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Baby pensioni

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Con baby pensioni o pensioni baby sono indicate quelle pensioni erogate dallo Stato italiano a lavoratori del settore pubblico che hanno versato i contributi pensionistici per pochi anni, o che hanno avuto la possibilità di ritirarsi dal lavoro con età inferiore ai 40 anni[C'è da chiarire se il nome di "baby pensioni" debba riferirsi solo a chi è andato in pensione secondo gli artt. 42 e segg. del DPR 1092/1973 o più in generale a chi è andato in pensione in età abbastanza giovane per i più svariati motivi][1].

Gli artt. 42[2] e segg. del Decreto del presidente della Repubblica 29 dicembre 1973, n. 1092 riguardava il trattamento di quiescenza normale per il personale civile dello Stato, mentre gli artt. 52 e segg. riguardavano i trattamenti di quiescenza normale per il personale militare.

Per il personale civile valevano i seguenti requisiti: 14 anni 6 mesi e 1 giorno di contributi per le donne sposate e/o aventi figli a carico (cioè: donne sposate anche senza figli e donne con figli anche non sposate), 20 anni per gli uomini; 25 anni per i dipendenti degli enti locali.

All'art. 52 della medesima legge era previsto anche il trattamento di quiescenza per i dipendenti delle forza armate, in piccola parte ancora oggi in vigore: 15 anni di servizio utile (di cui almeno 12 di servizio effettivo) per raggiunti limiti di età, 20 anni di servizio effettivo per cessazione a domanda o per decadenza, 20 anni di servizio effettivo per i militari non appartenenti al servizio permanente o continuativo. Pure tali disposizioni sono state modificate in buona parte dalle successive riforme pensionistiche dagli anni '90 in poi.

Le baby pensioni furono introdotte in Italia nel 1973, durante un periodo in cui le previsioni di crescita economica e demografica erano molto più ottimistiche di quelle attuali, dal governo Rumor.[3]

Il provvedimento fu firmato dal Presidente del Consiglio dei Ministri, di concerto con i Ministri per l'organizzazione della pubblica amministrazione, per il tesoro e per il bilancio, e ricevette il parere della commissione parlamentare di cui all'art. 21 della suddetta legge: un parere votato dalla maggioranza e dalla opposizione.[4]

Tale meccanismo permise il pensionamento anche a lavoratori di età di poco superiore ai 30 anni[5]: Già nei primi anni di applicazione della legge divenne celebre il caso del 1983 di Maria Martini, impiegata del Politecnico di Torino che potè pensionarsi dopo 14 anni, 6 mesi e un giorno di servizio poiché era donna ed era sposata: ciò la rese all'epoca la pensionata più giovane d'Italia.[6] Sempre in applicazione del provvedimento del 1973, si registrarono casi di pensionamenti all'età di 29 anni o in seguito al versamento di soli 11 mesi di contributi (nel caso di ricongiungimenti o riscatti specifici previsti dalla norma).[7]

Riforme successive

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Le prime erogazioni avvennero nel 1981, e il tema fu oggetto di dibattito anche nei decenni successivi. Già nel 1983 fu presentato un primo decreto di razionalizzazione delle baby pensioni stesse, a cui CISL e UIL (molto legate ai dipendenti statali, che erano gli unici a poter usufruire delle stesse) opposero una netta opposizione.[8]

I governi guidati da Bettino Craxi (1983-1987) presentarono altre due proposte di riforma, a firma del Ministro del Lavoro Gianni De Michelis (nel 1984[9] e nel 1986[10]), volte al superamento del sistema vigente. La riforma proposta prevedeva l'innalzamento dell'età pensionabile (60 anni per le donne, 65 per gli uomini) e l'introduzione di un minimo contributivo di 35 anni, che avrebbe di fatto abolito il meccanismo delle baby pensioni per il futuro. Tali disegni di legge non furono tuttavia approvati prima della fine anticipata della legislatura.

L'abolizione definitiva delle baby pensioni avvenne con la riforma Dini del 1995, che introdusse il sistema contributivo e modificò i requisiti per la pensione di anzianità. L'accesso alle baby pensioni continuò per qualche tempo ancora, anche dopo il Decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 503, che contemplava gli ultimi requisiti che avrebbero permesso di conseguirla ancora per diversi anni.

