Pro Roscio comoedo

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A favore dell'attore Roscio
Titolo originalePro Roscio comoedo
Cicero - Musei Capitolini.JPG
AutoreMarco Tullio Cicerone
1ª ed. originale76 a.C.
Genereorazione
Sottogenereprivata
Lingua originale latino

La Pro Roscio comoedo (difesa dell'attore Roscio) è un'orazione che rientra nelle cosiddette “Causae nobiles”, appartenenti alla sfera del diritto privato, pronunciata probabilmente nell'anno 76 a.C. da Marco Tullio Cicerone in difesa del famoso attore Quinto Roscio Gallo, ai danni di Caio Fannio Cherea .

Datazione cronologica e riferimenti storici[modifica | modifica wikitesto]

L'orazione presenta non pochi problemi, tra cui quello della datazione e quello della difficile interpretazione dovuta alla frammentarietà del testo pervenuto.

Per quanto riguarda la datazione, è probabile che l'orazione rientri nelle opere giovanili dell'autore e che si collochi, per questo motivo, tra l'83 e il 66 a.C. Cicerone stesso fornisce la chiave di lettura per l'interpretazione in un paragrafo dell'orazione, il 44°, in cui fornisce informazioni sulla sua giovane età tramite l'espressione “mea adulescentia”, in contrapposizione alla “severissima senectus” dei due senatori Tito Manilio e Caio Luscio Ocrea:

«[...] Magis mea adulescentia indiget illorum bona existimatione quam illorum severissima senectus desiderat mea laudem.»[1]

«[...] È la mia giovinezza che ha bisogno della loro stima, molto più di quanto la loro austera vecchiaia senta la mancanza delle mie parole di encomio.»[2]

La citazione lascia intendere che Cicerone non ha ancora intrapreso il Cursus honorum che comincia per lui proprio nel 76 a.C. quando, compiuto il suo viaggio di istruzione in Grecia con il fratello Quinto Tullio Cicerone, un cugino e un amico, al suo ritorno a Roma, nel 77 a.C., viene eletto questore per l'anno successivo, anno in cui si vedrà Pompeo impegnato nella guerra sertoriana in Spagna.

Ad avvalorare questa tesi, inoltre, concorrono la tecnica utilizzata, ricca di figure retoriche che rimandano allo stile del celebre oratore Quinto Ortensio, che il giovane Cicerone imitò agli esordi della sua carriera oratoria, e l'appartenenza dell'orazione alle Causae nobiles che Cicerone pronunciò nello stesso anno in difesa di uomini dalla nobile fama, alcuni dei quali erano amici dell'oratore e contribuirono alla sua notorietà. Della sua amicizia con Roscio, infatti, Cicerone non fa mai segreto all'interno del discorso, anzi sottolinea più volte l'ammirazione nei confronti dell'attore, spesso imitandone l'arte drammatica.

Infine, alla collocazione storica del testo contribuiscono due paragrafi che permettono di inquadrare il contesto nel quale la difesa è stata pronunciata: i paragrafi 33 e 37:

«[...] Accepit enim agrum temporibus eis cum iacerent pretia praediorum;»[3]

«[...] Gli toccò, infatti, un podere in pieno periodo di inflazione, quando, cioè, il prezzo dei beni immobili era sceso notevolmente;»[4]

«[...] criminatio tu quae est? Roscium cum Flavio pro societate decidisse. Quo tempore? Ad hinc annis XV.»[5]

«[...]quale è la tua accusa? Che Roscio si è accordato con Flavio per conto della società. Quando? Quindici anni fa.»[6]

Entrambe le citazioni si riferiscono agli anni della dittatura di Lucio Cornelio Silla (138 – 78 a.C.). Nella prima, il riferimento al podere rimanda alla guerra sociale degli anni 91 – 89 a.C., quando Silla mise in atto delle proscrizioni che portarono alla confisca di vasti territori italiani che verranno spartiti fra i suoi veterani, determinando un cambiamento della situazione economica. Nella seconda, se si considera l'orazione collocata nel 76, il riferimento ai quindici anni ci riporta all'evento suddetto.

