De legibus

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MARCO ‒ (…) Piacque dunque ai più versati nella materia di partire dalla legge, non so poi se con ragione, a condizione che, secondo la loro stessa definizione, la legge consista nella norma suprema inerente alla natura, la quale ordina ciò che si deve fare, e proibisce il contrario. Questa norma medesima, quando è resa evidente ed impressa nella mente umana, è la legge.

MARCUS ‒ (…) Igitur doctissimis viris proficisci placuit a lege, haud scio an recte, si modo, ut iidem definiunt, lex est ratio summa, insita in natura, quae iubet ea, quae facienda sunt, prohibetque contraria. Eadem ratio cum est in hominis mente confirmata et perfecta, lex est.

(Ferrero L., Zorzetti N., M. Tullio Cicerone.Opere politiche e filosofiche, Vol. I Lo Stato, Le leggi, I doveri, ed.UTET, Torino, 2009, p. 429).

De legibus
-Le Leggi-
Titolo originale De legibus
CiceroBust.jpg
Busto di Cicerone
Autore Marco Tullio Cicerone
1ª ed. originale 52 a.C.
Genere dialogo
Sottogenere filosofico
Lingua originale latino

De legibus (Le Leggi) è un testo di Marco Tullio Cicerone scritto in forma di dialogo intorno al 52 a.C.

Dei cinque libri di cui probabilmente era composta quest'opera, ce ne rimangono tre. Si ispira all'omonima opera di Platone. Cicerone aderisce alla dottrina stoica secondo cui le leggi non sono il frutto di semplici convenzioni, ma hanno il loro fondamento nel Diritto naturale, basato sulla ragione innata di tutti gli uomini. Quest'opera era stata concepita in difesa delle vecchie leggi costituzionali, interpretate con spirito rigidamente conservatore, dove ogni legge ed ogni istituzione era giustificata, mirando a mantenere il potere nelle mani della classe dirigente. Dal resto dell'opera si stacca la parte introduttiva, che tratta della legge e del diritto naturale, intesa come voce intima della coscienza ed esaltando la fratellanza tra gli uomini. I personaggi della vicenda sono:

  • Cicerone
  • Quinto
  • Attico

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Il De Legibus si inquadra nella produzione ciceroniana come un’opera filosofico-politica in forma di dialogo, scritta intorno agli anni 52-51 a.C.

La fase di elaborazione e meditazione del De Legibus abbraccia gli anni forse più drammatici della vicenda ciceroniana collocandosi nel periodo delle ultime, violente trasformazioni che caratterizzarono l’ultimo secolo della res publica.

53 a.C.[modifica | modifica wikitesto]

Il 53 a.C., l' anno prima che Cicerone si apprestasse alla stesura del De Legibus, fu segnato dalla scomparsa del console Marco Licinio Crasso che perì durante lo scontro contro i parti presso la città di Carre in Mesopotamia, i “dinasti” superstiti rimanevano dunque Cesare e Pompeo il quale “venne proposto, sebbene senza successo, come dittatore”[1] Tale predilezione può essere indicativa del definitivo accostamento di Pompeo verso l’aristocrazia senatoria.

Tuttavia è degno di nota che nel 53, anno in cui non si riuscì ad eleggere i consoli, Cicerone entrò “ a far parte del collegio degli àuguri, in età di 54 anni”[2].

20 gennaio 52 a.C.- estate del 52 a.C.[modifica | modifica wikitesto]

Analogamente nel 52, le rispettive candidature di Milone per il consolato e Clodio per la pretura, portarono a scontri sempre più accesi tra le opposte bande per le vie di Roma, a tal punto che “nell’impossibilità di un regolare svolgimento dei comizi, anche il 52 incominciò senza che i consoli fossero stati eletti”.[3]

Il 20 gennaio del 52 gli endemici disordini urbani culminarono nello scontro armato tra Clodio (leader politico della fazione dei populares) e Milone (leader politico della fazione degli optimates) lungo la via Appia in cui Clodio rimase ferito, ma Milone, forse temendone la successiva vendetta, “ordinò ai suoi di assalire l’osteria in cui si era rifugiato, e di finirlo” [4].