Costi per lo Stato italiano

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L'erogazione della pensione in giovane età comporta un periodo di erogazione della pensione che può superare i 40 anni nella sua durata. Secondo i dati del 2011, il numero complessivo di soggetti andati in pensione con meno di 50 anni di età ammontava a oltre mezzo milione; di questi, 425 000 erano pensionati INPDAP (pubblico impiego). Il costo complessivo annuo stimato per tale voce di spesa era di oltre 9 miliardi di euro. Circa 17 000 persone risultavano andate in pensione con 35 anni di età, con una percezione media dell'assegno stimata in oltre 40 anni.[11]

Secondo una stima di Confartigianato, la spesa complessiva sostenuta dallo Stato per l'erogazione di questi assegni ammonterebbe a circa 150 miliardi di euro.[12]

Rapporto tra contributi versati e pensione percepita

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Secondo alcune stime economiche, i lavoratori del settore pubblico andati in pensione tra i 35 e i 39 anni, a fronte di un'aspettativa di vita media stimata in circa 85 anni, percepiscono il trattamento pensionistico per un periodo pari a circa il triplo degli anni di contribuzione. Di conseguenza, il montante complessivo erogato risulta superiore a quanto versato durante l'attività lavorativa.[1]

Esempio di calcolo

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Ipotizzando un lavoratore con contribuzione pari al 33% del reddito per 20 anni e l'applicazione del metodo di calcolo retributivo, la pensione ammonterebbe a circa il 40% della media degli ultimi stipendi (2% di rendimento annuo × 20 anni). Considerando un pensionamento a 40 anni e un'aspettativa di vita residua di 42 anni, il beneficiario percepirebbe un importo totale molto superiore ai contributi versati. Tale discrepanza tra montante contributivo e prestazioni erogate genera un disavanzo che, nel sistema a ripartizione, si riflette sul debito pubblico o sulla necessità di adeguamento della tassazione o dell'età pensionabile per la restante platea di lavoratori.

  1. 1 2 Il Sole 24 Ore 27/12/2013.
  2. «Nei casi di dimissioni, di decadenza, di destituzione e in ogni altro caso di cessazione dal servizio, il dipendente civile ha diritto alla pensione normale se ha compiuto venti anni di servizio effettivo. Alla dipendente dimissionaria coniugata o con prole a carico spetta, ai fini del compimento dell'anzianità stabilita nel secondo comma, un aumento del servizio effettivo sino al massimo di cinque anni».
  3. Il Corriere della Sera 21/8/2011, nel 1973 (governo Rumor, con Dc, Psi, Psdi e Pri).
  4. Lettera43 01/09/2014, A quanto pare la misura fu ispirata dai sindacati, ma rientrava - dopo il golpe cileno - in una stagione che mise le basi al compromesso storico. Senza dimenticare che di lì a poco ci sarebbe stata una tornata amministrativa che la Dc di Rumor vinse a mani basse. Non a caso la norma fu votata da tutti, maggioranza e opposizione.
  5. Pasquale Tridigo e Enrico Marro, Il lavoro di oggi la pensione di domani. Perché il futuro del Paese passa dall'Inps, 2023.
  6. Non ancora trent'anni ed è già in pensione, in Stampa Sera, 21 gennaio 1983, p. 5.
  7. Gian Antonio Stella, Baby pensioni. Il primato di Francesca, in Corriere della Sera, 5 luglio 1997, p. 4 (archiviato dall'url originale il 1º gennaio 2016).
  8. RAI, Intervista a Ruggero Ravenna, direttore dell'INPS (1983), su YouTube, 1983.
  9. DE MICHELIS DIFENDE LA RIFORMA DELLE PENSIONI: "NESSUNO CI RIMETTERA", su la Repubblica, 3 ottobre 1984. URL consultato il 27 dicembre 2020.
  10. PENSIONI, DE MICHELIS INSISTE - I PROFESSIONISTI LO ATTACCANO, su la Repubblica, 7 marzo 1986. URL consultato il 27 dicembre 2020.
  11. Tuttolavoro24/8/2013
  12. Lettera43 01/09/2014

Articoli di stampa e di opinione

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Voci correlate

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