La tortura della freccia

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La tortura della freccia
La tortura della freccia (film 1957).JPG
Una scena del film
Titolo originale Run of the Arrow
Lingua originale inglese
Paese di produzione USA
Anno 1957
Durata 85 min
Colore colore
Audio mono
Rapporto 2,00 : 1
Genere western
Regia Samuel Fuller
Produttore Samuel Fuller
Casa di produzione RKO Radio Pictures
Fotografia Joseph F. Biroc
Montaggio Gene Fowler Jr.
Musiche Victor Young
Scenografia Albert S. D'Agostino, Jack Okey
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani
« Se tu non vedi loro, loro vedono te. »
(Coyote Andante sugli indiani Sioux)

La tortura della freccia (Run of the Arrow) è un film del 1957 diretto da Samuel Fuller, con Rod Steiger, Brian Keith e Charles Bronson.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Alla fine della guerra di secessione, il soldato confederato O'Meara abbandona la sua casa e rifiuta di accettare la resa del generale Robert E. Lee ad Appomatox. Si dirige verso ovest, in cerca di placare i suoi animi ed a riflettere sui principi e diritti sudisti vanificati dalla vittoria nordista. Si imbatte in un pellerossa, Coyote Andante, che lo accompagnerà per qualche giorno fino a quando vengono catturati dalla banda di Lupo Solitario, indiani Sioux intenti in saccheggi. Coyote Andante appartiene alla stessa tribù Sioux, ma viene considerato un rinnegato e chiede la prova della freccia, come alternativa all'impiccagione.

Tale prova consiste nel scappare senza farsi infilzare dalle frecce, i due scappano, ma vengono rincorsi dagli indiani, Buffalo Grigio muore di infarto, mentre O'Meara viene salvato da una donna della tribù, chiamata Mocassini Gialli. La donna lo cura, lo porterà a salvarsi dalla prova e diventerà sua moglie. O'Meara si inserisce nella comunità Sioux e si offre come guida all'esercito americano che vuole costruire un forte nel territorio degli indiani. Il generale Allan guida il convoglio di uomini e soldati e a modo con O'Meara di discutere sulla guerra civile e sui diritti degli uomini; di ampie vedute, spiega che la resa di Lee non è stata una sconfitta, ma la nascita della nazione americana.

Allan viene però ucciso durante un'imboscata di Lupo Solitario, il quale contro gli ordini della sua tribù voleva disperdere l'uomo bianco. Catturato da O'Meara, quest'ultimo lo sottopone alla prova della freccia, ma l'indiano viene ucciso a tradimento dal tenente Driscoll, infrangendo la prova. O'Meara si ritiene disgustato dai metodi del tenente e torna alla tribù, la quale decide di muovere guerra al forte, come causa delle loro limitazioni e della scomparsa dei bisonti, la loro fonte di sostentamento.

O'Meara decide di morire da Sioux, propone ai soldati la resa, ma viene tramortito da Driscoll e considerato traditore. Nel frattempo gli indiani attaccano, bruciano il forte e scorticano vivo il tenente Driscoll, perché aveva infranto la prova della freccia. O'Meara lo uccide con un colpo di fucile risparmiando la tortura e Mocassini Gialli gli consegna la bandiera degli Stati Uniti, spiegandoli che un Sioux può accettare tali sofferenze e che il disegno sulla bandiera è la sua vera tribù. O'Meara riconosce che ha ragione e guida i pochi superstiti verso la città.

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Originariamente prodotta dalla RKO, la pellicola venne distribuita dalla Universal Pictures dopo che la RKO Radio Pictures si ritirò dal campo della distribuzione.

Riprese[modifica | modifica wikitesto]

La pellicola è stata girata a Snow Canyon[1], sopra S. George, nello Utah. Nell'edizione originale l'attrice Sara Montiel è stata doppiata da Angie Dickinson.

Accoglienza[modifica | modifica wikitesto]

Critica[modifica | modifica wikitesto]

  • (...) "notevole per l'uso enfatizzato dei colori delle rocce e della sabbia" (C. Gaberscek[1])
  • "(...) Il migliore, il più barocco e compiuto dei 4 western di Fuller" (M. Morandini[2])

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Carlo Gaberscek, Geografia del Western da Broncho Billy a Clint Eastwood, in Storia del Cinema Mondiale - vol. II, p. 820, Einaudi 1999 ISBN 88-06-14529-0
  2. ^ Morando, Laura e Luisa Morandini, Il Morandini 2003, Zanichelli 2002 p. 1399

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]


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