 Alla vista del corpo straziato del loro leader, le masse popolari scatenarono violenti tumulti; la mattina del 19 gennaio trasportarono il corpo esanime nel Foro e lo deposero nella “Curia Hostilia”.[5] “Qui il cadavere fu cremato e le fiamme della pira finirono per bruciare l'intero edificio, simbolo del senato e del potere repubblicano, danneggiando l'intera zona circostante.” [6] A tal proposito nel  (leg. 17,42) Cicerone, alludendo alla morte di Publio Clodio, riferisce che:       


“(…) i caporioni di questi delitti ed empi più d’ogni altro verso ogni culto, non solo furono colpiti in vita <da ignominia> e da disonore, ma ancora furono privi di sepoltura e di onoranze funebri”.

(…) scelerum principes fuerant et praeter ceteros in omni religione inpii, non solum vita <ignominia> cruciati atque dedecore, verum etiam sepultura et iustis exsequiarum caruerunt.

(Ferrero L., Zorzetti N., M. Tullio Cicerone. Opere politiche e filosofiche, Vol. I Lo Stato, Le leggi, I doveri, ed. UTET, Torino, 2009, p. 507).


 Nel febbraio del 52 a.C., in una situazione di estrema tensione sociale, il senato accordò i pieni poteri a Pompeo nominandolo consul sine collega (console senza collega), una nuova magistratura che mascherava di fatto una vera e propria forma di governo personale. Infatti, al fine di provvedere all’ordine interno di Roma, egli fu autorizzato dal senato ad effettuare leve di truppe in Italia. Era l’inizio della fine per la repubblica dal momento che, con il conferimento dei pieni poteri a Pompeo, era stata violata non soltanto la collegialità di una carica amministrativa ma anche uno dei principi fondamentali della costituzione repubblicana, (che Cicerone nella sua opera De re publica aveva richiamato a rifondare), la quale escludeva tradizionalmente il ricorso “all’uso di truppe regolari entro la cerchia della città.” [7]

“In un certo senso il conferimento a Pompeo dei pieni poteri, facendo emergere la preponderanza del fattore militare, fu il primo passo decisivo verso la guerra civile”. [8]

Pompeo, dunque, per ottemperare allo scopo per il quale era stato insignito della nuova magistratura, procedette, attraverso l’emanazione delle leggi “de vi e de ambitu[9] al ripristino di quell’ordine che era stato a lungo sconvolto da violenti torbidi.

Le leggi che egli fece approvare portarono “nei primi giorni del mese di aprile” [10] al perseguimento in giudizio di Milone reo di aver ucciso il leader della fazione dei populares, Clodio.

La difesa di Milone fu affidata a Cicerone, in virtù del loro legame di amicizia (non a caso l’Arpinate aveva precedentemente appoggiato la sua candidatura al consolato per il 52), ma soprattutto come segno di riconoscenza “per l’energica azione svolta in favore del suo richiamo dall’esilio”. [11]

Nonostante questo l’arringa di Cicerone si mostrò debole a causa dell’atmosfera ostile che accompagnò il processo scandito dai violenti tumulti dei populares.

“Il tribunale lo giudicò colpevole 38 voti contro 13 e lo condannò all'esilio.” [12]

“Milone fu dunque condannato per i voti di 12 senatori su 18, 13 equites su 17 e 16 tribuni dell'erario su 19, e costretto a ritirarsi in esilio a Marsiglia.”

Il processo contro Milone ebbe inizio il 4 aprile del 52 a.C. e si concluse l’8 dello stesso mese. A tal proposito è interessante notare che proprio “in quell’anno lo scrittore si accingeva a stendere il trattato De Legibus, che avrebbe dovuto uscire parecchi anni più tardi.” [13] È probabile che Cicerone abbia avviato la composizione del dialogo a partire dall’estate del 52 a.C. e che pertanto l’estate in cui il dialogo si svolse era la stessa di quando lo stendeva. [14] Se infatti la composizione fosse caduta in un periodo successivo non si spiegherebbe come Pompeo vi figuri, anacronisticamente, come ancora vivo.

