Barbicone

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Francesco di Angelo (o di Agnolo) detto Barbicone (Siena, ... – ...) fu un lanaiolo senese vissuto del XIV secolo, che capeggiò una rivolta di popolo nel 1371 e rovesciò il governo della Repubblica di Siena.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Francesco di Angelo detto Barbicone fu un esponente dei più bassi ceti sociali, peraltro vissuto nel periodo direttamente successivo alla grande peste del 1348.

Le rivolte[modifica | modifica sorgente]

Premessa[modifica | modifica sorgente]

La gente della Contrada del Bruco, solita scatenarsi contro ricchi e padroni sfruttatori, era considerata dai contemporanei un'accolita di sediziosi e facinorosi, costretti addirittura per un certo periodo a fare vita appartata ed estranea a quella della comunità senese. Ben presto ottennero però dai signori della Repubblica di Siena il giusto riconoscimento, collocando le loro abitazioni all'interno delle mura cittadine con la costruzione di un nuovo tratto che andava a creare Porta Ovile (terminata nel 1246) ed una fonte omonima (1262).

Nel 1370 esisteva una setta detta "Società del Bruco", che teneva le adunanze nel rione d'Ovile ed era forte di 300 membri giurati, che avevano allestito compagnie armate al comando di Barbicone.[1]

Il precedente[modifica | modifica sorgente]

Il 6 agosto 1370 avvenne a Siena una rivolta, causata dalle infime condizioni di vita in cui versava la popolazione cittadina, ma soprattutto dalle rivendicazioni dei Lanai del rione d'Ovile, che richiedevano di ricevere trattamenti pari a quelli dei propri maestri. I "Lanini" infatti esercitavano la professione per conto di coloro che provvedevano all'arte della lana, chiedendo di essere ammessi al numero dei Maestri dell'arte, rifiutando però di sottoporsi agli obblighi previsti dall'Università dei Maestri.

I moti furono guidati da Barbicone e dal suo gruppo che, partendo dal Bruco (una delle contrade più popolari e rione dei lanai stessi), marciò per le vie della capitale seguito dal popolo tumulteggiante al grido di "pace e abbondanza" e minacciando di saccheggiare case dove erano accumulate quantità di grano se non si fosse provveduto alle loro necessità.

Barbicone partecipò alla rivolta, rimanendo in questo caso tra le guide di secondo piano. Il fatto si spense sul nascere, grazie alle concessioni offerte dai magistrati del Governo comunale. Questo decretò però i malumori dei maestri lanai, sentitisi umiliati ed offesi, che non solo rifiutarono le disposizioni delle istituzioni, ma si offrirono alle autorità per stroncare le rivolte.

La cattura[modifica | modifica sorgente]

Dopo alcuni mesi di relativa calma, in cui le fazioni in lotta lavoravano nell'oscurità, avvenne il fatto scatenante. Resi suscettibili dalle basse paghe e dalla carestia che aveva colpito la Repubblica in quel periodo, mentre a Palazzo Pubblico si discuteva della situazione, i Lanini corsero in gran numero sotto le finestre con fare minaccioso. Alcuni conciatori del popolo di San Pietro a Ovile di Sotto vennero alle mani con i propri padroni, armandosi ed assaltando le case di alcuni benestanti del quartiere, sotto la direzione di Barbicone. I Maestri, ovviamente contrari alle proposte dei brucaioli, fecero tre prigionieri tra i rivoltosi (Francesco di Angelo, detto Barbicone, insieme a Benedetto di Cecco delle Fornaci e Giovanni di Tessa), chiedendo per loro la pena di morte. Su di loro le accuse di saccheggio e quella di aver agito per mandato dei Dodici.

La liberazione[modifica | modifica sorgente]

Giunta la notizia dell'arresto, il popolo del Bruco si armò, gettandosi poi sulla Guardia Pubblica ed abbattendo ogni resistenza delle forze di sicurezza. Avvenne quindi un'irruzione nella casa del Senatore Conteguido, dove Barbicone e gli altri arrestati si trovavano in stato di fermo e quindi liberati dalla folla furiosa. Il Capitano del Popolo non poté quindi fare altro che fuggire e barricarsi all'interno del Palazzo Pubblico, ordinando di chiudere tutte le porte interne ed esterne alla cinta muraria.

