinio, sorpreso, incerto, sul punto di trarsi indietro e di tentar la fuga; come mai essi non siano riusciti ad acciuffarlo; come mai, infine, non abbiano raccolto la prova dell'accusa di un così grave delitto dalla sua stessa confessione, dalla testimonianza oculare di tanti, dalla pubblica voce dell'attentato. Temevano essi forse, numerosi validi e pronti com'erano, di non poter debellare uno solo, debole e spaurito? Nessuna prova, dunque, del fatto, nessun indizio in causa, nessun risultato concreto dell'accusa. Così questo processo si è spostato per intero dal terreno delle prove, degli indizi, insomma di quegli altri elementi dai quali la verità suole prender luce, a quello delle deposizioni testimoniali. E questi testimoni io aspetto, o giudici, non solo senza preoccupazione, ma anzi con la speranza di divertirmi.

[67] Io anelo di vedere, in prima linea, quegli eleganti giovani amici di una donna ricca e nobile; poi quei gagliardi uomini appostati da questo loro generale in gonnella nei nascondigli di una fortezza balneare: ai quali ultimi io chiederò dove e come si siano celati, e se sia stata una vasca o quale cavallo di Troia a portare e nascondere in sé tanti invitti combattenti di una guerra femminile. E li costringerò a dirmi perché tali e tanti uomini non abbiano preso, mentre era fermo, quell'unico e così debole, o non l'abbiano inseguito in fuga. Vengano qui; e non se la caveranno più. Siano pure quanto si vuole brillanti nei conviti, pungenti, talvolta anche ciarlieri per effetto del vino, ben altra cosa è la oratoria del foro e quella del triclinio, ben altro il contegno in tribunale e a tavola; non è la stessa cosa avere di fronte dei giudici, o dei commensali; e tutt'altra cosa è la luce del sole da quella dei lampadari. Vengano, dunque: e smonteremo tutte le loro frivolità e le loro sciocchezze. Ma diano retta a me: curino altre imprese, cerchino altri appoggi, facciano mostra di sé in altri campi, brillino presso quella donna per la loro bellezza, si impongano con lo sfarzo, le si attacchino, le stiano ai piedi, la servano: ma non attentino, vivaddio, al capo e alla fortuna di un innocente.

[68] Ma - fu obiettato - quegli schiavi furono liberi su parere favorevole del consiglio di famiglia di Clodia, composto di uomini degnissimi e preclari[71]. Finalmente troviamo qualcosa che si afferma compiuto da questa donna per consiglio e con l'autorità di quegli uomini, degnissimi ed eminenti, che sono i suoi congiunti. Ma bramerai conoscere che cosa provi codesta messa in libertà, con la quale, o si volle creare un argomento all'accusa contro Celio, o si vollero sottrarre questi schiavi all'interrogatorio sotto tortura[72], o infine si cercò un pretesto che giustificasse il premio concesso a servi che troppe cose sapevano. Ma, si insiste, la cosa fu approvata dai familiari. E perché, dico io, non avrebbe dovuto essere approvata, quando tu avessi tranquillamente raccontato loro che l'insidia non ti era stata riferita da altri, ma scoperta da te stessa?

[69] Anche di questo vorremo meravigliarci, che quel fantastico vaso del veleno abbia dato origine a quella famosa oscenissima storiella ... ?[73] Per una tale donna, non c'è turpitudine che non le stia a pennello. La storia è stata sulle labbra e nelle orecchie di tutti. Voi capite perfettamente, o giudici, quello che io intendo ...o meglio non intendo dire. Che se c'è in essa del vero, quel che è certo è che Celio non c'entra affatto (e a che scopo ci sarebbe entrato?); e potrebbe essere opera di qualche giovanotto più spiritoso che pudico. Se poi è inventata, la menzogna passa la misura, ma non è priva di arguzia. Del resto i discorsi e i giudizi della gente non l'avrebbero mai accreditata, se tutto quanto di ignominioso si dica contro quella donna non la inquadrasse a meraviglia.

[70] Ormai, o giudici, la causa è stata da me trattata e discussa. Sta a voi misurare tutta la responsabilità che incombe su di voi, tutta l'importanza del compito che vi è affidato. Voi dovete giudicare di un'accusa di violenza. La legge relativa tocca l'autorità, la maestà, la saldezza della patria, la salute pubblica; ed è questa legge che Quinto Catulo concesse in mezzo ai conflitti armati dei cittadini[74] ad una repubblica stremata, e che, sedato l'incendio ch'era divampato durante il mio consolato, valse a spegnerne le fumanti rovine; è questa legge che si vorrebbe da voi applicata in odio alla giovinezza di Celio, non per pagare alla repubblica una pena dovuta, ma per soddisfare il capriccio di una donna svergognata.

