Isola di plastica del Pacifico

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Dislocazione delle isole di immondizia negli oceani

L'Isola di plastica del Pacifico[1][2] ( in inglese: Pacific Trash Vortex[nota 1]), noto anche come Grande chiazza di immondizia del Pacifico[3] (Great Pacific Garbage Patch), è un enorme accumulo di spazzatura galleggiante (composto soprattutto da plastica) situato nell'Oceano Pacifico, approssimativamente fra il 135º e il 155º meridiano Ovest e fra il 35º e il 42º parallelo Nord.[4] La sua estensione non è nota con precisione: le stime vanno da 700.000 km² fino a più di 10 milioni di km² (cioè da un'area più grande della Penisola Iberica a un'area più estesa della superficie degli Stati Uniti), ovvero tra lo 0,41% e il 5,6% dell'Oceano Pacifico.[nota 2] Quantunque valutazioni ottenute indipendentemente dall'Algalita Marine Research Foundation e dalla Marina degli Stati Uniti stimino l'ammontare complessivo della sola plastica dell'area in un totale di 3 milioni di tonnellate[3], nell'area potrebbero essere contenuti fino a 100 milioni di tonnellate di detriti.[5][6]

L'accumulo si è formato a partire dagli anni cinquanta, a causa dell'azione della corrente oceanica chiamata Vortice subtropicale del Nord Pacifico (North Pacific Subtropical Gyre), dotata di un particolare movimento a spirale in senso orario, il centro di tale vortice è una regione relativamente stazionaria dell'Oceano Pacifico (ci si riferisce spesso a quest'area come la latitudine dei cavalli), che permette ai rifiuti galleggianti di aggregarsi fra di loro formando una enorme "nube" di spazzatura presente nei primi della superficie oceanica.

Questo accumulo informalmente viene chiamato con diversi nomi, tra cui Isola orientale di Immondizia o Vortice di Pattume del Pacifico.

Scoperta[modifica | modifica sorgente]

La Grande chiazza di immondizia si è formata nella zona di convergenza del Vortice subtropicale del Nordpacifico

L'esistenza della Grande chiazza di immondizia del Pacifico fu preconizzata in un documento pubblicato nel 1988 dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) degli Stati Uniti. Le predizioni erano basate su risultati ottenuti da diversi ricercatori con base in Alaska che, fra il 1985 e il 1988, misurarono le aggregazioni di materiali plastici nel nord dell'Oceano Pacifico.[7]

Queste indagini trovarono elevate concentrazioni di detriti marini accumulati nelle regioni dominate dalle correnti marine. Basandosi su ricerche effettuate nel Mar del Giappone, i ricercatori ipotizzarono che condizioni similari dovessero verificarsi in altre porzioni dell'Oceano Pacifico, dove le correnti prevalenti propiziavano lo sviluppo di masse d'acqua relativamente stabili. I ricercatori indicarono specificamente la zona di convergenza del Vortice subtropicale del Nord pacifico.

Una chiazza similare di detriti è presente anche nell'Oceano Atlantico.

Il primo settembre del 2009 il peso di tale vortice raggiunse i 3,5 milioni di tonnellate.[8][9]

Caratteristiche[modifica | modifica sorgente]

Per diversi anni alcuni ricercatori oceanici, tra cui Charles Moore,[10] hanno investigato a fondo la diffusione e la concentrazione dei detriti plastici presenti nel North Pacific Gyre.

La concentrazione stimata della plastica è di 3,34 × 106  frammenti per km², con una media di 5,1 kg/km² raccolti utilizzando una rete a strascico rettangolare delle dimensioni di 0,9×0,15 m. A 10 m di profondità è stata individuata una concentrazione pari a poco meno la metà di quella in superficie, con detriti che consistono principalmente di monofilamenti, fibre di polimeri incrostati di plancton e diatomee.[11]

Ecologia dell'isola di plastica[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Vortice subtropicale del Nord Pacifico.

I rifiuti galleggianti di origine biologica sono spontaneamente sottoposti a biodegradazione, e in questa zona oceanica quindi si sta accumulando una enorme quantità di materiali non biodegradabili come la plastica e rottami marini. Anziché biodegradarsi, la plastica si fotodegrada, disintegrandosi in pezzi sempre più piccoli fino alle dimensioni dei polimeri che la compongono, la cui ulteriore biodegradazione è molto difficile.[12] La fotodegradazione della plastica può produrre inquinamento da PCB.