L'assalto[modifica | modifica sorgente]

Barbicone adesso capeggiava la sommossa. La voce dei disordini si era nel frattempo sparsa negli altri rioni ed una folla fomentata ed al tempo stesso entusiasta si riversava nelle strade, armata di lance ma anche di semplici bastoni e falcetti. Per strada incontrarono Nannaccio di Francesco, ex Capitano del Popolo e membro dei Dodici, che venne ucciso a coltellate. Si fermarono poi in Piazza dell'Abbadia, residenza della potente famiglia dei Salimbeni, incitadoli a partecipare alla rivolta. Ottenuto il loro diniego, i rivoltosi se la presero anche con loro, arrampicandosi sul palazzo gentilizio e staccando con rabbia lo stemma del Popolo issato sulla facciata. Barbicone nel frattempo continuava a chiedere l'estromissione sia dei Nove che dei Dodici dal governo e da Siena stessa. Giunti sotto Palazzo Pubblico, i rivoltosi incontrarono un gruppo di nobili, tra cui Tolomei, Malavolti e Rinaldini, con i quali si accese una violenta rissa nella quale morì uno di essi, mentre numerosi altri cittadini si univano alla rivolta con le spade in pugno. Dopo questo episodio calò la notte e le ostilità cessarono temporaneamente.

I tumulti ripresero con ancor maggiore violenza il mattino successivo, quando Barbicone riunì nuovamente il popolo d'Ovile. Questa volta l'assalto fu diretto: i popolani travolsero gli armigeri comunali e riuscirono ad entrare all'interno del Palazzo Pubblico. I Nove ed i Dodici vennero quindi presi dalla folla e massacrati, Barbicone fu il più indemoniato, preso da una furia cieca scaraventò alcuni governanti dalle finestre e dal Loggione del Palazzo Comunale, che vennero calpestati dal popolo tumultuante nella Piazza antistante. Uno di essi, il notaio Maso di Francesco, Capitano del Popolo l'anno precedente, fu addirittura sbranato. Solo pochi riuscirono a salvarsi miracolosamente dalla furia cieca della rivolta e del suo capo.

Vittoria sulle truppe imperiali[modifica | modifica sorgente]

I membri sopravvissuti dei Dodici si allearono quindi con la famiglia Salimbeni e ottennero l'appoggio dell'imperatore Carlo IV, facendo credere di voler cacciare dal governo della Repubblica i ricchi e gli sfruttatori. Carlo IV entrò quindi in città con l'esercito imperiale, che venne sorprendentemente sconfitto dal popolo senese alla Croce del Travaglio, costringendo addirittura l'imperatore a chiedere perdono alla città ed a nascondersi nel Castellare dei Salimbeni.[2]

L'esito della rivolta[modifica | modifica sorgente]

Barbicone ed il popolo ottennero la riforma del governo cittadino, con la creazione dei Quindici Difensori della Città e dello Stato di Siena, tutti appartenenti al Monte del Popolo. Il 1º agosto, su ordine dei Quindici stessi, vennero decapitati il Capitano del Popolo, il Gonfaloniere del Terzo di Città ed altri. In considerazione dei gloriosi fatti d'arme contro l'esercito imperiale, Barbicone ottenne anche il titolo di nobiltà per la propria Contrada (che solo nel 1841 poté però fregiarsi della corona imperiale sullo stemma) e la rinominazione della maggior strada del rione col nome di "Via del Comune", grazie alle sue gesta ed al ruolo rivestito. Com'era assurto ai fasti cittadini e divenuto anima e cuore della maggiore rivolta popolare avvenuta a Siena, Barbicone sparì nuovamente nel nulla e niente si sa del prosieguo della sua vita né quando e come avvenne la sua morte. Leggenda vuole che ritenesse fosse il suo ruolo risvegliare il popolo di Siena dal suo torpore e rendergli nuovamente in mano il suo destino e riconquistare il ruolo che gli competeva nella gestione della città, in mano ai nobili dopo la presa del potere da parte dei guelfi nel 1287.[3]

La memoria storica[modifica | modifica sorgente]

La sede della Società della Nobile Contrada del Bruco è denominata "Barbicone" e, nel museo della Società stessa, è ancora presente il teschio del capopopolo. Inoltre l'antica fonte di San Francesco, posta nel vicolo degli Orbachi e fontana battesimale della Contrada del Bruco, è costituita in parte da una statua che ritrae Barbicone stesso.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Speciale del Corriere di Siena, 14 aprile 2010, pag. 15
  2. ^ Speciale del Corriere di Siena, 14 aprile 2010, pag. 15
  3. ^ Luca Fusai, La Storia di Siena dalle origini al 1559, Il Leccio, Siena 1987

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Luca Fusai, La Storia di Siena dalle origini al 1559, Il Leccio, Siena 1987
  • Langton Douglas, Storia politica e sociale della Repubblica di Siena, Libreria Senese Editrice, Siena 1926
  • Bruno Tanganelli, Che si fa stasera... si dorme?, Siena 1982
  • Speciale del Corriere di Siena, 14 aprile 2010, pag. 15

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]