Moamin

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Una possibile identificazione di Moamyn: Ḥunayn ibn Isḥāq, raffigurato nel capolettera d'un manoscritto dell'Isagoge di Porfirio

Moamin (o Moamyn, fl. IX secolo; ... – ...) è il nome con cui nell'Europa medioevale era conosciuto un falconiere arabo del IX secolo, autore di un importante trattato di falconeria, che conobbe un grande fortuna nell'Europa medievale.

Scena di idillio e falconeria di ambiente svevo: Federico II e Bianca Lancia (madre di Manfredi), nel Codex Manesse

Identità[modifica | modifica sorgente]

Ignota e misteirosa è l'identità di questo falconiere arabo.

Il nome con cui è conosciuto nell'Occidente medievale è sicuramente il frutto della corruzione o della semplificazione della pronuncia del vero nome arabo. Basandosi su questo, e su altri elementi, François Viré ha avanzato una proposta di identificazione di con Abū Zayd Ḥunayn ibn Isḥāq al-ʿIbādī (809-873), medico del califfo abbaside al-Mutawakkil[1]. Moamyn, quindi, sarebbe la deformazione europea dell'originale Ḥunayn[1].

Kitāb al-mutawakkilī[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi De scientia venandi per aves.

A Moamin si deve un trattato di falconeria in arabo, citato solitamente con lo stesso nome dell'autore, Moamin, e identificato con il Kitāb al-mutawakkilī trattato in lingua araba «molto esteso e dettagliato, a differenza dei trattati occidentali precedenti»[2], sulla falconeria, sulla «conoscenza, sull'addestramento e la cura degli uccelli da caccia, con un'appendice sui cani da caccia»[3].

Il trattato fu tradotto in latino nel 1250, da Maestro Teodoro, per volere dell'imperatore Federico II di Svevia, con il titolo De scientia venandi per aves: questa traduzione è conosciuta e citata spesso come Moamin latino.

Particolare dal "De arte venandi cum avibus, sulla cui genesi il Moamin ebbe un ruolo importante

Con la versione latina del tratta inizio una notevole tradizione letteraria sulla falconeria: il Moamin latino ebbe un ruolo importante nella genesi del De arte venandi cum avibus federiciano; inoltre, attraverso la traduzione latina, l'opera araba conobbe una notevole fortuna letteraria, essendo nota da diverse trascrizioni amanuensi, da traduzioni in lingue volgari (tra cui quella in francese antico voluta da Re Enzo) e perfino da una cinquecentina a stampa. Il trattato arabo conobbe anche una traduzione indipendente in lingua castigliana, nel 1252, due anni dopo la sua versione latina, sotto il titolo di Libro de los animales que caçan.

Fortuna del trattato[modifica | modifica sorgente]

Il trattato conobbe una notevole fortuna, con una diffusione superiore a quella del De arte venandi cum avibus federiciano, testimoniata dalle molte trascrizioni amanuensi, ben ventotto[4], distinte in due famiglie (α e β[5]) e dalle varie volgarizzazioni in lingue romanze, tramandate in sette manoscritti è una cinquecentina a stampa.

Volgarizzamenti[modifica | modifica sorgente]

Tra le versioni in lingue europee, si segnala quella in antico francese che Re Enzo, recluso a Bologna, ordinò a Daniel Deloc da Cremona (1249-1272), quella trecentesca in toscano di Maestro Moroello da Sarzana, e quella quattrocentesca in dialetto napoletano di Iammarco Cinico per Ferrante d'Aragona[6]. Esiste anche una versione parziale a stampa, in italiano, una cinquecentina di Sebastiano Antonio de Marinis[4] (1547).

Ipotesi su un secondo trattato di falconeria federiciano[modifica | modifica sorgente]

La corte di Alfonso el Sabio

È stato anche ipotizzato da alcuni che il Moamin fosse incorporato in un secondo Falkenbuch di proprietà di Federico II[7]. La congettura, avanzata originariamente da Haskins[8], è stata in seguito ripresa da altri studiosi, tra cui in particolare Johannes Fried[9], e accolta infine da Anna Laura Trombetti Budriesi, autrice di un'edizione critica (con traduzione italiana) del De arte venandi cum avibus federiciano[10]

Libro de los animales que caçan[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Libro de los animales que caçan.

Allo stesso originale arabo è riconducibile un'opera sorta nell'ambiente letterario e culturale di Alfonso X il Saggio, sebbene con una traduzione diretta dall'arabo e del tutto indipendente: si tratta del Libro de los animales que caçan (circa 1250, di poco posteriore alla traduzione di Teodoro di Antiochia), in castigliano conosciuto da due testimoni, entrambi incompleti, alla Biblioteca Nacional de España[11]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b François Viré, Sur l'identité de Moamin le fauconnier. Comunication à l'Académie des inscriptions et belles lettres, avril-juin 1967, Parigi, 1967, pp. 172-176
  2. ^ Il de Arte venandi cum avibus e i trattati ad esso collegati, dal sito del CESN - Centro europeo di studi normanni
  3. ^ Baudouin van den Abeele, Caccia, Enciclopedia Federiciana, Vol. I, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani
  4. ^ a b Laura Minervini, Teodoro di Antiochia, Enciclopedia Federiciana, Vol. II, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani
  5. ^ Giovan Marco (Cinico), Libro de Moamyn, CASVI (Censimento, archivio e studio dei volgarizzamenti italiani), dal sito della Scuola normale superiore di Pisa
  6. ^ Libro de' falconi et altri uccelli di rapina, volgarizzato dal calligrafo della corte aragonese Giovan Marco Cinico (o Giovan Marco da Parma, Parma, 1430 circa - Napoli, 1503 circa), allievo di Pietro Strozzi.
  7. ^ Anna Laura Trombetti Budriesi, De arte venandi cum avibus, Enciclopedia Federiciana, Vol I, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani
  8. ^ Charles Homer Haskins, "The De Arte Venandi Cum Avibus of the Emperor Frederick II", in The English Historical Review, 36 (1921), pp. 334-355.
  9. ^ Johannes Fried, Kaiser Friedrich II, als Jäger oder ein zweites Falkenbuch Kaiser Friedrichs II.?, «Nachrichten der Akademie der Wissenschaften in Göttingen», Philologisch-Historische Klasse, 4, 1996
  10. ^ Anna Laura Trombetti Budriesi, De arte venandi cum avibus. L'arte di cacciare con gli uccelli. Edizione critica e traduzione italiana del ms. lat. 717 della Biblioteca Universitaria di Bologna collazionato con il ms. Pal. Lat. 1071 della Biblioteca Apostolica Vaticana, prefazione di Ortensio Zecchino, Roma-Bari, Laterza, 2000
  11. ^ (ES) José Manuel Fradejas Rueda (a cura di), 'Muhammad ibn Abd Allah ibn Umar al-Bayzar (Moamín). Libro de los animales que cazan, Madrid 1987 [(ES) testo online, Archivo Iberoamericano de Cetrería, Università di Valladolid ISSN 1887-5343]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]