Struttura e personaggi coinvolti[modifica | modifica wikitesto]

L'orazione non è giunta completa, per cui la sua interpretazione è risultata di difficile comprensione; se ne possiedono, infatti, 55 paragrafi. Sono mancanti l'exordium e buona parte della narratio. Il lettore si ritrova in un'argomentazione già avviata e ne deduce l'antefatto da questa. Allo stesso modo l'orazione, alla fine, si interrompe bruscamente con una domanda a cui non verrà data risposta, quindi l'esito della causa rimarrà ignoto.

Protagonisti dell'orazione, come anticipato, sono Quinto Roscio Gallo e Caio Fannio Cherea. Quinto Roscio fu attore e uomo di grande cultura. Di origine servile, nacque a Solonio presso Lanuvio e fu, grazie alla sua fama, in contatto con gli uomini più in vista della Roma antica. Tra gli attori più famosi dell'epoca, ebbe il merito di aver introdotto nel teatro l'uso della maschera e di aver scritto un manuale di recitazione. Alla carriera da attore affiancò quella da equestre, titolo insignitogli da Silla.

Di Caio Fannio non si possiedono notizie biografiche, ad eccezione di quella sulla sua professione di attore e della descrizione denigratoria che ne fa Cicerone all'interno dell'orazione stessa.

La vicenda[modifica | modifica wikitesto]

Caio Fannio Cherea possedeva uno schiavo di nome Panurgo e, volendo trarne una fonte di guadagno, lo affidò all'ammaestramento di Quinto Roscio Gallo che ne avrebbe formato un attore; pertanto i due stipularono un contratto di società che sarà alla base del conflitto di interessi. Da parte sua Cherea si impegnava a versare al suo socio metà dei profitti guadagnati grazie all'attività dello schiavo.

Il successo di Panurgo non tardò ad arrivare e a ciò contribuì l'essere allievo di un così grande maestro, pertanto anche i guadagni divennero soddisfacenti. La carriera di Panurgo fu stroncata dalla sua improvvisa morte avvenuta per mano di un certo Quinto Flavio di Tarquinia.

L'omicidio dello schiavo non fu oggetto di un processo, considerata la sua condizione servile. A istituire un processo fu invece Roscio che, scelto Fannio come suo cognitor e appellandosi al Damnum iniuria datum, conseguenza della Lex Aquilia de damno, chiese il risarcimento del danno subito con una somma di denaro.

Durante l'azione giudiziaria, Roscio preferì stipulare un accordo privato con Flavio che gli cedette una proprietà terriera a quel tempo, come sottolinea Cicerone, di nessun valore.

Dopo dodici anni, durante i quali il podere aveva portato i suoi frutti, Fannio Cherea rivendicò i propri diritti su questa proprietà e chiese a Roscio la parte che a suo parere gli spettava. Lo scontro avvenne al cospetto di un arbitro, Caio Pisone, che successivamente sarà giudice della causa oggetto dell'opera.

Dall'orazione apprendiamo che, conclusosi l'arbitraggio, la decisione finale prevedeva che Roscio consegnasse a Fannio centomila sesterzi, di cui metà subito e il resto successivamente. A Fannio, invece, spettava l'obbligo di cedere a Roscio una parte della somma che avrebbe ricevuto da un patto privato con Flavio, uccisore di Panurgo.

Tuttavia, Fannio non procedette ad alcuna azione legale e dopo tre anni citò in giudizio Roscio in un'actio certae creditae pecuniae (regolamentato dalla Lex Silia de legis actione)[7] per la restituzione della somma di denaro che ancora gli doveva, pari a cinquantamila sesterzi, oggetto della causa difesa da Cicerone.

Orazione[modifica | modifica wikitesto]

Come primo aspetto della sua difesa, Cicerone insiste molto sull'onestà di Roscio, contrapponendola ripetutamente alla dubbia onestà del suo avversario che descrive, a partire dai suoi atteggiamenti e dalle sue caratteristiche fisiche, come un uomo dalla scarsa credibilità. Roscio, dal canto suo, appare come l'emblema della moralità, possessore di caratteristiche che ne fanno un modello di etica, degno di appartenere, a detta di Cicerone, alla categoria dei senatori. Questo risulta essere uno dei punti chiave attorno a cui ruota la difesa dell'oratore che crede non si possa accusare di un siffatto reato un uomo come Roscio, se a questi è contrapposto un così disonesto avversario:

«[...] Probus improbum, pudens impudentem, periurum castus, callidum imperitus, liberalis avidum? Incredibile est.»[8]