Il galleggiamento di tali particelle, che apparentemente assomigliano a zooplancton, inganna le meduse che se ne cibano, causandone l'introduzione nella catena alimentare. In alcuni campioni di acqua marina presi nel 2001 il rapporto tra la quantità di plastica e quella dello zooplancton, la vita animale dominante dell'area, era superiore a sei contro uno.

Ricerche compiute dalla Woods Hole Oceanografic Institution hanno rivelato che il sistema costituisce una nuova nicchia ecologica, informalmente chiamata "platisfera", dove la plastica è colonizzata da circa mille tipi diversi di organismi[13], eterotrofi, autotrofi, predatori e simbionti, tra cui diatomee, batteri, alcuni dei quali apparentemente in grado di degradare la materia plastica e gli idrocarburi, si ritrovano anche agenti potenzialmente patogeni, come batteri del genere vibrio; la plastica, grazie alla sua superficie idrofobica presenta una maggior resistenza alla degradazione e si presta ad essere ricoperta da biofilm di colonie microbiche[14].

Origine della plastica[modifica | modifica sorgente]

Le cadute dei container[modifica | modifica sorgente]

Occasionalmente, improvvisi mutamenti nelle correnti oceaniche provocano la caduta di interi container trasportati da navi cargo, il cui contenuto non solo va ad alimentare il Nord Pacific Gyre, ma anche ad arenarsi su spiagge poste ai confini del PTV. La più famosa perdita di carico è avvenuta nel 1990, quando dalla nave Hansa Carrier sono caduti in mare ben 80.000 articoli, tra stivali e scarpe da ginnastica della Nike che, nei tre anni successivi, si sono arenati tra le spiagge degli stati della British Columbia, Washington, Oregon e Hawaii. E questo non è stato l'unico caso: nel 1992 sono caduti in mare decine di migliaia di giocattoli da vasca da bagno e nel 1994 attrezzature per hockey su ghiaccio. Questi eventi notevoli sono molto utili per determinare, da parte delle diverse istituzioni interessate, i flussi delle correnti oceaniche su scala globale.[15]

Effetto del maremoto giapponese del 2011[modifica | modifica sorgente]

Una mappa delle correnti oceaniche

Il maremoto che ha colpito la costa orientale giapponese l'11 marzo 2011 ha provocato un enorme afflusso di detriti nell'oceano, questi galleggiando, spinti dalle correnti si sono distribuiti nell'oceano Pacifico, raggiungendo anche la costa americana. Uno studio condotto nel luglio 2012, ha rivelato che parte dei detriti galleggianti si sono accumulati nel Pacific Trash Vortex accrescendolo fino ad una larghezza di 2000 miglia, di questi solo il 2% non è costituito da plastica [16].

Altre isole oceaniche di rifiuti[modifica | modifica sorgente]

A seguito di ricerche condotte con una serie ventennale di crociere scientifiche svolte fra il Golfo del Maine e il Mar dei Caraibi, la ricercatrice Kara Lavender Law ha riscontrato anche nell'oceano Atlantico un'elevata concentrazione di frammenti plastici, in una zona compresa fra le latitudini di 22°N e 38°N, corrispondente all'incirca al Mar dei Sargassi. Simulazioni al computer hanno individuato due altre possibili zone di accumulo di rifiuti oceanici nell'emisfero meridionale: una nell'oceano Pacifico a ovest delle coste del Cile e una seconda allungata tra l'Argentina e il Sud Africa attraverso l'Atlantico[17].

