De provinciis consularibus

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Orazione sulle province consolari
Titolo originaleDe provinciis consularibus
Cicero - Musei Capitolini.JPG
AutoreMarco Tullio Cicerone
1ª ed. originale56 a.C.
Genereorazione
Sottogenerepolitica
Lingua originalelatino
ProtagonistiGaio Giulio Cesare

De provinciis consularibus (Orazione sulle province consolari) è un'orazione tenuta in Senato da Cicerone nel 56 a.C. a favore della proroga (contraria alle leggi vigenti) dell'imperium di Cesare nelle Gallie. Cicerone sente il bisogno di giustificare quello che i senatori avversi a Cesare e ai populares consideravano un voltafaccia, e afferma che la preoccupazione per i superiori interessi dello Stato, a cui il triumviro sta provvedendo con la sua impresa grandiosa, deve passar sopra ogni altra considerazione.

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Siamo in una fase critica della carriera politica di Cicerone: a un anno dal ritorno dall'esilio, appare relegato in una posizione di secondo piano all'interno della scena politica romana, dove regnano incontrastate ormai le figure dei triunviri; la voce di Cicerone gode però ancora di un particolare prestigio presso l'opinione pubblica romana. Da qui nasceva l'esigenza per i triunviri di portarlo quanto più possibile dalla propria parte. Esigenza che si incontrava con la necessità da parte di Cicerone di ricollocarsi nell'agone politico, al fine di perseguire il proprio personale progetto politico[1]; come ribadito nella celebre lettera a Lentulo[non chiaro], dove è presente l'immagine del nocchiero costretto a cambiare rotta per assecondare i venti, al fine di condurre ugualmente in porto la nave[2].

L'orazione è stata pronunciata in Senato nel maggio del 56 a.C. a favore di una proroga dell'incarico di Cesare nelle Gallie. Si doveva decidere su quali province assegnare per l'anno 54 a.C. secondo la lex Sempronia: assegnatari sarebbero dovuti essere i due consoli in carica nel 55 a.C., ovvero secondo gli accordi di Lucca, gli altri due triunviri Pompeo e Crasso[3]. Cicerone propose invece di assegnare come province consolari la Macedonia e la Siria, sotto il comando rispettivamente di Lucio Calpurnio Pisone Cesonino e Aulo Gabinio, consoli nel 58 a.C. e fra i responsabili dell'esilio ciceroniano[4].

Uno dei leit motiv dell'orazione è l'attacco costante a Clodio[5], suo nemico giurato ed estensore nel 58 a.C. della Lex de exilio Ciceronis. L'inimicizia fra i due risaliva allo scandalo della Bona Dea. Alla fine del 62 a.C. la buona società romana fu travolta da uno scandalo che ebbe anche importanti ripercussioni per le future vicende politiche ciceroniane. Secondo le ricostruzioni storiche, durante i riti femminili denominati della Bona Dea, Clodio si sarebbe travestito da donna al fine di introdursi di notte in casa di Cesare, che all'epoca deteneva la carica di pontefice massimo. Scopo di Clodio era intrattenersi con Pompea, moglie di Cesare e nipote di Silla; scoperto il travestimento da una schiava, si era immediatamente dato alla fuga. Cesare, nel tentativo di non inimicarsi un personaggio in ascesa nel campo dei populares come Clodio, decise di non testimoniare al processo per sacrilegio che ne seguì, limitandosi a ripudiare Pompea. Nel corso del processo, Clodio si difese asserendo di trovarsi lontano da Roma il giorno del sacrilegio; Cicerone però si presentò a testimoniare, affermando di avere ricevuto una visita da parte di Clodio a Roma lo stesso giorno. Non sono del tutto chiari i motivi che portarono a un progressivo deterioramento dei rapporti fra Cicerone e Clodio, inizialmente amichevoli al punto che quest'ultimo si offrì come sua guardia del corpo nel periodo del consolato e della congiura di Catilina[6].

Struttura dell'opera[modifica | modifica wikitesto]

L'orazione potrebbe essere suddivisa in due parti: ad una prima parte (1, 1 – 7, 17) dove Cicerone attacca duramente Pisone e Aulo Gabinio, elencandone le malefatte in un crescendo reso ancora più efficace da un sapiente uso della preterizione[7]; segue una seconda parte (8 – 20, 47) che invita vivamente il senato affinché sia prorogato l'incarico a Cesare nelle Gallie, per meglio consolidarne la conquista.

