Rust Never Sleeps

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Rust Never Sleeps
Artista Neil Young, & Crazy Horse
Tipo album Live
Pubblicazione 2 luglio 1979
Durata 38 min : 16 s
Dischi 1
Tracce 9
Genere Rock
Etichetta Reprise Records
Produttore Neil Young, David Briggs & Tim Mulligan
Registrazione Agosto 1976 - 1978, Indigo Recording Studio, Malibu, CA; Triad Recording, Ft. Lauderdale, FL; Broken Arrow Studio, Redwood City; Boarding House, San Francisco, CA; Cow Palace, San Francisco, CA; e Woodland Sound Studios, Nashville
Note n. 8 Stati Uniti
n. 13 Gran Bretagna
n. 24 Italia
Neil Young - cronologia
Album precedente
(1978)
Album successivo
(1979)
Singoli
  1. My My, Hey Hey (Out of the Blue) / Hey Hey, My My (Into the Black)
    Pubblicato: 27 agosto 1979
Recensioni professionali
Recensione Giudizio
Allmusic 5/5 stelle
Rolling Stone 5/5 stelle
Piero Scaruffi 7.5/10 stelle
Ondarock Pietra Miliare

Rust Never Sleeps è un album discografico del musicista canadese Neil Young e dei Crazy Horse, pubblicato nel 1979 dalla Reprise Records. Sebbene dal vivo, si compone di pezzi inediti. Gli interventi del pubblico sono stati modificati (e quasi sempre tagliati) in fase di missaggio in post-produzione.

È considerato uno degli album più importanti della storia del rock, il numero 350 nella lista dei 500 migliori album di tutti i tempi redatta dalla rivista Rolling Stone nel 2003.[1]

Il disco[modifica | modifica wikitesto]

È insieme a "Harvest" l'album più significativo del canadese. Un "classico", fondamentale per apprendere a pieno la dicotomia artistica che caratterizza tutta la carriera di Young, ovvero la divisione tra un folk rock tenue e uno scatenato e violento rock elettrificato.

Due tracce sull'album non furono registrate dal vivo: la countrycheggiante Sail Away era stata incisa in studio senza i Crazy Horse durante o dopo le sessioni per l'album Comes a Time,[2] mentre Pocahontas proveniva da una registrazione in solitaria del 1975.[2]

Neil Young produsse anche un film del concerto con il medesimo titolo, che documenta fedelmente la performance di Young e compagni, più genuina, con errori e sbavature che nell'album invece sono ridotti al minimo grazie alla scelta dei pezzi meglio riusciti. Da segnalarsi inoltre la curiosa presenza sul palco dei roadies del gruppo travestiti da "Jawa" di Guerre stellari. Più avanti nel 1979, Neil Young & Crazy Horse pubblicarono l'album dal vivo Live Rust, una compilation di vecchi classici inframezzati dai nuovi brani di Rust Never Sleeps, anch'esso acclamato da critica e pubblico.

Il titolo dell'album (in italiano "La ruggine non dorme mai") fu suggerito da Mark Mothersbaugh dei Devo, ispirandosi ad una pubblicità di vernici antiruggine marca Rust-Oleum.[3]

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Prima facciata[modifica | modifica wikitesto]

La prima facciata ci regala dei pezzi folk, con voce controllata e uso dell'armonica. Si apre con My My, Hey Hey (Out of the Blue), versione acustica di Hey Hey, My My (Into the Black), che diventerà tristemente famosa perché Kurt Cobain citò il verso: «It's better to burn out than to fade away» ("È meglio bruciare che spegnersi lentamente") nel biglietto lasciato prima del suicidio. È una canzone che parla della storia del rock ("il rock 'n' roll non può morire"), dedicata a Elvis Presley, morto da poco, e Johnny Rotten dei Sex Pistols. L'autobiografica Thrasher (in cui la trebbiatrice è la metafora della morte), è ancora una canzone sulla distruttività del rock and roll, inteso qui come stagnazione artistica che deriva dalla vita facile che provoca la caduta in basso come avvenne con molti suoi amici e colleghi; il brano è stato inciso in studio dato che nella versione filmata ad un certo punto Neil Young sbaglia le parole. Poi c'è la nostalgia di Ride My Llama e Pocahontas che cantano la saga degli indiani d'America. Si chiude con Sail Away in duetto con Nicolette Larson che ricorda le atmosfere country del precedente Comes a Time.

Seconda facciata[modifica | modifica wikitesto]

La seconda facciata si apre con Powderfinger, una ballata elettrica che sta nel mezzo tra i due stili. Era stata scritta da Neil per i Lynyrd Skynyrd ma poi da loro rifiutata. Parla ancora dei pellerossa e di un'invasione in cui un ragazzo deve difendere i propri cari ma è troppo giovane e il suo grido disperato non viene accolto. Poi le dure Welfare Mothers e Sedan Delivery contro la società bigotta e ipocrita, immersa nel degrado metropolitano, sostenitrici della causa della convivenza e del divorzio. La melodia è distorta per un genere musicale che sarà seminale in futuro, da molti additato come prototipo del grunge. Il tutto sarà estremizzato in Re-ac-tor. Hey Hey, My My (Into the Black) è la versione elettrica del brano d'esordio e costituisce uno dei capolavori del "Neil Young elettrico". L'idea delle due esecuzioni diverse tornerà nell'album Freedom del 1989. Rust Never Sleeps si piazzò alla posizione n. 8 negli Stati Uniti, guadagnando il disco di platino. L'album ebbe un notevole successo anche in Canada, Australia, Giappone e soprattutto in Europa. Divenne pertanto l'album più venduto del canadese dopo Harvest, anche grazie al film omonimo, di cui però la colonna sonora è formata, non solo da 6 brani tratti da questo album, ma da altri "classici" di Young (come The Needle and the Damage Done, Lotta Love, Cortez the Killer e Like a Hurricane... ). In realtà è quindi Live Rust, doppio album dal vivo (pubblicato alla fine del 1979) la vera colonna sonora del film.

Tracce[modifica | modifica wikitesto]

Lato 1
  1. My My, Hey Hey (Out of the Blue) (Blackburn/Young) – 3:45
  2. Thrasher – 5:38
  3. Ride My Llama – 2:29
  4. Pocahontas – 3:22
  5. Sail Away – 3:46
Lato 2
  1. Powderfinger – 5:30
  2. Welfare Mothers – 3:48
  3. Sedan Delivery – 4:40
  4. Hey Hey, My My (Into the Black) – 5:18

Formazione[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Joe Levy, Steven Van Zandt, 350 | Rust Never Sleeps - Neil Young and Crazy Horse, in Rolling Stone's 500 Greatest Albums of All Time, 3rd, Londra, Turnaround, 2006 [2005], ISBN 1-932958-61-4, OCLC 70672814. URL consultato il 6 ottobre 2010.
  2. ^ a b HyperRust chronology, hyperrust.org. URL consultato il 7 maggio 2008.
  3. ^ Shakey: Neil Young's Biography, Jimmy McDonough, 2002, Anchor

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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