Giovanni Florio

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Giovanni Florio

Giovanni Florio, noto anche come John Florio (Londra, 1552 [1]Fulham, 1626 [2]), è stato un umanista inglese, nato durante il regno di Edoardo VI, grande lessicografo e traduttore, che si definì «Italus ore, Anglus pectore» ("Italiano di lingua, inglese nel cuore") in Queen Anna's New World of Words (1611) e «An English Man in Italian» ("Un inglese in italiano")[3].

Si è fatto il suo nome tra i possibili autori delle opere di William Shakespeare[4], ma la teoria si è rivelata infondata in base a nuovi studi bio-bibliografici.[5]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Origini[modifica | modifica wikitesto]

Suo padre, Michelangelo Florio, era un esule italiano proveniente dal Granducato di Toscana. Sappiamo poco sulla madre di Giovanni, ma si pensa che fosse una donna inglese che Michelangelo conobbe negli ambiti di lord Burghley ossia William Cecil, il consigliere della regina Elisabetta I. Questo spiegherebbe la notevole competenza e conoscenza che Florio aveva della lingua inglese, nonostante il fatto che ancora piccolo fosse stato portato a vivere a Soglio, nelle Alpi svizzere, e fino a più o meno vent'anni non facesse ritorno in Inghilterra.

Michelangelo Florio era un frate, erudito fiorentino, come lui stesso si definisce, di origine forse ebraica, fuggito a Londra per evitare le persecuzioni dell'Inquisizione, dal momento che aderì alla riforma Protestante. Il breve regno di Edoardo VI permise a Michelangelo di trovare a Londra un rifugio sicuro dalle persecuzioni religiose, diventando nel 1550 anche pastore della congregazione protestante italiana a Londra. Diventò un personaggio molto introdotto nell'ambito dell'aristocrazia inglese che apprezzava la sua enorme cultura e che accoglierà benevolmente anche suo figlio Giovanni, una volta ritornato nella sua patria natale.

L'ascesa al trono di Maria la Sanguinaria, sovrana decisa a ripristinare col pugno di ferro la religione cattolica in Inghilterra, costrinse Michelangelo a riprendere le sue peregrinazioni per l'Europa: con la sua ‘famigliola' composta da sua moglie e l'infante Giovanni, lasciò l'Inghilterra, alla volta di Soglio, da dove però un giorno sarebbe tornato.

L'infanzia e gli studi[modifica | modifica wikitesto]

Giovanni Florio, quindi, visse la sua infanzia a Soglio nella Val Bregaglia svizzera, trovando in suo padre un insegnante esperto e affettuoso, che lo introdusse alla conoscenza di diverse lingue. Più tardi, nei suoi scritti, Giovanni Florio farà capire di avere un'ottima conoscenza di diverse lingue (Italiano, Francese, Tedesco, Spagnolo, Inglese, Latino, Greco ed Ebraico, oltre alla Napoletana). Le amicizie di Michelangelo Florio, che a Soglio svolse anche attività notarili, permisero a suo figlio Giovanni di frequentare non l'Università di Tubinga, Württemberg, come si pensava, ma il Paedagogium (avendo solo 12 anni e non potendo, quindi, essere immatricolato come studente universitario)[6]. Qui ebbe per tutore Pier Paolo Vergerio, uomo di grande cultura che, avendo abbracciato la religione Protestante ed essendone una degli attivisti più estremisti, si trovava esule nella cittadina tedesca.

Primi Frutti[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1571,[7] Giovanni Florio ritornò a Londra, dove inizialmente svolse l'attività di tintore. Nel 1578, a venticinque anni, pubblicò il suo primo libro, Primi Frutti (First Fruits), che rivela un forte debito con Alessandro Citolini, anziano linguista esule a Londra. In base ai nuovi studi di Carla Rossi, si rivelano infondate le ipotesi relative ad una parentela con Samuel Daniel. La prima moglie di Florio si chiamava, infatti, Anne Soresollo e non era imparentata con Daniel, mentre la seconda fu Rose Spicer. L'ascesa sociale di Florio, da semplice tintore al servizio del francese Michel Baynard e poi dell'esule italiano Gasparo De Gatti non fu immediata. A Oxford Florio non si iscrisse all'Università, come ritenuto da molti[8]

L'incontro con Giordano Bruno[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1580 tradusse, per Richard Akluyt, i Viaggi di Cartier dalla versione italiana di Giovan Battista Ramusio. Dal 1583 al 1585 lavorò presso l'Ambasciata francese a Londra, dove conobbe il filosofo italiano Giordano Bruno dal quale apprese moltissimo, non solo dal punto di vista letterario, ma anche dal punto di vista filosofico. L'influenza di Bruno su di lui fu tale che la sua visione del mondo cambiò significativamente.