Per giunta in Cicerone è ancora vivo il ricordo (leg. 2,6) del processo del filopompeiano  Tito Ampio Balbo (tribuno nel 63 a.C. e proconsole in Asia nel 58 a.C.)[15] tenutosi nel 52 a.C., in difesa del quale intervennero Pompeo e Cicerone il quale “scrisse un’orazione in persona dell’interessato”. [16]

A riprova di quanto affermato la presenza di numerosi accenni ad avvenimenti pubblici e personali immediatamente precedenti gli anni ’50 e comunque mai posteriori all’uccisione di Clodio lasciano supporre che l’opera sia stata scritta tra il 52 e il 51 e successivamente pubblicata quando l’autore non era più in vita. Tale ipotesi è in linea con quanto asserito dalla maggior parte degli studiosi concordi “nel collocare la composizione tra la primavera del 52 e quella del 51 a.C.” [17]

Da questa prospettiva si ricava l’impressione che fosse precipua intenzione dell’Autore ambientare il dialogo al presente al fine di “conferirgli maggior valore di attualità”. [18]

Estate del 51- 25 settembre 47 a.C. [19][modifica | modifica wikitesto]

Nel 51 a.C., partendo per la Cilicia, “Cicerone lasciò probabilmente incompiuto il dialogo de legibus”. [20] Essendo stato designato in forza delle norme che discendevano dalla legge di Pompeo de provinciis del 52 a.C., al governo della Cilicia in qualità di proconsole “dall’estate del 51 all’estate del 50”, [21] Cicerone si trovò fuori Roma durante i diciotto mesi che precedettero lo scoppio della guerra civile. A tal proposito sia il Narducci che il Carpitella sono concordi nell’affermare che, nonostante Cicerone si fosse rassegnato “di mala voglia ad allontanarsi da Roma” [22] avendo considerato questo incarico con “orrore, come un secondo esilio”, egli tuttavia fu un governatore “giusto anche se non di polso”. [23]

L'Arpinate fece ritorno a Roma nel novembre del 50 così fu travolto dal vortice della guerra civile.

Dall’epistolario di Cicerone si evince che, durante la guerra civile tra Cesare e Pompeo (49-45 a.C.), [24] sebbene l’Arpinate si schierò dalla parte di quest’ultimo seguendolo in Oriente, non mancò di “accusare Pompeo e il senato di aver favorito, in definitiva, l’ascesa di Cesare”. [25] D’altronde Cicerone non giunse mai a stabilire con Pompeo quello stretto rapporto cui aspirava.

Per giunta, nel corso del conflitto, egli prese progressivamente coscienza che Pompeo e gli ottimati non fossero del tutto pronti, tanto sul piano politico quanto su quello militare, a sostenere il confronto con Cesare.

Nel 48 a.C. difatti Cesare sconfisse Pompeo a Farsàlo; [26] il trionfatore fu nominato console, poi dittatore.

Al termine del conflitto, Cicerone rientrato in Italia, ottenne a Brindisi il perdono di Cesare.

Da quel momento in poi l’Arpinate andrà incontro ad un progressivo isolamento politico come testimoniato nell’opera De natura deorum in cui Cicerone “si rammarica del forzato ozio impostogli dalla dittatura di Cesare prima, e dalle torbide condizioni politiche seguite alla sua morte”. [27]

A tal proposito, secondo quanto affermato da Carpitella, fu proprio il graduale isolamento politico di Cicerone “che accrebbe l’importanza per lui dello stretto legame col cavaliere T. Pomponio Attico, uomo di grande cultura nelle due lingue, suo banchiere, consigliere finanziario, editore e amico generosissimo e paziente”. [28]

I Personaggi[modifica | modifica wikitesto]

Il trattato De Legibus, concepito da Cicerone, si sviluppa nei suoi tre libri attraverso il dialogo fra tre diversi interlocutori:

  • Tito Pomponio Attico  (110-32 a.C.),
  • Marco Tullio Cicerone   (106- 43 a.C.),[29]
  • Quinto Tullio Cicerone (102-43 a.C.).[30]

La caratterizzazione dei singoli personaggi, tutti contemporanei all’Autore, emerge progressivamente all’interno del De Legibus nel corso dell’ideale conversazione che Cicerone ambienta nell’amena campagna della villa di Arpino, presso il fiume Liri.