[71] Si è ricordata la condanna, da parte di questo stesso tribunale, di Marco Camurzio e di Gaio Cesernio[75]: quale stoltezza! Solo stoltezza, o dovrei parlare piuttosto di straordinaria impudenza? Proprio voi, che parlate per quella donna, avete il coraggio di rievocare quei nomi, di risuscitare il ricordo di una infamia che il tempo, se l'ha scolorito, non l'ha però cancellato? Sotto quale accusa, per quale colpa, furono essi perduti? Non c'è dubbio: per avere vendicato con l'orribile stupro di Vezzio il rancore di questa donna per l'offesa patita. Forse perché s'udisse in questa causa il nome di Vezzio, perché fosse richiamata quella vecchia storia di denaro, si rifà qui la causa di Camurzio e di Cesernio? Costoro, sebbene non potessero certamente essere colpiti dalla legge sulla violenza, erano talmente implicati in quell'azione vergognosa, da apparir chiaro che non sarebbero potuti sfuggire alla morsa di qualche altra legge.

[72] Ma Marco Celio, a quale titolo è chiamato in questo giudizio? A lui non si imputa né il reato ch'è proprio di vostra competenza[76] né altro che, pure sfuggendo ai termini della legge speciale, non sfugga tuttavia al vostro rigore. I suoi primi anni furono dedicati allo studio e a quelle discipline che ci formano alla vita del foro, ci avviano alla carriera politica, agli onori, alla gloria, all'autorità. In lui, la ricerca di quelle amicizie con gli uomini d'età, dei quali ambiva prendere a modello l'operosità e la correttezza, e, fra i suoi compagni di studio, con quanti dei migliori e dei più degni apparissero indirizzati a percorrere la stessa onorata via.

[73] Non appena maturatosi un poco negli anni, partì per l'Africa. Fu al seguito del proconsole Quinto Pompeo[77], purissimo uomo e zelantissimo nell'adempimento dei propri doveri. In quella provincia, non solo suo padre aveva interessi e proprietà, ma gli era pure offerta l'occasione di farsi una pratica di vita provinciale, che a ragione i nostri vecchi riservavano a quella età. Se ne venne via con un alto elogio di Pompeo, come sapete dalla sua stessa testimonianza. Volle, secondo l'uso antico, secondo l'esempio di quei giovani che divennero poi uomini eminenti e cittadini illustri, che fosse noto al popolo romano il proprio zelo per la cosa pubblica con qualche accusa di spicco.

[74] Io avrei desiderato, per verità, che la sua sete di gloria lo avesse altrimenti indirizzato nell'accusa; ma ormai è troppo tardi per dolersene. Accusò egli dunque il mio collega Gaio Antonio, al quale, disgraziato, non servì a nulla il ricordo delle proprie benemerenze verso lo Stato, nocque invece la fama di aver pensato a cospirare a suo danno[78]. Dopo d'allora, Celio non fu secondo ad alcuno dei suoi coetanei, né nel foro, né nel trattare gli affari e le cause degli amici, né nell'autorità acquistata fra i suoi. Tutto quello a cui solo gli uomini vigili, sobri, attivi possono pervenire, egli conseguì con l'impegno e la diligenza.

[75] A quella svolta dell'età sua - nulla io tacerò con voi, sicuro come sono della vostra benevolenza e saggezza - la sua buona fama fu messa un poco in dubbio dalla sua recente familiarità con quella donna, dal suo pericoloso vicinato, dalla rivelazione di quei piaceri, che, rimasti a lungo contenuti e compressi e impediti nella prima età, spesso in seguito erompono e straripano per ogni verso. Ma da una vita siffatta, o meglio quale le dicerie gli attribuivano (perché la verità non fu mai così nera come la presentavano le chiacchiere della gente), da quella, insomma, sua situazione, qualunque essa fosse, egli si trasse fuori e interamente si sollevò e liberò: e ripudia oggi quell'intima relazione, al punto da doversi guardare dall'avversione e dall'odio di quella donna.

[76] Fu appunto per mettere fine a quelle chiacchiere sulla sua vita di voluttà e di ignavia, che egli si diede ad accusare (lo fece, vivaddio, me contrario, e con la mia più viva resistenza, ma tuttavia lo fece) l'amico mio Atratino per corruzione elettorale. Prosciolto quest'ultimo, egli torna all'assalto e lo accusa di nuovo: sordo ai consigli di tutti noi, diviene più aggressivo di quanto non vorrei. Ma io non voglio parlare di saggezza, che a quell'età non esiste; parlo invece della impulsività dell'animo, della smania di superare, della sete febbrile di gloria. Sono passioni, codeste, che alla nostra età possono essere frenate, ma che in gioventù sono come il preannunzio in erba di quanta maturità di doti e di quali frutti sarà prodiga l'attività futura. Sempre i giovani di grande intelligenza furono piuttosto da trattenere che non da spingere verso la gloria; e c'è più da potare che da innestare in coloro sui quali, a quell'età, fioriscono le lodi intorno al loro ingegno.

