Vai al contenuto

Il sangue dei vinti

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Disambiguazione – Se stai cercando il film tratto dal libro, vedi Il sangue dei vinti (film).
Il sangue dei vinti
AutoreGiampaolo Pansa
1ª ed. originale2003
Genereromanzo storico
Lingua originaleitaliano

Il sangue dei vinti è un libro scritto da Giampaolo Pansa ed edito da Sperling & Kupfer.

Il libro racconta di esecuzioni o presunte tali e di crimini compiuti da partigiani e da altri individui dopo il 25 aprile 1945, a Liberazione ormai compiuta, verso fascisti e presunti tali o antifascisti non comunisti. Il libro narra di come tra i giustiziati e le vittime vi furono persone responsabili di crimini sia militari che civili, ma anche persone che, pur legate al fascismo, non avevano compiuto direttamente atti criminosi. Il libro racconta altresì le esecuzioni sommarie di quei giorni, tra cui anche diversi omicidi di partigiani non comunisti e di giornalisti uccisi in quanto avevano denunciato le vessazioni e le violenze operate nel cosiddetto "triangolo della morte". Non è ascrivibile nella categoria saggio storico in quanto non presenta alcuna bibliografia né alcuna nota con nessun riferimento a fonti storiche.

Nel 2008 venne realizzato un film omonimo ispirato al romanzo diretto da Michele Soavi.

Due piani narrativi

[modifica | modifica wikitesto]

Il libro si sviluppa su due piani paralleli: da un lato, gli eventi vengono illustrati seguendo un percorso geografico che, partendo da Milano e irradiandosi al resto della Lombardia, passa al Piemonte (terra natale dell'autore che arricchisce la descrizione con suoi personali ricordi e impressioni) lungo un itinerario che da Novara, a Torino, Cuneo e Vercelli, sfocia a Genova e in Liguria e poi giunge sino in Veneto, dopo aver attraversato l'Emilia-Romagna da Reggio, a Modena, a Bologna.

È un itinerario che inizia alla fine della guerra, con l'esposizione dei cadaveri dei gerarchi fascisti, di Mussolini e di Claretta Petacci in piazzale Loreto a Milano, nel corso del quale si narrano numerosi episodi di violenza e di sangue, che andarono dalle umiliazioni e sopraffazioni, ai processi sommari e omicidi esemplari, fino a vere e proprie stragi. Secondo quanto narrato da Pansa, ne fecero le spese indifferentemente fascisti e personaggi accusati di essere spie o collaborazionisti, anche di età molto giovane, i quali furono coinvolti sulla base della parentela con qualche fascista. Inseguiti a fucilate e talvolta assassinati i reduci, alle giovani ausiliarie delle milizie e organizzazioni fasciste tocca spesso un duro calvario: umiliate e disumanizzate, rasate a zero e trascinate come bestie dome in pubblica piazza, sono esposte al pubblico dileggio cui, a volte, segue un'esecuzione sommaria. Per poi allargarsi a colpire piccoli industriali e proprietari terrieri, sacerdoti, e persino partigiani bianchi e cattolici impegnati in politica nella Democrazia Cristiana.

Accanto a questo percorso, l'autore affianca un piano narrativo teso a focalizzare e a mostrare al lettore – da vicino e sin quasi nell'intimo, dal loro punto di vista – l'umanità delle vittime di questa coda di sangue e violenza che segue la guerra e che si trascina per circa due anni. Vengono così narrati in dettaglio drammi vissuti da persone che oggi definiremmo gente comune, le tragedie di famiglie anche solo sospettate di vicinanza al fascismo, o altrimenti giudicate degne di essere colpite, che vedono i propri figli scomparire e le proprie figlie subire stupri e oltraggi.