Durante la passeggiata la vista della cosiddetta “quercia di Mario”, quercus Mariana'' (leg. 1,2) [31], ispira gli interlocutori ad intraprendere un dibattito sull’epica storica e sulla storiografia.

Tito Pomponio Attico

Letterato romano, profondo estimatore della cutlura greca, seguace della filosofia epicurea, nacque a Roma nel 109 a.C. da una nobile famiglia di ceto equestre.

Il suo soprannome “Attico” gli fu affibbiato in quanto era solito intrattenersi per lunghi periodi ad Atene ove visse “dall’86 al 65 a.C., allorchè le lotte civili e l’instaurata dittatura di Silla resero pericolosa e per lui personalmente e per il suo patrimonio la residenza a Roma”[32].

È degno di nota che Attico fu legato a Cicerone da una profondo e duraturo legame di amicizia, risalente al 79 a.C., testimoniato dalla loro nutrita corrispondenza epistolare (68-44 a.C.)[33] raccolta nei XVI libri delle Epistulae ad Atticum[34] indirizzate al dotto amico che aveva curato come editore alcune opere ciceroniane. Inoltre Cicerone dedicò all’amico Attico due opere composte rispettivamente nel 44 a.C.: il Laelius de amicitia e il Cato Maior de Senectute.

Secondo quanto affermato da Dyck, la figura di Attico si configura, all’interno del De Legibus, come “catalyst and motor of dialogue”[35] (catalizzatore e motore del dialogo), un “common pattern” dei dialoghi ciceroniani.

A riprova di questo il primo libro del De Legibus si apre con l’invito rivolto da Attico a Cicerone di dedicarsi alla stesura di un’opera storica, historia (leg. 1,2)[36], affinchè in questo genere i romani non restino “per nulla inferiori alla Grecia”[37].

L’Arpinate risponde (leg. 1,8-9)[38] che gli manca il tempo libero (otio) da cura (preoccupazioni) e negotia (occupazioni) senza il quale “res tanta suscipi potest"[39](un così grande lavoro non può essere intrapreso).

A questo punto Attico suggerisce all’amico di far seguire al De re publica  un’opera sulle leggi, perseverando nell’emulazione di Platone che dopo la Politèia ,la Repubblica, aveva scritto i Nòmoi,le Leggi, (leg.1,15)[40].

Cicerone accoglie dunque di buon grado l’offerta dell’amico.

Dopo aver dato avvio al dialogo, Attico, secondo quanto riferito da Dyck,  “takes on the rôle of moderator”[41] (assume il ruolo di “moderatore”).

A testimonianza del ruolo di cui è stato investito Attico conduce la conversazione dei propri interlocutori intorno a diverse problematiche la prima delle quali, di natura essenzialmente giuridica, concernente la contrapposizione tra la doppia patria: quella naturale e quella di diritto (leg. 2,5)[42].

ATTICO ‒ Ma come sta tuttavia il fatto, (…), cioè che questo luogo, Arpino, sarebbe la vostra naturale patria? Forse che ne avete due, di patrie? O quella sola[43] è la patria comune?

MARCO  ̶  Per Ercole, io penso che tanto egli come tutti i municipali abbiano due patrie, una quella natu˂rale, l’alt>ra quella giuridica; e come quel Catone, nato a Tusculo, fu assunto nella cittadinanza romana; così, essendo Tuscolano di nascita, e Romano per diritto di cittadinanza, ebbe l’una come patria naturale, l’altra di diritto (…) così noi consideriamo patria e quella in cui siamo nati, ˂e quella da cui> fummo ˂accolti>. Ma è necessario amare specialmente quella in grazia della quale il nome dello Stato è comune a tutti i cittadini; per la quale dobbiamo morire ed alla quale dedicarci interamente ed in cui porre tutti i nostri interessi e quasi consacrarveli; ma quella che ci ha generato è poi dolce in grado non molto diverso da quella che ci ha accolto. Perciò io mai negherò essere questa appunto la mia patria, pur essendo maggiore di essa quell’altra, e questa sia compresa in quell’altra ˂dalla quale ciascun municipale> riceve ˂il diritto> di una seconda cittadinanza e che considera l’unica patria.

ATTICUS ‒ Sed illud tamen quale est, (…), hunc locum, id enim ego te accipio dicere Arpinum, germanam patriam esse vestram? Numquid duas habetis patrias? An est una illa patria communis?

