Per la santa Candelora se nevica o se plora dell'inverno siamo fora

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Festa della Candelora

Per la santa Candelora se nevica o se plora dell'inverno siamo fora, è un antico proverbio popolare, riferito al rituale della Candelora, introdotto dal patriarca di Roma Gelasio intorno all'anno 474 d.C., in sostituzione della cerimonia pagana dei Lupercali, dalla quale ha assunto qualche ispirazione procedurale.

Il proverbio è legato anche al clima e allo scorrere delle stagioni.

Il rito della Candelora[modifica | modifica wikitesto]

« Per la santa Candelora
se nevica o se plora
dell'inverno siamo fora;
ma se l'è sole o solicello
siamo sempre a mezzo inverno
 »

La parola Candelora deriva dal latino festum candelarum e va messa in relazione con l'usanza di benedire le candele, prima di accenderle e portarle nella processione.
I ceri vengono conservati nelle abitazioni dei fedeli per essere riutilizzati, come accadeva in passato, per ingraziarsi le divinità pagane, durante calamità meteorologiche, oppure nell'assistenza di una persona gravemente malata, o nel caso di epidemie, o nell'attesa del ritorno di qualcuno momentaneamente assente, o infine, come accade attualmente, in segno di devozione cristiana.[1]

Anticamente, i seguaci dei riti magici, nel giorno della Candelora verificavano se una persona era colpita da malocchio seguendo queste modalità: immergevano tre capelli dell'interessato in una bacinella d'acqua seguiti da tre gocce di olio, precedentemente messo a contatto col dito dell'individuo. A questo punto, secondo i seguaci della magia, se le gocce restavano intere e collocate nel centro della baccinella, il soggetto non era stato affetto da malocchio, in tutti gli altri casi invece si.[2]

Candelora e il clima[modifica | modifica wikitesto]

La Candelora e la vernata[modifica | modifica wikitesto]

« Delle cere la giornata
ti dimostra la vernata,
se vedrai pioggia minuta
la vernata fia compiuta,
ma se vedi sole chiaro
marzo fia come gennaro.
 »

La giornata delle Cere è il 2 febbraio, la festa della Candelora e della "Purificazione".

La Candelora e il vino[modifica | modifica wikitesto]

« Se per la Candelora il tempo è bello
molto più vino avremo che vinello.
 »

Il 2 febbraio è uno di quei giorni, dispiegati nel calendario, utili, in base alle credenze popolari, per trarre auspici per il futuro, per predire l'esito dei raccolti. In fondo, da un punto di vista tecnico-agricolo, è effettivamente importante che, in certe fasi dello sviluppo del grano e della vite, le condizioni meteorologiche siano favorevoli.

La Candelora, la pioggia e la neve[modifica | modifica wikitesto]

« Se nevica per la Candelora
sette volte la neve svola.
 »
« Se piôv par Zariôla
quaranta dè l'inveran in z'arnôva.
 »
(dialettale romagnolo)

("Se piove per la Candelora si rinnovano quaranta giorni d'inverno"). In questo caso, il proverbio romagnolo vuole evidenziare come la giornata della Candelora si trovi a metà strada tra il Natale e la metà di marzo, quindi non è impossibile che altri quaranta giorni di cattivo tempo possano trascorrere prima degli attesi spiragli primaverili.

La Candelora, la pioggia ed il vento[modifica | modifica wikitesto]

« Da la Madona Candeòra
de l'inverno semo fora;
ma se xe piova e vento,
de l'inverno semo drento.
 »
(dialettale veneto)

("Dalla festa della Madonna della Candelora siamo fuori dall'inverno; ma se piove o c'è vento, siamo ancora in inverno.")

« Col dì de'a Candeòra
de l'inverno semo fora;
ma se piove o tira vento,
de l'inverno semo ancora 'rento.
 »
(dialettale veneto)

("Col giorno della Candelora dall'inverno siamo fuori; ma se piove o c'è vento, siamo ancora dentro l'inverno.")