Particolarmente toccante – e, allo stesso tempo, paradigmatico rispetto alla lettura che Pansa propone di quest'orgia di violenza – è il caso di Giorgio Morelli, ventunenne partigiano cattolico delle Fiamme Verdi, nome di battaglia "il Solitario". Entrato a Reggio Emilia a cavallo di una bicicletta prestatagli dal fratello di don Giuseppe Dossetti, il 24 aprile 1945 per primo vi aveva issato il tricolore sul municipio della città liberata. Testimone della misteriosa scomparsa del suo amico Mario Simonazzi, popolare comandante non comunista di una formazione partigiana, trovato assassinato in circostanze mai chiarite, e di una serie di altre violenze e omicidi, Morelli anima un piccolo giornale, La Penna, attraverso il quale denuncia abusi e crimini perpetrati dagli ex compagni di lotta legati al PCI. Vittima a propria volta di un agguato, morirà a seguito alle ferite riportate, non senza aver manifestato la propria sfida e la propria integrità sino all'ultimo, indossando in pubblico il cappotto che aveva al momento dell'attentato subito, i fori dei proiettili che lo avrebbero condotto alla tomba ben in vista.

Fra le altre esecuzioni successive alla Liberazione di "nemici di classe" o avversari politici, attribuite da Pansa al PCI, vi sono quelli di don Umberto Pessina di Correggio, del sindaco socialista di Casalgrande, Umberto Farri, dell'avvocato liberale e antifascista reggiano Ferdinando Ferioli, figlio dell'ultimo sindaco democratico di Sassuolo Aristide Ferioli, ucciso dai fascisti nel 1944, dell'ingegnere Arnaldo Vischi, direttore generale delle Officine Meccaniche Reggiane dopo la Liberazione con il gradimento del CLN.

La tesi centrale del libro

[modifica | modifica wikitesto]

Pansa evidenziando l'elevato numero di civili (non riconducibili al fascismo) uccisi in quelle zone d'Italia in cui l'egemonia comunista era notevole, cioè nel triangolo della morte e più in generale in gran parte dell'Emilia-Romagna, sostiene nel libro la tesi che in quelle terre al termine della guerra civile di liberazione contro i nazifascisti ne iniziò una seconda, una guerra civile sotterranea e clandestina effettuata da settori più o meno deviati del PCI contro quelli che erano ritenuti dei nemici di classe (proprietari terrieri, sacerdoti, esponenti di partiti politici anticomunisti) in preparazione di un'eventuale rivoluzione proletaria.

Di questa "seconda" guerra civile e delle uccisioni compiute a guerra ormai finita secondo Pansa fu in parte responsabile anche Palmiro Togliatti allora segretario del PCI che fino alla fine del 1946 nulla fece per porre freno ai numerosi omicidi, ma che anzi avrebbe permesso la fuga in quei paesi dell'Est Europa sotto influenza sovietica di alcuni fra i responsabili di quei crimini.

Copertina del libro

[modifica | modifica wikitesto]

Sulla copertina del libro vi è una foto in cui alcuni partigiani armati sfilano per strada strattonando un uomo che ha le mani dietro la nuca. Nella didascalia si legge "fascista ucciso il 28 aprile 1945". L'uomo è Carlo Barzaghi[1], autista di Franco Colombo, comandante della Legione Autonoma Mobile Ettore Muti. Barzaghi è un esponente della Repubblica di Salò, ed è conosciuto anche come "boia del Verzeè"[1], responsabile di crimini di guerra come la compilazione di elenchi di ebrei e oppositori poi deportati nei campi di sterminio nazisti. Barzaghi fu anche implicato nella strage di Piazzale Loreto del 1944, dove vennero fucilati quindici partigiani dai militi del gruppo Oberdan della Legione Autonoma Mobile Ettore Muti.[2]

Struttura del libro

[modifica | modifica wikitesto]

Il libro si sviluppa tra finzione e cronaca vera e propria, ricorrendo all'artificio di dotarsi di un filo rosso costituito dal personaggio inventato di Livia Bianchi, una bibliotecaria della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze che accompagna Pansa nella sua ricerca. La scelta del nome ha suscitato l'indignazione dell'ANPI, dato che Livia Bianchi è quello di una partigiana, medaglia d'oro al valor militare, caduta ventiseienne nel gennaio 1945 in Valsolda per mano dei nazifascisti[3], mentre sono giunte denunce anche da privati cittadini circa l'accuratezza e l'obiettività dei fatti riferiti da "Livia".

