Le monache di Sant'Arcangelo

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Le monache di Sant'Arcangelo
Le monache di Sant'Arcangelo.jpeg
Titolo originale Le monache di Sant'Arcangelo
Lingua originale Italiano
Paese di produzione Italia
Anno 1973
Durata 103 min.
Colore colore
Audio sonoro
Genere drammatico
Regia Domenico Paolella
Soggetto Domenico Paolella
Sceneggiatura Tonino Cervi
Produttore Tonino Cervi
Montaggio Nino Baragli
Musiche Piero Piccioni
Scenografia Claudio Cinini, Giovanni Fratalocchi
Costumi Osanna Guardini
Interpreti e personaggi

Le monache di Sant'Arcangelo è un film erotico-conventuale del 1973 diretto dal regista Domenico Paolella, con Ornella Muti diciottenne. È ispirato al libello Cronaca del convento di Sant'Arcangelo a Bajano (Francia, 1829), attribuito a Stendhal.

Nello stesso anno stesso regista e stesso sceneggiatore girano un film dello stesso genere, Storia di una monaca di clausura, con protagonista una giovanissima Eleonora Giorgi.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Regno di Napoli, 1577. Vige l'Inquisizione romana e la caccia alle streghe e nei processi è autorizzata la tortura, mentre il popolo vive nella miseria e nella paura. L'aitante nobile spagnolo Don Carlos se la spassa nel Convento di Sant'Arcangelo di Baiano, appagando il suo erotismo con suor Giulia di Mondragone, potente ecclesiastica che ambisce al titolo di badessa del suo convento. Valutato il potere di Don Carlos, suor Giulia, cerca di compiacerlo, mentre altre suore, in particolare suor Carmela, tramano contro suor Giulia in quanto esse stesse interessate all'ambito titolo di badessa. Suor Giulia offre in più occasioni il suo corpo a Don Carlos nonostante sia lesbica e desiderosa di stare solo con la sua innamorata: suor Chiara.

Giulia di Mondragone accontenta Don Carlos anche quando egli le chiede di passare una notte d'amore con la giovane e bellissima suor Isabella, parente di suor Giulia di Mondragone, costretta a farsi monaca contro la sua volontà ma, in realtà, innamoratissima di un ragazzo del proprio paese di origine.

Considerato che l'attuale badessa, suor Lavina, appare sempre più prossima alla morte, Giulia di Mondragone e Carmela si scatenano in una guerra che dovrà determinare chi, alla morte di badessa Lavinia, le succederà nei compiti e nelle funzioni. Dalla pure azioni mosse dalla gelosia passano ad avvelenamenti, trappole, denunce e false accuse.

Se suor Giulia asseconda Don Carlos, suor Carmela anche tramite alcuni suoi protettori (ed amanti) rivela una condotta criminale almeno pari a quella di Giulia.

