Paywall

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Il termine paywall (traducibile in italiano come "barriera di pedaggio") è usato nel World wide web per definire l'accesso a pagamento ai contenuti di un sito internet[1]. In caso di esistenza di un paywall per accedere ai contenuti di un sito è necessario siglare una sottoscrizione a pagamento. Talvolta rimane liberamente visibile solo parte del contenuto, un abstract oppure le prime righe di un testo.

Il caso più frequente di utilizzo di un paywall è quello delle testate giornalistiche online. Diversi giornali online chiedono ai visitatori una remunerazione per accedere ai contenuti online al fine di compensare la costante diminuzione della sottoscrizione degli abbonamenti cartacei e la conseguente riduzione dei profitti generati dalla pubblicità. La "barriera" serve a generare l'acquisto dell'edizione o la sottoscrizione di un abbonamento.

Il sistema del paywall è anche utilizzato nell'editoria accademica in cui l'accesso alle pubblicazioni è vincolato alla sottoscrizione di abbonamenti da parte degli enti di ricerca o delle biblioteche.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il primo esempio di contenuto online visibile solo con sottoscrizione di abbonamento è stato la rivista statunitense Slate che nel 1998 introdusse un sistema di abbonamento, in poco tempo raggiunse 20.000 abbonati ma il sistema venne abbandonato dopo un solo anno[2].

Il primo giornale online ad utilizzare l'abbonamento a pagamento è stato il The Wall Street Journal che introdusse il sistema nel gennaio del 1997, un anno dopo il lancio del sito WSJ.com, nell'aprile del 1998 gli abbonati erano già oltre 200.000[3], nel maggio del 2007 gli abbonati superarono il milione[3].

Negli anni seguenti diversi giornali online introdussero sistemi di paywall con alterne fortune, il Los Angeles Times nell'agosto del 2003[3] iniziò a far pagare l'accesso alla sezione "entertainment" ma il sistema venne abolito nel 2005 in seguito ad un calo del 97% degli accessi alla sezione. In Europa il primo giornale online ad annunciare l'introduzione di un paywall fu il britannico The Times nel 2009[4].

Nel 2007 il Financial Times annuncia il primo sistema di cosiddetto metered paywall che prevede il libero accesso ad un numero limitato di articoli al mese, superato il numero il lettore è invitato a pagare un importo periodico per l'accesso illlimitato[5]

Il New York Times introdusse il metered paywall nel 2011 [6], nell'agosto del 2015 il giornale ha raggiunto il milione di abbonati[7].

Il primo giornale online italiano ad introdurre il paywall è stato il Il Sole 24 ORE nel 2011[8].

Tipologie[modifica | modifica wikitesto]

Esistono diversi sistemi di paywall:

  • "integrali" o hard, che richiedono il pagamento di un abbonamento per accedere a qualsiasi tipo di contenuto;
  • "parziali" o soft, che consentono un accesso parziale ai contenuti. Esistono diversi sistemi di soft paywall, il più diffuso è il metered paywall che prevede l'accesso ad un numero limitato di articoli o pagine superato il quale si attiva la richiesta di un pagamento per continuare ad accedere.

Un altro tipo di soft paywall è l'accesso freemium, che prevede l'accesso libero (free) ai contenuti di base ma il pagamento per accedere ad approfondimenti o contenuti di qualità (premium), il primo tentativo di usare questo metodo risale al 2005 quando il New York Times introdusse un programma chiamato Times Select[9] abbandonato nel 2007.

Utilizzo[modifica | modifica wikitesto]

Mentre da un lato i paywall sono utilizzati dalle testate per ottenere una nuova fonte di guadagni, dall'altro sono stati utilizzati anche per aumentare la vendita e gli abbonamenti delle copie cartacee. Alcuni quotidiani hanno offerto e offrono l'accesso ai contenuti online, inclusa la consegna di una copia tradizionale cartacea la domenica, a un prezzo inferiore rispetto al solo accesso online. Siti web di testate importanti, come ad esempio il BostonGlobe.com e il New York Times.com, utilizzano questa tattica perché aumenta sia gli introiti ottenuti dal web sia quelli provenienti dalle copie stampate. Il tutto si traduce in un aumento degli introiti provenienti dalla pubblicità.