L'opera intende denunciare una congiura del silenzio, tema che Pansa poi affronta in particolare ne La grande bugia, e di una cultura dell'insabbiamento sistematiche alle quali la sinistra, in particolare quella comunista, avrebbe fatto ricorso, per rintracciare le radici della stagione delle stragi e della strategia della tensione, questa volta ribaltando i termini della questione, laddove ai silenzi e ai compromessi segreti posti in essere dalla Repubblica, si oppone l'amnesia e la mistificazione che ha non solo colpito i vinti, ma la loro stessa memoria.

L'autore sostiene che l'obiettivo dell'opera è circoscritto nel raccontare, sottraendolo ai decenni di oblio cui lo ha condannato una certa "retorica resistenziale", il destino dei vinti, vittime di una persecuzione non casuale ed organizzata, tesa a realizzare l'egemonia del PCI; come scrisse Pansa su la Repubblica in replica ad alcune critiche al suo libro, «i dirigenti comunisti italiani intendevano indebolire un'intera classe, la borghesia, e sostituire il vecchio ceto dirigente con una nuova leadership in cui il Pci fosse pienamente rappresentato. È esattamente ciò che è accaduto dopo il 25 aprile, in tante località, anche piccole. Dove sono stati giustiziati il podestà, il segretario comunale, il medico condotto, la maestra, l'ostetrica, il possidente o il commerciante più in vista. […] Accoppando questa gente, e facendo sparire i loro corpi, si creava un vuoto che è stato riempito da un altro ceto»[4][5].

Il titolo del libro fu suggerito da Adele Grisendi, che sarebbe poi divenuta moglie di Pansa[6].

Reazioni critiche

[modifica | modifica wikitesto]

Il sangue dei vinti diede inizio al “ciclo dei vinti”, ovvero una serie di scritti con al centro membri della Repubblica Sociale Italiana oggetti delle violenze partigiane sia durante che dopo la guerra. Il metodo utilizzato da Pansa nella stesura di questi libri apparve subito equivoco agli storici.[7]

Parlando de Il sangue dei vinti, Santo Peli ha criticato il metodo di Pansa, il quale si era prefissato lo scopo «di essere "politicamente scorretto", di dire tutta la verità, nient'altro che la verità […]» dando vita dunque ad un'operazione di equanimità verso i vinti, de-mitizzazione della Resistenza, scoperta che i feroci e i sadici erano dappertutto. Insomma, mostrare "l'altra faccia della medaglia". Sempre secondo Peli però: «In questa direzione, il lavoro di Pansa non fornisce alcun contributo utile» e «basta la constatazione che nulla di originale, di inedito, vi è nel libro, frutto di un collage di studi precedenti. Collage a volte frettoloso, ma in ogni caso reso possibile proprio dal fatto che questo scabroso tema di ricerca è già stato investigato con una certa ampiezza. Da almeno un ventennio, nessuno storico che si sia occupato di questi temi è stato colpito da anatema o accusato di lesa-resistenza, se ha fatto seriamente il suo lavoro». Sempre secondo Peli quindi: «La novità del libro consiste, e non è un progresso, nel modo in cui l'argomento viene affrontato, e nel tono impressionistico, più utile ad emozionare che a comprendere, che è la cifra stilistica della scrittura, altre volte incisiva ed accattivante, dell'ultimo Pansa. Il risultato è un continuo ondeggiamento fra la nausea, l'orrore del sangue e la constatazione della ferocia di “entrambi i campi”, come se la guerra civile fosse stata tutta una tremenda iattura, una cieca mattanza, invece che una conseguenza di una precisa scelta, compiuta dalla RSI, di schierare l'Italia dalla parte degli occupanti tedeschi e di dare la caccia ai renitenti alla leva, ormai divenuti "antiitaliani"».[8]

Claudio Vercelli ha criticato sia l'impostazione de Il sangue dei vinti, definito: «Libro volutamente irrisolto, se non sospeso, tra il resoconto storico e la narrazione letteraria, incrocia due livelli di espressione occhieggiando al saggio fondato sui riscontri, da un lato, e alla libera ricostruzione dall'altro», sia l'argomentazione di fondo, ossia «quella di una persecuzione organica, gratuita che, si lascia intendere, fu voluta e realizzata sulla scorta non solo dei risentimenti popolari dominanti ma di un progetto politico che, assecondando e facendosi aggio di questi, avrebbe di fatto permesso la costituzione dell’egemonia sulla penisola del Partito comunista di Togliatti», ribadendo che: «Chi conosce la storia di quegli anni non può che dissentire, e di molto, da una interpretazione degli intendimenti dei protagonisti di allora resa in tali termini. Ma va detto, ancora una volta, a scanso di equivoci, che tale tesi, al limite della caricaturalità, non è inedita poiché mutuata anch’essa, nella impostazione come nei paradigmi di fondo, dalla stessa pubblicistica neofascista».[9]