[77] Tant'è, che se a qualcuno possa sembrare essere stata troppo ribollente la vivacità, l'accanimento, l'ostinazione di Celio nell'attirarsi ostilità e nell'affrontarle, se a qualcuno sia spiaciuto anche il più tenue di codesti eccessi - la porpora che orlava la sua toga[79], la folla degli amici, la splendidezza e l'eleganza del vestire -; tutto ciò sarà tra poco calmato, tutto ciò l'età, le occupazioni, il tempo avranno in breve placato. Conservate dunque alla patria, o giudici, un cittadino amante della cultura, devoto al partito dell'ordine e agli uomini migliori. Questo io prometto a voi, di questo io mi faccio garante verso lo Stato (se mai l'opera mia fu ad esso gradita), che questo giovane non si allontanerà mai dalle nostre direttive: e lo prometto, confidando nella nostra familiarità e nell'essersi egli già sottomesso alle più severe norme di vita.

[78] Non può, chi abbia chiamato in giudizio un antico console accusandolo di avere attentato alla sicurezza dello Stato, farsi egli stesso provocatore di disordini; non può, chi neppure tollerò, assolto dall'accusa di corruzione elettorale chi anche ne era stato assolto, farsi impunemente corruttore lui stesso. La vita pubblica, o giudici, ha già avuto di Marco Celio due processi, che stanno come ostaggi contro ogni pericolo, come pegni del suo retto volere. Perciò, o giudici, io invoco da voi, che nella stessa città in cui, proprio di questi giorni, andò assolto Sesto Clelio[80], che per ben due anni[81] voi avete visto o fautore o capo di sommosse; che con le proprie mani diede fuoco al sacro tempio[82] e alle tavole censorie e alle pubbliche memorie del popolo romano; uomo senza mezzi, senza fede, senza avvenire, senza domicilio, senza posizione sociale; insozzato nel viso, nella parola, nelle mani, in tutta la sua vita; che abbatté il monumento eretto da Lutazio Catulo, distrusse la mia casa, arse quella di mio fratello[83]; che sul Palatino, al cospetto della cittadinanza, aizzò le turbe di schiavi alla strage e all'incendio di Roma: in questa stessa città non tolleriate che, dove quello fu assolto per intercessione femminile, sia condannato Celio per femminile vendetta, e che la donna medesima appaia avere, insieme col proprio fratello... marito, strappato alla giustizia il più scellerato delinquente e schiacciato sotto il suo peso un onestissimo giovane.

[79] Guardate alla sua giovinezza; ma abbiate a un tempo presente dinanzi a voi la tarda età di questo infelice[84], che non ha altro aiuto che quel solo figlio, altra speranza che in lui, che questo solo paventa, di perderlo; questo infelice , che supplichevole dinanzi alla vostra umanità, umile dinanzi alla vostra autorità, prostrato più che ai vostri piedi dinanzi all'animo e alla vostra sensibilità, voi lo solleverete, nel ricordo dei vostri genitori, nel sorriso dei vostri figlioli, esaltando, nel dolore altrui, la vostra pietà e la vostra bontà. Non vogliate, o giudici, affrettare, più con la vostra condanna che per la legge vigente, la fine di quest'uomo ormai prossimo al tramonto, né schiantare quella giovane vita, ormai radicata nella virtù, al suo primo fiore, come per un turbine o una bufera improvvisa.