MARCUS  ̶  Ego mehercule et illi et omnibus municipibus duas esse censeo patrias, unam natu˂rae, alte>ram civitatis; ut ille Cato, quom esset Tusculi natus, in populi Romani civitatem susceptus est, ita, quom ortu Tusculanus esset, civitate Romanus, habuit alteram loci patriam, alteram iuris (…), sic nos et eam patriam dicimus, ubi nati, ˂et illam, a qua excepti> sumus. Sed necesse est caritate eam praestare, qua rei publicae nomen universae civitatis est, pro qua mori et cui nos totos dedere et in qua nostra omnia ponere et quasi consecrare debemus; dulcis autem non multo secus est ea, quae genuit, quam illa, quae excepit. Itaque ego hanc meam esse patriam prorsus numquam negabo, dum illa sit maior, haec in ea contineatur ˂ex qua quisque municeps ius alterius> habet civitatis et unam illam civitatem putat.

(Ferrero L., Zorzetti N., M. Tullio Cicerone. Opere politiche e filosofiche, Vol. I Lo Stato, Le leggi, I doveri, ed. UTET, Torino, 2009, pp. 469-471).

Altri esempi che testimoniano il ruolo di moderatore che la figura di Attico ricopre all’interno dell’opera, indirizzando di volta in volta la conversazione su questioni di varia natura, possono essere rintracciati rispettivamente nei passi 2,24 e 2,32 all’interno del secondo libro del de Legibus.

Nel primo dei due passi (leg. 2,24) Attico invita Cicerone ad illustrare, dopo la dettagliata esposizione delle leggi sacrate (493 a.C.)[44], “la consuetudine dei padri, che aveva allora forza di legge” (more maiorum, qui tum ut lex valebat).

Nel secondo passo (leg. 2,32) invece, Attico chiede espressamente a Cicerone di esprimere il proprio punto di vista in merito al diritto e all’autorità del collegio degli àuguri introducendo un nuovo argomento di dibattito.

È interessante notare che il ruolo di moderatore assunto da Attico nei tre libri del De Legibus emerge anche da una serie di fattori.

In primo luogo dalle numerose richieste di chiarimento che di volta in volta egli rivolge a Cicerone in merito ad argomenti di vario genere come ad esempio riportato nei seguenti passi (leg. 1,1 - 1,4 - 1,22; - 1,63;  3,33).

In secondo luogo Attico, nel corso del dibattito o a seguito della sua conclusione, fornisce agli interlocutori un breve riassunto sulla questione affrontata evidenziando il punto di vista espresso da Cicerone (leg.1.17 e 1.35), commentando talvolta la sua origine e le implicazioni (leg.1.28, 1,63).

Oltre a distinguersi per il suo compito di moderatore del dialogo tra i tre interlocutori la figura di Attico risulta di grande interesse poichè, come indicato da Dyck, egli assume anche “the rôle of stage-manager ”[45] (il ruolo di “direttore d’orchestra”) dal momento che egli “suggests a place for the interlocutors to sit”(suggerisce per gli interlocutori un luogo in cui sostare) come si evince chiaramente nell’ incipit del secondo libro (leg. 2,1) in cui Attico propone a Cicerone di proseguire la nuova conversazione “seduti nell’isola che è nel Fibreno”[46] (“… locum mutemus et in insula, quae est in Fibreno, …, sermoni reliquo demus operam sedentes?”)[47].

La presenza di Attico, oltre alla duplice funzione di introdurre la discussione e conferire forma e struttura all’argomento fornendo agli interlocutori una possibile chiave di lettura, ha anche lo scopo di accordare  “(…) a liveliness and vitality to this dialogue that make it scenically the most attractive of all of Cicero’s contributions to the genre”[48] (una vivacità e vitalità a questo dialogo rendendolo scenicamente il più affascinante fra tutti i contributi di Cicerone al genere).

