Giacomo Ceruti

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Donna con cane di Giacomo Ceruti

Giacomo Antonio Melchiorre Ceruti, detto il Pitocchetto (Milano, 13 ottobre 1698Milano, 28 agosto 1767), è stato un pittore italiano, annoverato tra i più importanti esponenti del tardo barocco italiano.

Fu multiforme e disuguale nei suoi lavori: impacciato nelle pale d'altare e nei soggetti sacri, maestro nei ritratti e nelle scene di genere.

Nella sua pittura troviamo il realismo edulcorato, infatti , il pittore, dipinge i piedi dei poveri puliti, in segno di rispetto per i ricchi che avrebbero appeso il quadro nel loro salotto.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Nacque a Milano, ma fin dai primi anni venti del settecento la sua patria di elezione fu Brescia, città in cui l'artista si guadagnò il soprannome di Pitocchetto per il genere pittorico - di cui è considerato il capostipite - che aveva come soggetti principali i poveri, i reietti, i vagabondi, i contadini (i pitocchi, appunto), raffigurati in quadri a grande formato e ripresi con stile documentaristico e con uno spirito di umana empatia.[1]. Il suo percorso artistico è parte di quel filone della pittura di realtà che ha in Lombardia una tradizione secolare: prima di lui grandissimi artisti come Vincenzo Foppa, la scuola bresciana intorno a Moretto e Savoldo, Caravaggio, tutti avevano toccato l'argomento, ma nessuno prima del Cerruti seppe indagare con tanta spietata lucidità la verità quotidiana.

Il Ritratto del conte Giovanni Maria Fenaroli (1724, collezione Fenaroli, Corneto) è la sua prima opera di certa attribuzione.

Nel 1736 l'artista lombardo si trasferì prima a Venezia e poi a Padova, dove la sua attività per la Basilica del Santo e per altre chiese è documentata nel triennio successivo.

A Padova in particolare operò per la Basilica del Santo e per altre chiese, tra cui quella di Santa Lucia presso la quale, oltre ad una pala dedicata alla santa e un Battesimo di San Giustino, sono presenti anche i Quattro Padri della Chiesa, i Quattro Evangelisti e i Quattro Santi protettori della città.

Da ricordare anche la pala d'altare di Gandino (1734) e gli affreschi di Palazzo Grassi a Venezia (1736) e di Palazzo Salvadego a Padernello.

Sulle sue produzioni artistiche per i luoghi sacri, gli influssi che ebbero le opere di Carlo Ceresa e Antonio Cifrondi sono innegabili.

Dopo il soggiorno veneziano, ricevette varie commissioni pubbliche e tornò a Milano, dove è documentata la sua presenza nel triennio dal 1742 al 1745, trasferendosi in seguito a Piacenza.

Le commissioni ottenute in quegli anni gli diedero l'occasione di acquisire e padroneggiare strumenti stilistici e compositivi tali da consentirgli un'attività di pittore "di storia", più proficua e di più ampia risonanza, condotta parallelamente alla pratica del ritratto e della scena di genere.

Tra le opere che lo resero celebre la Lavandaia (1736 circa), attualmente alla pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia, e le molte nature morte. Intorno al 1785 dipinse il Ritratto di viandante ora conservato al Museo civico Amedeo Lia di La Spezia.

La rivalutazione della sua figura si deve a Roberto Longhi.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ "Le muse", De Agostini, Novara, 1965, Vol.III, pag.209

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Francesco Frangi, Alessandro Morandotti, Giacomo Ceruti 1698-1767. Popolo e nobiltà alla vigilia dell'età dei Lumi. Milano: ROBILANT+VOENA con Skira, 2013.
  • Daniele Radini Tedeschi, Pittura a Brescia e nelle Valli, Roma 2011.
  • John T. Spike, Giuseppe Maria Crespi and the Emergence of Genre Painting in Italy, Fort Worth: Kimball Museum of Art, 1986, pp. 66-67.
  • Mina Gregori, Giacomo Ceruti, Cinisello Balsamo 1982.

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