Deserto rosso

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Deserto rosso
Deserto rosso (1964).jpg
Monica Vitti in una scena del film
Paese di produzione Italia, Francia
Anno 1964
Durata 120 min
Colore colore
Audio sonoro
Genere drammatico
Regia Michelangelo Antonioni
Soggetto Michelangelo Antonioni
Tonino Guerra
Sceneggiatura Michelangelo Antonioni
Tonino Guerra
Produttore Tonino Cervi, Angelo Rizzoli (co-produttore)
Casa di produzione Film Duemila
(Roma)
Francoriz Production
(Parigi)
Distribuzione (Italia) Cineriz
Fotografia Carlo Di Palma
Montaggio Eraldo Da Roma
Effetti speciali Franco Freda
Musiche Giovanni Fusco
Cecilia Fusco
Carlo Savina
(edizioni musicali C.A.M.)
Vittorio Gelmetti
(musica elettronica)
Scenografia Piero Poletto
Costumi Gitt Magrini
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani
Premi

Deserto rosso, o Il deserto rosso, è un film del 1964, nono lungometraggio diretto da Michelangelo Antonioni, il primo a colori.

È la prima collaborazione con Carlo Di Palma come direttore della fotografia e l'ottava ed ultima con Giovanni Fusco come autore della colonna sonora.

Trama[modifica | modifica sorgente]

Giuliana, moglie di Ugo, un dirigente industriale, è depressa e tormentata; il suo senso di insoddisfazione e di inadeguatezza, che l'ha spinta sull'orlo del suicidio, non accenna a placarsi, complice l'assenza del marito e l'alienazione di una modernità priva di significato autentico.

L'ingegner Corrado Zeller, amico e collega di Ugo, sembra esser l'unico in grado di penetrare il mistero e l'isolamento in cui versa Giuliana, che non ha tratto alcun giovamento dalla sua temporanea permanenza in una clinica psichiatrica, dopo il tentato suicidio, cui, nei dialoghi, si fa sempre riferimento definendolo un incidente stradale.

Il film procede con lentezza, in una sequenza di eventi quotidiani apparentemente poco importanti, visti però con il filtro della sensibilità di Giuliana, cui la realtà, dalla quale ella si percepisce sconnessa, cela qualcosa di terribile e di sbagliato.

Un'uscita con un gruppo di amici della coppia diventa un'occasione per mettere in risalto la distanza che intercorre tra Giuliana e un contesto che non le appartiene, perché troppo meschino e insensato.

L'apparente malattia del piccolo figlio di Giuliana, che mette in eccessivo allarme la madre, ma si rivela essere un tentativo di attirare l'attenzione e non andare all'asilo, scatena l'ennesima crisi della protagonista, che, in preda alla disperazione, si reca da Corrado, in partenza per la Patagonia.

Nemmeno Corrado, con cui Giuliana finisce per tradire il marito, dopo un'intensa relazione fatta di sguardi e cenni d'intesa, riesce ad aiutarla, perché, a sua volta, è incapace di adattarsi alla realtà che lo circonda, da cui scappa viaggiando continuamente.

Il film si conclude con un ultimo sguardo sul contesto industriale in cui è ambientato. Giuliana, ormai rassegnata, si allontana assieme al proprio figlio.

Produzione[modifica | modifica sorgente]

Ambientazione[modifica | modifica sorgente]

Una scena del film.

Il film è ambientato in una Ravenna completamente disumanizzata, mentre la sequenza della "favola" raccontata da Giuliana al figlio, il suo sogno di fuga dalla realtà che la circonda, visivamente un vero e proprio "oggetto estraneo" rispetto al resto del film, è ambientata sulla spiaggia rosa di Budelli, in Sardegna.

Fotografia[modifica | modifica sorgente]

Un aspetto fondamentale del film è la grande sperimentazione cromatica, la ricerca sul colore, premiata con il Nastro d'Argento per la migliore fotografia.

Così si espresse in merito Antonioni durante la conferenza stampa tenuta a Venezia, dopo la proiezione del film: «La storia è nata a colori, ecco perché dico che la decisione di fare il film a colori non l'ho mai presa, non era necessario prenderla. (...) nella vita moderna mi pare che il colore abbia preso un posto molto importante. Siamo circondati sempre più da oggetti colorati, la plastica che è un elemento molto moderno è a colori, (...) e che la gente si stia accorgendo che la realtà è a colori. Nel film ho cercato di usare il colore in funzione espressiva, nel senso che avendo questo mezzo nuovo in mano, ho fatto ogni sforzo perché questo mezzo mi aiutasse a dare allo spettatore quella suggestione che la scena richiedeva.»[1]

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

La celebre battuta di Monica Vitti.
  • Esiste una discrepanza in merito al titolo: il film è generalmente conosciuto come Deserto rosso, e così è in effetti indicato sulla locandina originale e sul Dizionario dei film Morandini, mentre il titolo corretto dovrebbe essere Il deserto rosso, come indicato nei titoli di testa e riportato dal Dizionario dei film Mereghetti e dall'Internet Movie Database.
  • È diventata celebre la battuta «Mi fanno male i capelli», in realtà citazione da una poesia di Amelia Rosselli. Maurizio Porro ha commentato: «Inserita in un contesto dialogico di un film sulla borghesia, diventava quasi un'allarmante battuta storico-sociale. [...] Detta con la maestria, con la sensibilità, con la bravura di Monica Vitti [...] è l'unica battuta neorealistica del film.»[2]

La critica[modifica | modifica sorgente]

« Proseguendo sulla strada intrapresa quattro anni prima con L'avventura e già in parte nel Il grido, di un cinema dell'alienazione, che mette in crisi i valori di un costume e di una morale non più corrispondenti alla nuova realtà umana e sociale creata dalla civiltà industriale e dal benessere, Antonioni giunge in questo film alla cristallizzazione degli elementi più vitali e originali delle opere precedenti a un manierismo di fattura che mina alla base il valore del discorso poetico. La protagonista Giuliana è come le precedenti eroine, insofferente della vita che conduce e incapace di superare i limiti di un'esistenza inutile. Il suo matrimonio è in crisi e non vale il rapporto amoroso con Corrado, l'eclisse dei sentimenti conduce inevitabilmente al deserto della vita. Il film porta alle estreme conseguenze, raggelando persone e situazioni in una contemplazione quasi disumana. Lo scarso successo del film viene riscattato sul piano della fattura tecnica con il colore usato in maniera originale a volte sconvolgente...» Gianni Rondolino Catalogo Bolaffi del cinema 1956/1965.

9° film di Antonioni, e il suo primo a colori, in funzione soggettiva (fotografia di Carlo Di Palma, Nastro d'argento) come espressione di una realtà dissociata e con ambizione di trasformarlo esso stesso in racconto come "mito della sostanziale e angosciosa bellezza autonoma delle cose". Come nei 3 precedenti film con Monica Vitti, la donna è l'antenna più sensibile di una nevrosi comune nel contesto della società dei consumi e della natura inquinata. Leone d'oro a Venezia. (corrire.it)

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Banca dati della Rivista del Cinematografo
  2. ^ Presentazione di Maurizio Porro, riprese di Leonardo Festa e Ciak Video Produzioni, dai Contenuti speciali del DVD edito da Medusa Video.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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