[80] Conservate il figlio al padre, il padre al figlio, perché non diate l'impressione di avere proprio voi mostrato disprezzo per una vecchiaia senza speranza, né voluto tener viva, anzi aver colpito e stroncato, una giovinezza ricca d'ogni speranza. Se lo conserverete a noi, ai suoi, allo Stato, lo avrete legato strettamente, reso devoto a voi e ai vostri figli; e da tutte le sue energie e le sue fatiche, voi, o giudici, più di chiunque altro, avrete colto i frutti più ricchi e durevoli.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Si tratta dei Ludi Megalenses, in onore della dea Cibale, venerata nel vicino Oriente. I giochi furono introdotti a Roma nel 204 a. C. e ripetuti con frequenza annuale dal 4 al 10 aprile.
  2. ^ Probabilmente è la lex Plautia de vi, che sappiamo essere stata applicata in processi contemporanei a questo, e prima per colpire i Catilinari. L’identificazione, però, è complicata dall’allusione finale (cap.29) di Cicerone ad una lex de vi attribuita a Quinto Lutazio Catulo, dunque lex Lutatia, di cui mancano ulteriori attestazioni. Si potrebbe, quindi, considerare l’esistenza di due leggi distinte sulla violenza, destinate a coprire circostanze diverse, e che il richiamo di Cicerone alla lex Lutatia, varata in circostanze di eccezionale pericolo per la repubblica, intendesse far risaltare il contrasto tra la gravità dell’accusa e l’inconsistenza dei reati commessi da Celio.
  3. ^ L’accusatore è Lucio Sempronio Atratino, figlio di Lucio Calpurnio Bestia, probabilmente adottato come membro della gens Sempronia, che gli aveva trasmesso anche il cognomen di Atratino. L’accusato è Marco Celio Rufo, nato nell’82 a. C., il padre era un cavaliere romano, che vantava possedimenti in Africa. Di famiglia agiata, venne avviato alla carriera pubblica sotto la guida di Cicerone e Crasso. Brillante quanto ambizioso, il giovane si avvicinò a Catilina nel 63, dopo aver ultimato il tirocinium fori, forse spinto dalle sollecitazioni al rinnovamento sociale che la figura di Catilina sembrava suscitare intorno a sé. L’ingresso vero e proprio nella vita pubblica avvenne nel 60 a. C., anno in cui Celio intentò un processo a Gaio Antonio Ibrida, console con Cicerone nel 63, forse con l’accusa di maiestas e vinse, nonostante Cicerone stesso si fosse assunto la difesa dell’ex collega. Lanciato da questo successo, entrò nel vivo della società romana, intrecciando relazioni e amicizie importanti. All’inizio del 56 a. C. intentò una prima azione giudiziara contro Lucio Calpurnio Bestia con l’accusa di ambitus (brogli elettorali) ma l’accusato venne prosciolto. Di qui la seconda azione giudiziaria (a cui allude il testo), per il medesimo reato, contestatagli in una diversa circostanza: il processo, però, non ebbe luogo, poiché Celio stesso venne nel frattempo accusato di vis da Atratino. Dei vari capi d’accusa raccolti contro Celio si vedrà nel corso dell’orazione: la difesa si compose delle orazioni di Cicerone, di Celio stesso e di Crasso, ciascuna mirante a diverse finalità. L’imputato venne assolto, e riprese la carriera politica diventando tribuno nel 52 ed edile curule nel 50 a. C.
  4. ^ Prima allusione al personaggio di Clodia. Di famiglia illustre, sorella del tribuno della plebe Publio Clodio, nemico di Cicerone, e da poco vedova di Quinto Metello Celere, rappresentante degli ottimati, era tra le donne più in vista della Roma del tempo. La sua identificazione con la Clodia cantata dal poeta Catullo sotto il nome Lesbia, apparentemente confermata dall’identificazione di Marco Celio Rufo col dedicatario di alcuni carmi del poeta, viene da alcuni messa in discussione.
  5. ^ Secondo il costume processuale romano, Atratino era affiancato nell’accusa da due sostenitori, Lucio Erennio Balbo amico del padre, e un Publio Clodio, rappresentante poco in vista della famiglia, se non addirittura un liberto o uno straniero a cui il più famoso omonimo e fratello di Clodia aveva fatto ottenere la cittadinanza
  6. ^ Splendidus in latino è l’aggettivo tecnico per indicare il tenore di vita del rango equestre. Cicerone sembra optare qui una distorsione delle reali accuse mosse a Celio, che saranno state di vivere troppo al di sopra delle sue possibilità, anziché di essere vittima della taccagneria paterna.
  7. ^ Fu cavaliere, ebbe possedimenti in Africa e non era originario di Roma.
  8. ^ Cicerone proveniva dall’ordine dei cavalieri, del quale facevano parte molti giudici.