«[...] Come può chi è onesto, costumato, leale, privo di esperienza e generoso, nuocere in qualche modo a un disonesto, a uno senza vergogna, a uno spergiuro, a un furbastro, a un tirchio? È inaudito.»[9]

Punto di forza, però, della difesa di Cicerone ai danni di Cherea e del suo avvocato Saturio, è la convinzione, da parte dell'oratore, che tra Cherea e Flavio sia avvenuto un accordo alle spalle di Roscio, da cui Cherea ne avrebbe ricavato centomila sesterzi, senza avere ceduto la metà della somma a Roscio, come stabilito da Caio Pisone durante l'arbitrato. Fannio passerebbe, così, da accusatore ad accusato:

«[...] Si planum facio post hanc recentem stipulationem Rosci HS centum milia a Flavio te abstulisse, numquid causae est quin ab iudicio abeas turpissime victus?»[10]

«[...] Se ora io riesco a dimostrare che dopo questo ultimo accordo di Roscio tu hai intascato quei centomila sesterzi da Flavio, sussisterà ancora qualche motivo per cui tu non debba uscirtene da questo tribunale coperto di vergogna?»[11]

Per avvalorare questa tesi Cicerone si serve come testimone di Cluvio, giudice della fantomatica transazione privata tra Fannio e Flavio; questi, assente al momento del giudizio, avrebbe riferito l'episodio del patto tra i due a due senatori rispettabili, Tito Manilio e Caio Luscio Ocrea, i quali, riferendo quanto ascoltato da Cluvio, costituirebbero la prova più concreta della non sussistenza del fatto; pertanto Quinto Roscio non sarebbe tenuto a cedere all'ex socio nessuna somma di denaro.

L'orazione, come già preannunciato, si interrompe bruscamente, quindi non siamo in grado di stabilire quali siano state le richieste di Cicerone e quale esito abbia avuto la causa. Certo è che l'abbondante uso di figure retoriche come metafore, antitesi, climax, anafore, l'uso ripetitivo di frasi interrogative ed esclamative, lascia trapelare la scarsa certezza di Cicerone di vincere l'azione giudiziaria.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Marco Tullio Cicerone, Difesa dell’attore Roscio-Contro Vatinio, Milano, Garzanti, 1995, p. 36.
  2. ^ Ivi, p. 37.
  3. ^ Ivi, p. 26.
  4. ^ Ivi, p. 27.
  5. ^ Ivi, p. 30.
  6. ^ Ivi, p. 31.
  7. ^ Cfr. Giovanni Rotondi, Leges publicae populi Romani, Milano, Georg Olms Verlag, 1966, p.261.
  8. ^ Marco Tullio Cicerone, Difesa dell’attore Roscio-Contro Vatinio, Milano, Garzanti, 1995, p.16.
  9. ^ Ivi, p.17.
  10. ^ Ivi, p. 32.
  11. ^ Ivi, p.33.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Cancelli Filippo, Iudicia legitima, arbitria honoraria e advocatio in Cicerone, in La giustizia tra i popoli nell'opera e nel pensiero di Cicerone. Atti del Convegno, a cura di Accademia ciceroniana di Arpino, Roma, Aracne, 1993
  • Cicerone Marco Tullio, Difesa dell'attore Roscio-Contro Vatinio, Milano, Garzanti, 1995
  • Cicerone Marco Tullio. Lettere / Marco Tullio Cicerone, introduzione di Luca Canali ; premessa al testo di Giorgio Brugnoli ; traduzione, commenti e scelta di Riccardo Scarcia. - 9. ed.. – Milano, Rizzoli, 1998
  • Narducci Emanuele, Introduzione a Cicerone, Roma ; Bari : Laterza, 1992
  • Narducci Emanuele, Cicerone. La parola e la politica, Bari, Laterza, 2009
  • Narducci Emanuele, Eloquenza e astuzie della persuasione in Cicerone, Firenze, Le Monnier, 200
  • Rotondi Giovanni, Leges publicae populi Romani, Milano, Georg Olms Verlag, 1966
  • Stockton David, Cicerone, Milano, Rusconi Libri, 1994
  • Pittia Sylvie, «Vraies et fausses redécouvertes du plaidoyer cicéronien pro roscio comœdo», Revue de philologie, de littérature et d'histoire anciennes, 2004/2 (Tome LXXVIII), p. 265 e ss.
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