De re publica

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search
La Repubblica
Titolo originaleDe re publica
Altri titoliSulla cosa pubblica, Sullo Stato, Lo Stato
Cicero - Musei Capitolini.JPG
Busto di Cicerone ai Musei Capitolini di Roma
AutoreMarco Tullio Cicerone
1ª ed. originaletra il 55 e il 51 a.C.
Generetrattato
Sottogenerefilosofico
Lingua originalelatino

Il De re publica (in italiano La Repubblica o Sulla cosa pubblica o Sullo Stato) di Cicerone è un trattato di filosofia politica diviso in sei libri.

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

L'opera fu scritta tra il 55 a.C. e il 51 a.C., periodo di forte crisi della res publica, che già a partire dal tribunato dei Gracchi era caduta in preda a uomini ambiziosi che poco rispecchiavano l'idea di Virtus. Anzi, a proposito della demagogia di Cesare, nel De Re Publica Cicerone vi allude in più parti, contestando il suo potere, di fatto assoluto.

Cicerone, segnato dall'esperienza dell'esilio e disgustato dal primo triumvirato, vive questo momento con angoscia e ansia poiché intravede una fine annunciata e scrive l'opera ricordando tempi in cui agivano personaggi che avevano la grandezza degli dei e che erano diventati immortali nel mito di Roma, molto lontani dai potentati come Pompeo e Cesare, se solo si pensa alla figura di Scipione Emiliano, al quale Cicerone pensa come modello, deprecando, però, la tirannide.

Tuttavia, nel dialogo è presente anche l'idea che in momenti di estremo pericolo per lo Stato, c'è bisogno non solo dell'auctoritas del Senato, ma anche del cittadino auctor, del dittatore o magister populi, quindi dell'uomo forte. Resta da chiedersi quale fosse per Cicerone l'uomo in grado di assomigliare a Scipione Emilianoː si pensa che il modello a cui pensa Cicerone non sia incarnato né nella persona di Pompeo, né in quella di Cesare, ma forse in se stesso.

Composizione[modifica | modifica wikitesto]

Cicerone cominciò a elaborare l'idea di questo trattato di ritorno dall'esilio, ma l'effettiva stesura dell'opera iniziò solo nel 54 a.C., e, presumibilmente, la pubblicazione avvenne nel 51 a.C.

Il progetto prevedeva che il trattato fosse composto da 9 libri, tuttavia una volta portata a termine la stesura dei primi due, Cicerone ne propose la lettura, nella sua villa di Tuscolo, ad alcuni amici, tra i quali Gneo Sallustio, che consigliò a Cicerone di seguire il metodo aristotelico, cioè sostituirsi al protagonista parlando in prima persona poiché l'utilizzo di protagonisti ormai appartenenti al passato avrebbe reso l'opera più simile a una favola.

Cicerone scelse invece di affidare i dialoghi a personaggi quali Scipione, Lelio, Scevola e Tuberone, per la loro autorevolezza e vicinanza ai romani più colti, con l'obiettivo di richiamare gli animi alla devozione per la patria. Evocare la figura di Scipione Emiliano, in un momento in cui i triumviri detenevano il dominio di Roma, significava contrapporre il modello antico di Stato all'odierna degenerazione. Scipione rappresentava per Cicerone la possibilità di un ritorno ad un modello positivo di governo e perciò sognava un principe che ne avesse le fattezze.

Tuttavia, la realtà presente a Roma in quegli anni vedeva il contrapporsi di due triumviri sopravvissuti, Pompeo e Cesare, signori degli eserciti e delle province, che poco rispecchiavano i vecchi modelli.

A dispetto dell'idea iniziale, l'opera risulterà infine composta da soli 6 libri, e ambientata in tre giornate, in ognuna delle quali si tengono due dialoghi, al primo dei quali (I,III e V libro), presumibilmente, Cicerone anteponeva dei proemi, nei quali esponeva i suoi principi in maniera diretta. Va detto, a tal proposito, che, se pure Cicerone era solito utilizzare proemi già pronti da accorpare all'opera, nel caso del De Re Publica i proemi appaiono come un lavoro fatto all'uopo.