  9. ^ Praetuttinani è congettura, confermata dalla lezione Praesustiani presente in un codice.
  10. ^ Questo della legatio era un costume diffuso delle città di provincia e dei municipi. I testimoni inviati potevano adempiere alla funzione di rappresentare i loro concittadini, o testimoniare per proprio conto, sotto giuramento: il fine della loro deposizione era elogiativo, e una legge fatta approvare da Pompeo nel 52 a. C. che vietava il ricorso a questi testimoni in funzione di laudatores, fu presto archiviata.
  11. ^ La distinzione tra accusa e maldicenza era già presente nell’oratoria greca, ed è frequente anche in quella latina.
  12. ^ Il termine latino urbanitas, espressione astratta di quel complesso di attitudini, morali e materiali, sentite come caratteristiche degli abitanti della città in contrasto con la semplicità di costumi legata alla vita di campagna (rusticitas), rende inadeguata qualsiasi traduzione. Il contrasto tra i due termini di urbanitas e rusticitas e quindi tra i due modelli di vita, si va polarizzando proprio in epoca ciceroniana.
  13. ^ Il beneficium a cui allude Cicerone deve essere l’aver patrocinato la difesa di Lucio Calpurnio Bestia nel dibattimento processuale del 56: dal momento che per la difesa era formalmente esclusa una ricompensa, essa era sentita come un vero e proprio vincolo alla riconoscenza da parte degli assistiti. In questo caso, Cicerone estende il legame sancito dal beneficium, nei confronti di Bestia anche al figlio di lui Atratino, e si preoccupa che un’eccessiva durezza verso questi possa annullare il beneficium stesso.
  14. ^ L’assunzione della toga virilis avveniva tra i 16 e i 17 anni e segna va l’ingresso nella vita adulta. Da quel momento i giovani potevano essere ammessi a dibattere cause in tribunale. Era costume delle classi elevate affidarli agli oratori più prestigiosi della città, perché li guidassero nell’intraprendere la carriera forense.
  15. ^ È Marco Licinio Crasso, uomo politico legato agli ambienti finanziari ed è eglis tesso milionario. Fu console con Pompeo nel 70 a. C. e associato con Pompeo e Cesare al primo triumvirato del 60 a. C. (l’accordo tra privati cittadini per l’attuazione di un programma di potere, politico e personale). Di nuovo console con Pompeo nel 55 a. C. ottenne il governo della Siria, e si diede alla preparazione di una spedizione contro i Parti (tradizionale minaccia all’espansione romana in Oriente) che avrebbe dovuto assicurargli, grazie al successo, una posizione di parità con i due più accorti colleghi del triumvirato. Egli è qui, accanto a Cicerone, in veste di difensore di Celio.
  16. ^ Aristocratico, di origine sillana, entrò nella scena politica romana in un’epoca di gravi tensioni politiche ed istituzionali, col progetto di dar vita a un “fronte” avverso al potere oligarchico della classe senatoria. Le due sconfitte successive nelle elezioni al consolato nel 65 e 64 a. C. lo risolsero a tentare la via della lotta armata, contando sullo scontento che la situazione di grave disagio economico aveva creato in varie fasce della popolazione romana. La congiura fu sventata da Cicerone, grazie a una delazione, e repressa nel sangue ( i congiurati furono giustiziati senza che fosse loro concesso il diritto di appellarsi al giudizio del popolo). Catilina morì presso Pistoia.
  17. ^ Cioè nel 64 a. C. nelle elezioni per il 63: Cicerone vinse insieme a Gaio Antonio Ibrida.
  18. ^ Nel 66 a. C. Nel ripercorrere gli anni dal 66 al 64, Cicerone vuole sottolineare che Celio ebbe un tirocinio insolitamente lungo, allo scopo di mostrare che la sua formazione morale aveva ricevuto cure particolari.
  19. ^ Il tenere il braccio coperto dalla toga diventò presto immagine per indicare uno stile oratorio misurato, privo di eccessi anche gestuali. Gli esercizi ginnici cui si allude, da compiersi, appunto, togati, si tenevano nel Campo Marzio ed erano indirizzati alla futura attività oratoria, che prevedeva anche una formazione fisica.
  20. ^ Cicerone ebbe almeno l’intenzione di difendere Catilina dall’accusa di concussione del 65, forse per averlo alleato nella campagna elettorale.
  21. ^ Il riferimento è l’accusa di Celio contro il proconsole Gaio Antonio Ibrida (59 a. C.) governatore in Macedonia. Il principale reato contestatogli era quello di lesa maestà, per cui l’accusa secondaria di partecipazione alla congiura di Catilina fu probabilmente elemento determinante della condanna. Sappiamo che i catilinari festeggiarono questa condanna perché Antonio li aveva comunque traditi, assumendo, almeno formalmente, il comando dell’esercito nella battaglia di Pistoia.
