After the Gold Rush

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After the Gold Rush
ArtistaNeil Young
Tipo albumStudio
Pubblicazione31 agosto 1970
Durata35:15
Dischi1
Tracce11
GenereCountry rock[1]
Folk rock
Album-oriented rock[1]
Musica d'autore[1]
EtichettaReprise Records
ProduttoreNeil Young, David Briggs con Kendall Pacios
RegistrazioneAgosto 1969 – giugno 1970, Sunset Sound e Sound City, Hollywood, California; studio casalingo di Young a Topanga, California
Noten. 8 Stati Uniti
n. 7 Gran Bretagna
n. 5 Canada
Neil Young - cronologia
Album successivo
(1972)
Singoli
  1. Oh, Lonesome Me / I've Been Waiting for You
    Pubblicato: 1969 (Canada)
  2. Only Love Can Break Your Heart / Birds
    Pubblicato: ottobre 1970
  3. When You Dance I Can Really Love / Sugar Mountain
    Pubblicato: marzo 1971
Recensioni professionali
Recensione Giudizio
AllMusic 5/5 stelle[1]
Ondarock Pietra Miliare
Rolling Stone 5/5 stelle
Piero Scaruffi 7/10 stelle
Robert Christgau A+
Pitchfork 10/10 stelle

After the Gold Rush è un album del cantautore canadese Neil Young, pubblicato il 31 agosto 1970 dalla Reprise Records, successivamente alla sua partecipazione con David Crosby, Stephen Stills e Graham Nash al concerto del festival di Woodstock e al loro album Déjà vu.

Il gruppo spalla è quello dei Crazy Horse, anche se l'album verrà accreditato al solo Neil Young, con la partecipazione del bassista dei CSN&Y Greg Reeves al basso, di Stephen Stills alle voci, di Jack Nitzsche e di un giovanissimo Nils Lofgren, futuro chitarrista di Bruce Springsteen, al pianoforte.

After the Gold Rush raggiunse l'ottava posizione della classifica statunitense della rivista Billboard Top Pop Albums. I due singoli estratti dall'album, Only Love Can Break Your Heart e When You Dance I Can Really Love, raggiunsero rispettivamente la posizione numero 33 e la numero 93 della Billboard Hot 100. La traccia Oh, Lonesome Me venne anch'essa pubblicata su singolo, ma prima dell'uscita dell'album e soltanto in Canada, dove raggiunse la posizione numero 58 in classifica.

La critica non fu inizialmente benevola con il disco, sebbene nel corso degli anni sia stato riconosciuto un capolavoro e appaia regolarmente nelle classifiche dei migliori album di tutti i tempi. La rivista Rolling Stone ha inserito After the Gold Rush al 71º posto della sua lista dei 500 migliori album di tutti i tempi.[2]

Il disco[modifica | modifica wikitesto]

After the Gold Rush è l'album che segue il fortunato Déjà vu di Crosby, Stills, Nash & Young e impose il Neil Young che rimarrà negli anni seguenti nell'immaginario collettivo, anche grazie al successivo album Harvest. L'album consiste principalmente di pezzi country folk, appaiati a brani dalle sonorità più ruvide come Southern Man e When You Dance I Can Really Love.[1] Musica acustica, canto quasi agonizzante con la voce che sembra quasi si possa spezzare da un momento all'altro, testi enigmatici e introspettivi, melodia intrisa di malinconia, pacatezza, dolcezza, ma anche inquietante e vagamente aggressiva. Ma vi è anche il Neil Young elettrico e rock, già conosciuto nell'album precedente Everybody Knows This Is Nowhere, in When You Dance I Can Really Love e soprattutto nell'arcinota e rabbiosa Southern Man, l'unico pezzo politico dell'album, in cui Young canta della situazione dei negri nel sud degli Stati Uniti:

(EN)

«Southern man,
Better keep your head
Don't forget, what your good book said
Southern change gonna come at last
Now your crosses, are burning fast, southern man.»