Struttura[modifica | modifica wikitesto]

Il De Re Publica è stato il primo libro di filosofia politica a Roma, anche se in seguito al trionfo dell'idea imperiale, le idee politiche di Cicerone vennero meno. Sebbene con il Cristianesimo continuarono a suscitare interesse quelle parti dell'opera ricche di concetti spirituali e morali, il trattato ciceroniano cadde ben presto nel dimenticatoio.

Alcuni accenni dell'opera, li ritroviamo tuttavia in una lettera di Gerberto, abate del monastero di Bobbio (987 d.C.), che diverrà poi Papa con il nome di Silvestro II. Anche Petrarca se ne interessò non riuscendo, però, a reperire l'opera intera nella biblioteca dell'Abbazia di Bobbio, dovendosi accontentare della parte dedicata al Sogno di Scipione e dei pochi frammenti conservati da Macrobio, Lattanzio, Nonio e Sant’Agostino.

Nel 1820 il teso fu ritrovato dal cardinale Angelo Mai in un manoscritto palinsesto bobbiese[1], scritto tra il IV e V secolo in carattere onciale. Il cardinale notò, tuttavia, che un monaco aveva dilavato i fogli dell'originale opera ciceroniana e aveva usato parte di essi, circa un quarto del totale e in ordine casuale, per ricopiare il Commentario di Sant’Agostino ai Salmi. Il cardinale dovette perciò, data la confusione, ricomporre l'opera servendosi di tutta la sua sapienza e del suo ingegno, consegnandoci così gran parte dei primi due libri, e frammenti degli altri. Delle 1280 pagine, di cui verosimilmente si componeva l'opera, ne sono pervenute circa 300.

Angelo Mai continuò la sua ricerca, convinto che altri fogli potessero essere trovati in codici antichi (un Vaticano del VII secolo e un Vallicelliano del VI), ma non ebbe successo.[2]

Il De Re Publica si svolge sotto forma di dialogo (ipoteticamente avvenuto) nel 129 a.C., tra Scipione Emiliano, che di lì a pochi giorni sarebbe morto, Gaio Lelio (amico di Scipione), Manio Manilio (esperto giureconsulto), Lucio Furio Filo (cultore di studi astronomici), Gaio Fannio (storico), Publio Rutilio Rufo (oratore), Quinto Mucio Scevola (giurista e maestro di Cicerone), Spurio Mummio e Quinto Elio Tuberone (conoscitore di filosofia stoica), nella villa suburbana dello stesso Emiliano.

L'opera analizza le forme di governo e le loro degenerazioni (da monarchia a tirannide, da aristocrazia a oligarchia, da democrazia a oclocrazia e il ritorno alla monarchia). A fare da modello a Cicerone, fu La Repubblica di Platone, di cui riportò interi brani, come, ad esempio, la descrizione di una democrazia nel primo libro, e l'argomento ontologico dell'immortalità dell'anima nell'ultimo libro. Non si tratta però di una semplice imitazione, come già Macrobio fece notare: “Fra i libri di Platone e Cicerone, v'è questa essenziale differenza: che quello immaginò una repubblica, questo una ne ritrasse; l'uno disse come a suo giudizio essa dovrebbe essere, l'altro quale era stata infatti in altri tempi nel suo paese”.

Partendo dallo spunto del dialogo platonico, Cicerone, muovendosi nell'ambito dello stoicismo della sua formazione filosofica, espone la teoria costituzionale di Roma antica, stabilendo il nesso esistente tra la morale dei costumi politici e le virtù morale dei comportamenti individuali. Cicerone introduce la discussione mostrando come, nella sua visione permeata da stoicismo, gli uomini non siano nati per uno studio meramente astratto: la ricerca della verità filosofica, egli argomenta, non dovrebbe mai prescindere da una sua concreta applicabilità, in una prospettiva che risulti utile ai grandi interessi della filantropia e dell'amore per la patria.