Nel 2003, Bruno Bongiovanni sottolinea come il tema del libro di Pansa fosse già stato trattato dagli studiosi, quali ad esempio Mirco Dondi (La lunga liberazione. Giustizia e violenza nel dopoguerra italiano, 1999) e Sarah Morgan (Rappresaglie dopo la Resistenza, 2002). Questi volumi non avevano avuto tuttavia l'eco meritato dall'importanza dell'argomento, eco invece riservato all'opera di Pansa grazie alla sua posizione nel panorama giornalistico italiano.[10]

Nel saggio La crisi dell'antifascismo del 2004, lo storico Sergio Luzzatto puntò il dito contro la «deliberata confusione tra storia e memoria […] sottraendo specificità, contesti e dinamiche di medio e lungo periodo» ricercata da Pansa, il quale partendo dall'assunto più o meno esplicito che tutti erano peccatori, i partigiani come i saloini, gli uni e gli altri così sciagurati da non riconoscere imperativo biblico/morale di "non uccidere" cercò di accomunare tutto e tutti. Ma sempre secondo Luzzatto: «la guerra civile combattuta in Italia tra 1943 e '45 non ha bisogno di interpretazioni bipartisan che ridistribuiscano equamente ragioni e torti, elogi e necrologi. Perché certe guerre civili meritano di essere combattute. E perché la moralità della Resistenza consistette anche nella determinazione degli antifascisti di rifondare l'Italia a costo di spargere sangue».[11] Lo stesso Luzzatto, parlando del libro di Pansa, ebbe a descriverlo come "un calderone di vendette individuali e collettive […] dove nulla s'inventa (almeno sotto la penna di Pansa, che ha rispetto per la storia), ma dove tutto si somiglia".[12]

Nel 2006 alla prima presentazione del libro La grande bugia Pansa venne contestato da un gruppo di giovani di sinistra.[13] Tale episodio fu condannato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e dal presidente del Senato Franco Marini.[14] Riguardo a La grande bugia Luzzatto si espresse sottolineando come il libro: «non ha nulla di nuovo rispetto ai precedenti che il giornalista ha dedicato alla storia della Resistenza e della Liberazione. Si fonda sul consueto sotterfugio della finzione dialogica, secondo una formula stilisticamente così pedestre che riesce quasi imbarazzante vederla riproposta con tanta costanza». E ancora nel 2015 Luzzatto ha ribadito come: «C’è un primo Pansa, quello dei libri degli anni Sessanta e Settanta […] pionieristico nel metodo storiografico. […] Poi, a partire dagli anni Novanta, ha mollato gli ormeggi ideologici e metodologici e ha finito per scadere in forme narrative pasticciate e inaccettabili dal punto di vista del giudizio storico.».

Recensendo La grande bugia, lo storico Mario Isnenghi scrive: «Pansa ha fatto buonissimi studi a Torino, con Alessandro Galante Garrone e Guido Quazza, ne ha derivato lavori rigorosi ed è lui stesso prova di come, dall'incontro fra università e istituti storici della Resistenza, potessero già quarant'anni fa uscire fior di ricerche. Poi ha scelto di abbandonare quel percorso […] e di diventare un grande cronista e commentatore politico». Sempre secondo Isnenghi, nel libro in questione «il polemista sopraffà di continuo il cronista. Ogni capitolo è un regolamento di conti nominativo con uno dei suoi detrattori: risse, bastonate verbali, duelli che non hanno proprio nulla di cavalleresco. L'inchiesta scade, si fa viscerale». Sul piano letterario, Isnenghi critica la scelta di Pansa di strutturare il testo come narrazione a un'immaginaria figura di giovane donna: «Par di capire che la giovane, che dichiara continuamente di non saperne niente, sia chiamata a rappresentare la cera vergine, l'intelligenza agnostica e ignara di un cittadino - anzi, meglio, di una cittadina - illuminata da chi ne sa di più. Ma con un interesse blando per queste cose da vecchi e con una capacità di interlocuzione vicina allo zero. Se l'è costruita così l'autore, pleonastica».[15]