(IT)

«Sudista,
Meglio che presti attenzione
Non dimenticare, quel che dice il tuo Buon Libro
Il cambiamento arriverà anche al Sud alla fine
Ora le tue croci bruciano veloci, sudista.»

(Southern Man, Neil Young)

Registrazione[modifica | modifica wikitesto]

Le prime sessioni per il disco ebbero luogo nell'agosto 1969 ai Sunset Sound Studios di Los Angeles alla presenza dei Crazy Horse e di Jack Nitzsche. Ripresero poi ai Sound City Studios alla fine di un tour invernale che aveva visto Young e la band esibirsi insieme a Steve Miller e Miles Davis al Fillmore East. Inizialmente Young convoca il gruppo con in mente l'idea di registrare un album country-pop sulla falsariga di quelli degli anni cinquanta e inizio sessanta:

«Sto provando a fare delle registrazioni che abbiano la qualità di quei dischi di fine anni cinquanta e sessanta, come le cose degli Everly Brothers e di Roy Orbison, che venivano fatte in modo da avere una particolarità unica davvero. [...] Erano fatti in presa diretta, il cantante è proprio dentro la canzone, i musicisti suonano con il cantante e il tutto è una vera unità.[3]»

(Neil Young, in un'intervista dell'epoca rilasciata a Rolling Stone.)

Seguendo questa direzione, Young abbozza anche una prima scaletta dei brani da includere nell'album in lavorazione, che a questo punto avrebbe dovuto contenere: Oh, Lonesome Me, Wondering, Everybody's Alone, Sugar Mountain, Sea of Madness, Big Waves, Birds, Love Is a Rose, I Need Her Love to Get By, Dance, Dance, Dance e I Believe in You.[4] Nonostante il precario stato di salute del chitarrista Danny Whitten in netto deterioramento a causa delle crescente tossicodipendenza, le sedute sono comunque proficue e fruttano svariati brani. Nitzsche partecipò molto sporadicamente alle sessioni di registrazione a causa dei suoi crescenti problemi di alcolismo, suonò praticamente solo in When You Dance I Can Really Love. A tal proposito Nils Lofgren racconterà in seguito: «Un secondo prima Jack era lì che diceva quanto amava le canzoni di Neil, il momento dopo gli stava urlando dietro insultandolo e rifiutandosi di suonare».[5]

Nei primi giorni del 1970, Neil si trasferisce nel suo studio casalingo di Topanga Canyon appena ultimato, insieme a Stephen Stills, Greg Reeves, Ralph Molina dei Crazy Horse, e il giovanissimo (18 anni) Nils Lofgren reclutato per suonare il pianoforte al posto di Nitzsche. Proprio il fatto di assegnare a Lofgren il ruolo di pianista, fu una delle tipiche decisioni anticonformiste di Young; infatti Lofgren non aveva mai suonato le tastiere in maniera professionale prima dell'inizio delle sessioni.[6] A questo punto però, Young è rimasto affascinato dalla lettura di una sceneggiatura per un film fantascientifico scritta dall'amico Dean Stockwell con Herb Berman, e cambia totalmente idea circa l'impostazione generale da dare all'album, iniziando a comporre brani ispirati ad essa.

Alla fine solo la traccia Cripple Creek Ferry e la title track sono inequivocabilmente ispirate alla sceneggiatura cinematografica di Stockwell & Berman.[7] In un primo momento Young aveva anche chiesto a Stockwell di poter comporre l'intera colonna sonora del film, ma poi non se ne era fatto più niente.[8] Il copione è andato poi perduto, anche se venne descritto come una sorta di "film di fantascienza sulla fine del mondo" dove venivano narrate le peripezie di tre uomini nel giorno in cui un'onda gigantesca spazzava via Los Angeles.[5][9] Il film non venne mai realizzato.[10]