Busto di Platone

Libro primo[modifica | modifica wikitesto]

Cicerone apre il libro primo introducendo il tema della virtù, vincolo dato dalla natura che spinge l'uomo all'amore per il genere umano e alla difesa per la patria e con una condanna a coloro che si tengono fuori dalle vicende pubbliche. Affronta il tema della partecipazione alla vita pubblica, e critica quei filosofi dediti solo alla vita contemplativa.

Prendendo spunto da una discussione intorno ad una questione astronomica, si giunge alla conclusione che sia necessario volgere lo sguardo alle cose terrene, più che all'armonia delle cose celesti.

L'esposizione di Cicerone è tesa a mostrare i benefici che derivano dal contemperare l'atteggiamento contemplativo e distaccato della filosofia, con la pratica di una vita pienamente attiva e politica, in accordo con l'utopica visione di Platone: «Felice la nazione i cui filosofi sono re e i cui re sono filosofi».
Si tratta di una precisazione che, ai suoi occhi, risulta tanto più necessaria quanto più si considera l'atteggiamento di alcuni filosofi il cui fermo attaccamento alla metafisica e alle speculazioni astratte li porta ad affermare che il vero filosofo non deve essere coinvolto nella conduzione di pubblici affari.

Lelio chiede a Scipione (durante il dialogo l'opinione di Cicerone si esprimerà attraverso le parole di Scipione) quale sia la migliore forma di governo, e lui ritiene di dover rispondere indicando la definizione di Repubblica, la cui essenza è il populus, e introduce l'idea di un impulso naturale dell'uomo alla vita associata, contrariamente alla teoria del patto sociale nato per sopperire alla debolezza dell'uomo, sostenuta da Epicuro, Lucrezio e anche Platone.

«Dunque – disse l’Africano – la Repubblica è la cosa del popolo, e popolo non è ogni unione di uomini raggruppata a caso come un gregge, ma l’unione di una moltitudine stretta in società dal comune sentimento del diritto (iuris consensu) e dalla condivisione dell’utile collettivo. E la prima causa di quell’associarsi è non tanto la debolezza, quanto una sorta di naturale istinto degli uomini direi quasi all’aggregazione; perché la specie umana non è incline a vivere separata né a spostarsi da sola, ma generata in modo tale che neppure nell’abbondanza di tutti i beni vuole vivere la vita nella più assoluta solitudine, e a questo la natura non solo inviterebbe gli uomini, ma li costringerebbe.»

(Cicerone, La repubblica, p. 297.)

Lelio invita Scipione a affrontare l'argomento principale: ricostruire l'unità tra tutti i componenti della Repubblica. Scipione passa quindi in rassegna le varie forme di governo, (monarchia, aristocrazia, democrazia), e le loro rispettive degenerazioni (tirannide, oligarchia, oclocrazia), evitabili solo grazie ad una quarta forma, la costituzione mista, che contempera in sé gli elementi fondamentali delle tre forme di governo e assicura maggiore stabilità. Una costituzione del genere si è storicamente inverata, come già Polibio aveva indicato, nella repubblica romana del II secolo a.C., che di fatto era un regime aristocratico-oligarchico, anche se i consoli, il senato e i comitia potevano riprodurre almeno nominalmente le tre forme canoniche.

Scipione, dopo aver fatto riferimento alla fine della monarchia-tirannide di Tarquinio il Superbo, 510 a.C., e le successive successioni della plebe, introduce la figura del dictator e l'idea della dittatura come necessità politica.