  22. ^ Sodales erano chiamati i membri di un’associazione privata di carattere politico ( spesso responsabili di brogli elettorali). Consorterie di questo tipo saranno definitivamente messe al bando nel 55 a. C. da una legge fatta votare da Crasso (lex Licinia de sodaliciis). Sequester era, invece, detto colui per tramite del quale venivano depositati i fondi dei singoli, destinati a procurare i voti.
  23. ^ Si tratta di Lucio Calpurnio Bestia.
  24. ^ Celio non era obbligato a tenere libri contabili, in quanto privato cittadino (l’obbligo riguardava cassieri pubblici e alcuni commercianti); per di più, come filius familias, non aveva proprietà. È probabile che Cicerone stia distorcendo le accuse.
  25. ^ Quella contro Antonio.
  26. ^ Tolomeo Aulete era venuto a Roma personalmente per sollecitare l’intervento della potenza sua alleata. Durante le trattative, gli Alessandrini avevano inviato a Roma un’ambasceria guidata dal filosofo accademico Dione, intenzionata a far valere le proprie ragioni di fronte al senato romano: ma Tolomeo era riuscito ad organizzare misure repressive che, attraverso uccisioni e intimidazioni di vario tipo, stroncarono l’iniziativa. Nel 57, l’uccisione dello stesso Dione ad opera di un certo Asicio costrinse il senato ad intervenire, con processi e condanne. Fra i cittadini romani accusati di aver preso parte alle manovre di Tolomeo era anche Celio, difeso da quest’accusa nel processo in questione da Crasso.
  27. ^ La citazione che Cicerone riprende è l’inizio della tragedia Medea exul del poeta Ennio: in questi versi, il personaggio della nutrice di Medea lamenta l’origine della sciagura che ha colpito la sua padrona nella costruzione della nave Argo col legname ricavato dai boschi del Pelio. Con tale nave, gli Argonauti, guidati da Giasone, avevano riconquistato il vello d’oro e la giovane Medea, aveva concepito per Giasone la passione che l’avrebbe poi condotta alla rovina. Con La citazione di questi versi, Crasso avrà voluto alludere alla necessità che lo aveva mosso a partire da lontano, nella sua difesa di Celio. Cicerone riprende e completa la citazione piegandola al nuovo argomento che intende affrontare, cioè l’importanza determinante del personaggio di Clodia in tutta la vicenda che ha tratto in giudizio dell’imputato: il Pelio è assimilato al Palatino e Medea a Clodia.
  28. ^ Le elezioni relative al collegio dei pontefici erano demandate da un’assemblea del popolo (comizio).
  29. ^ Tra le accuse mosse a Celio figuravano quelle di aver preso parte a moti scoppiati a Napoli, di aver violato l’immunità degli ambasciatori alessandrini a Pozzuoli, di essersi impadronito dei beni di Palla (forse imparentata con Atratino), di essere in qualche modo coinvolto con l’assassinio dell’ambasciatore Dione. Tutti questi crimini rientravano nella competenza della lex de vi.
  30. ^ Se il mandante dell’assassinio di Dione era stato lo stesso Tolomeo, egli poteva confessare il delitto, poiché Dione era un suo suddito. Publio Asicio, sospettato di esserne l’autore materiale, era stato difeso da Cicerone e assolto.
  31. ^ Il latino praevaricatio, qui tradotto con “intrigo”, indica il reato di collusione tra l’accusa e la difesa.
  32. ^ Nipoti di un Tito Coponio, uomo di grandissime doti. Dione, già sfuggito ad un attentato mentre era ospite di Lucio Lucceio (amico di Pompeo, che appariva alleato di Tolomeo Aulete), si era trasferito presso Tito Coponio.
  33. ^ Uno dei due co-accusatori di Celio.
  34. ^ L’antico collegio religioso dei Luperci, che organizzava ogni anno una festa in onore di Fauno Luperco, all’epoca del processo era probabilmente scaduto in reputazione.
  35. ^ Famoso centro sulla costa campana, rinomato per l’intensa vita mondana che vi si conduceva.
  36. ^ L’oro sarebbe servito per comprare gli schiavi di Lucceio, che dovevano uccidere Dione; il veleno per uccidere Clodia, eliminandone la fondamentale testimonianza.
  37. ^ È il magistrato che presiede il tribunale: Gneo Domizio Calvino.