Nel 2006 lo storico Angelo d'Orsi, commentando i lavori di Pansa, lo descrisse come parte di «una categoria di "rovistatori" della Resistenza, che grattano il fondo del barile per vedere dove si annidi (eventualmente) il marcio, e anche se non c'è, lo si inventa, lo si amplifica, e lo si sbatte in prima pagina». Sempre secondo D'Orsi, questo «filone è il cavallo di battaglia di Pansa, la sua gallina dalle uova d'oro. Senza alcun rispetto per i più elementari principi del lavoro storiografico, egli sta ormai perseguendo da anni un sistematico rovesciamento di giudizio sul '43-45. Naturalmente, ciò non sarebbe possibile senza editori che sollecitano libri di tal genere […]».[16]

Sempre nel 2006 Giovanni De Luna, nel suo libro Il corpo del nemico ucciso, parlando delle uccisioni di fascisti nel dopoguerra scrisse: «Non esiste una "razionalità" politica in una simile strategia di morte. Quella recentemente indicata da Giampaolo Pansa (il PCI avrebbe avuto interesse ad indebolire la borghesia come classe dirigente uccidendola il più possibile) appare largamente infondata. Il PCI non voleva terrorizzare ma rassicurare, perseguiva il suo dialogo con la borghesia secondo la logica del compromesso annunciato da Togliatti a Salerno […]».[17] Durante il 70º anniversario della Liberazione, su Repubblica, De Luna ha poi ribadito che la «furia revisionista» degli anni precedenti avesse lasciato delle tracce ravvisate «nell'interdetto culturale scagliato sulla lotta partigiana», ridotta nell'opinione comune a «basso esercizio di macelleria», secondo la visione di Giampaolo Pansa.[18]

Lo storico Guido Crainz, nel suo L'ombra della guerra del 2007, analizzando i numeri delle vittime dopo la Liberazione scrisse: «Per capire la tragica ampiezza del fenomeno non c'è bisogno dei dati molto più elevati proposti da sempre, senza gran fondamento, dalla pubblicistica neofascista e più di recente da Giampaolo Pansa» il quale nel suo Il sangue dei vinti considerò una valutazione generale di oltre 20000 persone uccise, senza però ritenere doveroso menzionare il dato complessivo di 9346 risultato dall'indagine di Pubblica Sicurezza, cioè dello Stato italiano.[19]

Emilio Gentile durante un'intervista del 2015, riferendosi al volume Bella ciao. Controstoria della Resistenza, in cui Pansa avrebbe «cercato di spiegare quanto il Partito comunista italiano […] vedesse la liberazione dai nazifascisti come l'inizio della rivoluzione», alla domanda se il volume di Pansa avesse realmente scardinato il "mito" della Resistenza, ha risposto: «In questo la storiografia c'entra poco. Va sempre distinto il piano della storiografia da quello della pubblicistica, la quale quasi sempre non ha aggiunto niente di nuovo a quanto già accertato dalla ricerca storiografica, ma ha presentato semplicemente i fatti con una visione polemica o scandalistica». E alla domanda «c'è del vero nella tesi che i comunisti parteciparono alla Resistenza solo in funzione della rivoluzione proletaria?» Gentile rispose: «Ogni partito contribuì alla Resistenza con il proposito di andare al di là dell’obiettivo immediato e necessario di liberare l’Italia dal nazifascismo. Ma nei fatti i comunisti non fecero la rivoluzione, contribuendo invece, assieme alle altre forze politiche, alla fondazione della Repubblica e alla Costituzione».[20]

Giuseppe Parlato, scrivendo nel 2015 sul Dizionario Biografico degli Italiani dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, affermò che la base per gli studi di Pansa sulla Resistenza sarebbe costituita dalla Storia della guerra civile in Italia, opera in tre volumi del saggista fascista Giorgio Pisanò, ex milite della Xª Flottiglia MAS e delle Brigate nere nella Repubblica Sociale Italiana; sebbene tale opera venga definita "estremamente analitica e documentata" da Parlato, essa è stata anche oggetto di numerose accuse di faziosità, contraddittorietà e distorsività.[21]

