Academica

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Accademia primaria e secondaria
Titolo originale Academica priora - Academica posteriora
Altri titoli L'accademia platonica
Cicero - Musei Capitolini.JPG
Busto di Cicerone, Musei Capitolini
Autore Marco Tullio Cicerone
1ª ed. originale 45 a.C.
Genere dialogo
Sottogenere filosofico
Lingua originale latino
Personaggi Academica priora
Marco Tullio Cicerone, Lucio Licinio Lucullo, Gaio Valerio Catullo
Academica posteriora
Cicerone, Tito Pomponio Attico, Marco Terenzio Varrone

L'Accademia è un'opera filosofica scritta da Marco Tullio Cicerone nel 45 a.C. in forma di dialogo platonico. La prima stesura dell'opera si intitolava Academica priora (Accademia primaria) ed era composta di due libri, ovvero dialoghi, i cui protagonisti interlocutori di Cicerone erano Lucullo e Catullo. Della prima versione dell'opera è sopravvissuto solo il dialogo con Lucullo. Pochi mesi dopo la pubblicazione delle Academica priora, Cicerone iniziò a scriverne una seconda parte intitolata Academica posteriora (Accademia secondaria) strutturata in quattro libri con interlocutori di Cicerone: Varrone e Attico. Dell'opera è rimasto solo il primo libro.

Contenuto[modifica | modifica wikitesto]

Nell'Academica priora Cicerone espone a Lucullo e a Catullo le teorie riguardo al problema gnoseologico trattato nei secoli passati già degli stoici. I primi filosofi, di cui sappia Cicerone, ad aver parlato di "rappresentazione catalettica" della Verità e di "impressione sensibile" furono gli stoici Filone di Larissa ed Antioco di Ascalona. Il primo dei due, che furono maestri dell'autore dell'opera, considerava la Verità come qualcosa di percettibile e sensibile all'uomo il quale, esaminandola e ricevendola nella mente, non poteva formularne una conclusione soddisfacente. Infatti ciò appare impossibile in quanto l'essere percettibile appare diverso da percepire e da assaporare a qualsiasi uomo; tuttavia questi si può avvicinare alla Verità confutando ed esaminando la materia solida e più semplice da studiare, arrivando ad una possibile e certa ipotesi. Il secondo maestro Antioco si distacca dalle teorie di Filone in quanto egli ritiene che la Verità e il Giusto si possano riconoscere mediante l'uso esatta della virtù umana. Infatti quest'ultimo aveva creato una forte rottura con lo scetticismo per avvicinarsi di più alla filosofia peripatetica. Lo scetticismo appunto si era sviluppato dopo l'Accademia platonica ed era un pensiero che riguardava appunto la ricerca continua della Verità, basandosi sul principio che nulla poteva essere vero se non fosse stato prima esaminato e confutato a fondo.

Nella parte dell'Academica posteriora Cicerone intendeva tracciare un passaggio in cui spiccava il superamento del pensiero scetticista per passare alla teoria del "probabilismo", molto vicina alle sue ricerche. Infatti secondo Cicerone non esisteva una Verità assoluta e tantomeno se questa esistesse non avrebbe potuto mai essere scoperta dall'uomo. Mediante questa nuova filosofia, studiata anche da Carneade, Cicerone arriva a concludere che qualcosa apparente strana e poco comprensibile può essere scoperta grazie ad un processo costituito da vari ragionamenti e formulazioni di tesi che dovrebbero dimostrarne l'autenticità.

Scetticismo nella Nuova Accademia[modifica | modifica wikitesto]

Testa di Carneade conservata ad Atene

In questo secondo periodo lo scetticismo si estremizza: non si fa sostenitore di alcun principio di conoscenza o verità e rivolge tutto il suo impegno a combattere il dogmatismo in specie quello sostenuto dagli stoici.

L'unico atteggiamento del saggio deve essere quello della epoché,[1] della sospensione del giudizio ossia dell'astensione da un determinato giudizio o valutazione, qualora non risultino disponibili sufficienti elementi per formulare il giudizio stesso, sino a giungere al radicale rifiuto della catalessi cioè dell'assenso a qualsiasi pronuncia della ragione sulla realtà.[2][3]

Da questa massimizzazione del dubbio non poteva però sfuggire lo stesso scetticismo: anche ciò che sostiene lo scettico ricade sotto il dubbio radicale, come facevano notare Arcesilao [4] e Carneade [5] i quali affermavano che alla fine non potevano avere nessun principio di certezza i principi da essi stessi assunti come guide dell'azione pratica della "ragionevolezza", secondo Arcesilao, e del "persuasivo", secondo Carneade.

È quindi vero che questi criteri dell'azione pratica non hanno nessun valore di certezza dogmatica e non sono in grado di farci conseguire la felicità, ma facilitano il nostro agire indicandoci ciò che è opportuno e utile fare così come risulta dalla constatazione di un gran numero di casi nei quali quei criteri sono stati efficaci. Quindi non ciò che è vero dirigerà le nostre azioni ma semplicemente ciò che è probabile.

Probabilismo gnoseologico[modifica | modifica wikitesto]

La più antica forma concettuale di probabilismo gnoseologico è quella presente nello scetticismo della Nuova Accademia e specialmente in Carneade. La dottrina probabilistica di Carneade poggia su tre assunti:

  1. rispetto all'oggetto la rappresentazione mentale "è" vera o falsa, rispetto al soggetto conoscente essa "appare" vera o falsa.
  2. Il numero e la complessità delle connessioni di una rappresentazione costituiscono il criterio di misura della sua attendibilità in quanto "persuasiva e non-contraddittoria".
  3. Si ha rafforzamento della "persuasività - noncontraddittoria" allorché il risultato cognitivo è stato ottenuto in modo analitico-metodico, ovvero attraverso un metodo di indagine corretto e razionale.

In termini diacronici di raggiungimento della "probabilità" cognitiva, Carneade ritiene che quando si deve decidere in tempi brevi ci si può accontentare di una probabilità di tipo 1), ma che se si dispone di tempo si deve cercare di realizzare al meglio un'indagine del tipo 3). Il vertice della certezza probabilistica secondo Carneade si estrinseca perciò in un'analisi che raggiunge tre risultati principali: 1) essere persuasiva; 2) non venire contraddetta da altri; 3) essere "esauriente" rispetto ad ogni possibile ulteriore analisi.[6]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Traslitterazione del greco antico "ἐποχή" ossia "sospensione"
  2. ^ Cicerone, Lucullo, XVIII, 59
  3. ^ Sesto Empirico, Contro i matematici, VII, 156-157
  4. ^ Cicerone, Varrone, XII, 45
  5. ^ Cicerone, Lucullo, IX, 28
  6. ^ Sesto Empirico, Adversus Mathematicos, (VI, 162 e seguenti)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • E. Rawson, L'aristocrazia ciceroniana e le sue proprietà, in M.I. Finley (a cura di). La proprietà a Roma, Bari, Laterza, 1980.
  • D. L. Stockton, Cicerone. Biografia politica, Milano, Rusconi Libri, 1984. ISBN 8818180029
  • Wilfried Stroh, Cicerone, Bologna, Il Mulino, 2010. ISBN 9788815137661
  • Giusto Traina, Marco Antonio, Laterza, 2003. ISBN 8842067377
  • S. C. Utcenko, Cicerone e il suo tempo, Editori Riuniti, 1975. ISBN 883590854X
  • J. Vogt, La repubblica romana, Bari, Laterza, 1975.

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