Il passo verso lo scandalo è breve. Morti, minacce e pestaggi accompagnati dalla spedizione di lettere anonime alle alte autorità ecclesiastiche, fanno subito aprire un processo. Dello scandalo si occupa il rappresentante dell'Inquisizione inviato dall'arcivescovo di Napoli, vicario Carafa. Spietato è il processo in cui varie suore vengono torturate e fatte confessare. Suor Carmela viene sottoposta alla tortura dei pesi, suor Chiara a quella dell'acqua, suor Giulia alla tortura della costrizione degli arti. Suor Giulia, da sempre perversa e spavalda, dimostrerà una minore soglia di sopportazione del dolore e presto confesserà di essere lei stessa l'autrice di un avvelenamento progressivo ai danni di badessa Lavinia. Confessa i suoi rapporti contro natura con suor Chiara e altre nefandezze fra cui la collaborazione con Don Carlos. Il tribunale, sentita anche badessa Lavinia, trasportata a forza nella stanza dell'inquisizione su un letto, conclude che le imputate meritino una punizione esemplare e severissima. La legge ecclesiastica, però, impedisce l'applicazione della pena di morte alle suore comuni, solo la badessa, infatti, in caso di condotta criminale, può essere condannata a morte. Considerata la situazione di badessa Lavinia e valutati gli ingenti patrimoni posseduti da Giulia di Mondragone (che passerebbero alla Chiesa nel caso in cui Giulia morisse) il tribunale decide, innanzi tutto, di rimuovere badessa Lavinia dall'incarico, rimettendola alla funzione di semplice suora. In cambio il tribunale, in virtù dei suoi poteri, nomina in assenza dell'interessata, suor Giulia di Mondragone quale badessa di Sant'Arcangelo. A questo punto la sentenza può prevedere la condanna a morte di badessa Giulia ed il passaggio dei suoi beni alle autorità di Chiesa. Le suore, riunite nella sala antistante alla camera di tortura, vestite con un camice bianco con sopra tessuto un enorme crocefisso nero, attendono la sentenza. Non essendo badesse sono sicure solo di una cosa: al di là della punizione che sarà inflitta, non potranno essere condannate a morte. Ad attendere la sentenza, al cospetto delle autorità, appaiono suor Carmela, suor Chiara, suor Giulia, suor Isabella e badessa Lavinia (allettata). La lettura della sentenza è implacabile e lascia di stucco le suore, provate nel corpo dalle torture inflitte. Suor Chiara, colpevole di comportamento contronatura e di complicità con suor Giulia, viene condannata al carcere a vita, da scontare in una piccolissima cella in totale isolamento; suor Carmela segue la stessa sorte di suor Chiara ma, la pena, è ridotta a soli vent'anni (anche in considerazione dell'assenza di comportamento contronatura); badessa Lavinia (oramai quasi incosciente al momento della lettura della sentenza) viene restituita al ruolo di suora semplice mentre, suor Giulia, viene dapprima dichiarata badessa dopodiché, in funzione del suo nuovo ruolo, considerato il suo comportamento contronatura e la sua condotta criminale, condannata a morte; la sentenza di morte è eseguita immediatamente tramite cicuta: sotto gli occhi delle altre imputate, di Caiafa e dell'eminenza cardinale di Arezzo la donna viene sottoposta a giusta e massima punizione. La vicenda si conclude, quindi, con la crudelissima esecuzione di Giulia di Mondragone, costretta a bere la cicuta. Le altre suore, col viso in lacrime, provate nella mente e nel corpo, assistono, pietrificate, ad una scena raccapricciante: suor Giulia, incredula e spaventata per la sentenza di morte, inveisce disperata contro la corte denunciando come disumana la legge ecclesiastica e cercando persino di giustificare i suoi atti di lesbismo. Dinnanzi alle sue proteste e le sue suppliche, la nuova badessa, viene dapprima redarguita quale bestemmiatrice dopodiché costretta a bere il veleno. Dopo l'ingerimento della cicuta la donna cade a terra, impiegando alcuni interminabili minuti per morire. Rantolando e gridando a squarcia gola, badessa Giulia, raggiungerà la morte dopo un supplizio dolorosissimo, sadico e persino umiliante. Suor Isabella, già consegnata a Don Carlos come "oggetto sessuale", riesce invece a ribaltare la sua situazione: aiutata da Don Carlos (che teme un ricatto da parte della ragazza, venuta casualmente a conoscenza di alcuni suoi traffici illegali) viene processata ma senza essere mai torturata e, alla fine, alla lettura della sentenza, verrà assolta da tutte le accuse. Come "punizione" per il suo fornicamento con Don Carlos riceve la giustizia della pena che mai ti aspetti (visto il trattamento riservato alle altre sventurate): paradossalmente ottiene la "dispensa dai voti", il che significherà la libertà ed il possibile riavvicinamento a Fernando, il bellissimo ragazzo di cui, da sempre, è innamorata.

Critica[modifica | modifica wikitesto]

« fatti di libidine, sangue e sacrilegio »

da parte di quattro monache:

« ...giovani nobili fanciulle, Agata Arcamone, Chiara Frezza, Laura Sanfelice, Giulia Caracciolo, sacrificate dai genitori e costrette a prendere i voti »

Nello stesso racconto emerge anche molta fantasia, come ad esempio che tra i ruderi del monastero (che oggi non esistono più, essendo rimasta solo la Chiesa di Sant'Arcangelo a Baiano)

« ...si aggira il fantasma di Agata Arcamone, fuggita da Napoli dopo la decisione di chiudere il Convento, senza lasciare tracce di sé. »

[1]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ http://www.comune.napoli.it/flex/cm/pages/ServeAttachment.php/L/IT/D/D.99ccdb86f25d57ce7076/P/BLOB:ID%3D5654

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • "Interni di un convento. Con due cronache di Sant'Arcangelo a Baiano" - a cura di Mariella Di Maio - Editori Riuniti, 1987. In appendice: "Storia della distruzione del Convento di Baiano"
  • "Cronaca del convento di Sant'Arcangelo a Bajano" - a cura di Sergio Riccio - Collana I Nuovi Trucioli

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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