Secondi Frutti[modifica | modifica wikitesto]

Giordano Bruno, al seguito di Mauvissière, lasciò l'Inghilterra nel 1585, e Giovanni Florio trovò occupazione come tutore personale del Conte di Southampton, Henry Wriotesley, quando il giovane Conte andò a studiare al St. John's College di Cambridge. Nel 1590 partecipò alla supervisione della traduzione dell'Orlando furioso fatta dal suo amico Sir John Harington. Il libro fu pubblicato in quello stesso anno da Richard Field. Sempre nel 1590 fu supervisore della Arcadia scritta dal suo amico Sir Philip Sidney. Nel 1591 pubblicò i suoi Secondi Frutti (Second Fruits), accompagnando questo libro con una collezione di seimila proverbi italiani che non avevano un corrispondente proverbio inglese: molti di questi li ritroveremo nelle opere di Shakespeare.

Un Mondo di Parole[modifica | modifica wikitesto]

Ritroviamo Florio attivo nelle pubblicazioni nel 1598, dopo sette anni di silenzio letterario, quando rilascia per il mercato il suo straordinario Un Mondo di Parole (A World of Words). Florio cominciò a preparare questo dizionario intorno al 1590 che, come dice proprio lui, servirà a chiunque, ma soprattutto agli studiosi, per affrontare quelle letture che in Inghilterra, fino alla comparsa del suo dizionario, erano proibitive per chi non conoscesse perfettamente l'italiano: così, con l'aiuto di questo prezioso dizionario, le letture di Dante, Petrarca e Boccaccio, tra gli altri, potranno finalmente essere affrontate. Chiunque cerchi chiarimenti sul linguaggio di Shakespeare, talvolta apparentemente incomprensibile, deve fare necessariamente riferimento a questo dizionario, dove, tra le altre cose, troverà elaborata la tecnica grammaticale attraverso la quale Shakespeare componeva nuove parole, idee e concetti. Queste tecniche linguistiche Florio le aveva cominciate a mettere in pratica già nei suoi Primi Frutti nel 1578. Shakespeare usava le stesse tecniche di composizione che usava Florio, ma Florio le utilizzò ancor prima che comparisse Shakespeare. Nessuno, in Inghilterra, prima di Florio e Shakespeare (ma Florio prima di Shakespeare) usò simili strutture linguistiche in maniera così sistematica. Contemporaneamente alla elaborazione del suo dizionario, Florio lavorò alla traduzione dei Saggi di Montaigne che, finiti prima del 1600, videro la pubblicazione nel 1603. Questi Saggi divennero una moda indiscussa e furono letti e riletti per generazioni. Il contributo di questi saggi allo sviluppo letterario di Shakespeare è difficilmente quantificabile: basti pensare che alcune opere, come La tempesta, furono estesamente modellate sui Saggi di Montaigne tradotti da Florio.

Anni difficili[modifica | modifica wikitesto]

Intorno al 1601 diversi fatti tragici colpirono Florio. Quasi tutti i membri della sua famiglia morirono di peste (molto frequente in quegli anni a Londra) e rimase in vita solo la figlia Aurelia; inoltre il suo caro amico e maestro Giordano Bruno fu bruciato in Campo de' Fiori a Roma. Un documento nel quale si riportava la morte di Giordano Bruno è stato trovato tra le carte del Conte di Essex. Il Conte di Essex, di cui Florio era partigiano, fu giustiziato per aver tentato una insurrezione.