  38. ^ Cicerone alluderà anche inseguito a presunti rapporti incestuosi fra Clodia e Publio Clodio, fratelli per parte di padre: Clodio, fu nemico personale id Cicerone e nel 58 lo aveva fatto bandire da Roma. Passato al partito dei populares, aveva mutato per ragioni di opportunità la forma originaria del proprio nome gentilizio, Claudius, in quella di Clodius, con la chiusura del dittongo tipica del dialetto e della lingua popolare.
  39. ^ Appio Claudio Cieco, considerato il primo prosatore romano, fu uomo politico illustre dell’età arcaica. Console nel 307 e 296 a. C. attuò importanti opere pubbliche come la costruzione dell’acquedotto che porta il suo nome o la via Appia.
  40. ^ Quinto Metello Celere, legato di Pompeo in Asia nel 66 a. C., console nel 60.
  41. ^ Forse la nipote di Appio Claudio Cieco.
  42. ^ Figlia (o sorella) di Appio Claudio Pulcro, console nel 143.
  43. ^ Cecilio Stazio, poeta comico attivo intorno al 180 a. C., molto apprezzato nell’antichità.
  44. ^ Sono i vv. 120-1 degli Adelphoe di Terenzio.
  45. ^ Celebri esempi di eroismo: Marco Furio Camillo era stato dittatore nel 396, all’epoca dell’assedio di Veio; Gaio Fabrizio Luscino fu censore nel 275 e generale contro Pirro; Manio Curio Dentato, eroe nelle guerre sannitiche, fu vincitore di Pirro nel 275 a. C.
  46. ^ Allusione agli Epicurei, la cui dottrina filosofica aveva come fondamento la ricerca del piacere: l’interpretazione che ne dà Cicerone è però, riduttiva.
  47. ^ Sono gli Accademici e i Peripatetici, sostenitori di una teoria per così dire intermedia tra le dottrine dello Stoicismo e dell’Epicureismo.
  48. ^ Il panorama delle diverse scuole filosofiche di origine ellenistica si conclude con l’allusione allo Stoicismo, di cui Cicerone vuole sottolineare l’eccesso di rigore, presentandolo come inadeguato alla realtà.
  49. ^ Contro Antonio, o forse contro Bestia, nel processo del 56 a. C.
  50. ^ Celio, cioè, possedeva sia ingenium (doti naturali) sia ars (capacità acquisita con l’impegno e l’applicazione), concetti spesso richiamati in opposizione dalla retorica dei Romani.
  51. ^ Probabilmente Clodia si era associata al fratello negli attacchi a Cicerone e alla sua famiglia, durante l’esilio di lui (58-57 a. C. il provvedimento era seguito all’approvazione della legge voluta da Clodio, secondo cui veniva condannato all’esilio chi avesse fatto condannare a morte cittadini romani, senza permettere loro di appellarsi al giudizio del popolo, come aveva fatto Cicerone con i Catilinari).
  52. ^ Inizia qui la vera narratio (esposizione dei fatti) che normalmente, nelle arringhe, segue subito l’esordio: essa è comunque ridotta al minimo e inserita nell’argomentatio (discussione delle prove).
  53. ^ Amico di Cicerone, candidato poi sconfitto al consolato per il 59, si dedicò, a quanto sappiamo da Cicerone stesso, all’attività di storico delle vicende cittadine.
  54. ^ Il latino Venus spoliatrix è parodia di locuzioni religiose quali Venus genetrix.
  55. ^ I diritti degli ospiti erano tutelati presso i Romani da una divinità, detta perciò ospitale: forse non è privo di malizia il fatto che tale divinità in casa di Clodia fosse Venere.
  56. ^ Al tempo del processo, Celio non ricopriva alcuna carica pubblica, e pertanto non poteva curare personalmente l’allestimento dei giochi: si pensa che volesse aiutare un amico.
  57. ^ Deposizioni come questa, rese per iscritto, venivano lette sotto giuramento durante il dibattito ( non dopo, cioè, come avveniva per le testimonianze personali). Non si conosce la motivazione per cui Lucceio non presenziò al processo e non diede il consenso ai suoi schiavi di presenziare.
  58. ^ Si tratta di Lucio Calpurnio Bestia.
  59. ^ Il sostantivo lustra (orge) è presente in alcuni manoscritti recenziori, l’allitterazione che crea con i due sostantivi seguenti e il suo stesso significato, che potenzia l’effetto retorico dell’enumerazione, lo fanno preferire alla lezione inusitatae, pur conservata da un testimone di grande valore, e stampata tra gli altri, da Clark.
  60. ^ Questa pratica sarà resa celebre dall’episodio narrato dallo storico Tacito, secondo il quale l’imperatrice Agrippina avrebbe fatto mangiare ai suoi schiavi frutta che sospettava avvelenata.
  61. ^ Nella curia avevano luogo le sedute del senato; i rostra costituivano la tribuna, di fronte alla curia, da dove parlavano gli oratori.
  62. ^ Allusione all’esilio di Cicerone e, probabilmente, alla nascita del primo triumvirato.