Cicerone inizia la sua requisitoria dalla Macedonia:

«E non parlo dell'amministrazione della giustizia in una città libera, in violazione delle leggi e dei decreti del senato, lascio da parte gli assassini compiuti, taccio le sue dissolutezze, di cui resta la più dolorosa delle prove, destinata a perpetuare la straordinarietà della sua turpitudine e quasi a giustificare l'odio contro il nostro impero: è notorio che alcune ragazze appartenenti alle più nobili famiglie si sono gettate in un pozzo e hanno così evitato con un suicidio volontario l'inevitabile disonore. Silenzio, il mio, giustificato esclusivamente dal fatto che mi mancano attualmente le testimonianze, e non già dal fatto che si tratti di colpe non molto gravi.»

«Omitto iuris dictionem in libera civitate contra leges senatusque consulta; caedes relinquo; libidines praetereo, quarum acerbissimum extat indicium et ad insignem memoriam turpitudinis et paene ad iustum odium imperii nostri, quod constat nobilissimas virgines se in puteos abiecisse et morte voluntaria necessariam turpitudinem depulisse. Nec haec idcirco omitto, quod non gravissima sint, sed quia nunc sine teste dico.[8]»

Dopo avere elencato una lunga serie di misfatti e spoliazioni compiuti da Pisone[9], sposta il focus della sua requisitoria sull'altro ex console responsabile del suo esilio. Sin dall'esordio Cicerone non manca di mettere in evidenza l'effeminatezza di Aulo Gabinio, perfidamente paragonato ad una regina orientale:

«O che forse si deve mantenere più a lungo in Siria la novella Semiramide

«An vero in Syria diutius est Semiramis illa retinenda?[10]»

Ma per Cicerone, la colpa maggiore di Aulo Gabinio come governatore è l'aver perseguito una politica ostile ai pubblicani, una delle componenti della società romana che maggiormente aveva appoggiato la sua carriera politica[11]:

«[5, 10] Quanto poi ai poveri pubblicani - ed anche povero me per le pene e il dolore che han colpito delle persone cui io devo tanto! -, li ha resi schiavi dei Giudei e dei Siriani, cioè di popoli fatti apposta per essere schiavi. Fin da principio ha deciso, perseverando poi questa condotta, di non rendere giustizia ai pubblicani, ha annullato convenzioni perfettamente regolari, ha eliminato le guardie daziarie, ha deciso per molti lo sgravio delle imposte e dei tributi. In qualunque città si trovasse o arrivasse, non voleva vedervi né un appaltatore d'imposte né uno schiavo di appaltatore.»

«[5, 10] Iam vero publicanos miseros (me etiam miserum illorum ita de me meritorum miseriis ac dolore!) tradidit in servitutem Iudaeis et Syris, nationibus natis servituti. Statuit ab initio, et in eo perseveravit, ius publicano non dicere; pactiones sine ulla iniuria factas rescidit, custodias sustulit, vectigalis multos ac stipendiarios liberavit; quo in oppido ipse esset aut quo veniret, ibi publicanum aut publicani servum esse vetuit.[12]»

Dopo avere terminato l'elenco degli insuccessi militari dei due ex consoli, Cicerone passa ad elencare i motivi per i quali Cesare debba rimanere al suo posto in Gallia:

«[8] E quando pure essi [Pisone e Gabinio] fossero i migliori degli uomini, io, a parer mio, non riterrei ancora opportuno sostituire Gaio Cesare.»

«Quodsi essent illi optimi viri, tamen ego mea sententia C.Caesari succedendum nondum putarem.[13]»

Secondo Cicerone, sull'esempio di quanto fecero i patres[14],eventuali differenze fra uomini politici andrebbero messe da parte per il bene supremo della res publica, vista l'importanza strategica della conquista cesariana:

«[8, 19-20] In Gallia s'è combattuta una guerra durissima; delle popolazioni potentissime sono state assoggettate da Cesare, ma i vincoli che le uniscono a noi non sono ancora quelli delle leggi, d'uno statuto giuridico definito, d'una pace ben sicura. [...] Dunque io, come senatore nemico, se voi lo volete, di Cesare, debbo essere l'amico, come lo sono sempre stato della repubblica.»