Lo storico Filippo Focardi, nel suo libro La guerra alla memoria del 2005, ha indicato come la campagna anticomunista portata avanti dalla destra italiana nei primi anni 2000, basata «soprattutto sulle efferatezze partigiane dell'immediato dopoguerra contro gli sconfitti […] ha sfruttato il libro pubblicato nell'ottobre 2003 da Giampaolo Pansa, Il sangue dei vinti». Il volume, secondo Focardi, «si basa disinvoltamente su fonti storiografiche serie e su fonti memorialistiche assai meno affidabili, è stato potentemente reclamizzato ed è diventato presto un caso editoriale con centinaia di migliaia di copie vendute nelle librerie e nei supermercati. Il fatto che Pansa sia un noto giornalista di cultura antifascista è stato presentato come certificato di indiscussa veridicità del suo racconto.».[22]

Anche secondo lo storico Gustavo Corni, gli scritti di Pansa si inserirono in un clima politico segnato dalla crisi dell'antifascismo, dove il tema della violenza esercitata dai vincitori trovò terreno politicamente fertile, e dove il successo editoriale fu garantito dalla vasta operazione di marketing del gruppo Mondadori. Secondo Corni il successo de Il sangue dei vinti fu comprensibile in quanto: «uno dei principali esponenti del giornalismo di sinistra in piena "era berlusconiana", rompeva il tabù dell'antifascismo» anche se «il libro è scritto in modo letteralmente rudimentale e sovrappone alla ricerca storica (ma senza un apparato di note) una fiction», e sulla scia del successo editoriale «da quel momento Pansa ha spostato il suo baricentro politico» e ha poi «inanellato una serie di pubblicazioni che lo hanno profilato come esponente di punta del revisionismo e come critico feroce del comunismo».[23] Recensendo il libro di Corni, Giovanni Belardelli ha riconosciuto il merito a Pansa di aver «contribuito a infrangere il tabù che per decenni aveva reso sospetto ogni riferimento alle uccisioni perpetrate da partigiani comunisti dopo il 25 aprile 1945».[24]

Nel 2021 la ricercatrice Chiara Colombini ha indicato il lavoro di Pansa come un «contributo molto potente» a radicare l'immagine della "resa dei conti" come un "regolamento di conti" che allude implicitamente a qualcosa di criminale, inserendosi nel terreno «ampiamente dissodato dagli attacchi degli anni Novanta» contro la Resistenza, e il Sangue dei vinti «con le sue centinaia di migliaia di copie vendute e con la risonanza mediatica che ottiene […] - con quelli successivi sul medesimo tema - amplia a dismisura l'eco di quella stessa rappresentazione» che descrive il 25 aprile come un'orgia sanguinaria di vendette insensate, legata alla memorialista degli ex-combattenti di Salò.[25]