Nel corso del dialogo Attico mette più volte in risalto, le qualità di Cicerone sia come letterato professionista, l’unico in grado di realizzare un opera storica capace di sostenere il confronto su tale genere con i greci (leg. 1,2), sia come oratore ricordando l’elogio che Pompeo gli aveva tributato in tribunale quando insieme a lui difese il tribuno Tito Ampio Balbo (leg. 2,6) alludendo perfino alla possibilità che Cicerone possa essere, fra tutti gli uomini del suo tempo, eccellente tanto negli studi scientifici quanto nel governo dello Stato (leg. 3,14).

A fronte di questo Cicerone non lesina parole di lode nei confronti della casa che Attico possedeva sia a Roma che ad Atene impreziosendo, la digressione su quest’ultima con una reminiscenza omerica (leg. 1,2-3).

Da questa prospettiva non è dunque un caso che Cicerone nell’incipit del terzo libro (leg. 3,1) tesse le fila di un vero e proprio elogio nei confronti dello stile di vita e di linguaggio perseguito del suo amico Attico che, agli occhi dell’Arpinate, sembra aver conseguito “difficillimam illam societatem gravitatis cum humanitate” ossia “quella difficilissima unione della serietà con la gentilezza”[49].

A tal proposito Dyck avanza l’ipotesi che proprio l’elogio tributato da Cicerone ad Attico “may be a clue that De Legibus was meant to be dedicated to Atticus in recognition not least of his loyal support during Cicero’s exile”[50] e cioè che (l’elogio) potesse costituire un indizio che il De Legibus fosse da intendersi come dedicato ad Attico in segno di riconoscimento per il suo fedele sostegno durante l’esilio di Cicerone).

Alla luce dell’analisi effettuata intorno alla costruzione e all’articolazione  della complessa figura di Attico e delle sue molteplici funzioni che si esplicano nel corso dei tre libri del De Legibus, Dyck sostiene, in ultima analisi che “It is above all the presence of Atticus that makes De Legibus a real dialogue; and the banter between Atticus and Marcus strikes one as the most natural and unforced in the entire corpus of Ciceronian dialogues (…)”[51]; dunque è soprattutto la presenza di Attico che rende il De Legibus un dialogo reale; e il bonario scambio di battute tra Attico e Marco colpisce come uno dei più naturali e spontanei nell’interno corpus dei dialoghi ciceroniani.

In definitiva è probabile che la vitalità dell’intero dialogo tragga origine dal cosiddetto “give-and-take” (nel senso di “compromesso”, “collaborazione”) di Attico con Cicerone che permette all’autore in tal modo di perseguire il duplice obiettivo di conferire originalità e dinamicità al dialogo delineando al contempo il profilo esisteziale politico e filosofico del personaggio storico di Attico.



Tradizione manoscritta[modifica | modifica wikitesto]

In epoca anteriore al IX secolo, doveva esistere un Corpus, contenente varie opere filosofiche di Cicerone, nel quale erano riuniti i seguenti trattati: De natura deorum, De divinazione, Timaeus, De fato, Topica, Paradoxa, Lucullus e De legibus. Dagli studi condotti sui manoscritti contenenti questi trattati, è emerso che essi appartengono ad una stessa famiglia. Si deduce, dunque,  l’esistenza di un unico esemplare precedente ormai perduto, chiamato “archetipo”, dal quale sono poi scaturite copie successive. [52] 

All’archetipo, redatto probabilmente in minuscola carolina, sono riconducibili alcune imprecisioni e lacune trasmesse, in seguito, alle copie da esso derivate; in particolare il De legibus “risulterebbe interessato dalla perdita di una sua non piccola parte a causa di una mutilazione del codice, di cui gli ultimi quaternioni sarebbero andati distrutti” (Ferrero L., Zorzetti N., M. Tullio Cicerone. Opere politiche e filosofiche, cit., p. 107).


Per ogni opera del corpus sono state condotte numerose ricerche al fine di delineare i manoscritti più vicini al modello originale. In definitiva, per quanto concerne il De Legibus, è stato individuato un gruppo composto da tre manoscritti tutti conservati nella biblioteca di Leida, in Olanda:

  • Il Codex Leidensis Vossianus 84 (A), secondo P. Schwenke,  “Oriundus est codex A sine dubio e Gallia, monasterio aut ecclesiae ubi servabatur donatus a Rodulfo quodam episcopo, cuius sedem propter nominis frequentiam definire non potui” (Class. Rev. Iv (1890), p.347). Si tratterebbe, dunque, di un codice proveniente dalla Gallia, conservato in un edificio ecclesiastico al quale era stato donato da un certo vescovo Rodolfo.
  • Il Codex Leidensis Vossianus 86 (B), conservato in Gallia, con ogni probabilità nella stessa biblioteca nel quale era collocato il codice A.[53]      
  • Il Codex Leidensis Heinsianus 118 (C o H), scritto in Beneventana, pare sia una copia prodotta per Desiderio, abate di Monte Cassino (1058-1087) [54].