«Bellum in Gallia maximum gestum est; domitae sunt a Caesare maximae nationes, sed nondum legibus,nondum iure certo, nondum satis firma pace devinctae. Bellum adfectum videmus, et, vere ut dicam, paene confectum, sed ita ut, si idem extrema persequitur qui inchoavit, iam omnia perfecta videamus, si succeditur, periculum sit ne instauratas maximi belli reliquias ac renovatas audiamus. Ergo ego senator inimicus, si ita vultis, homini, amicus esse, sicut semper fui, rei publicae debeo[15]

Particolarmente importante in questa orazione è il tentativo da parte di Cicerone di ricostruire storicamente i rapporti intercorsi con Cesare, cercando di minimizzare le ostilità fra i due:

«[17, 40-42] In seguito, quando mi sono dedicato intensamente alla vita politica, le nostre divergenze sono rimaste esclusivamente limitate al campo delle idee senza intaccare minimamente i nostri rapporti d'amicizia. Durante il suo consolato mi voleva al suo fianco nel prendere quei provvedimenti che conoscete: io non li condividevo, e tuttavia l'opinione che dimostrava di avere di me non doveva certo spiacermi. Mi ha pregato di far parte della commissione dei cinque [per l'esecuzione della lex Iulia de agro Campano del 59], mi ha voluto come uno dei tre consolari più strettamente congiunti alla sua politica, mi ha offerto l'incarico di legato che fosse di mio gradimento e con ogni privilegio che volessi: tutte offerte che io ho rifiutate per ferma coerenza con i miei princìpi ma non senza gratitudine. [...] pur potendo premunirmi dei più saldi appoggi contro la scelleratezza dei miei nemici e respingere gli attacchi di parte popolare [di Clodio] con il sostegno di un capo di parte popolare, ho preferito affrontare qualunque colpo della fortuna, subire violenza ed ingiustizia piuttosto che allontanarmi dai vostri più sacri princìpi o deviare dalla mia linea di condotta. [...] sentivo tuttavia che egli, ben disposto com'era verso di me, mi teneva nella stessa considerazione di suo genero [Pompeo], il primo dei nostri concittadini. Fece poi passare tra i plebei il mio nemico [Clodio], o perché irritato contro di me vedendo che nemmeno con i favori riusciva ad avermi al suo fianco, o perché vivamente pregato. Ma nemmeno quest'atto costituì un'offesa, tant'è vero che in seguito non solo m'ha esortato ma pure pregato di essere suo legato.»

«Posteaquam sum penitus in rem publicam ingressus, ita dissensi ab illo, ut in disiunctione sententiae coniuncti tamen amicitia maneremus. Consul ille egit eas res, quarum me participem esse voluit; quibus ego si minus adsentiebar, tamen illius mihi iudicium gratum esse debebat. Me ille ut quinqueviratum acciperem rogavit ; me in tribus sibi coniunctissimis consularibus esse voluit; mihi legationem, quam vellem, quanto cum honore vellem, detulit. Quae ego omnia non ingrato animo, sed obstinatione quadam sententiae repudiavi. Quam sapienter non disputo; multis enim non probabo; constanter quidem et fortiter certe, qui cum me firmissimis opibus contra scelus inimicorum munire et popularis impetus populari praesidio propulsare possem, quamvis excipere fortunam, subire vim atque iniuriam malui, quam aut a vestris sanctissimis mentibus dissidere aut de meo statu declinare. Sed non is solum gratus debet esse, qui accepit beneficium, verum etiam is, cui potestas accipiendi fuit. Ego illa ornamenta, quibus ille me ornabat, decere me et convenire iis rebus, quas gesseram, non putabam; illum quidem amico animo me habere eodem loco quo principem civium, suum generum, sentiebam. Traduxit ad plebem inimicum meum, sive iratus mihi, quod me secum ne in beneficiis quidem videbat posse coniugi, sive exoratus. Ne haec quidem fuit iniuria. Nam postea me, ut sibi essem legatus, non solum suasit, verum etiam rogavit. Ne id quidem accepi; non quo alienum mea dignitate arbitrarer, sed quod tantum rei publicae sceleris impendere a consulibus proximis non suspicabar. Ergo adhuc magis est mihi verendum ne mea superbia in illius liberalitate quam ne illius iniuria in nostra amicitia reprendatur[16]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Emanuele Narducci,Introduzione a Cicerone, pp. 115-117, Roma - Bari, Laterza, 2005 ISBN 88-420-7605-8;
  2. ^ Marcus Tullius Cicero, Ad Familiares I, 9;
  3. ^ Emanuele Narducci,Introduzione a Cicerone, pp. 117-118, Roma - Bari, Laterza, 2005 ISBN 88-420-7605-8;
  4. ^ Emanuele Narducci,Introduzione a Cicerone, pp. 96-97, Roma - Bari, Laterza, 2005 ISBN 88-420-7605-8;
  5. ^ Per esempio in questo passo:

    «[10] Cosa mi spinse ad odiare Publio Clodio se non il pensiero che avrebbe certamente nociuto alla patria un cittadino che, bruciando della più vergognosa sensualità, aveva profanato contemporaneamente i due valori più sacri, cioè la religione e la pudicizia? (Quod mihi odium cum P. Clodio fuit, nisi quod perniciosum patriae civem fore putabam, qui turpissima libidine incensus duas res sanctissimas, religionem et pudicitiam, uno scelere violasset?)»

    Marcus Tullius Cicero, Le orazioni, a cura di Giovanni Bellardi, III vol., pp.642-643, Torino, UTET, 1975-1981;
  6. ^ Emanuele Narducci,Introduzione a Cicerone, pp. 85-86, Roma - Bari, Laterza, 2005 ISBN 88-420-7605-8;
  7. ^ Si può notare l'uso di questo espediente retorico per esempio nell'iterazione del verbo mitto in questo passo:

    «Mitto quod eas ita partas habent ii, qui nunc obtinent, ut non ante attigerint, quam hunc ordinem condemnarint, quam auctoritatem vestram e civitate exterminarint, quam fidem publicam, quam perpetuam populi Romani salutem, quam me ac meos omnis foedissime crudelissimeque vexarint.[4] Omnia domestica atque urbana mitto, quae tanta sunt ut numquam Hannibal huic urbi tantum mali optarit, quantum illi effecerint ; ad ipsas venio provincias.»