  • Il sangue dei vinti. Quello che accadde in Italia dopo il 25 aprile, Collana Saggi, Milano, Sperling & Kupfer, 2003, pp. X-380, ISBN 978-88-200-3566-2. - Milano, Mondolibri, 2004.
  • Il sangue dei vinti. Quello che accadde in Italia dopo il 25 aprile, con una nuova Introduzione, Collana Saggi Paperback n.34, Milano, Sperling & Kupfer, 2005, pp. XXIV-380, ISBN 9788882747596. - Collana Saggi, Milano, Sperling & Kupfer, 2010, ISBN 978-88-200-5037-5; Collana Pickwick, Sperling & Kupfer, 2013, ISBN 978-88-683-6032-0.
  • Il sangue dei vinti. Quello che accadde in Italia dopo il 25 aprile, Prefazione di Luca Telese, Collana Saggi italiani, Milano, Rizzoli, 2024, ISBN 978-88-171-8664-3.
  1. 1 2 Insmli, fondo Venanzi Mario, serie 26, documento 14, su san.beniculturali.it (archiviato dall'url originale il 22 gennaio 2020).
  2. Mario Avagliano, Storie – Il fascista del “Il sangue dei vinti” era un delatore, su moked.it, 24 aprile 2012.
  3. Pansa: Fantasia (scarsa) e buongusto (assente) (PDF), su anpi.it, 22 febbraio 2004 (archiviato dall'url originale il 5 febbraio 2007).
  4. G. Pansa, Sangue nero sangue rosso, «la Repubblica», 13 novembre 2003.
  5. Centro studi della Resistenza: 25 aprile 2002, su storiaxxisecolo.it. URL consultato il 22 maggio 2020.
  6. Giampaolo Pansa, «La Verità», 25 febbraio 2018, pag. 7 (rubrica "Il Bestiario").
  7. Hanna Serkowska, La Guerra in casa nell'epica antiresistenziale di Giampaolo Pansa [The civil war in Giampaolo Pansa's revisionist novels], in Studia Romanica Posnaniensia, XLI/4, Poznań, Adam Mickiewicz University Press, 2014, pp. 91-99, ISBN 978-83-232-2791-5..
  8. Pan"s"ane. Alcune riflessioni di Santo Peli, su StorieInMovimento.org, 31 gennaio 2020. URL consultato il 9 settembre 2025.
  9. La palestra della storia pubblica: Leggere Wikipedia. Scrivere Wikipedia, su ISRAT. URL consultato il 9 settembre 2025.
  10. Bruno Bongiovanni, Bravo Pansa! Ma prima di Pansa... - l'Unità.it, su archive.today. URL consultato il 9 settembre 2025.
  11. Sergio Luzzatto, La crisi dell'antifascismo, Torino, Einaudi, 2004, pp. 6-33, ISBN 978-88-0617-049-3..
  12. Sergio Luzzatto, Partigia. Una storia della Resistenza, Milano, Mondadori, 2013, p. 162..
  13. Skinhead di sinistra e partigiani, rissa per Pansa - Corriere della Sera, su www.corriere.it. URL consultato il 9 settembre 2025 (archiviato dall'url originale il 12 novembre 2006).
  14. Marini solidale con Pansa "Aggressione da rifiutare" - cronaca - Repubblica.it, su www.repubblica.it. URL consultato il 9 settembre 2025.
  15. Giampaolo Pansa - La grande bugia. Le sinistre italiane e il sangue dei vinti - 2006 - SISSCO, su sissco.it. URL consultato il 9 settembre 2025.
  16. Rovescismo, fase suprema del revisionismo, su La Stampa, 18 ottobre 2006. URL consultato il 9 settembre 2025.
  17. Giovanni De Luna, Il corpo del nemico ucciso. Violenza e morte nella guerra contemporanea, Torino, Einaudi, 2006, p. 186, ISBN 88-06-17859-8..
  18. Santo Peli e Filippo Focardi, Tra esaltazioni e censure: il discorso pubblico sulla resistenza italiana a settant'anni dalla Liberazione, in Segle XX. Revista catalana d'història, n. 9, 2016, p. 137, ISSN 1889-1152 (WC · ACNP)..
  19. Guido Crainz, L'ombra della guerra. Il 1945 in Italia, Milano, Feltrinelli, 2014 [2007], pp. 80-81, ISBN 978-88-07-88399-6..
  20. Mario Avagliano, Intervista ad Emilio Gentile: 'La Resistenza valore fondante da condividere', su Nuovo Monitore Napoletano. URL consultato il 9 settembre 2025.
  21. PISANÒ, Giorgio - Enciclopedia, su Treccani. URL consultato il 9 settembre 2025.
  22. Filippo Focardi, La guerra della memoria. La Resistenza nel dibattito politico dal 1945 ad oggi, Bari-Roma, Laterza, 2005, pp. 79-82, ISBN 88-420-7609-0..
  23. Gustavo Corni, Fascismo, condanne e revisioni, Roma, Salerno editrice, 2011, pp. 95-96, ISBN 978-88-8402-735-1..
  24. Giovanni Belardelli, Processo a De Felice ma non ci sono prove, su Corriere della Sera. URL consultato il 9 settembre 2025.
  25. Chiara Colombini, Anche i partigiani però..., Bari-Roma, Laterza, 2021, p. 98, ISBN 978-88-581-4376-6..

Voci correlate

[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni

[modifica | modifica wikitesto]
  Portale Letteratura: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di letteratura