Orsoline

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Sant'Orsola, da cui le orsoline prendono il nome: dipinto di Hans Holbein il Giovane (1523 circa)
Sant'Angela Merici, fondatrice delle orsoline

Con il nome Orsoline vengono indicate numerose religiose (sia suore che monache) e appartenenti a istituti secolari: molte hanno in comune il riferimento ad Angela Merici, altre hanno adottato il nome di "orsoline" come sinonimo di "insegnanti".[1]

Nessuno degli attuali istituti di orsoline, comunque, deriva direttamente da quello della Merici.

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

L'originaria congregazione delle Orsoline fu fondata da Angela Merici (1474-1540), canonizzata nel 1807: dopo l'ingresso nel terz'ordine francescano, iniziò a impartire lezioni di catechismo alle bambine e ragazze di Desenzano e nel 1516 venne invitata a svolgere la stessa opera a Brescia.

Dopo un pellegrinaggio a Roma e in Terra Santa, il 25 novembre 1535, presso la chiesa di Santa Afra a Brescia, Angela, assieme ad altre ventotto compagne, si impegnò a dedicare il resto della sua vita al servizio di Dio, specialmente mediante l'istruzione e l'educazione delle fanciulle:[2] diede così inizio alla Compagnia delle dimesse di sant'Orsola.[3] Le prime orsoline vivevano "da vergini nel mondo", ovvero non praticavano vita comune, non avevano abito religioso e non emettevano voti.

Le dimesse della Compagnia rimanevano nello stato laicale, conducevano una vita ritirata, si riunivano periodicamente per la comunione generale, seguivano la regola preparata dalla fondatrice ed erano soggette all'autorità dei vescovi locali, che riconoscevano come unici superiori.

Le orsoline vennero approvate dal vescovo di Brescia nel 1536 e poi da papa Paolo III con la bolla Regimini Universalis Ecclesiae del 9 giugno 1544.

La compagnia ebbe rapida diffusione. Nel 1566, per esempio, Carlo Borromeo chiamò le orsoline a Milano. Seguendo il suo esempio, molti vescovi favorirono la formazione di compagnie di orsoline nelle loro diocesi ma, non di rado, con deviazioni o applicazioni particolari che ne snaturarono il carattere essenzialmente secolare: in numerose città le orsoline smisero di abitare presso le loro famiglie, venne loro imposta l'emissione di voti e vennero riunite in comunità monastiche (orsoline claustrali); altrove le orsoline si riunirono per condurre vita comune dando origine a congregazioni religiose (per esempio, le Suore Orsoline di San Carlo a Milano).

Si svilupparono, così, tre generi di orsoline: quelle secolari, quelle claustrali e quelle di vita comune senza clausura. Tutte le categorie vennero duramente provate durante il periodo Napoleonico.[4]

Le orsoline claustrali[modifica | modifica wikitesto]

Molte orsoline abbracciarono la vita claustrale: le prime furono quelle di Parigi, che nel 1612 adottarono i voti solenni e la regola di Sant'Agostino. Nel corso del XVII secolo sorsero in Francia otto congregazione di monache dell'Ordo Sanctae Ursulae: quelle di Parigi, Tolosa, Bordeaux, Lione, Digione, Tulle, Arles e Avignone.[5]

Le monache orsoline, grazie a Maria dell'Incarnazione Guyart, del monastero di Tours (congregazione di Bordeaux), ebbero notevole diffusione anche nel Canada.[6]

Molti monasteri, soprattutto negli anni a cavallo tra XIX e XX secolo, si sono uniti dando origine a nuove congregazioni centralizzate (l'Unione Romana, per esempio, è nata dall'unione dei monasteri di Blois, Roma e Calvi).[7]

Alla fine del 2008 esistevano ancora 31 monasteri di orsoline con 312 religiose di voti solenni.[8]

L'istituto secolare[modifica | modifica wikitesto]

Le orsoline secolari, disperse e quasi scomparse durante il periodo napoleonico, risorsero a Brescia per opera delle sorelle Maddalena ed Elisabetta Girelli, aiutate dal vescovo Girolamo Verzieri. Le sorelle Girelli curarono anche la diffusione delle orsoline in altre diocesi d'Italia e del mondo, dando origine a numerose compagnie diocesane.[9]