    Marcus Tullius Cicero, Le orazioni, a cura di Giovanni Bellardi, III vol., p.622, Torino, UTET, 1975-1981;
  8. ^ Marcus Tullius Cicero, Le orazioni, a cura di Giovanni Bellardi, III vol. pp. 626-627, Torino, UTET, 1975-1981;
  9. ^ IV. Ipsam vero urbem Byzantiorum fuisse refertissimam atque ornatissimam signis quis ignorat? Quae illi, exhausti sumptibus bellisque maximis, cum omnis Mithridaticos impetus totumque Pontum armatum affervescentem in Asiam atque erumpentem, ore repulsum et cervicibus interclusum suis sustinerent, tum, inquam, Byzantii et postea signa illa et reliqua urbis ornanemta sanctissime custodita tenuerunt; [7] te imperatore infelicissimo et taeterrimo Caesonine Calventi civitas libera et pro eximiis suis beneficiis a senatu et a populo Romano liberata, sic spoliata atque nudata est, ut, nisi C. Vergilius legatus, vir fortis et innocens, intervenisset, unum signum Byzantii ex maximo numero nullum haberent. Quod fanum in Achaia, qui locus aut lucus in Graecia tota tam sanctus fuit, in quo ullum simulacrum, ullum ornamentum reliquum sit? Emisti a foedissimo tribuno plebis tum in illo naufragio huius urbis, quam tu idem, qui gubernare debueras, everteras, tum, inquam, emisti grandi pecunia, ut tibi de pecuniis creditis ius in liberos populos contra senatus consulta et contra legem generi tui dicere liceret. Id emptum ita vendidisti, ut aut ius non diceres aut bonis civis Romanos everteres. [8] Quorum ego nihil dico, patres conscripti, nunc in hominem ipsum, de provincia disputo. Itaque omnia illa, quae et saepe audistis et tenetis animis, etiamsi non audiatis, praetermitto; nihil de hac eius urbana, quam ille praesens in mentibus vestris oculisque defixit, audacia loquor; nihil de superbia, nihil de contumacia, nihil de crudelitate disputo. Laeteant libidines eius illae tenebricosae, quas fronte et supercilio, non pudore et temperantia contegebat; de provincia quod agitur, id disputo. Huic vos non summittetis, hunc diutius manere patiemini? cuius, ut provinciam tetigit, sic fortuna cum improbitate certavit, ut nemo posset, utrum protervior an infelicior esset, iudicare. Marcus Tullius Cicero, Le orazioni, a cura di Giovanni Bellardi, III vol., pp. 626-628, Torino, UTET, 1975-1981;
  10. ^ Marcus Tullius Cicero, Le orazioni, a cura di Giovanni Bellardi, III vol., pp. 628-629, Torino, UTET, 1975-1981;
  11. ^ Sull'importanza dell'appoggio dato a Cicerone dai pubblicani (provenienti anche loro dal ceto equestre), durante il consolato e poi durante l'esilio cfr. Marcus Tullius Cicero, Le orazioni, a cura di Giovanni Bellardi, III vol., nota 5, 1 p. 630, Torino, UTET, 1975-1981;
  12. ^ Marcus Tullius Cicero, Le orazioni, a cura di Giovanni Bellardi, III vol., pp. 630-631, Torino, UTET, 1975-1981;
  13. ^ Marcus Tullius Cicero, Le orazioni, a cura di Giovanni Bellardi, III vol., pp. 636-637, Torino, UTET, 1975-1981;
  14. ^

    «[8,19] Chi ebbe più nemici di Gaio Mario? Gli erano nemici Lucio Crasso e Marco Scauro, nemici tutti i Metelli. Ma nonostante l'inimicizia, ben lungi dal votare il suo richiamo dalla Gallia, votavano, proprio in ragione della guerra che si combatteva in Gallia, l'incarico con poteri straordinari del governo di quella provincia.(Quis plenior inimicorum fuit C. Mario? L. Crassus, M. Scaurus alieni, inimici omnes Metelli. At ii non modo illum inimicum ex Gallia sententiis suis non detrahebant, sed ei propter rationem Gallici belli provinciam extra ordinem decernebant.)»

    Marcus Tullius Cicero, Le orazioni, a cura di Giovanni Bellardi, III vol., pp.638-639, Torino, UTET, 1975-1981;
  15. ^ Marcus Tullius Cicero, Le orazioni, a cura di Giovanni Bellardi, III vol., pp.638-641, Torino, UTET, 1975-1981;
  16. ^ Marcus Tullius Cicero, Le orazioni, a cura di Giovanni Bellardi, III vol., pp. 658-661, Torino, UTET, 1975-1981;

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Marcus Tullius Cicero, Le orazioni, a cura di Giovanni Bellardi, 4 voll., Torino, UTET, 1975-1981;
  • Marcus Tullius Cicero, Vol. 15: Pour Caelius ; Sur les provinces consulaires ; Pour Balbus, texte établi et traduit par Jean Cousin, Paris, Les belles lettres, 1962.
  • Marcus Tullius Cicero, Vol 13: Pro Caelio ; De provinciis consularibus ; Pro Balbo, with an English translation by R. Gardner, London, The Loeb classical library, 1958;
  • Marcus Tullius Cicero, Epistulae ad familiares, edited by D. R. Shackleton Bailey, Cambridge, Cambridge University Press, 1977;
  • Emanuele Narducci,Introduzione a Cicerone, Roma - Bari, Laterza, 2005 ISBN 88-420-7605-8;
  • Luigi Pareti, Storia di Roma e del mondo romano, Torino, UTET, 1952-1961;
  • Giovanni Rotondi, Leges publicae populi romani: elenco cronologico con una introduzione sull'attività legislativa dei comizi romani, Hildesheim, Olms, 1962;
  • David Stockton, Cicerone: biografia politica, Milano, Rusconi, 1994;

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