A corte[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1603, al cambio del trono d'Inghilterra, troviamo Giovanni Florio ben introdotto negli ambienti della Corona Inglese: egli diventò un punto di riferimento per la Regina Anna e un personaggio molto apprezzato da Giacomo I, successore di Elisabetta I. Florio, in segno di stima nei confronti di Giacomo I, tradusse in italiano un suo scritto, il Basilikon Doron, che fu importante per molte opere di Shakespeare. Nel 1609 Giovanni Florio consegnò ai Conti di Pembroke alcuni scritti pubblicati dal suo amico Thomas Thorpe: tra questi ci sono anche i Sonetti di Shakespeare. Mentre continuava il suo lavoro di ricerca letteraria, che sfociò nella pubblicazione di un secondo dizionario, Florio svolse attività diplomatica per la Regina Anna: testimonianza di queste attività sono alcune lettere scritte dall'allora ambasciatore toscano Ottaviano Lotti. La seconda versione del dizionario A World of Words, 1611, è dedicata alla Regina Anna. Racchiude oltre settantamila parole italiane e oltre centocinquantamila termini inglesi. Florio, per compilare questo dizionario, lesse, come indicato da lui stesso nel dizionario, oltre duecentocinquanta libri tra i quali quasi tutti i libri serviti a Shakespeare come fonti per le sue opere. Nello stesso periodo, inoltre, Florio fu insegnante di italiano e francese della Regina Anna, della Principessina Elisabetta e del Principe Enrico (figli di Anna e Giacomo I).

Il declino[modifica | modifica wikitesto]

Dati i rapporti di intima amicizia con i membri della famiglia reale, la morte nel 1612 del Principe Enrico, che sarebbe stato il futuro Re d'Inghilterra, fu un colpo durissimo per Giovanni Florio. Da quel momento accusò un declino lento ma inesorabile. Nel 1619, con la morte del'amata Regina Anna, Florio fu definitivamente allontanato dalla corte e, ritiratosi a Fulham, vi rimase fino alla sua morte di peste nel 1625. Prima di morire, Giovanni Florio partecipò a due imprese notevoli: la traduzione in inglese delle novelle del Boccaccio, e la realizzazione del First Folio del 1623, nel quale raccolse le opere di William Shakespeare. Il testamento di Giovanni Florio, scritto l'anno stesso della morte, rivela impressionanti affinità con il modo di scrivere e di pensare di Shakespeare.

La traduzione come strumento sociale[modifica | modifica wikitesto]

Giovanni Florio traduce in inglese in un momento in cui questa pratica viene osteggiata da molti. Se lingue come il francese e l'italiano sono considerate discendenti dirette delle lingue classiche, l'inglese, come lingua germanica, viene considerato inferiore, sicché tradurre dall'italiano o dal francese in inglese comporta uno svilimento dell'opera e, secondo molti, andrebbe evitato.[9] Per questo la maggior parte dei traduttori dell'epoca sente la necessità di giustificare la propria attività traduttiva, dimostrando che pur allontanandosi dal testo originale, la traduzione è un lavoro necessario.[9] La famosa traduzione di John Florio dei Saggi di Montaigne fa eco al dibattito elisabettiano tra difensori e detrattori della traduzione. Nella prefazione Florio riflette su alcune affermazioni di Giordano Bruno e giustifica il processo traduttivo in nome di una conoscenza condivisa e trasmessa.[10] Egli spiega che la traduzione permette di trasmettere scoperte e conoscenze attraverso i popoli e le culture, che a loro volta arricchiscono il bagaglio culturale collettivo. Influenzato da Giordano Bruno, Florio considera la traduzione anche uno strumento sociale, perché permette la diffusione del sapere ad una porzione più ampia della società, dando la possibilità di far conoscere autori stranieri anche a chi non saprebbe leggerli in lingua originale.[11] Nell'ambito contemporaneo della traduttologia questo concetto risulta molto rivoluzionario, poiché propone come sua prima ratio esattamente la necessità di «volare verso gli altri che non conosciamo», come direbbe Amleto.[12] Florio ritiene che la traduzione sia lo strumento migliore per far progredire la conoscenza e per arricchire la lingua e la cultura della nazione.[11] Questo concetto è chiaramente espresso nella prefazione, nella quale Florio equipara la traduzione ad un'amante prostituita la cui bellezza e il cui valore aumentano ad ogni contatto, tanto che sarebbe inumano tenerla rinchiusa (nota Laurenti che la metafora usata da Florio parlando della traduzione come di un'amante prostituta che viene condivisa, precede di qualche decennio la metafora femminile di discendenza francese delle traduzioni come belles infidèles o belle infedeli).[10] Florio fa sua la missione di arricchire lingua e cultura inglesi e donare loro quella forza europea di cui non avevano mai goduto prima. Egli punta a far sì che l'inglese diventi uno dei linguaggi poetici più potenti sul panorama mondiale. In un certo senso, questo ricorda James Joyce, il cui obiettivo era di introdurre volontariamente le lingue e le culture europee nella lingua inglese.[13]