  63. ^ Quinto Lutazio Catulo era stato un esponente del partito degli ottimati, dotato di carattere e spirito di indipendenza, che lo avevano condotto a contrapporsi talvolta a Cesare e Pompeo. La sua morte, avvenuta nel 60, durante il consolato di Metello, aveva profondamente colpito Cicerone.
  64. ^ Probabilmente il passaggio di Clodio al partito dei populares.
  65. ^ L’aggettivo può indicare il nome del proprietario o del costruttore; la forma latina è comunque alquanto singolare (un gentilizio straniero?).
  66. ^ Citazione terenziana (Andria 126), passata poi in proverbio.
  67. ^ Cicerone parla di una quadrantaria permutatione, e cioè dello scambio fra il prezzo del bagno per gli uomini (un quadrante), e lo stesso prezzo per il quale Clodia avrebbe venduto le proprie grazie al padrone dello stabilimento. Il quadrante era la più piccola moneta in coniazione presso i Romani. C’è anche un’allusione all’espressione quadrantaria Clytemnestra (“Clitennestra da un soldo”), con cui sappiamo che Celio stesso nell’autodifesa aveva definito Clodia, riprendendo le dicerie sull’uccisione del marito (Clitennestra aveva ucciso lo sposo Agamennone) e contemporaneamente insinuando che la donna usava concedersi a poco prezzo.
  68. ^ Il latino fabella, che deriva da fabula (commedia) presenta l’ambiguità che si può rendere con l’italiano “commediola”; ma ambiguo è anche l’uso di fabulae (fabularum subito dopo nel testo), che vale tanto per “comemdia” quanto per “intrighi”.
  69. ^ Il mimo era una rappresentazione farsesca che godette di grande fortuna nella tarda repubblica e nel primo impero, colma di situazioni grossolane e paradossali, e spesso avente una conclusione del tutto inaspettata.
  70. ^ Scabilla indica le alte suole di legno di alcuni degli attori, all’interno delle quali erano specie di sonagli con cui si segnava il tempo, battendo i piedi.
  71. ^ Secondo la legislazione romana, la donna non aveva facoltà di affrancare gli schiavi. Morto il marito, veniva affidata alla tutela dei famigliari o di un tutore indicato dal marito nel testamento.
  72. ^ Cioè, grazie all’affrancamento.
  73. ^ Si tratta evidentemente di una storiella oscena, che doveva riguardare Clodia, e doveva essere sulla bocca di tutti: si è pensato fosse fondata su un doppio significato della parola pysis, ma il tutto è estremamente incerto.
  74. ^ La Lex Lutatia de vi (78 o 77 a. C.), contro Marco Emilio Lepido e i suoi complici.
  75. ^ Pare che per istigazione di Clodia, Camurzio e Cesernio si fossero macchiati di violenza nei confronti di un certo Vezzio, che l’aveva offesa.
  76. ^ Non rientra nella competenza della quaestio de vi nessuno dei capi d’accusa presi in considerazione da Cicerone.
  77. ^ Quinto Pompeo Rufo, che fu pretore nel 63 e governatore in Africa nel 61 (quindi, nonl’omonimo che fu tribuno nel 52, e che in seguito Celio accuserà).
  78. ^ Si ricordino i rapporti ambigui di Antonio con la congiura di Catilina.
  79. ^ La porpora, che ornava la toga dei personaggi più in vista, era di diverse sfumature, a seconda della qualità più o meno pregiata; ugualmente, in base al rango sociale variava l’altezza della balza di porpora. Probabilmente, l’osservazione ciceroniana si riferisce all’accusa mossa a Celio di vivere al di sopra del suo rango, e quindi di ostentare fogge di vestiario inadeguate.
  80. ^ Si tratta del braccio destro di Publio Clodio, il fratello di Clodia. La sua assoluzione dall’accusa intentatagli da Milone aveva fatto scalpore. La forma corretta del suo nome va probabilmente riconosciuta in Sextus Cloelius, più vicino al testo dei manoscritti.
  81. ^ Dal 58 a. C., cioè dall’elezione di Publio Clodio al tribunato.
  82. ^ Sono le aedes Nynpharum, probabilmente nei pressi del Campo Marzio, dove si conservano i registri dei censori e soprattutto dov’era la lista dei cittadini beneficiari della distribuzioni di grano.
  83. ^ Il portico di Quinto Lutazio Catulo, la casa di Cicerone e quella del fratello di lui erano edifici attigui, sul Palatino: nel 58 Publio Clodio fece distruggere la casa di Cicerone e il portico di Catulo, nel 57 la casa del fratello dell’oratore: gli atti sono qui attribuiti a Sesto Celio, che poteva essere stato l’esecutore materiale.
  84. ^ Cioè il padre di Marco Celio, che presenziava al processo. Il procedimento che Cicerone impiega in questa parte conclusiva prendeva il nome di miseratio (appello alla pietà) e, sappiamo che egli eccelleva in tale pratica.

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