Descrizione dei brani[modifica | modifica wikitesto]

L'album alterna semplici ballate acustiche folk come Tell Me Why, brani country come Oh, Lonesome Me e Only Love Can Break Your Heart, scritta per Graham Nash in seguito alla rottura del suo rapporto con Joni Mitchell,[11] malinconiche canzoni pianistiche nello stile del primo Elton John come After the Gold Rush, cantata in una tonalità altissima per l'estensione vocale di Young e con uno dei testi più psichedelico-ecologisti mai scritti dall'artista, e Birds, brevi brani filastrocca come Till the Morning Comes e Cripple Creek Ferry, la ballata agrodolce I Believe in You, ed infine rock abrasivo con Southern Man e When You Dance I Can Really Love. Caso a parte è la lugubre Don't Let It Bring You Down, che sulle note di una chitarra acustica con accordatura aperta, si fa portavoce di un messaggio in apparenza ottimista ma velato di profonda disperazione, indirizzato al chitarrista Danny Whitten che stava sprofondando nel baratro della droga proprio in quel periodo.[5]

Copertina[modifica | modifica wikitesto]

Young scelse personalmente l'immagine di copertina trovando adatta una fotografia solarizzata (opera di Joel Bernstein) che lo ritraeva mentre si recava ad un concerto dei CSN&Y a New York, incrociando per strada una vecchietta sorridente.

Accoglienza[modifica | modifica wikitesto]

La critica musicale non rimase particolarmente colpita dall'album all'epoca della sua prima pubblicazione. La recensione datata 1970 di Rolling Stone, scritta da Langdon Winner, fu ampiamente negativa, con Winner perentorio nell'affermare che "nessuna delle canzoni sull'album si elevava al di sopra della mediocrità".[12] La rivista cambiò però ben presto opinione circa il disco, poiché già nel 1975, Rolling Stone fece riferimento all'album come a un "capolavoro",[13] e After the Gold Rush viene oggi considerato uno degli album classici della discografia di Neil Young.[14] Anche dal lato delle vendite il disco si rivelerà uno dei best seller di Neil Young, uno dei suoi più grandi successi commerciali insieme al successivo Harvest (1972) e a "Rust Never Sleeps(1979).

Riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1998 i lettori della rivista Q votarono After the Gold Rush come 89° miglior album di sempre. Nel 2005 si piazzò al 92º posto nella classifica dei migliori 100 album di tutti i tempi redatta dal canale televisivo britannico Channel 4. Nel 2003, Rolling Stone classificò l'album alla posizione numero 71 nella sua lista dei migliori 500 album di sempre. Nel 2004 Pitchfork lo inserì alla posizione numero 99 nella lista dei "Top 100 Albums of the 1970s".[15] Nel 2006, Time Magazine lo inserì tra i suoi All-TIME 100 Albums.[16] After the Gold Rush si è anche classificato terzo nella lista dei "Top 100 Canadian Albums" contenuta nell'omonimo libro di Bob Mersereau. Nel 2005, i lettori di Chart Magazine votarono l'album al quinto posto nella classifica dei migliori album canadesi di sempre. Nel 2002, Blender ha nominato l'album 86° miglior album "americano" di sempre. Nel 2003 New Musical Express lo posizionò all'80º posto nella graduatoria dei migliori album di tutti i tempi.[17] L'album è inoltre inserito nel libro 100 dischi ideali per capire il Rock di Ezio Guaitamacchi.