         I codici A e B  contengono l’intero corpus di opere ciceroniane, mentre nel codice H compaiono solo il De natura deorum, il De divinazione e il De legibus. I testi presenti all’interno dei tre codici non sono sempre integri e presentano numerose correzioni, nelle quali i paleografi hanno individuato l’intervento di mani differenti. Infine, per maggiore chiarezza, va detto che i codici A, B e H  sono databili rispettivamente ai secoli IX-X, X e X. L’ipotesi di una datazione più tarda, tra l’XI e il XII secolo, avanzata dal filologo tedesco  Johannes Vahlen, è oggi ritenuta poco plausibile.

L’edizione a stampa più antica del De legibus si deve ad Aldo Manuzio, celeberrimo editore e tipografo del XV-XVI secolo, il quale pubblicò l’opera ciceroniana a Milano nel 1498[55]. Tra gli altri autorevoli filologi e letterati che si sono dedicati allo studio dell’incompiuto trattato ciceroniano ricordiamo: Adrien Turnèbe,  Hugo Grotio, Theodor Mommsen, Johannes Vahlen e Richard Reitzenstein [56].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ M. Pani, E. Todisco, Storia romana. Dalle origini alla tarda antichità, ed. Carocci, Roma, 2009, p. 181.
  2. ^ Ferrero L., Zorzetti N., M. Tullio Cicerone. Opere politiche e filosofiche, Vol. I Lo Stato, Le leggi, I doveri, ed. UTET, Torino, 2009, p. 14.
  3. ^ Narducci E., Introduzione a Cicerone, ed. Laterza, Bari, 2010, p.132.
  4. ^ Ivi, p.133.
  5. ^ Ferrero L., Zorzetti N., M. Tullio Cicerone. Opere politiche e filosofiche, Vol. I Lo Stato, Le leggi, cit. p. 507.
  6. ^ Fezzi L., Il tribuno Clodio, ed. Laterza, Roma, 2008, p. 107.
  7. ^ Ibidem.
  8. ^ Ibidem.
  9. ^ Pani M., Todisco E., Storia romana. Dalle origini alla tarda antichità, cit. p. 181.
  10. ^ Narducci E. Introduzione a Cicerone, cit. p. 134.
  11. ^ Ibidem. Cicerone fece ritorno in patria dall’esilio il 4 settembre del 57 a.C.
  12. ^ Fezzi L., Il tribuno Clodio, cit. p. 109.
  13. ^ Ferrero L., Zorzetti N., M. Tullio Cicerone. Opere politiche e filosofiche, cit. p. 14.
  14. ^ Cfr. Cancelli F., Marco Tullio Cicerone. Le Leggi, ed. Mondadori, Milano, 1969, p. 18.
  15. ^ Lempriére Hammond N. G., Hayes Scullard H., ed. it. a cura di Carpitella M., Dizionario di antichità classiche, ed. San Paolo, Milano, 1995, cit. p. 301.
  16. ^ Ferrero L., Zorzetti N., M. Tullio Cicerone. Opere politiche e filosofiche, p. 470
  17. ^ Ivi, p. 16.
  18. ^ Ivi, p. 18.
  19. ^ La datazione, 25 settembre del 47 a.C., si riferisce al giorno in cui Cicerone da Brindisi andò incontro a Cesare in arrivo da Taranto. Cesare lo accolse cordialmente e  passeggiando con lui senza testimoni, concedette il perdono definitivo a lui e al figlio Marco. (Cfr. Plut. Cic. 39, 4-5).
  20. ^ Narducci E., Introduzione a Cicerone, cit. p. 150.
  21. ^ Lempriére Hammond N. G., Hayes Scullard H., ed. it. a cura di Carpitella M., Dizionario di antichità classiche,
  22. ^ Narducci E., Introduzione a Cicerone, p. 155.
  23. ^ Ibidem.
  24. ^ Cfr. Pani M., Todisco E., Storia romana. Dalle origini alla tarda antichità, p. 394
