De finibus bonorum et malorum

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De finibus bonorum et malorum
Cicero - Musei Capitolini.JPG
Busto di Marco Tullio Cicerone (Musei Capitolini)
Autore Marco Tullio Cicerone
1ª ed. originale 45 a.C.
Genere trattato
Sottogenere filosofia
Lingua originale latino

De finibus bonorum et malorum ("Il sommo bene e il sommo male") è un dialogo filosofico in cinque libri scritto da Marco Tullio Cicerone che si pone il problema di cosa sia il sommo bene, tenendo in considerazione le due filosofie antiche stoica ed epicurea che, rispettivamente, lo classificavano come virtù e piacere.

Struttura e contenuto dell'opera[modifica | modifica wikitesto]

• Il libro III espone il dialogo tra Cicerone e Marco Porcio Catone Uticense in merito alla questione sul sommo bene. L’attore principale è Catone, il quale descrive i punti principali della gnoseologia stoica di Zenone di Cizio. La conoscenza non inizia per mezzo di una semplice sensazione, ma richiede una partecipazione complessa del soggetto mediante una rappresentazione catalettica|Assenso. Perciò le percezioni del desiderio di autoconservazione accompagnano l’uomo, sin dall’infanzia, nella forma del benessere e della repulsione, a cui seguono il piacere e il dolore. Il sommo bene coincide con un atto di onestà nei confronti di «ciò che è conforme a natura», alla legge naturale: un assenso all’esperienza. Catone polemizza contro le dottrine etiche dei Peripatetici. Aristotele confuse ciò che intendiamo per “cose preferite” con il “sommo bene”: la felicità come attività contemplativa del sapiente. Secondo Catone, invece, il sapiente esercita l’onestà come adempimento di un «dovere» indicato dalla natura nella percezione: qualcosa che di per sé non si può intendere né come bene né come male; né come virtù né come vizio. Il capitolo si chiude con un elogio alla figura del sapiente ricordando tre esempi negativi per la storia di Roma: Tarquinio il Superbo, il quale pensò ai propri interessi cercando ripetutamente il conflitto contro la nascente Repubblica; il dittatore Lucio Cornelio Silla sconvolse la politica di Roma con il lusso, l’avidità e la crudeltà delle stragi civili; Marco Licinio Crasso oltrepassò l’Eufrate nella Battaglia di Carre del 53 a.C. “senza alcun motivo”.

• Il libro IV espone le principali obiezioni di Cicerone alla dottrina stoica. Secondo Cicerone, Catone ha operato un “mutamento dei principi naturali” e ha complicato la terminologia della filosofia allontanandola dalla realtà. Mentre Catone ha subordinato la conoscenza alle virtù che appartengono alla struttura umana, Cicerone stabilisce un rapporto tra l’esperienza e la conoscenza: le virtù sono “in divenire”, ricercate e acquisite. Il rischio più alto che si nasconde dietro il pensiero di Catone è il pericolo di cadere in errori di valutazione e ambiguità che giustificano le azioni umane in base al grado di onestà “sentita”, ad esempio: Livio Druso può essere ritenuto “onesto” al pari di Gaio Gracco, oppure possiamo affermare che Tiberio Gracco ha agito negli interessi dello stato come suo padre. Cicerone non accetta queste tesi; secondo lui, Tiberio ha lavorato per “abbattere” Roma. Il pericolo del pensiero di Catone è quello di racchiudere l’intera problematicità del reale dentro una totalità che perde di vista le esigenze fondamentali della vita: la cura per la salute, la cura per la famiglia, la partecipazione alla vita politica, i doveri della vita. L'unica alternativa consiste nell' abbandonare l'attaccamento all'onestà in quanto unica rappresentazione possibile.

Note[modifica | modifica wikitesto]


Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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