«In tempo di pace e nella tranquillità – infatti ci si può lasciare andare finché niente si teme – come in una nave e spesso anche in una malattia lieve. Ma come chi naviga, appena le onde del mare all’improvviso cominciano a sollevarsi, e chi è malato, appena la malattia si aggrava, implora l’aiuto di uno solo, così il nostro popolo in pace e in patria dà ordini agli stessi magistrati, li minaccia, si oppone, accusa, si appella ai tribuni, ma in guerra obbedisce come ad un re, poiché ha più forza la salvezza dello Stato della propria licenza. E in guerre più gravi i nostri antenati vollero che ogni suprema autorità fosse ogni volta nelle mani di uno solo, anche senza collega, il cui stesso titolo indica la natura del suo potere. Infatti si chiama “dittatore” perché “viene detto”, ma nei nostri libri, tu vedi, Lelio, che ha il nome di maestro del popolo.»

(Cicerone, La repubblica, p. 331.)

Libro secondo[modifica | modifica wikitesto]

Nel libro II Cicerone offre una panoramica della storia e degli sviluppi della costituzione romana; egli tesse i migliori elogi dei re originari e mette in evidenza i grandi vantaggi connessi ad un simile sistema monarchico, di cui viene descritta la graduale dissoluzione. Per sottolineare l'importanza e l'opportunità di una reviviscenza di quel sistema, Cicerone pone l'accento su tutti i mali e i disastri che si sono abbattuti sullo stato romano in conseguenza del sovraccarico di violenza e follia democratica, che ha continuato ad accrescere, in maniera allarmante, la sua preponderanza. Quindi, traccia il percorso che ha portato alla degenerazione della monarchia e alla sua trasformazione in tirannide con Tarquinio il Superbo, e fa in seguito tre esempi di democrazia radicale, in cui forse c'è un'allusione alla politica popolare di Cesare che aveva presentato nel 59 a.C. diverse leggi agrarie. Cicerone è ostile ai popolari, perché metterebbero in pericolo la concordia e l'equilibrio dello Stato.

«E a questo punto comincerà a volgersi quel cerchio delle costituzioni di cui fin dall'inizio dovete imparare a riconoscere il moto naturale e la periodica serie dei mutamenti. Infatti il fondamento della saggezza politica su cui verte tutta la nostra discussione consiste nell'osservare i percorsi e le deviazioni degli Stati, perché sapendo dove si volge ogni forma di governo, siate in grado di arrestare il suo corso o di opporre un rimedio. Il re di cui parlo, dopo essersi all'inizio macchiato dell'assassinio di un ottimo sovrano, non era più sano di mente, e temendo lui stesso la pena massima in rapporto al suo delitto, voleva essere temuto; quindi, forte delle sue vittorie e delle sue ricchezze, insolentiva nella sua arroganza, e non era in grado di governare i suoi comportamenti né gli istinti dei suoi familiari.»

(Cicerone, La repubblica, p. 397.)

Inoltre, vengono elencate le caratteristiche dell'uomo politico. Le passioni qui elencate nascono dall'intemperantia, dal non saper governare la parte irrazionale dell'anima. Caratteristiche del reggitore dello Stato devono essere invece la prudentia e la provvidentia.

Libro terzo[modifica | modifica wikitesto]

Il libro III, perduto quasi completamente, affronta il grande tema della giustizia all'interno dello Stato e nei rapporti internazionali.

Cicerone si serve della verità profonda racchiusa in un proverbio di inestimabile valore: «L'onesta è la migliore regola di condotta» in tutte le questioni, si tratti di affari pubblici o privati. Il dialogo si svolge tra Furio Filo e Caio Lelio. Il primo esprime la sua visione pessimistico-realista secondo cui i governanti promulgano le leggi solo per proprio tornaconto; l'altro afferma la visione ottimistica secondo cui la legge positiva è una traduzione in pratica della legge naturale.
La disquisizione che Cicerone compie in questo libro ebbe un commentatore di pregio in Sant'Agostino che ne fornì la sua analisi nel De Civitate Dei.