  25. ^ Narducci E., Introduzione a Cicerone, cit. p. 156.
  26. ^ Pani M., Todisco E., Storia romana. Dalle origini alla tarda antichità, cit. p. 395.
  27. ^ Cancelli F., Marco Tullio Cicerone. Le Leggi, cit. p. 19.
  28. ^ Lempriére Hammond N. G., Hayes Scullard H., ed. it. a cura di Carpitella M., Dizionario di antichità classiche, cit. p. 449.
  29. ^ Ivi, p. 446.
  30. ^ Ivi, p. 456.
  31. ^ Ferrero L., Zorzetti N., M. Tullio Cicerone. Opere politiche e filosofiche, p. 413.
  32. ^ Ivi, p. 415.
  33. ^ Lempriére Hammond N. G., Hayes Scullard H., ed. it. a cura di Carpitella M., Dizionario di antichità classiche, ed. San Paolo, Milano, 1995, cit. p. 453.
  34. ^ Ibidem. A tal proposito Carpitella aggiunge che “Cornelio Nepote li vide e acutamente apprezzò il loro valore di fonte storica (Vita Attici XVI 3).
  35. ^ Dyck, A Commentary on Cicero. De Legibus, cit., p. 23.
  36. ^ Ferrero L., Zorzetti N., M. Tullio Cicerone. Opere politiche e filosofiche, p. 413.
  37. ^ Ivi, p. 417.
  38. ^ Ivi, pp. 419-421.
  39. ^ Ivi, p. 421.
  40. ^ Ivi, p. 425.
  41. ^ Dyck A., A commentary on Cicero, De Legibus, ed. The University of Michigan Press, 2004.
  42. ^ Ferrero L., Zorzetti N., M. Tullio Cicerone. Opere politiche e filosofiche, pp. 469-471.
  43. ^ Cioè Roma.
  44. ^ Le sacratae leges erano “leggi non dello Stato, ma della plebe, la quale si era obbligata con «giuramento» (sacramentum) a farle osservare ad ogni costo dai poteri costituiti dello Stato. Le più importanti fra esse stabilivano il carattere sacro ed inviolabile della persona dei tribuni della plebe, ed il divieto di eleggere patrizi a detta carica. La tradizione le faceva risalire al 493 a.C., data presunta della istituzione del tribunato e della prima seccessione della plebe”. (Ferrero L., Zorzetti N., M. Tullio Cicerone. Opere politiche e filosofiche, cit. p. 483).
  45. ^ Dyck A., A commentary on Cicero, De Legibus, cit. p. 24.
  46. ^ Ferrero L., Zorzetti N., M. Tullio Cicerone. Opere politiche e filosofiche, cit. p. 467.
  47. ^ Ibidem.
  48. ^ Dyck A., A commentary on Cicero, De Legibus, cit. p. 24.
  49. ^ Ferrero L., Zorzetti N., M. Tullio Cicerone. Opere politiche e filosofiche, cit. p. 531.
  50. ^ Ivi, p. 25. A tal proposito Dyck precisa che “One would, however, have expected the dedication to be made explicit in a preface attached to the beginning of the work explaining inter alia the circumstances of Atticus’ visit to Arpinum”.
  51. ^ Ibidem.
  52. ^ Cfr., Pimental Álvarez J., Ciceròn. Las paradojas de los estoicos, Universidad Nacional Autònoma de México, México, 2000, p. LXXV.
  53. ^ Clark A.C., The descent of manuscripts, Wipf and Stock Publishers, Oxford,1918, p. 324)
  54. ^ Ibidem
  55. ^ Cfr., Resta Barrile A., Delle Leggi. Testo latino, traduzione e note, Zanichelli Editore, Bologna, 1972, p. 9
  56. ^ J. G. F. Powell, M. Tulli Ciceronis, De re publica, De legibus, Cato Maior De senectute, Laelius De amicitia, Oxford Classical Texts, 2006, pp. LXV-LXVIII


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