Diritto di resistenza

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Il diritto di resistenza è il diritto di resistere al potere illegittimo.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il ius resistentiae trova le sue origini in epoche precedenti all'affermazione del Cristianesimo.

Nel Medio Evo ne inizia sia la teorizzazione[1], sia la concessione in documenti ottriati dal sovrano[2]; tuttavia fu solo nella Germania medioevale che iniziò ad assumere valore giuridico, come strumento dei ceti contro le imposizioni del Principe: questo diritto compare nel Sachsenspiegel in una norma riportata agli inizi del XIII secolo.[3] Questa norma recita «L'uomo può resistere al proprio re e al proprio giudice quando questo agisce contro il diritto, e financo aiutare a fargli guerra. [...] Con ciò egli viola il giuramento di fedeltà».[3] Del resto, furono proprio i privilegi medievali, primo fra tutti la Joyeuse Entrée, a fornire ai rivoltosi delle Province Unite "la principale fonte di legittimazione della resistenza contro Madrid"[4].

Nel suo L’antico regime e la rivoluzione, perciò, Tocqueville esprimeva "la convinzione intorno al ruolo nevralgico svolto dalle forze della «resistenza» alle tendenze dispotiche dei monarchi (aristocrazia in primis) quali levatrici del liberalismo: senza privilegi corporati di antico regime, niente libertà individuale moderna"[5].

Teorizzazione[modifica | modifica wikitesto]

Questo diritto è contemplato:

  1. Nella dottrina politica di San Tommaso, in cui si prevede il tirannicidio per il Principe che abbia violato l'ordine divino;
  2. Nella prima età moderna si consolida nella polemica che si oppone all'assolutismo in materia religiosa. Anche la disobbedienza di M. K. Gandhi può essere considerata come esercizio del "Diritto di resistenza";
  3. Nello Stato moderno. In alcune costituzioni odierne (in particolare quella tedesca) possiamo ancora trovare il diritto di resistenza, anche se nello Stato di diritto il diritto alla resistenza è stato formalmente escluso[6].

Il diritto di resistenza discende anche dal contrattualismo e dalla teoria politica di John Locke, fondata sui diritti irrinunciabili dell'individuo[7]: in quest'ottica, se i governanti calpestano i diritti naturali, vengono meno i fondamenti del patto e si configura il diritto del popolo ad opporre resistenza al sovrano.

In opposizione ad Achenwall, uno dei più importanti studiosi di diritto naturale del tempo, Kant nega invece che attraverso i diritti innati dell'uomo si possa "legittimare un diritto di resistenza al sovrano. A fondamento di questa presa di posizione netta contro il diritto del singolo individuo di opporsi al potere statale non vi sono solo considerazioni giuridiche in senso stretto, bensì filosofiche dalle quali si evince che il popolo ha sì dei diritti nei confronti dello Stato, ma non di tipo coattivo, ovvero non vincolanti"[8].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Claudio Belloni, Obbedienza religiosa e resistenza politica, Rivista di storia della filosofia. Fascicolo 2, 2007 (Firenze : [poi] Milano : La Nuova Italia ; Franco Angeli).
  2. ^ "Il riconoscimento formale del diritto di resistenza ricorre alcune volte – forse già negli anni di Ferdinando I – nei privilegi con i quali i re si impegnavano solennemente a mantenere un terra aggregata al demanio": E. Igor Mineo, Communautés et pouvoirs en Italie et dans le Maghreb aux époques médiévales et modernes - Come leggere le comunità locali nella Sicilia del tardo medioevo: alcune note sulla prima metà del Quattrocento, MEFRM: Mélanges de l'École française de Rome: Moyen Âge : 115, 1, 2003 p. 607 (Roma: École française de Rome, 2003).
  3. ^ a b Giuseppe Albertoni, Vassalli, feudi, feudalesimo, p. 54, ISBN 978-88-430-7670-3.
  4. ^ C. Secretan, Les privilèges berceau de la liberté. La Révolte des Pays-Bas: aux sources de la pensée politique moderne (1566-1619), Paris, Vrin, 1990.
  5. ^ Meriggi Marco [rec.], Assolutismo ieri e oggi - Meriggi legge Cosandey-Descimon, Storica : rivista quadrimestrale : IX, 25-26, 2003 , p. 325 (Roma : Viella).
  6. ^ Durante i lavori dell’Assemblea costituente, fu respinto l'emendamento di Giuseppe Dossetti, volto ad introdurre nella Costituzione un articolo secondo cui «la resistenza individuale e collettiva» nei confronti dei pubblici poteri che vìolino le libertà fondamentali, rappresenta «un diritto e dovere di ogni cittadino».
  7. ^ "Il diritto di resistenza ha sempre rivendicato il suo essere diritto, giuridicamente fondato, sostenuto dalla giuridicità naturale, implicito nei vincoli contrattuali o nella struttura convenzionale della giuridicità positiva": Teresa Serra, La disobbedienza civile : un fenomeno in evoluzione, Partecipazione e conflitto: 2, 2013 p. 34 (Milano: Franco Angeli, 2013).
  8. ^ Alessio Calabrese, A proposito del saggio di Giuliano Marini. La filosofia cosmopolitica di Kant, Archivio di storia della cultura: XXIII, 2010 , p. 255 (Napoli: Liguori, 2010).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giovanni Tonella, Il problema del diritto di resistenza. Saggio sullo Staatsrecht tedesco della fine Settecento, Editoriale Scientifica, Napoli 2007
  • Ermanno Vitale, Difendersi dal potere. Per una resistenza costituzionale, Laterza, Roma-Bari, 2010

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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