La creazione di profitti provenienti da annunci sul web è tuttora una sfida per i quotidiani: infatti un annuncio online genera solo il 10/20% dei ricavi generati dallo stesso annuncio su carta stampata. Nel gergo comune si dice che "né gli annunci digitali, né gli abbonamenti alle edizioni online dovute a paywall possono indurre quel cambiamento (per il quotidiano) che sarebbe necessario se l'edizione stampata dovesse essere eliminata". Secondo il parere di Bill Mitchel, un esperto di comunicazione massmediale statunitense, affinché un paywall possa generare profitti i quotidiani devono creare "nuovi valori" (maggiore qualità, innovazione, etc.) in quei contenuti online che meritano l'attivazione di un abbonamento rispetto ai contenuti online che prima erano di libero accesso. Molti siti d'informazione utilizzano i paywall al solo fine del successo commerciale, sia attraverso l'aumento dei profitti generati dall'aumento degli abbonamenti cartacei che attraverso le sole entrate prodotte dal sistema di pagamento indotto dai paywall. C'è comunque da considerare il fatto che l'utilizzo dei paywall, come unico sistema per generare profitti, crea una serie di problemi etici relativi al diritto di accesso alle fonti d'informazione, ovvero il diritto - basilare in un sistema democratico - di conoscere gli avvenimenti che hanno rilievo nella vita sociale.

Critiche[modifica | modifica wikitesto]

Uno degli interrogativi principali circa l'utilizzo dei paywall riguarda il fatto che gli utenti, cioè i potenziali sottoscrittori, alla vista di un blocco potrebbero abbandonare il sito e andare alla ricerca di un'altra fonte - gratuita - di notizie. L'introduzione di un paywall, in alcuni casi, ha avuto effetti complessivamente negativi, che hanno portato alla sua rimozione. Tra gli esperti che mostrano scetticismo circa l'utilizzo dei paywall c'è Arianna Huffington, (fondatrice del noto sito «The Huffington Post»), la quale in un famoso articolo apparso sul «Guardian» nel 2009 ha dichiarato che "i paywall appartengono alla storia". Nel 2010 Jimmy Wales, l'ideatore di Wikipedia, ha espressamente giudicato il tipo di paywall introdotto dal «Times» come "uno stupido esperimento".

Gli effetti "indesiderati" legati all'introduzione di paywall hanno incluso, nei primi anni di sperimentazione, un drastico calo degli utenti unici, un calo del numero di pagine visualizzate ed una scarsa ottimizzazione nei motori di ricerca. I paywall hanno dunque diviso gli specialisti in due gruppi: da una parte i sostenitori, pronti ad argomentare in favore della loro efficienza nel generare introiti nel mondo dei media; dall'altra i critici, tra cui numerosi uomini d'affari, accademici, come Jay Rosen, giornalisti, come Howard Owens, e analisti dei media, tra cui Matthew Ingram di GigaOm, secondo i quali tali strumenti pregiudicano la popolarità di un sito.

Tra coloro che vedono con favore l'utilizzo dei paywall ci sono, tra gli altri, Warren Buffett, l'ex editore del «Wall Street Journal», Gordono Crovitz e il magnate dei media Rupert Murdoch. Molti hanno cambiato idea sui paywall. Felix Salmon dell'agenzia di stampa Reuters si era mostrato inizialmente scettico circa l'utilizzo di barriere di accesso ai contenuti, ma recentemente ha espresso opinioni favorevoli alla loro introduzione. Clark Shinky, studioso di mass media dell'Università di New York, inizialmente scettico nei riguardi dei paywall, nel 2012 ha scritto: "[i quotidiani] dovrebbero ottenere delle entrate dai loro lettori abituali, tramite un servizio di sottoscrizione online sul modello del «New York Times»".

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Paywall, garzantilinguistica.it. URL consultato il 2 aprile 2017.
  2. ^ (EN) Slate slides behind a metered paywall as global readers are asked to pay $5/month, venturebeat.com. URL consultato il 2 aprile 2017.
  3. ^ a b c (EN) The media's risky paywall experiment: A timeline, theweek.com. URL consultato il 2 aprile 2017.
  4. ^ (EN) Operation Failure: Times Plans To Charge For One-Day Access To Online News. URL consultato il 2 aprile 2017.
  5. ^ Financial Times to change way it charges for online content. URL consultato il 2 aprile 2017.
  6. ^ (EN) Richard Pérez-Peña, The Times to Charge for Frequent Access to Its Web Site, in http://www.nytimes.com, 20 gennaio 2010. URL consultato il 2 aprile 2017.
  7. ^ (EN) Is the New York Times paywall a success? What can it teach other publishers?, fipp.com. URL consultato il 2 aprile 2017.
  8. ^ Andrea Biondi, Il sistema Sole a quota 411mila copie, confermato il primato digitale, in http://www.ilsole24ore.com, 13 gennaio 2016. URL consultato il 2 aprile 2017.
  9. ^ (EN) What is TimesSelect?, nytimes.com. URL consultato il 2 aprile 2017.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]