De inventione

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Sul ritrovamento
Titolo originale De inventione
Altri titoli L'invenzione
Marc Tulle Ciceron.jpg
ritratto di Cicerone
Autore Marco Tullio Cicerone
1ª ed. originale 85 a.C. circa
Genere trattato
Sottogenere retorico
Lingua originale latino

De inventione (in italiano Sul ritrovamento) è un trattato di genere politico-retorico scritto da Marco Tullio Cicerone intorno all'85 a.C. L'opera, composta da due libri, è rimasta incompiuta dall'autore in quanto più o meno ricalcava gli stessi temi adottati nella Rhetorica ad Herennium scritta circa qualche anno prima di questa, ritenuta erroneamente di Cicerone.

Contenuto[modifica | modifica wikitesto]

Il primo libro è servito da fonte e da "esoscheletro" per la composizione del dialogo successivo De oratore, scritto da Cicerone nel 52 a.C. In esso vengono trattati i temi principali della retorica e i suoi massimi cardini per la composizione di un'orazione. Infatti Cicerone per far comprendere meglio le sue vedute traccia una lunga parentesi in cui si parla delle tecniche usate dall'oratore greco Ermagora di Temno. Infatti è questa la prima opera di Cicerone dove si parlerà di inventio, dispositio, elocutio, memoria e actio: principi cardinali di un discorso, considerati come l'"ABC di un'orazione". Il primo indica la nascita di un'orazione mediante la ricerca degli argomenti necessari per comporla, il secondo l'ordinamento delle teorie e dei discorsi, il terzo lo stile e il tipo di linguaggio più elaborato e ricercato possibile per la distinzione di un buon oratore da uno mediocre, il quarto assai importante la memoria (infatti un oratore doveva recitare in tribunale la sua orazione a memoria dopo averla imparata dalla forma scritta) e l'ultimo è l'apparizione vera e propria in pubblico dove venivano messe in pratica tutte le abilità dell'oratore.
Tra la fine del primo libro e la parte incompleta del secondo Cicerone parla di un collegamento importante tra eloquentia e sapientia. L'eloquenza è parte fondamentale del discorso dell'oratore perché grazie ad essa si riesce ad avere il controllo emotivo dello spettatore, usando un certo tipo di linguaggio l'oratore è in grado di scatenare in lui forti emozioni e sentimenti che lo convincono a mettersi dalla sua parte appoggiandolo nella causa. Cicerone dichiara nel libro che l'eloquentia dev'essere fortemente collegata alla filosofia e al sapere umano, cosicché il pubblico e i giudici riconoscano l'oratore buono e magnanimo. Infatti così si distinguono gli oratori e le persone intelligenti dagli 'imbroglioni e dai fanatici i quali usando l'eloquenza, ovvero la capacità di persuadere le persone, ma non la sapienza, si impadroniscono degli animi del popolo ingannandolo e convincendolo a fare il non giusto affinché spianassero la strada ai desideri crudeli di queste persone.

La retorica di Ermagora[modifica | modifica wikitesto]

La dottrina di Ermagora è stata di grande importanza per la retorica antica, al pari della Retorica di Aristotele e delle opere di Cicerone.[1] In particolare, ha subito l'influenza di varie scuole e correnti, in primis lo stoicismo (riprende la divisione di Crisippo delle parti della retorica[1]) ma anche l'eclettismo dell'Accademia a lui contemporanea.[2] Due sono gli aspetti su cui concentra la sua attenzione: la distinzione di ipotesi e tesi, e l'introduzione del concetto di stasis.

Anzitutto, Ermagora è stato il primo a dividere gli argomenti retorici in hypothesis e thésis: con il primo termine si indicano le controversie individuali, mentre con il secondo, che viene da lui introdotto, si intendono le questioni universali. La retorica quindi non si occupa esclusivamente di aspetti particolari, ma anche di tematiche generali, invadendo il campo della filosofia e generando dispute che continueranno per secoli.[3] Questa distinzione verrà poi ripresa dagli oratori latini, che distingueranno il genus definitum dal genus infinitum.[4]

Altro aspetto di primaria importanza è l'introduzione del concetto di stasis (in latino status causae), intesa come impostazione della causa e determinazione della sua questione principale. Su questa base Ermagora propone una propria suddivisione dei generi retorici, diversa da quella aristotelica, che classifica i discorsi in «razionali» e «legali», ognuno dei quali è a sua volta ripartito in quattro sottogruppi.[5]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b A. Plebe, Breve storia della retorica antica, Bari 1988, p. 81.
  2. ^ Riposati, Problemi di retorica antica, in Introduzione alla filologia classica, Milano 1951, p. 679.
  3. ^ A. Plebe, Breve storia della retorica antica, Bari 1988, p. 82.
  4. ^ Cicerone, Topici 21, 79.
  5. ^ A. Plebe, Breve storia della retorica antica, Bari 1988, p. 84.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • E. Rawson, L'aristocrazia ciceroniana e le sue proprietà, in M.I. Finley (a cura di). La proprietà a Roma, Bari, Laterza, 1980.
  • D. L. Stockton, Cicerone. Biografia politica, Milano, Rusconi Libri, 1984. ISBN 8818180029
  • Wilfried Stroh, Cicerone, Bologna, Il Mulino, 2010. ISBN 9788815137661
  • Giusto Traina, Marco Antonio, Laterza, 2003. ISBN 8842067377
  • S. C. Utcenko, Cicerone e il suo tempo, Editori Riuniti, 1975. ISBN 883590854X
  • J. Vogt, La repubblica romana, Bari, Laterza, 1975.