« Pella 'Andelora
se pioe o se gragnola
dell'inverno semo fora;
ma se sole o solicello
semo ancor in mezzo a i'verno.
 »
(dialettale toscano)

("Per la Candelora, se piove o se grandina, siamo usciti dall'inverno; ma se c'è il sole più o meno sereno, siamo ancora in mezzo all'inverno")

La Candelora e le uova[modifica | modifica wikitesto]

« De la Candelora
ogni aceddu fa la cova
 »
(dialettale salentino)

("Dalla Candelora ogni uccello fa le cova"). In questo caso il proverbio ci proietta verso Pasqua.

« Da Candalora, cu on avi carni
s'impigna a figghjiola
 »
(dialettale calabrese)

Questa è invece una versione calabrese riguardo alla Candelora.

La Candelora, l'orso e la terra[modifica | modifica wikitesto]

« Se l'ors a la Siriola la paia al fa soà
ant l'invern tornom a antrà
 »
(dialettale piemontese)

("Se l'orso alla Candelora fa saltare la paglia (il giaciglio) si rientra nell'inverno"). In altre regioni, viene utilizzato il lupo o il leone come protagonista simbolico di questo proverbio che esplora le dinamiche interne della terra, che proprio nel momento di maggior gelido, ricominciano a risvegliare gli elementi assopiti, e quindi al di sotto di una superficie brulla corrisponde una vita intensa.[1]
Non è un caso se il termine febbraio derivi dal latino februus ("purificante"), associato al periodo annuale di purificazione e quindi di rinascita della natura e dello spirito.[1]

Questa invece è una versione napoletana riguardo alla Candelora.

A Cannelora Vierno è fora! Risponne San Biase: Vierno mo' trase! dice a vecchia dint' a tana: ...nce vo' 'nata quarantana! cant' o monaco dint' o refettorio: tann' è estate quann' è Sant'Antonio!

(Alla Candelora l'inverno è finito! Risponde San Biase " L'inverno ora inizia!" . Dice la vecchia dentro la tana " Ne mancano ancora 40". Canta il monaco dal refettorio " L'estate arriva quando viene Sant'Antonio"). Ovviamente si riferisce a S. Antonio da Padova che ricorre il 13 giugno e non a S. Antonio abate che ricorre il 17 gennaio.

Se p'a Cannelore ne chòve 'u virne se ne more ( se nella Candelora non piove/ l'inverno muore ) Dialetto Pugliese Foggia G.Ruggiero

A Cannelore, a vernate esce fore. Respunnija a vecchija arraggiate: nun è sciuta a vernate se nun arrive 'a 'Nnunziate, e se vuje esse chiù secure, quanne calane i meteture

(Alla Candelira l'inverno esce fuori.Rispose la vecchia arrabbiata: non è uscito l'inverno se non arriva l'Annunziata (25 aprile) e se vuoi essere più sicuro, quando calano le metiture (estate). Foggia, G. Donatacci

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c "I proverbi del mese", di Carlo Lapucci & Anna Maria Antoni, ediz. Garzanti, 1985, pag.49-51
  2. ^ "Jella & anti jella", di Giuseppe Cosco, Edizioni Agpha Press, Roma, 1998, pag.36

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Carlo Lapucci, I proverbi del mese, Garzanti, 1985.

T. Buoni, Nuovo thesoro de' proverbij italiani, Venezia, 1604.

N. Castagna, Proverbi italiani raccolti e illustrati, Napoli, 1869.

U. Rossi, Proverbi agricoli, Firenze, 1931.

A. Pochettino, Tradizioni meteorologiche popolari, Torino, 1930.

A. Arthaber, Dizionario comparati di proverbi e modi proverbiali, Milano, 1929.

{{"Se a Sant'Orso, l'orso asciuga il pagliericcio, per quaranta giorni il tempo sarà perturbato".

Il proverbio, noto in Piemonte e Valle d'Aosta,ci riporta quindi sia alla credenza dell'orso lunare, che esce dalla tana nella notte del 1 ° febbraio e osservando la posizione della luna percepisce se la primavera è in arrivo, sia al Santo che si festeggia proprio in questo giorno: Sant'Orso. Il pagliericcio, messo ad asciugare nel primo giorno di febbraio, rimanda direttamente alla maschera dal momento che, il "materasso" su cui dormivano i contadini era, per l’appunto, fatto di sfojass.portale|festività}}