Tracce[modifica | modifica wikitesto]

Lato 1
  1. Tell Me Why – 2:54 (Neil Young)
  2. After the Gold Rush – 3:45 (Neil Young)
  3. Only Love Can Break Your Heart – 3:05 (Neil Young)
  4. Southern Man – 5:31 (Neil Young)
  5. Till the Morning Comes – 1:17 (Neil Young)
Lato 2
  1. Oh, Lonesome Me – 3:47 (Don Gibson)
  2. Don't Let It Bring You Down – 2:56 (Neil Young)
  3. Birds – 2:34 (Neil Young)
  4. When You Dance I Can Really Love – 4:05 (Neil Young)
  5. I Believe in You – 3:24 (Neil Young)
  6. Cripple Creek Ferry – 1:34 (Neil Young)

Formazione[modifica | modifica wikitesto]

Artista
Crazy Horse
Ospiti

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e (EN) William Ruhlmann, After the Gold Rush, su AllMusic, All Media Network. URL consultato il 5 agosto 2013.
  2. ^ (EN) 500 Greatest Albums of All Time, Rolling Stone. URL consultato il 1º giugno 2012.
  3. ^ Grompi, Marco. Neil Young 1963-2003: 40 anni di rock imbizzarrito, Editori Riuniti, Roma, 2003, pag. 67, ISBN 88-359-5280-8
  4. ^ Grompi, Marco. Neil Young 1963-2003: 40 anni di rock imbizzarrito, Editori Riuniti, Roma, 2003, pag. 75, ISBN 88-359-5280-8
  5. ^ a b c Guaitamacchi, Ezio. 100 dischi ideali per capire il Rock, Editori Riuniti, Roma, 2000, pag. 84, ISBN 978-88-359-5883-3
  6. ^ J. Freedom du Lac, Six Questions (And Then Some) For ... Nils Lofgren, in The Washington Post, 8 ottobre 2008. URL consultato il 24 marzo 2009.
  7. ^ Grompi, Marco. Neil Young 1963-2003: 40 anni di rock imbizzarrito, Editori Riuniti, Roma, 2003, pag. 69, ISBN 88-359-5280-8
  8. ^ Jimmy McDonough, Shakey: Neil Young's Biography, Anchor Books, 2003, p. 332. URL consultato il 30 novembre 2011.
  9. ^ Jimmy McDonough, Shakey: Neil Young's Biography, Anchor Books, 2003, p. 331. URL consultato il 30 novembre 2011.
  10. ^ Grompi, Marco. Neil Young 1963-2003: 40 anni di rock imbizzarrito, Editori Riuniti, Roma, 2003, pag. 70, ISBN 88-359-5280-8
  11. ^ Grompi, Marco. Neil Young 1963-2003: 40 anni di rock imbizzarrito, Editori Riuniti, Roma, 2003, pag. 71, ISBN 88-359-5280-8
  12. ^ Langdon Winner, After The Gold Rush; Album Reviews; Rolling Stone, in Rolling Stone, 15 ottobre 1970. URL consultato il 30 novembre 2011.
  13. ^ Dave Marsh, Neil Young: Tonight's the Night, Rolling Stone, 28 agosto 1975. URL consultato il 10 luglio 2011.
  14. ^ Alex Mar, Young suffers aneurysm, Rolling Stone, 4 aprile 2005. URL consultato il 19 ottobre 2008.
  15. ^ Pitchfork Staff, Pitchfork Feature: Top 100 Albums of the 1970s, Pitchfork, 23 giugno 2004. URL consultato il 12 aprile 2012.
  16. ^ The All-TIME 100 Albums: After the Gold Rush by Neil Young – TIME Magazine – ALL-TIME 100 Albums, in Time. URL consultato il 23 aprile 2010.
  17. ^ Acclaimed Music, Acclaimed Music. URL consultato il 5 agosto 2013.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Marco Grompi. Neil Young 1963-2003: 40 anni di rock imbizzarrito, Editori Riuniti, Roma, 2003, ISBN 88-359-5280-8
  • Jimmy McDonough. Shakey: Neil Young's Biography, Anchor Books, 2003, ISBN 978-06-79-75096-3
  • Ezio Guaitamacchi. 100 dischi ideali per capire il Rock, Editori Riuniti, Roma, 2000 (3ª edizione 2007), ISBN 978-88-359-5883-3

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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