I Saggi di Montaigne e lo stile di Florio[modifica | modifica wikitesto]

Giovanni Florio fu il primo a tradurre in inglese i Saggi di Montaigne e il Decameron di Boccaccio, opere che ebbero un profondo impatto sulla cultura inglese del sedicesimo secolo e in particolare sulle opere teatrali di Shakespeare, nelle quali compaiono spesso concetti espressi da Montaigne (alcuni dei dialoghi dell'opera The Tempest sono quasi identici ad alcuni passaggi dei Saggi nella traduzione di Florio).[14] In particolare i Saggi di Montaigne tradotti nel 1603, diventarono una delle più influenti opere del periodo Elisabettiano, tant'è che la traduzione di Florio fu ripubblicata nel 1613 e nel 1632. Le idee di Montaigne furono fondamentali per lo sviluppo della cultura inglese del tempo, ma il successo dell'opera fu in buona parte merito della qualità della traduzione di Florio.[11] Se la si analizza, Florio sembra essere diviso tra il tentativo di seguire il testo originale da vicino, per rendere il suo significato con fedeltà, e la volontà di renderlo conforme alle poetiche elisabettiane dominanti, caratterizzate da complessità poetica e sviluppo della retorica. Molti critici hanno notato la sua fame insaziabile di parole, visibile nei numerosi casi in cui Florio interviene sul testo originale di Montaigne ampliandolo per mezzo di metafore, giochi di parole, parafrasi e figure retoriche.[11] Terrinoni definisce la traduzione di Florio “floreale” sia nello stile che nella resa. Il suo obiettivo non è di migliorare il testo stilisticamente ma di renderlo il più appetibile possibile per i lettori inglesi, utilizzando uno stile che ne rispecchi il gusto e le preferenze.[12] La sua opera riporta quindi i segni delle teorie umaniste italiane, visibili nell'enfasi su una resa precisa e chiara dei testi originali, insieme alle principali caratteristiche dello stile elisabettiano.[11]

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ [1] Carla Rossi, Italus ore, Anglus pectore, Nuovi studi su John Florio, Vol. 1, Thecla Academic Press, London 2018, p. 124
  2. ^ [2] Carla Rossi, Italus ore, Anglus pectore, Nuovi studi su John Florio, Vol. 1, Thecla Academic Press, London 2018, p. 266
  3. ^ Giovanni Florio, Secondi Frutti (Londra, 1591), 'Al Lettore', sig. *r.
  4. ^ Lamberto Tassinari, The Man who was Shakespeare, Giano Books, 2009.
  5. ^ Italus ore, Anglus pectore. Nuovi studi su John Florio, Thecla Academic Press, London, 2018, p. 266 sgg.
  6. ^ Carla Rossi, Italus ore, Anglus pectore, Nuovi studi su John Florio, Vol. 1, Thecla Academic Press, London 2018, p. 124-133, su Theory and Criticism of Literature and Arts | Academic Journal. URL consultato il 10 giugno 2018.
  7. ^ Carla Rossi, Italus ore, cit., su Theory and Criticism of Literature and Arts | Academic Journal. URL consultato il 10 giugno 2018.
  8. ^ Carla Rossi, Italus ore, Anglus pectore, Nuovi Studi su John Florio, thecla Academic Press, London 2018., Vol. 1, Thecla Academic Press, 2018.
  9. ^ a b Christine Sukic, "Ample transmigration" : George Chapman, traducteur d'Homère en anglais, in Études anglaises, vol. 60, 2007/1, p. 5.
  10. ^ a b Laurenti Francesco, “Tradurre:Storie, Teorie, Pratiche dell’antichità al XIX secolo”, Roma, Armando, 2015, p. 152.
  11. ^ a b c d e Zaharia, Oana-Alis., “Translata Proficit: Revisiting John Florio’s translation of Michel de Montaigne’s Les Essais.” (PDF), in SEDERI, vol. 22, 2012, pp. 116.
  12. ^ a b EnricoTerrinoni, “L’apologia della traduzione di John Florio”, su rivistatradurre.it. URL consultato il 12 febbraio 2018.
  13. ^ Robert Richard, “L'homme qui était Shakespeare”, in Liberté, vol. 52, nº 3, 2011.
  14. ^ Elizabeth Robbins Hooker, “The Relation of Shakespeare to Montaigne,”, in PMLA, vol. 17, nº 3, 1902, p. 313.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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