«Si batte davvero con grande accanimento e molta animosità in questi stessi libri de La Repubblica contro l’ingiustizia a favore della giustizia: infatti poiché la trattazione precedente si era svolta a favore dell’ingiustizia contro la giustizia, e si diceva che lo Stato non può rimanere saldo né ingrandirsi se non attraverso l’ingiustizia, si era arrivata a proporre la validissima conclusione che è ingiusto che uomini siano soggetti ad altri uomini che li dominano, e che, tuttavia, se una città forte e autonoma, il cui Stato è grande, non commettesse ingiustizia, essa non potrebbe esercitare il suo potere sulle province. Fu risposto in difesa della giustizia che questa condotta è giusta, poiché la condizione di servitù per certi uomini è vantaggiosa, e avviene per il loro interesse, quando avviene correttamente.(...) E si aggiunse a conferma di questa ragione un nobile esempio come tratto dalla natura, che dice: non ci accorgiamo che dalla natura spontaneamente è concesso a tutti gli uomini migliori la capacità di dominare, con grandissimo vantaggio dei deboli?»

(Agostino, De Civitate Dei, III, 21.)

Libri quarto e quinto[modifica | modifica wikitesto]

I libri IV e V son quasi interamente perduti, salvo i pochi e disparati frammenti pervenutici. In particolare nel IV libro viene trattata l'educazione dei cittadini. Si mette in evidenza l'importanza della famiglia, forza viva dello Stato e si condanna il comunismo, propugnando, invece, la difesa della proprietà privata.

Nel V libro, invece, viene esaltata l'integrità dei costumi degli antichi romani, opponendoli alla morale decaduta dei suoi tempi e delle qualità necessarie all'uomo di governo.

«Nella sua Repubblica Tullio dice che il reggitore dello Stato deve essere un uomo di qualità eccezionali e di profonda cultura, così da possedere saggezza, giustizia, equilibrio, eloquenza, per poter facilmente con fluida eloquenza esprimere i suoi disegni più riposti per dominare la plebe. Deve anche avere scienza del diritto.»

(Cicerone, La repubblica, p. 531.)

Nei due libri viene tratteggiata la figura dell'uomo di governo ideale, che Cicerone chiama di volta in volta princeps ("primo cittadino") o tutor et procurator rei publicae ("reggitore e governatore dello stato"), o ancora con altri appellativi (moderator). Non si tratta del vagheggiamento di una riforma costituzionale in senso autoritario, ma di un modello ideale di uomo politico, che sappia sacrificare ogni interesse personale per il bene della comunità, assicurando (anzi, restaurando) la stabilità della repubblica senatoria, espressione della classe dirigente.

«Quando lo Stato romano si trova nella condizione in cui lo descrive Sallustio, ormai non era più solo pessimo e corrotto, come lui stesso afferma, ma non esisteva affatto. (...) é quello che anche lo stesso Tullio afferma, non per bocca di Scipione né di alcun altro, ma parlando lui in prima persona, all'inizio del V libro, dopo aver ricordato il verso del poeta Ennio: "sui costumi e sugli uomini antichi si regge lo stato romano" [...]. Ma la nostra epoca, pur avendo ricevuto uno Stato simile a un quadro dipinto con arte suprema ma ormai sbiadito per effetto del tempo, non solo trascurò di riportarlo ai suoi primitivi colori, ma non si preoccupò neppure di conservarne almeno la forma e le linee di contorno. Cosa rimane infatti degli antichi costumi, su cui, come Ennio disse, si reggeva lo stato romano? Questi vediamo così sepolti nell’oblio, che non solo non vengono osservati, ma sono ormai ignorati. E degli uomini cosa dovrei dire? Le tradizioni stesse sono morte per la mancanza di grandi personalità.»

(Cicerone, La repubblica, pp. 530-531.)