Nel 1947 papa Pio XII promulgò la costituzione Provida Mater Ecclesia, con la quale vennero creati gli istituti secolari, e le compagnie diocesane di orsoline vennero inquadrate come tali: la maggior parte delle compagnie diocesane di orsoline secolari si sono federate e sono state approvate come istituto secolare di diritto pontificio il 25 maggio 1958 dando vita alla Compagnia di Sant'Orsola (o "Istituto Secolare di Sant'Angela Merici"), con sede principale a Brescia.[9]

Le congregazioni religiose[modifica | modifica wikitesto]

Le prime orsoline che si riunirono per condurre vita comune furono quelle di Brescia, alle quali era stata affidata la gestione dell'orfanotrofio "della Pietà" (1532).[10] Anche a Milano l'arcivescovo Borromeo affidò loro i conservatori di Santa Sofia, Santa Cristina e dello Spirito Santo: nel 1585 Giovanni Fontana, vicario generale della diocesi, redasse per le orsoline di vita comune di Milano una regola, dando inizio alla prima congregazione delle suore orsoline.[11]

Tra le numerose congregazioni di orsoline attualmente esistenti, le maggiori sono:

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ T. Ledóchowska, DIP, vol. VI (1980), col. 834.
  2. ^ T. Ledóchowska, DIP, vol. VI (1980), col. 836.
  3. ^ Secondo una passio, la vergine Orsola era figlia di un re di Bretagna. Promessa in moglie a un principe pagano, per sottrarsi al matrimonio fuggì con undicimila vergini compagne. Le fanciulle si recarono in pellegrinaggio a Roma, poi si diressero a Colonia, città che trovarono invasa dagli Unni: Orsola venne chiesta in moglie dal loro re, ma avendo rifiutato fu uccisa a colpi di freccia insieme con le sue compagne (cfr. T. Ledóchowska, DIP, vol. VI (1980), coll. 834-835).
  4. ^ T. Ledóchowska, DIP, vol. VI (1980), coll. 850-851.
  5. ^ T. Ledóchowska, DIP, vol. VI (1980), coll. 844-846.
  6. ^ a b G. Rocca, DIP, vol. VI (1980), coll. 909-910.
  7. ^ a b L. Mariani, DIP, vol. VI (1980), coll. 914-917.
  8. ^ Ann. Pont. 2010, p. 1496.
  9. ^ a b G. Rocca, DIP, vol. II (1975), coll. 1362-1364.
  10. ^ T. Ledóchowska, DIP, vol. VI (1980), coll. 841-842.
  11. ^ a b G. Rocca, DIP, vol. VI (1980), coll. 902-903.
  12. ^ P. Calliari, DIP, vol. VI (1980), coll. 894-896.
  13. ^ G. Rocca, DIP, vol. VI (1980), coll. 876-878.
  14. ^ E.M. Simoni, DIP, vol. VI (1980), coll. 888-893.
  15. ^ G. Rocca, DIP, vol. VI (1980), coll. 911-912.
  16. ^ P. Remaud, DIP, vol. VI (1980), coll. 885-887.
  17. ^ G. Rocca, DIP, vol. VI (1980), coll. 873-874.
  18. ^ G. Rocca, DIP, vol. VI (1980), coll. 880-881.
  19. ^ M. Balini, DIP, vol. VI (1980), coll. 893-894.
  20. ^ G. Rocca, DIP, vol. VI (1980), coll. 861-862.
  21. ^ P. Lunardon, DIP, vol. VI (1980), coll. 903-904.
  22. ^ A. Tognetti, DIP, vol. VI (1980), coll. 883-885.
  23. ^ P. Calliari, DIP, vol. VI (1980), coll. 871-872.
  24. ^ L. Faresin, DIP, vol. VI (1980), coll. 900-902.
  25. ^ G. Rocca, DIP, vol. VI (1980), col. 896.
  26. ^ M. Kujawska, DIP, vol. VI (1980), coll. 898-900.
  27. ^ G. Rocca, DIP, vol. VI (1980), coll. 905-906.
  28. ^ M. d'Alatri, DIP, vol. VI (1980), coll. 908-909.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Annuario Pontificio per l'anno 2010, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2010. ISBN 978-88-209-8355-0.
  • Guerrino Pelliccia e Giancarlo Rocca (curr.), Dizionario degli Istituti di Perfezione (DIP), 10 voll., Edizioni paoline, Milano 1974-2003.

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