Note[modifica | modifica sorgente]

Note
  1. ^ Letteralmente, in italiano: vortice di pattume dell'oceano Pacifico.
  2. ^ Questa incertezza di cifre è collegata al fatto che non esiste un criterio univoco per determinare il confine fra livelli di inquinanti considerati "normali" e livelli "elevati", come non ne esiste uno per identificare i residui che fanno stabilmente parte della Chiazza.
Fonti
  1. ^ Luigi Bignami, Nel Pacifico l'Isola della spazzatura per l'80 per cento formata di plastica in la Repubblica, 29 ottobre 2007. URL consultato il 22 maggio 2014.
  2. ^ Roberto Furlani, Nuova isola nell'Atlantico. Galleggia ed è fatta di rifiuti in Corriere della Sera (Milano), 1°-2 aprile 2010. URL consultato il 22 maggio 2014.
  3. ^ a b Alan Weisman, I polimeri sono per sempre in Il mondo senza di noi, Torino, Einaudi [2007], 2008, p. 376.
  4. ^ (EN) Susan L. Dautel, Transoceanic Trash: International and United States Strategies for the Great Pacific Garbage Patch (PDF) in Golden Gate University Environmental Law Journal, vol. 3, nº 1, 2009, pp. 181-208. URL consultato il 22 maggio 2014.
  5. ^ (EN) Kathy Marks e Daniel Howden, The world's rubbish dump: a tip that stretches from Hawaii to Japan in The Independent, 5 febbraio 2008. URL consultato il 22 maggio 2014.
  6. ^ (EN) Xavier La Canna, Floating rubbish dump 'bigger than US' in News.com.au, 4 febbraio 2008. URL consultato il 26 febbraio 2008 (archiviato dall'url originale il 4 settembre 2012).
  7. ^ (EN) Day Robert H., Shaw David G., Ignell Steven E., Quantitative distribution and characteristics of neustonic plastic in the North Pacific Ocean. Final Report to US Department of Commerce, National Marine Fisheries Service, Auke Bay Laboratory. Auke Bay, AK (PDF), aprile 1988, pp. 247–266. URL consultato il 22 maggio 2014.
  8. ^ (EN) Richard A. Lovett, Huge Garbage Patch Found in Atlantic Too in National Geographic News, National Geographic Society, 2 marzo 2010. URL consultato il 22 maggio 2014.
  9. ^ (EN) Victoria Gill, Plastic rubbish blights Atlantic Ocean in BBC News, 24 febbraio 2010. URL consultato il 22 maggio 2014.
  10. ^ (EN) Charles Moore, Across the Pacific Ocean, plastics, plastics, everywhere in Natural History, vol. 112, nº 9, novembre 2003. URL consultato il 22 maggio 2014.
  11. ^ (EN) Justin Berton, Continent-size toxic stew of plastic trash fouling swath of Pacific Ocean in San Francisco Chronicle (San Francisco), 19 ottobre 2007, pp. W-8. URL consultato il 22 maggio 2014.
  12. ^ (EN) Charles Moore, Plastic Turning Vast Area of Ocean into Ecological Nightmare in Santa Barbara News-Press, 27 ottobre 2002. URL consultato il 22 maggio 2014.
  13. ^ (EN) Elisabetta Curzel, La «plastisfera», nuova nicchia ecologica marina in Corriere della Sera, 27 febbraio 2014. URL consultato il 22 maggio 2014.
  14. ^ (EN) Erik R. Zettler, Tracy J. Mincer e Linda A. Amaral-Zettler, Life in the “Plastisphere” Microbial Communities on Plastic Marine Debris in Environ. Sci. Technol., vol. 47, nº 13, 2013, pp. 7137-7146, DOI:10.1021.
  15. ^ (EN) Simon de Bruxelles, Plastic Duck Armada is Heading for Britain after 15-year Global Voyage in The Times, 28 giugno 2007.registrazione richiesta
  16. ^ (EN) First research voyage through tsunami waters shows great pacific garbage patch is growing in ocean-news.com. (archiviato dall'url originale l'11 aprile 2012).
  17. ^ (EN) Sid Perkins, Sea of plastics in Science News, vol. 177, nº 7, Portland, 27 marzo. [1]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • (EN) C. J. Moore, S. L. Moore, M. K. Leecaster e S. B. Weisberg, A Comparison of Plastic and Plankton in the North Pacific Central Gyre in Marine Pollution Bulletin, vol. 42, nº 12, dicembre 2001, pp. 1297-1300.
  • (EN) Oliver J. Dameron, Michael Parke, Mark A. Albins e Russell Brainard, Marine debris accumulation in the Northwestern Hawaiian Islands: An examination of rates and processes in Marine Pollution Bulletin, vol. 54, nº 4, aprile 2007, pp. 423-433.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Articoli