Libro sesto[modifica | modifica wikitesto]

Nel sesto e ultimo libro, Cicerone si occupa di mostrare come gli uomini di stato che intendano perseguire l'amore per la patria, la giustezza e la filantropia, non debbano unicamente attendersi di ricevere, mentre sono in vita, l'approvazione e il sostegno morale di tutti i buoni cittadini. Ad essi spetta, nella prospettiva dell'eternità, la gloria immortale di una nuova forma di esistenza. Per illustrare questo punto, Cicerone introduce la famosa immagine del Somnium Scipionis, che egli utilizza per spiegare, con inimitabile eleganza e dignità, le dottrine platoniche sull'immortalità dell'anima.

«Ma perché con più ardore tu ti disponga alla difesa dello Stato, tieni in mente questo: a tutti coloro che hanno salvato, aiutato, accresciuto la patria, è assegnata in cielo una sede ben determinata, dove nella beatitudine possano godere di una vita eterna; infatti, a quel dio supremo che governa il mondo niente di ciò che accade in terra è più gradito di quelle aggregazioni e riunioni di uomini associate nel diritto che prendono il nome di Stati; i loro governanti e difensori, partiti da qui, a qui ritornano.»

(Cicerone, La repubblica, pp. 561-563.)

In questo episodio Scipione Emiliano rievoca l'apparizione, in un sogno fatto tempo addietro, del nonno adottivo Scipione Africano, che dall'alto dei cieli gli addita la piccolezza della terra e la conseguente futilità delle cose umane, ma nel contempo gli rivela la ricompensa di eterna beatitudine destinata nell'aldilà alle anime di chi sulla terra si è prodigato per il bene della patria. Coloro i quali si sono lasciati trasportare dai piaceri del corpo vagheranno, una volta morti, intorno alla terra per purificarsi prima di salire al cielo.

«Ma tu, Scipione, come il tuo avo e come me che ti ho generato, segui giustizia e pietà, che non solo ha grande importanza nei rapporti fra familiari e congiunti, ma grandissima nei confronti della patria; questa vita è la via verso il cielo [...].»

(Cicerone, La repubblica, p. 565.)

Il Somnium Scipionis[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Somnium Scipionis.

Il passo del Sogno di Scipione, per il quale siamo debitori a Macrobio, merita una menzione particolare: è, nel suo genere, uno dei momenti più felici della letteratura dell'antichità, e tra i passi più ammirati e celebrati dagli studiosi di ogni epoca. Esso, che costituiva la conclusione dell'opera, è stato per lungo tempo anche l'unica parte conosciuta che, fin dall'antichità, aveva cominciato a circolare con il titolo autonomo di Somnium Scipionis. È solo dal 1819 che il testo è stato parzialmente ricomposto quando è venuto alla luce il testo dei primi cinque libri (buona parte dei primi due e frammenti degli altri).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Vat. Lat. 5757.
  2. ^ Cicerone, Introduzione, in Francesca Nenci (a cura di), La Repubblica, BUR Rizzoli, 2008, ISBN 978-88-17-02207-1..

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Cicerone, La repubblica (introduzione, traduzione e note di Francesca Nenci), Milano, BUR, 2008, ISBN 978-88-17-02-207-1.
  • Andreoni Fontecedro Emanuela, Il dibattito su vita e cultura nel De re publica di Cicerone, Roma, Abete, 1981.
  • Berti Enrico, Il De re publica di Cicerone e il pensiero politico classico, Padova, CEDAM, 1963.
  • Cicero Marcus Tullius, La repubblica luminosa, a cura di Federico Ippolito, con una nota di Luciano Canfora, Sellerio, Palermo, 1986.
  • Grilli Alberto, I proemi del De re publica di Cicerone, Brescia, Paideia, 1971.
  • Mario Pani, Augusto e il Principato, Bologna, Il Mulino, 2013, ISBN 978-88-15-24564-9.

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autoritàVIAF (EN5249152139992011100001 · GND (DE4126749-7 · WorldCat Identities (EN5249152139992011100001